Le ultime uscite

• Le ultime uscite dei film italiani in sala ( database dal 01/01/2014 )

Nella selezione delle ultime uscite dei film prettamente italiani nelle sale nazionali, con database iniziale dal 01/01/2014, sono tenute presenti quelle pellicole che sono state distribuite nelle sale in un numero di copie significative e che abbiano attori e autori di conclamata popolarità. Ognuna delle schede termina con due segni grafici- da uno a cinque- che condensano il giudizio critico e il successo di pubblico. Il primo è soggettivo, dunque opinabile: rispecchia i gusti e le predilezioni personali, l’idea di cinema di ognuno di noi, anche se ho cercato quanto più possibile di avvicinarmi a quella che è l’opinione critica generale e di tener conto della qualità delle opere. Per il successo di pubblico mi sono affidato agli incassi e all’affluenza nelle sale. Per graduare meglio il giudizio critico ed anche quello nelle sale, sono ricorso al mezzo punto (½), perchè tante situazioni possono essere al limite tra un giudizio più alto e uno più basso, tra un incasso più alto e uno più basso.

-leggenda per il giudizio critico: 1 stella: giudizio negativo; 1 stella e ½: film discreto; 2 stelle: film buono, nella media; 2 stelle e ½: film più che buono; 3 stelle: ottimo film, sopra la media; 3 stelle e ½: film eccellente; 4 stelle: grande film; 5 stelle: capolavoro.

-leggenda per gli incassi: 1 stella: flop; 1 stella e ½: incassi appena sufficienti; 2 stelle: incassi buoni, nella media; 2 stelle e ½: incassi più che buoni; 3 stelle: ottimi incassi; 3 stelle e ½: incassi eccellenti; 4 stelle: successo di pubblico; 5 stelle: record di incassi.

• 2014

• Un boss in salotto

Con Rocco Papaleo, Paola Cortellesi, Luca Argentero, Angela Finocchiaro, Alessandro Besentini. Regia di Luca Miniero. Durata 90 min. Uscita nelle sale: mercoledì 1 gennaio 2014.

y-un boss in salotto

Grande successo di pubblico per l’ennesimo film di Luca Miniero, sulla formula del Nord che incontra il Sud e viceversa. Rispetto alle sue precedenti opere, c’è qualcosa di più nel lavoro di scrittura e nelle performance attoriali. Strepitosi Paola Cortellesi e Rocco Papaleo, la prima è brava, credibile, eclettica, un’attrice piena di talento; il secondo è perfetto e capace di vivere la sua macchietta nella credibilità quasi fumettistica in cui il regista ha deciso di relegarlo. Si ride di gusto e il pubblico ha dimostrato di gradirlo, tanto che la pellicola sarà il miglior incasso dell’annata 2014.

Incassi: ∗∗∗∗ 13.166.000€   Critica: ∗∗½

• Il capitale umano

Con Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Bentivoglio, Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio. Regia di Paolo Virzì. Durata 109 min. Uscita nelle sale: giovedì 9 gennaio 2014.

locandina-il-capitale-umano

In generale sono state elogiate le interpretazioni degli attori e la sceneggiatura di Virzì, Piccolo e Bruni «cui riesce bene il trapianto in Brianza di un romanzo ambientato in Connecticut» afferma Massimo Bertarelli su Il giornale. Concita De Gregorio su la Repubblica elogia gli attori, definendo il film «il migliore di Virzì. Potente, lieve, preciso». Impeccabile il cast: dal fascino di Gifuni, alla «tensione nervosa» del personaggio della Bruni Tedeschi, fino alla «sorpresa» Gioli. Anche il ruolo di Valeria Golino, seppur piccolo, è apprezzato per il calore che riesce a trasmettere in scena. Lodate sia la fotografia che la scenografia. Numerosi premi vinti:  7 David di Donatello,  7 Nastri d’argento, tra cui i premi per il miglior film, miglior regia e migliori attori a Francesco Gifuni, Valeria Golino e Valeria Bruni Tedeschi.

Incassi: ∗∗½ 5.713.000€  Critica: ∗∗∗∗

• Sapore di te

Con Vincenzo Salemme, Maurizio Mattioli, Nancy Brilli, Serena Autieri, Martina Stella. Regia di Carlo Vanzina. Durata 101 min. Uscita nelle sale: giovedì 9 gennaio 2016.

sapore di te

I fratelli Vanzina tornano sul luogo del “delitto”, quella Forte dei Marmi che trent’anni fa aveva fatto da sfondo per uno dei loro film più famosi, Sapore di mare. Il posto non è cambiato e neanche il gusto, appunto il “sapore”. Non è la prima volta che Carlo e Enrico decidono di ripercorre i tratti di una strada che per loro è stata fortunata. Si tratta per lo più di operazioni programmatiche dal forte sapore nostalgico e dal risultato sempre assicurato. L’ambientazione anni Ottanta, con tanto di colonna sonora vintage, dagli Spandau Ballet e Loredana Bertè, è una vera e propria dichiarazioni di intenti.  E per questi loro intenti, i fratelli Vanzina, comunque si circondano di attori, dal grosso impatto popolare, se trent’anni fa c’erano Jerry Calà, Christian De Sica, Virna Lisi, Isabella Ferrari; oggi ci sono Vincenzo Salemme, Maurizio Mattioli, Serena Autieri, Nancy Brilli, che non li fanno rimpiangere. Riguardo al perché di un remake del loro stesso successo, i Vanzina hanno dichiarato: “c’era una spensieratezza che non c’è più. Oggi le vacanze durano un weekend, all’epoca esisteva la villeggiatura. È un film sui destini”.

Incassi: ∗½ 1.860.000€  Critica: ∗∗

• Tutta colpa di Freud

Con Marco Giallini, Anna Foglietta, Alessandro Gassmann, Vittoria Puccini, Claudia Gerini, Laura Adriani. Regia di Paolo Genovese. Durata 120 min. Uscita nelle sale: giovedì 23 gennaio 2014.

y- tutta colpa di freud

Con una leggerezza di tocco mai volgare, Paolo Genovese dirige un cast che funziona alla perfezione, con una costruzione narrativa fresca, alcune battute davvero azzeccate e la capacità di orchestrare un coro di attori che, nelle sue mani, tirano fuori il meglio: Gassmann, Giallini, Foglietta…tutti perfettamente calati nelle parti a loro affidate.

Incassi: ∗∗∗ 7.891.000€  Critica: ∗∗½

• La gente che sta bene

Con Claudio Bisio, Diego Abatantuono, Margherita Buy, Jennipher Rodriguez, Laura Baldi. Regia di Francesco Patierno. Durata 105 min. Uscita nelle sale: giovedì 30 gennaio 2014.

y-la gente che sta bene

Favola nera con tocchi di comicità extradark e rapide pennellate di ironia. Cast di classe scelto con gusto: Abatantuono giganteggia scegliendo una recitazione sotto le righe che contrasta la sua statura (di attore); Margherita Buy lavora sottotraccia nel raccontare un personaggio femminile, che invece di agire reagisce. “La gente che sta bene” ha un solo, vistoso difetto, ed è di marketing: viene “venduto” al pubblico come una commedia scanzonata (basta guardare la locandina ammiccante del film), quando invece è una favola nera, ben interpretata.

Incassi: ∗½ 1.457.000€  Critica: ∗∗½

• Sotto una buona stella

Con Carlo Verdone, Paola Cortellesi, Tea Falco, Lorenzo Richelmy, Eleonora Sergio. Regia di Carlo Verdone. Durata 106 min. Uscita nelle sale: giovedì 13 febbraio 2014.

Sotto_una_buona_stella_poster

Carlo Verdone, regista, interprete e cosceneggiatore di “Sotto una buona stella”, torna a parlare dei problemi della contemporaneità e lo fa a modo suo: mescolando realtà e parodia, situazioni implausibili e sentimenti autentici, farsa e malinconia. Il risultato è una commedia discontinua, ma efficace, alternando momenti di comicità esilarante a momenti più da commedia. Ottima l’accoppiata con la bravissima Paola Cortellesi, ormai attrice ( e che attrice ) a tutto tondo.

Incassi: ∗∗∗½ 10.278.000€  Critica: ∗∗½

• Una donna per amica

Con Fabio De Luigi, Laetitia Casta, Valentina Lodovini, Adriano Giannini, Monica Scattini. Regia di Giovanni Veronesi. Durata 86 min. Uscita nelle sale: giovedì 27 febbraio 2014.

y-una donna per amica

Una storia lieve e ben raccontata che ricorda le commedie anni ’80 e trova nuova agilità comica nei dialoghi brillanti ma (almeno un pò) ancorati al reale. C’è spazio per l’improvvisazione di Fabio De Luigi, qui al suo meglio nella sua vis-comica trascinante, e per l’interazione insospettabilmente credibile (soprattutto nella sua valenza malinconica) fra lui e la Casta. C’è persino posto per un doppio finale: quello agrodolce “alla francese” e quello anarchico “all’italiana”. E questa volta niente voce fuori campo, perché la storia si racconta bene attraverso le caratterizzazioni di personaggi e luoghi.

Incassi: ∗∗ 2.865.000€  Critica: ∗∗∗

• Allacciate le cinture

Con Kasia Smutniak, Francesco Arca, Filippo Scicchitano, Carolina Crescentini, Paola Minaccioni. Regia di Ferzan Ozpetek. Durata 110 min. Uscita nelle sale: giovedì 6 marzo 2014.

y-allacciate le cinture

Un delicato e coinvolgente ritorno alle origini del regista Ferzan Ozpetek, sempre affiancato dalla sua musa ispiratrice, una sempre bella e brava Kasia Smutniak. Un film che slitta tra lo sguardo naif e la cartolina, tra l’ingenuità e il modello stereotipato, in una romantica storia d’amore tra malattie e ospedali. 3 Nastri d’argento, tra cui quello alla miglior attrice protagonista a Kasia Smutniak, e quello alla miglior attrice non protagonista a Paola Minaccioni.

Incassi: ∗∗ 4.522.000€  Critica: ∗∗½

• Amici come noi

Con Pio & Amedeo, Alessandra Mastronardi, Maria Di Biase, Alessandra Sarno. Regia di Enrico Lando. Durata 90 min. Uscita nelle sale: giovedì 20 marzo 2014.

amici-come-noi-la-locandina-300257

Amici come noi ha due frecce al suo arco: la prima è il ritmo comico con cui Lando gestisce le scene, passando da una situazione a quella successiva con un discreto senso di hellzapoppin’, complice anche la tendenza all’improvvisazione dei due protagonisti. La seconda è la presenza di Amedeo Grieco, metà del duo comico che ha raggiunto la popolarità nazionale attraverso Le Iene. Amici come noi è il suo one man show e l’attore “tiene” ogni singola scena con un’energia comica animalesca reminescente dell’Eddie Murphy dei tempi d’oro. come nel cinema di Checco abbiamo qui due “tipi etnici” che portano al Nord, e ad un certo punto anche all’estero, la loro “pugliesità”; e come in quello de I soliti idioti una sequela infinita di gag brillano per demenzialità, a tratti becera. Un’operazione commerciale che funziona, e con incassi buoni: per essere la “prima” per il duo comico pugliese, non male.

Incassi: ∗∗ 2.896.000€  Critica: ∗∗

• Ti ricordi di me?

Con Ambra Angiolini, Edoardo Leo, Paolo Calabresi, Susy Laude, Pia Engleberth. Regia di Rolando Ravello. Durata 91 min. Uscita nelle sale: giovedì 3 aprile 2014.

y- ti ricordi di me

Una favola moderna, secondo film di Rolando Ravello, da cui emerge una buona intesa tra i reparti. Poco apprezzato dal pubblico, la storia riesce a non essere troppo smielata smorzando i toni con molte battute che fanno ridere, il che rende questo film una commedia leggera e frizzante. L’Amore è sordo, cieco, spesso idiota, ma cosa succederebbe se diventasse pure smemorato? Questo è lo slogan del film che riesce a mantenersi, pur rischiando spesso di cadere nel melodrammatico. Comunque da vedere!

Incassi: ∗ 730.000€  Critica: ∗∗∗

• Un matrimonio da favola

Con Stefania Rocca, Emilio Solfrizzi, Max Tortora, Ricky Memphis, Giorgio Pasotti, Ilaria Spada. Regia di Carlo Vanzina. Durata 91 min. Uscita nelle sale: giovedì 10 aprile 2014.

y- un matrimonio da favola

La storia di cinque compagni di liceo che si ritrovano vent’anni dopo la maturità. Ennesima commedia corale vanziniana, più lieve e più gentile di quello cui molte “vanzinate” (specie quelle con Boldi e De Sica) ci hanno riservato in passato. Manca la cattiveria della commedia d’autore, ma c’è la malinconia nel constatare che i quarantenni di oggi vivono (quasi) tutti al di sotto delle loro aspettative. E comunque il film si regge sull’ottimo cast, fra i quali spiccano Ilaria Spada, Emilio Solfrizzi e soprattutto Max Tortora, in una caratterizzazione degna della miglior commedia all’italiana.

Incassi: ∗½ 1.715.000€  Critica: ∗∗½

• Nessuno mi pettina bene come il vento

Con Laura Morante, Andreea Denisa Savin, Jacopo Olmo Antinori, Maria Sole Mansutti, Monica Dugo. Regia di Peter Del Monte. Durata 90 min. Uscita nelle sale: giovedì 10 aprile 2014.

y- nessuno mi pettina bene come il vento

È un “oggetto” strano questo film, “Nessuno mi pettina come il vento” che cita, spavaldo e poetico, il titolo di un aforisma della grande poetessa milanese Alda Merini. Strano nel senso di non comune, diverso, anche un po’ ingenuo. Una storia che vuole dire e non solo mostrare, ma dice mostrando, fino al punto di essere meccanico talvolta, oppure didascalico. Ma quel che conta qui è l’intenzione, perché è un film di intenzioni, volendo essere il tentativo ambizioso di raccontare la solitudine, la conflittualità generazionale, gli adolescenti, la crisi della famiglia. Laura Morante tiene tutto in piedi e dà credibilità al suo personaggio e son bravi i due ragazzi, lei esordiente, lui già rivelazione nell’ultimo film di Bertolucci.

Incassi: ∗½ ( dati precisi non disponibili )  Critica: ∗∗½

• Pane e burlesque

Con Laura Chiatti, Sabrina Impacciatore, Giovanna Rei, Michela Andreozzi, Fabrizio Buompastore. Regia di Manuela Tempesta. Durata 86 min. Uscita nelle sale: giovedì 29 maggio 2014.

y- pane e burlesque

Manuela Tempesta si cimenta con un genere che sta avendo un certo rilievo in Italia, ovvero la commedia della crisi, e lo fa imprimendo un taglio fortemente femminile alla storia, scritta insieme a Michela Andreozzi, che nel film ha il ruolo di Teresa. Ma rimane a metà del guado, e invece di suggerire un percorso di emancipazione, non solo professionale, crea per i suoi personaggi archi narrativi che oscillano fra l’autoaffermazione e l’impulso a ritornare sui propri passi.
Le caratterizzazioni sono al di sopra delle righe, soprattutto quella di Laura Chiatti nei panni di un’imbranata goffa e occhialuta, e il tono realistico dettato dal tema della crisi viene vanificato dall’artificiosità dell’insieme. Le scene più riuscite, infatti, sono le performance di burlesque, che azzeccano il tono a metà fra la seduzione e il ridicolo, essenza tragicomica del burlesque. Flop nelle sale.

Incassi: ∗ 255.000€  Critica: ∗∗½

• I nostri ragazzi

Con Alessandro Gassmann, Giovanna Mezzogiorno, Luigi Lo Cascio, Barbora Bobulova. Regia di Ivano De Matteo. Durata 92 min. Uscita nelle sale: venerdì 5 settembre 2014.

y- i nostri ragazzi

Film drammatico di stupefacente spessore, ambientato nel complicato mondo contemporaneo. La storia di due famiglie benestanti e di due fratelli in carriera ( uno chirurgo, uno avvocato), per mostrare il degrado morale e l’assenza di punti fermi, suggerendoci pre-giudizi con i quali confrontarci. Un film, provocatorio, doloroso, esemplare con cui De Matteo ci regala un piccolo ritratto di gente per bene borghese e laureata mettendoli alla prova alla prima vera difficoltà. L’epilogo sarà assolutamente geniale e imprevedibile mettendo in luce l’ipocrisia di chi in realtà ipocrita non era e viceversa. Un Alessandro Gassmann strepitoso, all’altezza del suo cognome, supportato da un cast di altissimo livello. Nastro d’argento come miglior attore protagonista per Alessandro Gassman: meritatissimo! Forse il miglior film italiano dell’annata 2014.

Incassi: ∗ 727.000€  Critica: ∗∗∗½

• Andiamo a quel paese

Con Ficarra e Picone, Tiziana Lodato, Fatima Trotta, Lily Tirinnanzi. Regia di Ficarra e Picone. Durata 90 min. Uscita nelle sale: giovedì 6 novembre 2014.

y- andiamo a quel paese

Commedia completamente incentrata sulla parola che gioca la carta della denuncia del malcostume politico e culturale italiano, in cui i figli faticano a diventare protagonisti del loro tempo e gli adulti ‘delegano’. I grandi sono madri, nonne e nonni, zie e zii in piena crisi di identità, al punto da svendere i sentimenti e venderli al migliore offerente, pensione compresa. Tra populismo e corruzione, a mancare secondo Salvo Ficarra e Valentino Picone sono i principi morali, la volontà e il pudore. In assenza di regole e leggi si scialacquano le sostanze e si insidiano le zie: la storia di due poveri diavoli siciliani tornati loro malgrado al paesello, pieno di pregiudizi e ancora ancorato alle tradizioni antiche. Al loro quarto film da registi, la coppia è riuscita, a modo suo, a lasciare il segno nell’immaginario cinematografico italiano: e gli incassi lo dimostrano.

Incassi: ∗∗∗ 8.021.000€  Critica: ∗∗∗

• La buca

Con Sergio Castellitto, Rocco Papaleo, Valeria Bruni Tedeschi, Jacopo Cullin. Regia di Daniele Ciprì. Durata 90 min. Uscita nelle sale: giovedì 25 settembre 2014.

50321

Un soggetto quasi chapliniano, con due poveri diavoli diversi in tutto uniti dal caso e dall’affetto di un cane. Un’ambientazione astratta e senza tempo, tra il fumetto e il Jeunet di Amélie. Una recitazione sempre caricata, al limite del grottesco. E un sottofondo “morale” – perché è pur sempre una storia di truffe e di ingiustizie a unire Castellitto, avvocato disonesto e maniacale, all’ex-galeotto Papaleo – che dovrebbe rimandare a certa commedia italiana. Il regista Daniele Ciprì dunque, ha deciso di puntare nuovamente sul talento di Rocco Papaleo, affiancandogli un attore-regista di grande calibro qual è Sergio Castellito. La storia non è altro che una favola scanzonata e leggiadra che rivela la propensione al compromesso del nostro Paese. Un film riuscito, ma volutamente di nicchia, che infatti non ha fatto incassi alti.

Incassi: ∗ 596.000€  Critica: ∗∗∗

• Fratelli unici

Con Raoul Bova, Luca Argentero, Carolina Crescentini, Miriam Leone, Sergio Assisi. Regia di Alessio Maria Federici. Durata 89 min. Uscita nelle sale: giovedì 2 ottobre 2014.

y- fratelli unici

Ennesimo esempio di commedia contemporanea senza alcun apparente collegamento con la tradizione di genere italiana, Fratelli unici sembra il lungo (e pasticciato) episodio di una sitcom televisiva, pieno di imprecisioni e incongruenze. È la sceneggiatura infatti il tasto (più) dolente di “Fratelli unici”, che affida a Raoul Bova e Luca Argentero due personaggi scritti in modo così stereotipato che i due attori, altrove più efficaci, si ritrovano ad aderire a due macchiette. Molto più credibili Carolina Crescentini e Miriam Leone nei panni delle donne della loro vita, in quanto entrambe dotate di una fragilità che va oltre la legnosità del loro ruolo.

Incassi: ∗∗ 2.158.000€  Critica: ∗½

• …E fuori nevica!

Con Vincenzo Salemme, Carlo Buccirosso, Giorgio Panariello, Nando Paone, Maurizio Casagrande. Regia di Vincenzo Salemme. Durata 94 min. Uscita nelle sale: giovedì 16 ottobre 2014.

y- e fuori nevica

Vincenzo Salemme riprende e adatta per il cinema una sua fortunata commedia teatrale di venti anni fa, quella che lo ha portato al successo nei teatri di Italia. Potrebbe sembrare, sulle prime, che Salemme abbia voluto sfruttare, a distanza di tempo, un lavoro già collaudato portandolo sul grande schermo senza troppo faticare. Anche se così fosse, poco male perché “…E fuori nevica” è un film riuscito che si nutre di una sceneggiatura (meglio dire una drammaturgia) oliatissima e di una messa in scena altrettanto precisa che si affida al lavoro che da anni Salemme fa con i suoi compagni di strada, spalle straordinarie dai ritmi perfetti. Qui c’è un grande, come sempre, Carlo Buccirosso (nei panni del fratello agente di cambio) e un altrettanto grande Nando Paone (il pazzarello), a cui si aggiungono Maurizio Casagrande, antica spalle di Salemme che qui fa un avvocato strepitoso, e un inaspettato Giorgio Panariello che si spoglia dei panni del toscano e si trasforma magicamente in un quasi perfetto burino romano, scommettitore di cavalli, gestore di chiosco a Circo Massimo, usuraio e quant’altro, una cosa a metà tra un modello alla Verdone e un personaggio alla Vanzina de’ noantri. Salemme dirige l’orchestra in tutti i sensi; come un direttore è al centro ma, verrebbe da dire, anche “di spalle”. Fa suonare i suoi primi violini, il suo coro, la sua orchestra con intelligenza e armonia. E così i duetti, qui spesso dei terzetti, sono davvero delle sonate da camera molto ben riuscite (alcune situazioni come quella della finta pizzeria e dell’ascensore sono esilaranti). E fuori nevica risente in un certo senso della sua matrice teatrale, visto che tutta la sua forza espressiva risiede nei dialoghi e nella performance degli attori, ma questa dimensione “da camera”, da cortile non affatica il film, anzi lo definisce e circoscrive meglio. Salemme, comico e attore sensibile e intelligente, viene da una tradizione precisa, quella di Eduardo e sa come si fanno le commedie, sa qual è il valore dei tempi, delle battute, dei passaggi di consegna. Il suo teatro, come il suo cinema, non è “vintage” ma è la ripetizione felice e creativa di un modello di commedia che ha illustri precedenti. A differenza di altri comici prestati al cinema, Salemme non si esaurisce perché la sua formula, pur sempre fondata su identici dispositivi, in qualche modo si rinnova. Anche se lo spettacolo da cui prende spunto il film è di venti anni fa, non è datato perché tocca temi universali e fondamentali, e anche importanti, come ad esempio l’eutanasia. Bravo Salemme, questa commedia fa bene al cinema italiano, si ride tanto senza avere mai la sensazioni di essere stupidi.

Incassi: ∗∗ 3.724.000€  Critica: ∗∗∗

• Il giovane favoloso

Con Elio Germano, Michele Riondino, Massimo Popolizio, Anna Mouglalis, Valerio Binasco. Regia di Mario Martone. Durata 137 min. Uscita nelle sale: giovedì 16 ottobre 2014.

y- il giovane favoloso

Un film erudito sulla sensibilità postmoderna che ha collocato Leopardi fuori del suo tempo, Martone racconta un Leopardi vulnerabile e struggente, dalla salute cagionevole e l’animo fragile, ma dalla grande lucidità intellettuale e l’infinita ironia. Elio Germano “triangola” brillantemente con le sensibilità di Leopardi e di Martone, prestando voce e corpo, sul quale si calcifica l’avventura umana e intellettuale del poeta, alla creazione di un personaggio che abbandona la dimensione letteraria, e la valenza di icona della cultura nazionale, per abbracciare a tutto tondo quella umana. La riscoperta dell’ironia leopardiana, intuibile nei suoi poemi, ben visibile nei suoi carteggi, è una potente chiave di rilettura moderna del poeta. “La mia patria è l’Italia, la sua lingua e letteratura”, dice il giovane Giacomo. E Martone ci ricorda che nella lingua e letteratura di Leopardi si ritrovano le radici dell’Italia di oggi.

Incassi: ∗∗½ 6.149.000€  Critica: ∗∗∗½

• Soap opera

Con Fabio De Luigi, Diego Abatantuono, Chiara Francini, Ricky Memphis, Cristiana Capotondi. Regia di Alessandro Genovesi. Durata 86 min. Uscita nelle sale: giovedì 23 ottobre 2014.

y- soap opera

Archiviato il cinepanettone e corrette le coordinate del genere, la nuova commedia “di mezzo” presenta, al di là delle differenze di tono e di stile, una serie di elementi trasversali che la rende agli occhi dello spettatore immediatamente riconoscibile, rassicurante e prediletta. Ancora una volta, sono gli attori a costituire la materia prontamente espiantabile dal modello, capitalizzando immaginari già attivati nello spettatore. Sul pianerottolo e dentro una storia che si svolge sotto ai nostri occhi, abitano allora nuovi e vecchi inquilini: il gaffeur Fabio De Luigi e l’indeterminata Cristiana Capotondi, l’esagerata Chiara Francini e l’eclettica Caterina Guzzanti, il malincomico Ricky Memphis e l’ ‘eccezionale’ Diego Abatantuono. Genovesi realizza il miglior film della sua vita, radicalizzando la finzione (e il suo stile) attraverso l’astrazione degli spazi, rappresentando gli odi, gli amori, gli equivoci, gli intrecci e le complicate traiettorie emotive che collegano tra di loro i bizzarri abitanti dello stesso palazzo, a poche ore dal capodanno. Un film da vedere!

Incassi: ∗½ 1.873.000€  Critica: ∗∗∗

• La scuola più bella del mondo

Con Christian De Sica, Rocco Papaleo, Angela Finocchiaro, Miriam Leone, Lello Arena. Regia di Luca Miniero. Durata 98 min. Uscita nelle sale: giovedì 13 novembre 2014.

lascuolapiubelladelmondo-716x1024

Luca Miniero tenta di bissare il successo di “Benvenuti al Sud” e quello (meno ampio) di “Benvenuti al Nord” riproponendo in forma di commedia l’incontro-scontro fra settentrione e meridione e facendo leva sui pregiudizi di entrambi. Pur ricco di battute etniche precise e divertenti, peccato che non sia stato dato maggior spazio alla vena surreale del regista, che aveva in Rocco Papaleo il suo veicolo naturale, e si sia voluto edulcorare la loro comicità lunare con battute e gag talvolta puerili, nonché una morale conclusiva che contraddice lo spirito dissacrante fino a quel momento perseguito, anche con un certo successo. I due protagonisti, Papaleo e De Sica, sono una coppia comica talmente sui generis, talmente bislacca, perchè hanno tempi e stili diversi, che finisce per funzionare, anche se le loro gag insieme sono rare. Ci sono anche piccole chicche comiche, come la conversazione via Skype del preside della scuola napoletana, il delizioso Lello Arena, o gli sguardi in camera di Papaleo.

Incassi: ∗∗½ 5.910.000€  Critica: ∗∗½

• Scusate se esisto

Con Paola Cortellesi, Raoul Bova, Corrado Fortuna, Lunetta Savino, Cesare Bocci. Regia di Riccardo Milani. Durata 106 min. Uscita nelle sale: giovedì 20 novembre 2014.

y- scusate se esisto

Gioiellino comico, con attinenza alla realtà e battute gustose, il film ha in Paola Cortellesi e Raoul Bova il suo punto di forza. Paola Cortellesi è perfetta nei panni del “cervello di ritorno” adorabilmente fuori luogo, Raoul Bova è “in parte”, in quella del suo amico gay, sia per avvenenza che per garbo, i tempi comici sono veloci e le svolte sufficientemente credibili. Quel che è più amaramente ironico è che “Scusate se esisto!” mette (genialmente) in ridicolo un paese molto più avanti delle sue istituzioni, ed è una piacevolissima e, incredibile ma vero, parecchio divertente commedia, diretta da Riccardo Milani ed interpretata dalla moglie Paola Cortellesi (la migliore, quando affronta questo particolare genere), che racconta vari malvezzi italiani (e non solo), che spaziano da un mondo del lavoro ancora prettamente maschilista alla creazione di obbrobri urbani invivibili in periferie degradate. Nastro d’argento speciale per Paola Cortellesi.

Incasso: ∗∗½ 5.478.000€  Critica: ∗∗∗

• Ma tu di che segno sei?

Con Massimo Boldi, Vincenzo Salemme, Gigi Proietti, Ricky Memphis, Pio & Amedeo, Angelo Pintus. Regia di Neri Parenti. Durata 99 min. Uscita nelle sale: giovedì 11 dicembre 2014.

y- ma tu di che segno sei

 Inguardabile film dei fratelli Vanzina alla sceneggiatura e Neri Parenti alla regia, che uniscono le forze per confezionare un cinepanettone antico e asfittico. Esiste una grande differenza fra l’umorismo politically incorrect e le battute e gag più becere su donne, gay, trans, neri e cinesi: sarebbe ora che certa commedia italiana lo capisse, entrando finalmente nel Ventunesimo secolo. Anche perché di un certo umorismo greve oggi non ride (quasi) più nessuno. Spiace soprattutto vedere sprecato il talento di interpreti dagli ottimi tempi comici come Gigi Proietti e Vincenzo Salemme, ma anche i più giovani Angelo Pintus e Amedeo Grieco, per non parlare di Ricky Memphis, che interpreta un maschilista della peggior specie con evidente disagio. Mentre ormai logora appare la maschera di Massimo Boldi, e asfittica quella di Pio & Amedeo, che compiono un passo indietro rispetto al buon esordio di “Amici come noi”, di qualche mese precedente. Spiace anche constatare che autori di talento come i Vanzina e un regista di mestiere come Parenti sinergizzino al ribasso, creando un prodotto molto al di sotto delle loro capacità, e della possibile evoluzione del pubblico.

Incassi: ∗∗ 3.801.000€  Critica: ∗½

Il ricco, il povero e il maggiordomo

Con Aldo, Giovanni & Giacomo, Giuliana Lojodice, Guadalupe Lancho. Regia di Aldo, Giovanni & Giacomo. Durata 102 min. Uscita nelle sale: giovedì 11 dicembre 2014.

y- il ricco, il povero, il maggiordomo

Aldo, Giovanni e Giacomo tornano dietro la cinepresa, questa volta affiancati da Morgan Bertacca, per confezionare il loro film di Natale, e scelgono con un certo coraggio di strutturare la loro comicità intorno al quantomai attuale (e doloroso) tema del fallimento, tanto quello economico quanto quello personale, poiché per molti oggi i due coincidono. La morale del film fa invece un distinguo fra denaro e identità, e rifiuta la dicotomia perdenti/vincenti, in quanto categorie soggettive e riduttive. Qui c’è tutto l’universo del trio: la Milano dei quartieri, la goffaggine di Aldo, la petulanza di Giacomo, il buon senso meneghino di Giovanni, e quello spirito garbato a metà fra il goliardico e il naif che trova anche ne Il ricco, il povero e il maggiordomo momenti di comicità, soprattutto nelle scene in cui i tre sono costretti ad una convivenza forzata sotto lo sguardo truce della madre di Aldo. La forza comica di AGeG, fin dai tempi del cabaret, sta proprio nel comprimere tre personalità diverse in uno spazio angusto facendole inciampare l’una nell’altra. Il lavoro di squadra del trio è comunque sempre fenomenale. Campione di incassi del Natale 2014 e secondo incasso dell’anno, ad un’incollatura da “Un boss in salotto”.

Incassi: ∗∗∗∗ 12.983.000€  Critica: ∗∗½

• Un Natale stupefacente

Con Lillo & Greg, Ambra Angiolini, Paola Minaccioni, Paolo Calabresi, Giampiero Ingrassia. Regia di Volfango De Biasi. Durata 100 min. Uscita nelle sale: giovedì 18 dicembre 2014.

y- un natale stupefacente

Con “Un Natale stupefacente”, dopo 3 anni di prove e sperimentazioni, il film di Natale prodotto da Aurelio De Laurentiis è definitivamente passato dal genere comico alla commedia, ovvero è passato da modelli esagerati e carnevaleschi a commedia ripulita. Riprendendo la vecchia, ma sempre efficace commedia degli equivoci, il giovane regista emergente Volfango De Biasi, imbastisce una trama su misura per la comicità surreale di Lillo & Greg, in un film che lascia il segno. La coppia, come dimostrato già in passato, riesce a funzionare piuttosto egregiamente. Coadiuvati da un gruppo di caratteristi, messi al posto giusto da una sapiente sceneggiatura, Lillo & Greg trainano perfettamente il cast, e fanno incassi non “stupefacenti”, ma comunque piuttosto soddisfacenti. Tutto sommato dunque, il film è promosso dal pubblico e anche dalla critica, che vede nella coppia e nel loro prodotto cinematografico, un netto miglioramento della qualità della commedia comica italiana. Tutto ciò suggellato dalla serata della 70esima edizione dei “Nastri d’argento” il 27 giugno 2015, al Teatro antico di Taormina, quando a Lillo & Greg viene assegnato un meritatissimo Nastro d’argento speciale ( Premio Nino Manfredi alla commedia ), per la loro interpretazione nel film “Un Natale stupefacente”. Con la seguente motivazione: “per le loro indubbie qualità comiche, in grado di elevare il livello delle commedie brillanti della nuova commedia all’italiana, un auspicio a continuare su questa strada cinematografica per gli impegni futuri”. Numerose sono le scene spassose del film, affidate alla verve comica di Lillo & Greg, su tutte quella dell’incontro con gli assistenti sociali e gli equivoci sessuali che si innescano.

Incassi: ∗∗½ 5.923.000€  Critica: ∗∗∗

• Il ragazzo invisibile

Con Ludovico Girardello, Valeria Golino, Fabrizio Bentivoglio, Christo Jivkok, Noa Zatta. Regia di Gabriele Salvatores. Durata 100 min. Uscita nelle sale: giovedì 18 dicembre 2014.

y- il ragazzo invisibile

Gabriele Salvatores compie un altro salto nel vuoto cimentandosi con un film di genere nel genere: una storia di supereroi all’interno di un film per ragazzi, filone supremamente (e inspiegabilmente) trascurato in Italia. Quello di Michele è un classico viaggio di formazione che pone al pubblico, snocciolandole una dopo l’altra all’interno di una narrazione fluida e coesa, le grandi domande di chi si affaccia all’età adulta (e che continuano a riguardare anche il mondo dei “grandi”). Salvatores sceglie, con molta onestà artistica, di ricordarci che il suo film deve rimanere accessibile in primis ai giovanissimi, e dunque non disdegna spiegazioni didascaliche e sottolineature esplicite, rifiutando lo snobismo dell’autore adulto che strizza l’occhio ai suoi coetanei. “Il ragazzo invisibile” racconta un corpo adolescente in cambiamento come cartina di tornasole e motore dell’evoluzione di un’intera comunità, creando un sottile distinguo fra talento e potere, appoggiandosi ad un’architettura narrativa solida e ad un’estetica precisa, apparentemente semplice e invece assai sofisticata nella cura dei dettagli, nel posizionamento delle luci, nella costruzione delle inquadrature e nella scelta “fumettistica” dei punti di ripresa. Una scommessa vinta per una sfida coraggiosa e infinitamente più complessa. La scelta del potere dell’invisibilità è ricca di valenze metaforiche, soprattutto per il cinema che è per definizione racconto del visibile, e visto che l’adolescenza è in genere il periodo di minima autostima e massimo narcisismo, essere invisibili diventa contemporaneamente un’aspirazione e uno spauracchio. Salvatores sceglie di filmare l’assenza nel momento stesso in cui rivendica il suo (anti)eroe come presenza innanzitutto fisica, e non sottrae il suo protagonista all’ambiguità di questo rapporto di attrazione e repulsione verso il proprio “non essere”.

Incassi: ∗∗ 4.506.000€  Critica: ∗∗∗½

• 2015

• Si accettano miracoli

Con Alessandro Siani, Fabio De Luigi, Serena Autieri, Anna Caterina Morariu, Giovanni Esposito. Regia di Alessandro Siani. Durata 110 min. Uscita nelle sale: giovedì 1 gennaio 2015.

y- si accettano miracoli

Dopo “Il principe abusivo” ancora una volta Alessandro Siani scrive, recita, dirige e cura tutti i comparti del film, e stavolta si avvale dell’apporto del collega e amico Fabio De Luigi, ben a suo agio nei panni del fratello prete. Siani prende l’ambientazione delle fiabe e ne piega i confini per farci entrare un po’ di modernità e plausibilità, eliminando la magia. In più inietta il presenzialismo del comico tipico delle commedie para-televisive italiane. Ciò che manca, rispetto al modello originale, è però la fattura, ovvero la capacità di narrare una storia per immagini montate tra loro con la fluidità necessaria a rendere piacevole anche una trama semplice. Siani punta in basso, non cerca molti livelli di lettura e usa la tenerezza dei bambini e la dolcezza dei sorrisi; mancano però le caratteristiche fondamentali del genere ovvero il ritmo, la fluidità del racconto, il meccanismo ad incastro della sceneggiatura e una certa agilità nel maneggiare toni e situazioni. Siani propone il dolce amore tra uno spietato tagliatore di teste di città convertito in simpatico truffatore di paese e una chapliniana fioraia cieca senza la delicatezza che simili abusati stereotipi richiederebbero. Fa sbocciare il sentimento in un paio di scene ma poi non si prende la briga di cercare di convincere lo spettatore che esiste qualcosa di reale tra questi due esseri umani. Non proprio un film riuscito, ma che è stato campione di incassi dell’annata 2015: con oltre 15 milioni di euro incassati e una presenza in sala di quasi 3 milioni di biglietti venduti.

Incassi: ∗∗∗∗ 15.380.000€  Critica: ∗½

• Sei mai stata sulla luna?

Con Raoul Bova, Liz Solari, Emilio Solfrizzi, Sabrina Impacciatore, Neri Marcorè, Sergio Rubini, Nino Frassica, Giulia Michelini. Regia di Paolo Genovese. Durata 90 min. Uscita nelle sale: giovedì 22 gennaio 2015.

y- sei mai stata sulla luna

Una piacevole storia improbabile sostenuta soprattutto dalla bravura degli attori, “Sei mai stata sulla Luna?” ha il tocco garbato e lievemente surreale delle migliori commedie all’italiana contemporanee. Azzeccato da parte del regista, la creazione del piccolo universo pugliese, sanguigno, autentico, spiritoso. Ma quel che più è da sottolineare, è il  lavoro di squadra di un bel gruppo di attori, qui tutti volontariamente caratteristi, che solleva come una lanterna cinese la commedia dalla mediocrità e dal rischio di aggiungere un ennesimo, inutile tassello al panorama del cinema italiano. Liz Solari e Raul Bova sostengono il loro improbabile ruolo con grazia, ma sono Emilio Solfrizzi e Sabrina Impacciatore, Paolo Sassanelli, Dino Abbrescia e soprattutto Sergio Rubini a farsi carico della dimensione umana della storia e a dare verve e colore alla pellicola. Anche Neri Marcoré, nel suo ennesimo ruolo di “diverso”, riesce a non strafare e a suscitare simpatia. Il loro controcanto “nordico” è sostenuto da Pietro Sermonti, come al solito indisponente, e Giulia Michelini, credibile nel ruolo della tenera fashion addict Carola. Non c’è che dire: una bella commedia assolutamente da vedere!

Incassi: ∗∗ 2.708.000€  Critica: ∗∗∗½

Il nome del figlio

Con Alessandro Gassmann, Valeria Golino, Rocco Papaleo, Luigi Lo Cascio, Micaela Ramazzotti. Regia di Francesca Archibugi. Durata 94 min. Uscita nelle sale: giovedì 22 gennaio 2015.

y- il nome del figlio

La Archibugi , ispirandosi alla commedia francese “Cena fra amici” realizza una commedia ‘orecchiabile’, uno scavo nel passato (gli anni Settanta), con cui il film mantiene una relazione dialettica, per interrogarsi sul presente e provare a immaginare un futuro, ‘generato’ nell’epilogo. Se Cena tra amici è un divertissement abitato da bobo e bling-bling, ostentati e annullati dalle loro chiacchiere e da un inventario inesauribile di stereotipi, Il nome del figlio è un vaudeville sociologico, visto che la prosa è alternata da strofe cantate e conosciute, che si tuffa nel cuore dei suoi personaggi portando il film verso territori nuovi e riportandolo dentro i confini nazionali, dentro la nostra storia, le nostre vite cariche di preconcetti e pregiudizi. La commedia amicale dell’Archibugi è un viaggio, lungo una cena, verso un incerto domani e la riconquista di un’oggettività di giudizio sul mondo e sulle persone. Sempre empatica nei confronti dei propri personaggi, la regista romana dirige un gruppo di attori intelligenti che, come ‘canta’ Dalla nel film, sono arrivati “alle porte dell’universo ognuno con i suoi mezzi e ognuno in modo diverso, magari arrivando a pezzi”. Attori-autori, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Rocco Papaleo e Alessandro Gassmann contribuiscono alla creazione del film, intrecciando una tensione emotiva ed estetica che raggiunge l’acme sulle note di “Telefonami tra vent’anni”. Con loro ma fuori campo, fuori tempo rispetto al flusso di musica e di coscienza, fuori salotto e al di là della finestra, si (ri)leva Micaela Ramazzotti: uno straordinario assolo di cinque grandi interpreti, su tutti Gassman che ai Nastri d’argento si aggiudicherà il premio come miglior attore protagonista dell’annata; e la Ramazzotti che vincerà meritatamente nella categoria “miglior attrice non protagonista”. La miglior pellicola italiana dell’annata 2015, e una delle migliori degli ultimi vent’anni: grande film che rasenta il capolavoro.

Incassi: ∗∗ 2.765.000€  Critica: ∗∗∗∗

• Noi e la Giulia

Con Edoardo Leo, Luca Argentero, Claudio Amendola, Anna Foglietta, Carlo Buccirosso, Stefano Fresi. Regia di Edoardo Leo. Durata 115 min. Uscita nelle sale: giovedì 19 febbraio 2015.

y- noi e la giulia

Basandosi sul romanzo “Giulia 1300 e altri miracoli” di Fabio Bartolomei, Edoardo Leo prosegue il suo percorso di regista-autore (oltre che di interprete) e soprattutto di cantore dei nostri tempi precari e disillusi. Chi un giorno vorrà ricordare quest’epoca dovrà confrontarsi con la sua filmografia, tanto dietro quanto davanti la cinepresa. “Noi e la Giulia” fatica ad acquisire un suo ritmo comico, complice anche un cast che funziona individualmente ma non coralmente: e anche se viene a mancare, per chi guarda, il lavoro di squadra, quell’alchimia fatta di improvvisazioni che vanno da sempre ad arricchire il ricco filone della commedia all’italiana, riesce comunque a lasciare il segno. Merito anche della regia di Edoardo Leo, che fa passi da gigante, azzardando angolazioni di ripresa originali, giochi di sovrapposizioni e ralenti. 2 Nastri d’argento: miglior commedia ad Edoardo Leo e miglior attore non protagonista a Claudio Amendola; 2 David di Donatello: David giovani a Edoardo Leo; miglior attore non protagonista a Carlo Buccirosso.

Incassi: ∗∗ 3.999.000  Critica: ∗∗∗

• Meraviglioso Boccaccio

Con Paola Cortellesi, Lello Arena, Kim Rossi Stuart, Vittoria Puccini, Riccardo Scamarcio, Carolina Crescentini. Regia di Paolo e Vittorio Taviani. Durata 120 min. Uscita nelle sale: giovedì 26 febbraio 2015.

y- meraviglioso boccaccio

Paolo e Vittorio Taviani adattano il Decamerone di Boccaccio alle esigenze del Ventunesimo secolo, affrontando di petto il timore che attanaglia l’esistenza dei giovani (italiani) contemporanei.  La parte vitale e assai godibile del film è quella che mette in scena le novelle boccaccesche, affidandone i ruoli principali ad alcuni volti noti del cinema giovane contemporaneo: così mentre Kim Rossi Stuart brilla per ironia ed espressività teatrale nell’episodio dedicato a Calandrino, in assoluto il più memorabile, Riccardo Scamarcio risulta involontariamente comico e sopra le righe nel suo episodio; appassionato e coerente con le sensibilità dell’epoca, il segmento sui due amanti presi di mira dal padre geloso di lei (un magnifico Lello Arena); divertente e opportunamente leggero quello sulle suore peccatrici, di cui è mattatrice Paola Cortellesi ( davvero sempre più brava ). Ciò che però davvero si colloca molto sopra la media del cinema italiano attuale è la regia pittorica e sensuale dei Taviani, l’ambientazione nei luoghi e nei palazzi che ci fanno ricordare che l’Italia è il cuore artistico del mondo, i costumi di Lina Nerli Taviani allo stesso tempo sontuosi ed essenziali, medievali e postmoderni, le scenografie rigorose di Emita Frigato e la fotografia di Simone Zampagni, che usa la luce come i grandi maestri del colore. In questa messinscena c’è la riappropriazione orgogliosa di un patrimonio culturale, di spazi dimenticati in favore di pessime ricostruzioni ambientali e di una tradizione tutti italiani, ovvero la rivendicazione di un’identità nazionale: questa è la principale eredità che i Taviani lasciano ai giovani, e il punto di partenza dal quale farli ripartire, senza paura.

Incassi: ∗ 552.000€  Critica: ∗∗∗

• Latin Lover

Con Virna Lisi, Valeria Bruni Tedeschi, Angela Finocchiaro, Marisa Paredes, Candela Pena. Regia di Cristina Comencini. Durata 114 min. Uscita nelle sale: giovedì 19 marzo 2015.

y- latin lover

Cristina Comencini compone e scompone il ritratto corale di un’umanità femminile che ruota introno al ricordo di un uomo attingendo al miglior cinema europeo sull’argomento (Almodovar, Ozon, Monicelli, per fare solo tre nomi) ma anche alla sua autobiografia di primogenita di quattro sorelle, tutte figlie del mitico Luigi Comencini. E costruisce un’allegoria non solo sul mondo muliebre ma anche sul cinema, in particolare quello italiano: “Latin Lover” diventa così (anche) un elogio della grandezza dello schermo e dei suoi volti, nonché del cuore degli uomini e delle donne, quando vuole. A tenere botta (e aggiungere del proprio) alla sceneggiatura firmata dal duo madre e figlia Cristina Comencini e Giulia Calenda è un cast di attrici in gran forma, con punte di diamante le più anziane: Marisa Paredes, che “butta via” la sua scena madre con la grazia leggera che hanno solo le grandi interpreti, e Virna Lisi (cui è dedicato il film, scomparsa poco dopo la fine delle riprese), che condivide la scena madre scritta invece per lei facendo ridere di gusto le sue costar, con la generosità che hanno solo le attrici autentiche.

Incassi: ∗∗ 2.084.000€  Critica: ∗∗∗½

Mia madre

Con Margherita Buy, John Turturro, Nanni Moretti, Giulia Lazzarini, Beatrice Mancini. Regia di Nanni Moretti. Durata 106 min. Uscita nelle sale: giovedì 16 aprile 2015.

y- mia madre

Un film profondo e sincero, un film sul cinema e sul rapporto tra realtà e finzione, un film che s’appresta ad essere un manifesto del nostro tempo complesso e problematico. Non è il primo film in cui Moretti “mette a nudo” se stesso nel confronto con in suoi alter-ego cinematografici. Lo ha sempre fatto. Ma la natura di questo dialogo ha da qualche tempo assunto una qualità diversa. E si serve di un’attrice, di straordinaria bravura come Margherita Buy, il meglio del cinema italiano al femminile, che erige un ritratto di donna esemplare, autentica alter-ego del regista Moretti. Ma c’è tanto di più in questo film così stratificato, solo in apparenza intimista. Intorno al nucleo di un dolore privato, Moretti con i suoi sceneggiatori e sceneggiatrici erige un edificio fatto di diversi piani, ognuno dei quali sviluppa un discorso, un tema, una riflessione. “Mia madre” quindi è anche un film sul cinema, sul rapporto tra realtà e finzione. Sfilza di nominations e qualche premio: 2 David di Donatello ( Margherita Buy: miglior attrice protagonista, Giulia Lazzarini: miglior attrice non protagonista ); 2 Nastri d’argento ( Margherita Buy: miglior attrice protagonista; Giulia Lazzarini: Nastro d’argento speciale ); Premio della giuria ecumenica al Festival di Cannes; nominations alla Palma d’oro a Cannes per Nanni Moretti.

Incassi: ∗∗ 3.505.000€  Critica: ∗∗∗∗

• Il racconto dei racconti

Con Salma Hayek, Vincent Cassèl, Toby Jones, Jonah Lees, Alba Rohrwacher. Regia di Matteo Garrone. Durata 125 min. Uscita nelle sale: giovedì 14 maggio 2015.

Il-Racconto-dei-Racconti-Poster-2

Un caleidoscopio di immagini potenti ed evocative, nonché una riflessione profondissima sulla natura dell’amore. Matteo Garrone attinge a piene mani, e con grande libertà creativa, a tre racconti de “Lo cunto de li cunti”, la raccolta di fiabe più antica d’Europa, scritta fra il 1500 e il 1600 in lingua napoletana da Giambattista Basile. Il risultato è un caleidoscopio di immagini potenti ed evocative, ma anche un carnevale di umani sentimenti, pulsioni e crudeltà, nonché una riflessione profondissima sulla natura dell’amore, che può (dovrebbe) essere dono e che invece, per quelle fiere che sono (ancora) gli esseri umani, è spesso soprattutto cupidigia. Garrone attinge a Fellini (La strada, Casanova) come al grottesco cortigiano dei dipinti di Goya, a M. Night Syamalan The Village, Lady in the Water) come al Mario Bava de La maschera del demonio, allo strazio romantico del Pinocchio di Comencini come alla comicità “medievale” de L’armata Brancaleone. E tiene in equilibrio il (suo) mondo (perché “l’equilibrio del modo deve essere mantenuto”) come un funambolo sul filo, non a caso l’immagine che chiude Il racconto dei racconti: quello è Garrone, sospeso sull’abisso – del ridicolo, del cattivo gusto, del melodramma, della farsa involontaria – intento ad evitare il fuoco che lo minaccia da vicino. Perché la materia di cui è fatto Il racconto dei racconti, in Basile prima ancora che in Garrone, è supremamente incandescente e richiede atti “di coraggio e sacrificio” per essere narrata come una fiaba accessibile, che non si può possedere solo per sé. Presentato a Cannes, vince però tre Nastri d’argento minori: scenografia, costumi e sonoro.

Incassi: ∗∗ 2.948.000€  Critica: ∗∗∗∗

Youth-la giovinezza

Con Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda. Regia di Paolo Sorrentino. Durata 118 min. Uscita nelle sale: mercoledì 20 maggio 2015.

y-youth la giovinezza

Paolo Sorrentino era atteso al varco con questo film che arriva dopo l’Oscar de La grande bellezza e la sua estetica così personale tanto da aver diviso critica e pubblico in estimatori e detrattori molto decisi. Per di più il regista tornava in competizione a Cannes dove solo due anni fa la giuria non aveva degnato del benché minimo riconoscimento il film ricoperto successivamente da molteplici allori. Il rischio maggiore però, che era più che lecito paventare da parte di chi amava il suo cinema ma non era impazzito di gioia dinanzi al suo ultimo lavoro, era quello di ritrovare un Sorrentino ormai divenuto manierista di se stesso. Ma qui Sorrentino tira fuori dal cilindro un film importante, un film diverso, ma intimista nello stesso tempo, in tutto ciò, ci si può chiedere, che ruolo viene assegnato alla giovinezza del titolo? Quello di specchio riflettente (e deformante al contempo) di passioni, desideri, fragilità. Su tutto questo e su molto altro ancora Sorrentino torna a trovare la profondità, la leggerezza ma anche la concentrazione che permettono al film di levitare. Chi lo ha visto capirà senz’altro il senso del verbo. Non vince a Cannes, ma ottiene una pioggia di premi: 3 Oscar europei ( miglior regista: Paolo Sorrentino; miglior film; miglior attore: Michael Caine ); 3 Nastri d’argento ( miglior regista: Paolo Sorrentino; migliore fotografia e miglior montaggio ); sorprende invece l’assenza del film dalla cerimonia di assegnazione dei David di Donatello.

Incassi: ∗∗½ 5.995.000€  Critica: ∗∗∗∗

Sangue del mio sangue

Con Roberto Herlitzka, Pier Giorgio Bellocchio, Filippo Timi, Alba Rohrwacher, Fausto Russo Alesi. Regia di Marco Bellocchio. Durata 107 min. Uscita nelle sale: mercoledì 9 settembre 2015.

y- sangue del mio sangue

Enigmatico, svincolato e sfuggente, Sangue del mio sangue è un film che affronta la Storia e (ancora una volta) la biografia del suo autore attraverso una declinazione libera, una rielaborazione del materiale narrativo sganciata da qualsiasi aderenza o fedeltà. Traslocato di nuovo il suo cinema a Bobbio, estensione di un corpo individuale, familiare e sociale in procinto di esplodere ieri e di ‘risolversi’ oggi, Marco Bellocchio non è mai pago di sperimentare e di sperimentarsi, andando contro o rivedendo il sé che era. Sangue del mio sangue porta addosso i segni di questo lavoro paziente e faticoso di messa in discussione, sprigionando un’energia abbagliante, una sintesi di rigore, semplicità, essenzialità, movimento, fisica, chimica, storia, filosofia, mistero. Presentato in concorso al festival del cinema di Venezia, vince il premio della critica internazionale, e il regista Marco Bellocchio ottiene la candidatura al Leone d’oro. Grande successo di critica, ma clamoroso flop nelle sale: incassati meno di 400.000€.

Incassi: ∗ 321.000€  Critica: ∗∗∗

Per amor vostro

Con Valeria Golino, Massimiliano Gallo, Adriano Giannini, Elisabetta Mirra, Edoardo Crò. Regia di Giuseppe M. Gaudino. Durata 110 min. Uscita nelle sale: giovedì 17 settembre 2015.

y- per amor vostro

Gaudino affida alle poderose spalle interpretative di Valeria Golino le innumerevoli sfaccettature di una persona che si fa presente/passato e forse anche futuro e ne viene ripagato quasi che il nome di finzione che le attribuisce volesse, più o meno inconsciamente, far correre il pensiero a una ‘grande’ del cinema come Anna Magnani. Se la colonna sonora musicale riesce a far confluire in un magma di suoni e di stili (si va dal Quartetto Cetra al “Lascia ch’io pianga” di Handel passando per affabulazioni ritmate in un napoletano quasi da cantastorie) il rapporto tra gli inferi urbani e un cielo che a tratti si fa quasi più ctonio degli inferi stessi, la messa in parallelo della vita quotidiana della protagonista e il mondo ‘della’ e ‘da’ soap opera in cui lavora e si innamora suona un po’ didascalico. Ma quando si ha a disposizione una ‘vera’ attrice anche questo ostacolo può essere superato. E il paragone con Anna Magnani non è azzardato: Valeria Golino è di gran lunga infatti la miglior attrice italiana del cinema moderno, e al festival del cinema di Venezia trionferà con un consenso quasi unanime. Vincerà infatti la Coppa Volpi come miglior interprete femminile della prestigiosa kermesse veneziana ( la seconda in carriera ). Massimo Bertarelli de Il Giornale loda l’interpretazione di Valeria Golino, che giudica abbia meritato la Coppa Volpi, “spicca in un bel ritratto di donna orgogliosa e sensibile”. Su L’espresso, Emiliano Morreale ha apprezzato il film e l’interpretazione di Valeria Golino “meritatissima Coppa Volpi a Venezia”. Cristina Piccino su Il Manifesto, parla addirittura di interpretazione epocale di Valeria Golino, definendo il personaggio da lei interpretato “unico nel cinema italiano”. Pellicola memorabile, accolta però con freddezza nelle sale.

Incassi: ∗ 357.000€  Critica: ∗∗∗½

• L’esigenza di unirmi ogni volta con te

Con Claudia Gerini, Marco Bocci, Marc Duret, Antonino Iuorio, Daniela Amato. Regia di Tonino Zangardi. Durata 90 min. Uscita nelle sale: giovedì 24 settembre 2015.

y- l'esigenza di unirmi ogni volta con te

Il quarto lungometraggio di Tonino Zangardi è un misto di noir, road movie e melodramma che fatica a trovare la sua dimensione e sconta la fragilità delle interpretazioni dei due protagonisti maschili: Marco Bocci e il francese Marc Duret. L’escalation passionale fra la Gerini e Bocci viene raccontata con efficace concretezza dei corpi ma anche con l’assenza di quella tensione erotica, quella febbre indispensabili per rendere credibile l’attrazione fatale che li unisce e li condurrà verso il loro destino, e inoltre, le radici profonde dell’attrazione fra i protagonisti restano invisibili e l’ironia. Il rammarico è per Claudia Gerini, che sottolinea con la sua presenza il bisogno, nel cinema italiano, di una fisicità reale, materna e mediterranea come la sua, capace di comunicare passione e tenerezza. Ma questa fisicità importante non è qui supportata da una sceneggiatura credibile, né da una regia precisa che ne contenga gli eccessi e ne metta in luce le potenzialità. Distribuito in poche sale ha avuto uno scarsissimo riscontro da parte del pubblico.

Incassi: ∗ 94.000€  Critica: ∗∗

Io e lei

Con Margherita Buy, Sabrina Ferilli, Fausto Maria Sciarappa, Domenico Diele, Ennio Fantastichini. Regia di Maria Sole Tognazzi. Durata 97 min. Uscita nelle sale: giovedì 1 ottobre 2015.

y- io e lei

Seguendo l’esempio della urban comedy d’oltreoceano, Io e lei racconta la quotidianità di una coppia omosessuale senza cedere agli stereotipi.  L’idea del film è nata nella mente della regista e figlia d’arte, Maria Sole Tognazzi dalla voglia di voler girare un nuovo film con Margherita Buy, dopo il successo di “Viaggio sola”, e dopo l’incontro al Festival di Cannes 2013 con Sabrina Ferilli, sua vecchia conoscenza di gioventù, con cui si erano confidate reciprocamente di voler lavorare insieme. Trovandosi in seguito a vedere per caso in televisione “Il vizietto” di Edouard Molinaro, con splendido interprete il padre Ugo Tognazzi, lo prese come «un consiglio dall’alto» e decise di girare con le due attrici un film che parlasse di una coppia omosessuale, in seguito contattò i due sceneggiatori Ivan Cotroneo e Francesca Marciano, già suoi collaboratori per Viaggio sola. Inizialmente infatti si diffuse la notizia che Maria Sole avrebbe girato un remake della pellicola di Molinaro, che venne subito smentita dalla stessa regista poiché un «remake avrebbe creato altre aspettative». Lo scopo della regista era quello di focalizzarsi «sulla quotidianità e sui sentimenti simili in ogni tipo di coppia» formata da «due persone mature, realizzate, serene» e quindi in contrapposizione alle carnali, irrequiete e giovani protagoniste del lungometraggio La vita di Adele di Abdellatif Kechiche, definito dalla regista «un capolavoro». In definitiva Maria Sole Tognazzi ha definito il film «un pudico, gentile ma lontanissimo omaggio» a Il vizietto di Edouard Molinaro, con Ugo Tognazzi e Michel Serrault. Apprezzato dal pubblico.

Incassi: ∗½ 1.563.000€  Critica: ∗∗∗½

Suburra

Con Pier Francesco Favino, Claudio Amendola, Elio Germano, Alessandro Borghi, Greta Scarano. Regia di Stefano Sollima. Durata 130 min. Uscita nelle sale: mercoledì 14 ottobre 2015.

suburra-locandina

12 novembre 2011, Silvio Berlusconi rassegna le sue dimissioni da Presidente del Consiglio. La storia di Suburra, basato sul romanzo omonimo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini, comincia sette giorni prima, immaginando che proprio allora Papa Ratzinger prenda la storica decisione di abbandonare il ruolo di pontefice. Il film è dunque incorniciato da due abbandoni “paterni”, è dedicato da Stefano Sollima al padre Sergio, e racconta l’assenza (o la defezione) delle figure maschili di riferimento nella società italiana, attraverso le avventure di un gruppo di uomini cui viene continuamente ripetuto di non essere all’altezza del proprio genitore. Film magnetico, di forte presa visiva grazie all’incalzante ritmo narrativo che Sollima imprime alle vicende e a i personaggi: la sua regia è impeccabile, energica, bizantina, fa leva su inquadrature calibrate al millimetro e sulla fotografia opulenta di Paolo Carnera. In questo senso Suburra è una goduria per gli occhi e ha avuto quel riscontro del pubblico che ha cercato incessantemente.

Incassi: ∗∗ 4.624.000€  Critica: ∗∗∗

Belli di papà

Con Diego Abatantuono, Andrea Pisani, Matilde Gioi, Francesco Facchinetti, Marco Zingaro, Barbara Tabita, Uccio De Santis. Regia di Guido Chiesa. Durata 100 min. Uscita nelle sale: giovedì 29 marzo 2015.

Belli_di_papa_Poster

“Belli di papà” ha una premessa comica potente, una sceneggiatura ricca di battute gustose, ed è ben servito da un cast azzeccato che può contare sul peso massimo Diego Abatantuono nel ruolo di Vincenzo e sui pesi leggeri (ma non inconsistenti) Andrea Pisani, Matilde Gioli e Francesco Di Raimondo in quelli dei figli. Ciò che difetta al film, purtroppo, è la regia: le inquadrature sono convenzionali, i tagli di montaggio eccessivi e zeppi di errori di continuità, gli scambi di battute non vengono mai interrotti “in levare”, col risultato che l’effetto comico “collassa”. Per citare il film stesso, è una regia curiosamente “inerte”, che invece di sostenerla sminuisce tutta la comicità insita nella sceneggiatura. Ciò che manca poi, è anche il ritmo, elemento essenziale di ogni buona commedia. Il successo comunque non è mancato.

Incassi: ∗∗ 4.138.000€  Critica: ∗∗

Gli ultimi saranno ultimi

Con Paola Cortellesi, Alessandro Gassmann, Fabrizio Bentivoglio, Stefano Fresi, Ilaria Spada. Regia di Massimiliano Bruno. Durata 103 min. Uscita nelle sale: giovedì 12 novembre 2015.

Gli-ultimi-saranno-ultimi-locandina1

Tratto dall’omonimo fortunato spettacolo teatrale andato in scena nei teatri di tutta Italia dal 2005 al 2007, la trasposizione cinematografica de “Gli ultimi saranno ultimi” è dotata di un cast di attori brillanti, grazie ad una scrittura precisa e credibile. Ovviamente la parte del leone va a Paola Cortellesi (Luciana), perfetta come sempre: tenera, stressata, commovente, buffa, patetica. Le tiene testa uno straordinario Alessandro Gassmann (il marito Stefano) che dà prova inconfutabile, con apparente leggerezza, della sua raggiunta maturità d’attore, e della sua capacità tutta italica (parliamo di commedia all’italiana) di essere insieme gaglioffo e gagliardo. Fabrizio Bentivoglio fa più fatica a risultare credibile nella sua volontà programmatica di calarsi nei gesti e nell’accento del poliziotto Antonio, ma rende bene la gravità del personaggio. Accanto a loro Stefano Fresi e Ilaria Spada lasciano come al solito il segno, e Irma Carolina di Monte interpreta con precisione forse il personaggio più originale del film. “Gli ultimi saranno ultimi” racconta con strazio e partecipazione, ma anche con umorismo e levità, le vicende di un gruppo di italiani del presente stretti fra la crisi e la necessità di negarla, strozzati dalla paura e la vergogna, sempre più limitati nelle loro possibilità e nei loro margini di scelta. Persone che non riescono più a vedere ciò che sta davanti ai loro occhi, che prendono derive deleterie senza nemmeno rendersene conto, che vedono la loro dignità costantemente sotto attacco e tentano di difenderla come possono. Un film riuscito che rimarrà nel tempo, senza dubbio.

Incassi: ∗∗ 2.453.000€  Critica: ∗∗∗½

Matrimonio al sud

Con Massimo Boldi, Biagio Izzo, Enzo Salvi, Paolo Conticini, Debora Villa, Barbara Tabita. Regia di Paolo Costella. Durata 100 min. Uscita nelle sale: giovedì 12 novembre 2015.

matrimonio-al-sud

Prendete vent’anni di cinepanettoni, mescolate con altrettante vanzinate, aggiungete la formula Benvenuti al Sud e la fiction televisiva I due cuochi e shakerate: verrà fuori Matrimonio al Sud, farsa vecchio stile incentrata su tutti gli stereotipi e pregiudizi possibili e immaginabili. Non manca niente: le gag di Massimo Boldi (“Che dolore!”), le corna incrociate, la coppia comica maschile (Boldi e Biagio Izzo), il duetto delle mogli (Debora Villa “polentona” e Barbara Tabita “terrona”), i battibecchi dei figli, il siparietto omosex, la strappona scosciata. Come se non bastasse, ecco l’amico romanaccio e romanista (Enzo Salvi: chi altri?), più Paolo Conticini nei panni di un conduttore televisivo sciupafemmine col pallino delle milf. A tutto questo dispiego di nomi e caratteri non corrisponde una trama sufficientemente comica o coinvolgente: le battute sono antiche, le gag già viste, le interazioni fra i personaggi prive di qualsiasi verità di fondo, con la notevole eccezione della coppia Villa-Tabita, entrambe bravissime e meritevoli di un film tutto per loro, una sorta di Thelma e Louise ambientato attraverso l’Italia dei nostri giorni. Un film comunque mediocre.

Incassi: ∗∗ 3.676.000€  Critica: ∗½

Loro chi?

Con Edoardo Leo, Marco Giallini, Catrinel Marlon, Lisa Bor, Ivano Marescotti. Regia di Francesco Micciché e Fabio Bonifacci. Durata 95 min. Uscita nelle sale: giovedì 19 novembre 2015.

LORO_CHI_poster_ufficiale_esclusivo

“Loro chi?” si inserisce coraggiosamente nel solco dei recenti film americani sugli imbroglioni consumati, da Il genio della truffa a Colpo di fulmine a Now you see me, e riesce a tenere loro dietro per velocità della narrazione e frenetiche svolte della trama, alcune più credibili di altre. Il film però alza il tiro ogni qual volta fa leva su quelle debolezze tipicamente italiane che rendono ogni truffa più semplice (perché “in Italia ci sono ottimi incentivi nel settore truffa”), prima fra tutte il campanilismo e il desiderio dei politici locali di entrare nei giri grossi. Funziona bene la verve trasformista di Marco Giallini, che attraverso i suoi travestimenti mantiene intatto quello spirito guascone che ha tra i suoi predecessori filmici il Bruno de Il sorpasso, così come l’ingenuità da uomo comune di Edoardo Leo, in un ruolo che in passato avrebbe potuto essere interpretato da Nino Manfredi. La regia è elastica, il montaggio atletico, e la sceneggiatura è insolitamente ricca e scoppiettante, per una scaltra e furba commedia all’italiana contemporanea.

Incassi: ∗½ 1.542.000€  Critica: ∗∗∗

Uno per tutti

Con Fabrizio Ferracane, Giorgio Panariello, Thomas Trabacchi, Isabella Ferrari, Lorenzo Baroni. Regia di Mimmo Calopresti. Durata 85 min. Uscita nelle sale: giovedì 26 novembre 2015.

uno-per-tutti_notizia

I termini cinematografici di paragone sono chiaramente Anime nere (fin dalla locandina) per il legame fra tre uomini, al contempo una risorsa e una condanna, e Il capitale umano (ma anche I nostri ragazzi) per lo spunto narrativo del crimine commesso da un ragazzo della buona società e gli sforzi che i suoi genitori altoborghesi compiono per sottrarre il ragazzo alla giustizia. Ci sono persino citazioni da Arancia meccanica e da Il cacciatore, il che rende impietoso il confronto fra Uno per tutti e il grande cinema. Perché è il modo in cui la storia di Uno per tutti viene raccontata a renderlo problematico: inquadrature convenzionali, dialoghi che non si sollevano dalla pagina scritta (un esempio è il botta e risposta fra il diciottenne Teo e la ragazza che gli interessa. Teo: “Io sento di amarti”. Risposta: “Io non sento di essere capace di amare”), dinamiche comportamentali esibite ma mai veramente approfondite. Persino l’utilizzo della musica sembra scollato dal contesto che accompagna, come se il film fosse un assemblaggio di pezzi che non trovano mai la via di una narrazione coesa e coinvolgente. Sorprendente però Giorgio Panariello nel suo primo ruolo drammatico, e nei panni del ruvido poliziotto Vinz.

Incassi: ∗ 210.000€  Critica: ∗∗

Babbo Natale non viene da Nord

Con Maurizio Casagrande, Anna-Lisa, Giampaolo Morelli, Milena Miconi, Eva Grimaldi. Regia di Maurizio Casagrande. Durata 100 min. Uscita nelle sale: giovedì 26 novembre 2015.

babbo natale non viene da nord

Alla sua seconda regia cinematografica dopo “Una donna per la vita”, Maurizio Casagrande, attore della scuderia di Vincenzo Salemme il cui talento non è stato ancora sufficientemente valorizzato, prova a creare per sé quei ruoli da protagonista che il grande schermo italiano gli ha finora negato. È un tentativo legittimo che mette in luce le sue qualità di interprete ma anche le sue ingenuità di neoregista e sceneggiatore. Con slancio partenopeo però Casagrande mette quanta più carne al fuoco possibile, creando una storia complessa e ricca di personaggi minori, e circondandosi di ottimi comprimari, a cominciare dalla cantante Annalisa che debutta sul grande schermo nei panni di India, aspirante performer che ha il problema di assomigliare come una goccia d’acqua… alla cantante Annalisa. È questo tipo di guizzo narrativo a fare la differenza in una trama per altri versi eccessivamente naif, così come naif è una regia che usa il campo e controcampo fino allo sfinimento e abbonda di errori di continuità. Motore della storia è il genuino entusiasmo di Casagrande, e la sua commedia si solleva dalla media di quelle che popolano il cinema italiano contemporaneo per alcune magistrali scene da teatro classico napoletano che scateneranno l’ilarità del pubblico. In queste scene gli attori danno il meglio di sé dimostrando come il ritmo comico partenopeo sia inarrivabile, e contenga dentro di sé il dna di Eduardo. Anche i passaggi che flirtano con lo stereotipo, ad esempio quelli che vedono protagonisti i piccoli guitti che frequentano il centro di accoglienza di Padre Tommaso o i tre sciamannati al pronto soccorso, sono salvati dall’abilità degli interpreti, dal surrealismo intrinseco alla comicità napoletana e dalla naturalezza con cui Casagrande interagisce con tutti gli attori, di fatto dirigendoli “dall’interno”. “Babbo Natale non viene dal nord” è una commedia garbata, del tutto priva di volgarità, ricca di siparietti comici esilaranti e di una bonomia genuina e accattivante.

Incassi: ∗ 200.000€  Critica: ∗∗∗

Chiamatemi Francesco, il Papa della gente

Con Rodrigo De la Serna, Sergio Hernàndez, Muriel Santa Ana, Jose Angel Egido, Alex Brendemuhl. Regia di Daniele Luchetti. Durata 94 min. Uscita nelle sale: giovedì 3 dicembre 2015.

chiamatemi-francesco-locandina

Daniele Luchetti e il suo produttore, Pietro Valsecchi, si sono buttati nell’impresa di raccontare la storia di Bergoglio prima che diventasse Papa con lui ben vivo e presente in Vaticano, senza consultarlo e senza chiedere la collaborazione dell’istituzione ecclesiastica. Questo ha dato loro la (relativa) libertà di raccogliere testimonianze da una quantità di persone più o meno attendibili, di affrontare direttamente il capitolo più spinoso e controverso della vita dell’allora Responsabile provinciale gesuita, ovvero il suo rapporto con la dittatura argentina negli anni fra il 1976 e il 1981, e di prendere le sue parti dando credibilità alla versione della Storia che lo vede a fianco dei desaparecidos e dei preti militanti. La storia di Bergoglio diventa in Chiamatemi Francesco metafora di un mondo diviso fra chi distoglie lo sguardo e chi sceglie di vedere, e in questo è supremamente cinematografica.

Incassi: ∗∗ 3.598.000€  Critica: ∗∗∗½

Il professor Cenerentolo

Con Leonardo Pieraccioni, Laura Chiatti, Davide Marotta, Massimo Ceccherini, Sergio Friscia, Flavio Insinna. Regia di Leonardo Pieraccioni. Durata 92 min. Uscita nelle sale: lunedì 7 dicembre 2015.

il-professor-cenerentolo-poster

Leonardo Pieraccioni in corrispondenza di Natale ha fatto uscire questo suo ultimo lavoro cinematografico, appunto “Il Professor Cenerentolo”, che ha finalmente convinto, e non poco.  La storia, semplice, fila bene e non annoia, l’ex “ciribiribì Kodac” ( il nano Davide Marotta ), è una simpatica riscoperta. Bene Pieraccioni e bene fa al cinema italiano questo film, che, anche con budget limitati, riesce ancora a far divertire. Non totalmente d’accordo la critica, nel ritenerlo un film pienamente riuscito, è piaciuto comunque al pubblico, che non ha fatto mancare il suo apporto, e una cosa appare chiara e lampante, ed è un punto a favore di Pieraccioni e del film: per l’ennesima volta ( e questo è un pregio ), il regista e attore toscano naviga lontano dalle volgarità imperanti del cinema attuale, scegliendo sempre una comicità ed un linguaggio mai scurrili e volgari. Del Professor Cenerentolo, rimangono però parecchi punti a favore, non uno soltanto. Dopo il discutibile Un fantastico Via Vai delle Feste 2013 dove il comico toscano era un attempato fuorisede che autocitava I Laurati, Pieraccioni cerca la via dell’innovazione con una commedia sempre dolce ma con taglio sociale, toccando seppure molto di lato il tema della detenzione e dell’Italia in crisi. Tutti fattori che inducono Leonardo Pieraccioni a portare al cinema una commedia frizzantina, dalle sfumature vagamente sdolcinate e stempiate di realtà, impiantando la mappatura degli eventi nella caratteristica isola di Ventotene, chiaramente arricchita da lineamenti prettamente fiorentini che sanno dare uno smalto colloquiale, fresco e succulento alla pellicola. A vent’anni dal suo esordio cinematografico, il regista de I Laureati decide di rimodulare il suo personaggio, accantonando la verve pungente che lo ha contraddistinto in questi anni per approcciarsi a un uomo più maturo, forse più realista, che osa mettere da parte i sogni e la faciloneria per aggrapparsi disperatamente e smodatamente alla contemporaneità. E tutto sommato a modo suo ci riesce. Non è crepuscolare come “Un fantastico via vai”, ma lo spirito di quei personaggi sospesi in una dimensione quasi atemporale sembra caratterizzare anche le figure del nuovo film di Leonardo Pieraccioni. Insomma una storia all’italiana, in cui le cattive azioni vengono machiavellicamente oberate da nobili intenzioni e per essere liberi, si sa, nel Bel Paese basta solo la fantasia! E di riuscito, rimane come al solito nei film di Pieraccioni, il gioco di squadra e i personaggi di contorno: dal nano con inclinazioni da detective di Davide Marotta, al direttore del carcere interpretato da Flavio Insinna; e poi la bellissima Laura Chiatti, descritta con qualche rotella fuori posto; e soprattutto la follia delirante dell’immancabile Massimo Ceccherini, dai capelli lunghi e biondi, il migliore in assoluto della compagnia.

Incassi: ∗∗½ 5.945.000€  Critica: ∗∗½

• Vacanze ai Caraibi

Con Christian De Sica, Massimo Ghini, Ilaria Spada, Angela Finocchiaro, Luca Argentero, Dario Bandiera. Regia di Neri Parenti. Durata 100 min. Uscita nelle sale: mercoledì 16 dicembre 2015.

y- vacanze ai caraibi

Vacanze ai Caraibi risulta più vintage che vecchio, e alcune sue gag, soprattutto quelle fra De Sica e Ghini, sono ad alta probabilità di diventare instant cult: un cult fatto di volgarità spicciole, peti e peni, equivoci e calembour di bassa e bassissima lega che il film esplicitamente descrive come “cose che si facevano a 13 anni”, ma di possibile effetto comico cumulativo durante la visione (che affinché il trucco funzioni dovrà essere necessariamente collettiva, e a sala gremita), e di probabile citazionismo futuro. Al pubblico natalizio non importerà nulla della valenza metacinematografica di cui sopra, ma apprezzerà i talenti comici sullo schermo che includono, nell’ordine, due performer da vaudeville che si potenziano a vicenda (i veterani Ghini e De Sica), un virtuoso delle imitazioni come Dario Bandiera nei panni di Adriano, una principessa della comicità coatta come Ilaria Spada, sempre molto superiore al materiale affidatole e ormai pronta per ruoli di ben maggiore complessità, un interprete affidabile come Luca Argentero cui il ruolo del bacchettone nordico calza come un guanto (vedi Noi e la Giulia) e una solida comedienne come Angela Finocchiaro, ormai “sposa di fatto” di De Sica dopo Compagni di scuola. A parte però l’indiscussa bravura degli attori, la confezione finale è nulla, sciapita, risaputa. Un film che si può fare a meno di vedere.

Incassi: ∗∗∗ 7.419.000€  Critica: ∗½

• Natale col boss

Con Lillo & Greg, Peppino Di Capri, Francesco Mandelli, Paolo Ruffini, Giulia Bevilacqua. Regia di Volfango De Biasi. Durata 96 min. Uscita nelle sale: mercoledì 16 dicembre 2015.

locandina (5)

Il fatto che “Natale col boss” esca proprio sotto Natale e che parte del film sia ambientato alla vigilia non basta a ridurre il film al mero ruolo di cinepanettone. Qui siamo di fronte ad una commedia ben scritta (da un team di cinque sceneggiatori, fra cui il duo Lillo e Greg che conta per uno ma fa per quattro: è loro l’idea iniziale dell’equivoco Leonardo-Peppino), ben girata, ben montata (senza tempi morti, con ritmo comico) e benissimo recitata da un cast che, oltre a Lillo e Greg e al duo Mandelli-Ruffini (qui diretti in modo da non sbrodolare e non autocompiacersi), vanta alcuni fra i migliori caratteristi della scuola napoletana come Gianfelice Imparato, Giovanni Esposito e Antonio Pennarella. Ma la vera sorpresa di Natale col boss è, oltre a Lillo & Greg, sempre perfetti, Peppino Di Capri, che riesce ad interpretare il ruolo del boss che tanto gli assomiglia con grande credibilità fisica e vocale e interagisce con il se stesso schivo e bonario che il pubblico conosce. Natale col boss possiede la consapevolezza che gli spettatori possono divertirsi a seguire una trama che è sì surreale, ma è anche basata su quanto, al cinema, è ormai “patrimonio” acquisito: una memoria storica dei mafia movie (e del cinema di alcuni autori, in primis Matteo Garrone, citato almeno tre volte), una conoscenza dei meccanismi comici che ne consente il ribaltamento e la variazione, una comprensione dei caratteri che dà spazio al rinnovamento partendo proprio dalla loro riconoscibilità. Ogni attore è utilizzato sulla base delle sue specifiche potenzialità e dello spazio che si è conquistato nell’immaginario collettivo. Ogni battuta fa perno sul ricordo di mille altre, e poi trova la spigolatura innovativa, il piccolo twist intelligente. Si ride senza vergognarsene, si segue il ritmo “in levare” di ogni scena e una comicità che è un susseguirsi di situazioni congruenti non una sequela di gag o di episodi malamente appiccicati l’uno all’altro. Questo non è solo il futuro del cinepanettone, ma il futuro della commedia popolare (all’)italiana, quella da largo pubblico e da sane risate. Ma il film è davvero rilevante, e acclamato dalla critica, e presenta una netta migliorìa rispetto alla pellicola dell’anno precedente, pur essa comunque riuscita. L’anno scorso infatti, Un Natale stupefacente, anche se gradevole non aveva però un ritmo omogeneo, mentre quest’anno gli autori hanno aggiustato il tiro e oliato i meccanismi affidandosi alla struttura più robusta dell’action comedy scappa-scappa a equivoco plurimo.
E se sempre l’anno scorso certi scambi tra gli attori sembravano più adatti al palco di un teatro che al grande schermo, complice l’unità di tempo e luogo, stavolta ci si muove molto e ci si diverte fino alla fine senza evidenti inceppamenti e riempitivi. Non tanto per le battute o i momenti surreali in cui Lillo e Greg sono ormai maestri (e va detto che entrambi hanno qui modo di brillare di luce propria: sono loro i capi-fila dell’operazione, i capo-comici della compagnia, si sarebbe detto in passato), quanto per le situazioni paradossali in cui tutti i personaggi si vengono a trovare e le reazioni che mettono in atto. Natale col boss dunque fa ridere con semplicità e onestà, grazie a Lillo & Greg, che ormai hanno completato la scalata della loro carriera cinematografica, e, quella di Natale col boss, è la vera “nuova” commedia all’italiana scevra di volgarità e più aderente alla realtà. Un film che, titolo a parte, avrebbe potuto uscire anche in un altro periodo dell’anno; ricordiamo inoltre che stavolta Lillo & Greg sono anche autori del film , e non ci si sorprenda più di tanto, la loro è una coppia abituata in teatro e in radio a scriversi i testi da sè. Il che dimostra come Lillo & Greg non abbiano soltanto tempi comici perfetti, dato dal loro ventennale affiatamento, ma abbiano dietro di sè solide basi comico-culturali, per innovare ed innervare finalmente il genere comico all’italiana con stile ed eleganza…e tutto ciò con l’appoggio ( inusuale ) della critica contemporanea. Grande successo di pubblico: secondo incasso del 2015, dietro solo “Si accettano miracoli” di Alessandro Siani.

Incassi: ∗∗∗ 7.490.000€  Critica: ∗∗∗½

• 2016

• Quo vado?

Con Checco Zalone, Eleonora Giovanardi, Sonia Bergamasco, Lino Banfi, Maurizio Micheli. Regia di Gennaro Nunziante. Durata 86 min. Uscita nelle sale: venerdì 1 gennaio 2016.

quo-vado-locandina

Alla sua quarta commedia per il grande schermo Luca Medici racconta un’altra avventura del suo alter ego, quel “cozzalone” pugliese in perenne equilibrio fra conformismo e anarchia, cartina di tornasole dei vizi e dei difetti del popolo italico. Questa volta però il suo spiritaccio sembra edulcorato e, nonostante la storia accattivante e il fuoco di fila di battute gustose, viene meno la sua verve più genuinamente polemica e più “involontariamente” politica. Il risultato è una commedia divertente, ben congegnata dal punto di vista narrativo e ben recitata da tutto il cast (a cominciare da Medici) ma più addomesticata, e meno deliziosamente iconoclasta, delle precedenti. Quo Vado? arriva al cinema in una quantità spaventosa di copie, oltre 1200, e sbanca al botteghino: 22 milioni di euro incassati soltanto nel primo week-end di programmazione; record assoluto di incassi nella storia del cinema italiano, con oltre 64 milioni di euro incassati. Si badi bene però, non è ancora il film più visto della storia del cinema italiano: per farlo dovrebbe superare quota 90 milioni di euro incassati, piuttosto improbabile, per non dire impossibile.

Incassi: ∗∗∗∗∗ record 65.211.000€  Critica: ∗∗

Assolo

Con Laura Morante, Piera Degli Esposti, Francesco Pannofino, Lambert Wilson, Marco Giallini. Regia di Laura Morante. Durata 97 min. Uscita nelle sale: martedì 5 gennaio 2016.

assolo-laura-morante-poster-717x1024

Laura Morante, alla seconda prova come regista e autrice, prosegue il discorso iniziato con Ciliegine costruendo un’altra commedia più francese che italiana, più newyorkese che romana. Con malinconia, ritmo e leggerezza, Laura Morante, incanta la platea, è impossibile non voler bene alla sua Flavia che attraversa il presente incespicando nei suoi errori passati e in qualche modo resta in piedi, che aspira ad uscire dal coro ma non osa l’assolo per paura di stonare. Laura Morante invece è impavida nell’affrontare a testa alta un tema scomodo e apparentemente poco commerciale come i 50 anni delle donne che improvvisamente si sentono inutili, invisibili e inette, ponendo da sole il prefisso “in” davanti ai loro desideri e accettando di dipendere ancora e ancora da quello sguardo maschile condizionato ad orientarsi verso donne più giovani e più disposte all’adulazione. Il film della Morante rifiuta per la sua protagonista la corda del grottesco: l’autrice si regala un autoritratto pieno di grazia e ironia, mai beffardo o crudele, poco incline ai patetismi e ai compiacimenti vittimisti. Laura Morante, pluri-premiata attrice del nostro cinema, diventa ogni giorno più brava e in fondo anche bella.

Incassi: ∗½ 1.565.000€  Critica: ∗∗∗½

La corrispondenza

Con Jeremy Irons, Olga Kurylenko, Simon Anthony Johns, James Warren, Shauna Macdonald. Regia di Giuseppe Tornatore. Durata 116 min. Uscita nelle sale: giovedì 14 gennaio 2016.

la corrispondenza

Giuseppe Tornatore si cimenta nell’adattamento cinematografico del suo romanzo “La corrispondenza” come autore del soggetto, sceneggiatore e regista. La corrispondenza è un melodramma tout court, con tanto di implacabile musica straziante di sottofondo (l’autore è Ennio Morricone, e ovviamente le musiche sono sontuose). Nonostante la cura con cui Tornatore predispone, illumina e allestisce ogni scena, la sua maestria registica, la costruzione a matrioska di ogni inquadratura che vede schermi incastonati l’uno dentro l’altro, come si conviene al cinema 2.0, non bastano a compensare una trama barocca e via via sempre meno probabile. Tornatore si incammina su un terreno davvero pericoloso, quello della cinematografia “amore oltre la morte”, costellata di esempi (per lo più anglosassoni, e infatti La corrispondenza è girato in lingua inglese) più o meno riusciti, a seconda della capacità autoriale di mescolare realismo magico e coté romantico, e di ingenerare nel pubblico quella sospensione dell’incredulità che è il fondamento di tutto il cinema, e in modo imprescindibile di quello “ultraterreno”. Una storia inusuale, che fa parte comunque del grande cinema, e di questo bisogna dare atto ad un talento importante come Tornatore.

Incassi: ∗∗ 3.090.000€  Critica: ∗∗½

Se mi lasci non vale

Con Vincenzo Salemme, Carlo Buccirosso, Paolo Calabresi, Serena Autieri, Tosca D’Aquino, Carlo Giuffré. Regia di Vincenzo Salemme. Durata 96 min. Uscita nelle sale: giovedì 21 gennaio 2016.

y- se mi lasci non vale

Salemme regista porta al cinema un soggetto scritto da lui stesso insieme a Paolo Genovese e Martino Coli e lo sceneggia trasformandolo in una commedia degli equivoci dal sapore teatrale. Di più: nelle mani di Salemme, “Se mi lasci non vale” diventa (anche) una metafora sul teatro e una riflessione divertita sul mestiere dell’attore, dai tempi della recitazione come chiave di volta della buona riuscita di una pièce all’ego di certi interpreti che trasformano ogni dialogo in un monologo (un autentico gesto di autoironia, per l’autore napoletano). Ci scappano parecchie battute dissacranti contro gli attori che si prendono troppo sul serio, come: “Devi entrare nel personaggio? Apri la porta, ed entri”, e sulla smania di certi interpreti affamati di riconoscimenti di “ripulirsi” dal proprio accento regionale (salvo poi ricaderci appena perdono le staffe).
Funzionano bene soprattutto i siparietti fra Salemme e Carlo Buccirosso, che ha il ruolo di Alberto, reminescenti della lezione di Eduardo, e il trittico finale, che vede protagonista anche Tosca D’Aquino (Federica), è una piccola lezione di teatralità partenopea. Ma funziona bene anche la coppia Calabresi-Autieri (Paolo e Sara), che viaggia sulle corde della tenerezza e incorpora senza sforzo la romanità di lui, avvolta nella napoletanità accogliente e luminosa di lei. Il cammeo di Carlo Giuffré nei panni del padre di Paolo chiude il cerchio, aggiungendo un tocco di classe all’intera messinscena. La storia fila via veloce grazie ad un Salemme in grande spolvero che sà come si crea e si sviluppa una commedia di successo, lui che proviene dalla grande scuola di Eduardo. Le battute sono ben scritte, gli attori gradevoli e credibili quel tanto che basta perché questa commedia salga al di sopra dello standard italiano contemporaneo, e faccia uscire il pubblico di sala con un sorriso invece che con una smorfia di disappunto.

Incassi: ∗∗ 2.227.000€  Critica: ∗∗∗

L’abbiamo fatta grossa

Con Carlo Verdone, Antonio Albanese, Anna Kasyan, Francesca Fiume, Clotilde Sabatino. Regia di Carlo Verdone. Durata 98 min. Uscita nelle sale: giovedì 28 gennaio 2016.

y- l'abbiamo fatta grossa

 Nato da un’idea del solito, trascinante Carlo Verdone, “L’abbiamo fatta grossa” è un film nuovo, di rottura, un’opera che si prende il rischio di voler rappresentare lo specchio dei tempi attuali e si inoltra fra le strade della Roma umbertina, storicamente quella meno frequentata dal cinema. Laddove però Verdone osa di più, è nella scelta di avere come coprotagonista del suo venticinquesimo film il grande Antonio Albanese, della commedia all’italiana moderna, l’attore più sensibile e più talentuoso. Reduce dalla meraviglia de “L’intrepido”(2013), lodato al festival di Venezia, nel quale sembra davvero uno “Charlot dei tempi moderni”, con quel suo viso triste e quel sorriso venato di malinconia. Carlo Verdone e Antonio Albanese, attori brillanti di “rango” superiore, per la prima volta insieme, pescano abbondantemente nel proprio repertorio personale fatto per entrambi di maschere tragicomiche che tanto ci hanno dato in passato, e costruiscono una commedia venata da uno stile malinconico che giova al film. Il lavoro registico imponente di Verdone, che lima pazientemente situazioni e battute alla ricerca dei ritmi, dei tempi, degli incastri giusti con il profilo e lo stile del coprotagonista, riesce a legare perfettamente la sua comicità “realista”, con quella funambolica, fisica e surreale di Albanese. E se entrambi, singolarmente, sono in grado di cogliere e riprodurre il ridicolo di una situazione o di un personaggio, il binomio diventa addirittura travolgente quando il ritmo del film tende a salire, per intenderci quando c’è da scappare o da restituire refurtive. La comune goffaggine, insieme alla furbizia e alla perizia nel riprodurre gli italici dialetti, produce infatti effetti portentosi. I due protagonisti, Carlo stesso e Antonio Albanese (new entry nella variopinta galleria di partner che sempre Verdone ha scelto con curiosità e disponibilità, e questa è una combinazione più audace di altre), si pongono come due ingrigiti ragazzi spaventati ed eccitati dall’averla, appunto, fatta grossa. Come in un’avventura per adolescenti un po’ antiquata. Astratta come un gioco senz’altro scopo che il gioco stesso, priva di qualsiasi aggancio a quanto accade realmente intorno. Carlo è un detective privato tanto malridotto da vivere con la vecchia zia un po’ picchiatella. Antonio (in realtà il personaggio si chiama Yuri Pelagatti, e l’altro Arturo Merlino) invece è un attore forse dotato ma tanto abbattuto dall’abbandono della moglie da non ricordare più una battuta e di conseguenza ridotto al lastrico. L’incontro avviene perché quest’ultimo pretende di far pedinare l’ex moglie per dimostrarne, inutilmente, l’infedeltà. La diversità di “gioco” e di provenienza, cesellata dal lungo lavoro sulla coppia effettuato da entrambi, tende a non sentirsi. Giustamente Verdone non vuole “domare” Albanese, che è un condensato di pura energia, ma lasciandolo immerso nella commedia, fa uscire quel suo lato poetico così mirabilmente “sfruttato” da Francesca Archibugi in “Questione di Cuore” o da Silvio Soldini in “Giorni e nuvole”. L’ alchimia tra questi due assi della nostra commedia moderna, è dunque scattata, e anche il pubblico ha dimostrato di gradire: 3 milioni e mezzo di euro incassati soltanto nel primo week-end. Un film da vedere, che si erge dalla mediocrità dilagante del cinema attuale.

Incassi: ∗∗∗ 7.622.000€  Critica: ∗∗∗

 • Perfetti sconosciuti

Con Kasia Smutniak, Giuseppe Battiston, Anna Foglietta, Marco Giallini, Edoardo Leo, Valerio Mastrandrea. Regia di Paolo Genovese. Durata 97 min. Uscita nelle sale: giovedì 11 febbraio 2016.

perfetti sconosciuti

Quante coppie si sfascerebbero se uno dei due guardasse nel cellulare dell’altro? È questa la premessa narrativa dietro la storia di un gruppo di amici di lunga data che si incontrano per una cena destinata a trasformarsi in un gioco al massacro. E la parola gioco è forse la più importante di tutte, perché è proprio l’utilizzo “ludico” dei nuovi “facilitatori di comunicazione” – chat, whatsapp, mail, sms, selfie, app, t9, skype, social – a svelarne la natura più pericolosa: la superficialità con cui (quasi) tutti affidano i propri segreti a quella scatola nera che è il proprio smartphone (o tablet, o pc) credendosi moderni e pensando di non andare incontro a conseguenze, o peggio ancora, flirtando con quelle conseguenze per rendere tutto più eccitante. I “perfetti sconosciuti” di Genovese in realtà si conoscono da una vita, si reggono il gioco a vicenda e fanno fin da piccoli il gioco della verità, ben sapendo che di divertente in certi esperimenti c’è ben poco. E si ostinano a non capire che è la protezione dell’altro, anche da tutto questo, a riempire la vita di senso. Paolo Genovese affronta di petto il modo in cui l’allargarsi dei cerchi nell’acqua di questi “giochi” finisca per rivelare la “frangibilità” di tutti: e la scelta stessa di questo vocabolo al limite del neologismo, assai legato alla delicatezza strutturale di strumenti così poco affidabili e per loro stessa natura caduchi come i nuovi media, indica la serietà con cui il team degli sceneggiatori ha lavorato su un argomento che definire spinoso è poco, visto che oggi riguarda (quasi) tutti. Per una volta il numero degli sceneggiatori (cinque in questo caso, fra cui lo stesso Genovese, senza contare l’intervento importante degli attori che si sono cuciti addosso i rispettivi dialoghi) non denota caos e debolezza strutturale, ma sforzo corale per raccontare una storia che è intrinsecamente fatta di frammenti (verrebbe da dire di bit, byte e pixel), corsa ad aggiungere esempi sempre più calzanti tratti dal reale. Il copione lavora bene sugli incastri e sugli snodi narrativi che rimangono fondamentalmente credibili, instilla verità nei dialoghi (che certamente verranno riecheggiati sui social e nelle conversazioni da salotto, perché questo fanno certe “conversazioni”: l’eco), descrive tipi umani riconoscibili. Il cast, anch’esso corale, fa onore al testo, e ognuno aggiunge al proprio ruolo una parte di sé, un proprio timore reale. Perché questa società così liquida da tracimare di continuo, sommergendo ogni nostra certezza, fa paura a tutti, e tutti ne portiamo già le cicatrici, abbiamo già assunto la posizione del pugile che incassa e cerca di restare in piedi (o sopravvivere, come canta il motivo di apertura sopra i titoli di testa). Il tono è adeguato alla narrazione: non melodrammatico (alla L’ultimo bacio), non romanticamente nostalgico (alla Il nome del figlio), non farsesco, non cinico, ma comico al punto giusto, con sfumature sarcastiche e iniezioni di dolore. Questa “cena delle beffe” attinge a molto cinema francese e americano, ma la declinazione dei rapporti fra i commensali è italiana, con continui riferimenti a un presente in cui il lavoro è precario, i legami fragili e i sogni impossibili. La scrittura è crudele, precisa, disincantata, e ha il coraggio di lasciare appese alcune linee narrative, senza la compulsione televisiva a chiudere ogni scena. C’è anche una coda alla Sliding Doors che mostra come il “gioco” (prima che diventi al massacro) sia gestibile solo con l’ipocrisia e l’accettazione di certe regole non scritte: ed è questa la strada che più spesso scelgono gli esseri “frangibili”.

Incassi: ∗∗∗∗ 15.438.000€ ( agg. al 24 marzo 2016 )  Critica: ∗∗∗½

• Onda su onda

Con Rocco Papaleo, Alessandro Gassmann, Luz Cipriota, Massimiliano Gallo. Regia di Rocco Papaleo. Durata 102 min. Uscita nelle sale: giovedì 18 febbraio 2016.

onda su onda film

Rocco Papaleo, per la sua terza prova da regista, chiama ancora una volta Alessandro Gassman con cui aveva già lavorato nel suo esordio da regista, “Basilicata Coast to Coast”, ma anche nel film di Francesca Archibugi, “Il nome del figlio”. Gegè ( Papaleo ) è un cantante confidenziale che non è mai stato “messo davanti”, cioè non è mai riuscito a brillare sotto la luce dei riflettori. Ruggero ( Gassmann) è un cuoco che non vuole scendere dalla nave su cui viaggia ininterrottamente da quattro anni (ma è anche “uno psicologo e un rompicoglioni”). I due si incontrano sulla nave che li porta a Montevideo, dove Gegè dovrà tenere il megaconcerto che rimpinguerà le sue finanze e, forse, darà una svolta alla sua vita, e Ruggero dovrà prendere le ferie obbligatorie mai consumate. Ovviamente i due al primo incontro si detestano, ma quell’odio è destinato a trasformarsi in complicità, dato che in fondo sono entrambi artisti incompresi in cerca di una via d’uscita dalla propria solitudine esistenziale. Rocco Papaleo si cimenta nella sua terza regia, e questa volta il risultato è misto: non centrato come “Basilicata Coast to Coast”, non malinconico come “Una piccola impresa meridionale”, ma ancora una volta appartenente ad un genere a sé, che potremmo definire come “jazz cinema”: in controcanto, raffinato, scadenzato da una metrica tutta sua, a tratti deliziosamente estemporaneo, quasi sempre vagamente divergente.  La storia è curiosa – un gioco degli equivoci che flirta addirittura con l’incesto – adeguatamente sfruttata a scopo comico, dalla celebre coppia di amici, prima che attori. Papaleo nei panni di Gegé tira fuori quella corda surreale e straniante che è la sua vena originale, e Alessandro Gassman nel ruolo di Ruggero lavora di fino su un personaggio tutto d’un pezzo e rigidamente malinconico che fa pensare alle interpretazioni dell’età matura di suo padre Vittorio. Intorno c’è un Sudamerica nostalgico e fortemente caratterizzato dalla presenza italiana, ben raccontato per immagini dalla direttrice della fotografia Maura Morales e struggente come una milonga: un Uruguay che fa il paio con la Basilicata di Papaleo, quanto a capacità di essere simultaneamente arcaico e futuribile.
Il regista-sceneggiatore-interprete vibra della sua unicità, scegliendo di descriverla “in levare” perché, come recita il nome della casa di produzione di Papaleo, “less is more”. La ricchezza di “Onda su onda”  sono i mezzi toni, quell’andamento lento e gentile assecondato da una recitazione sobria e contenuta, con entrambi gli attori supportati dalla bella attrice sudamericana Luz Cipriota.

Incassi: ∗ 608.000€  Critica: ∗∗½

• Fuocoammare

Con Samuele Pucillo, Mattias Cucina, Samuele Caruana, Pietro Bartolo. Regia di Gianfranco Rosi. Durata 107 min. Uscita nelle sale: giovedì 18 febbraio 2016.

Fuocoammare-poster-locandina-2016

Gianfranco Rosi racconta Lampedusa attraverso la storia di Samuele, un ragazzino che va a scuola, ama tirare sassi con la fionda che si è costruito e andare a caccia di uccelli. Preferisce giocare sulla terraferma anche se tutto, attorno a lui, parla di mare e di quelle migliaia di donne, uomini e bambini che quel mare, negli ultimi vent’anni, hanno cercato di attraversarlo alla ricerca di una vita degna di questo nome trovandovi spesso, troppo spesso, la morte. Per comprendere appieno un film di Gianfranco Rosi è prioritariamente indispensabile liberarsi da una sovrastruttura mentale alla quale molti hanno finito con l’aderire passivamente e in modo quasi inconscio ed indolore. Si tratta del format dell’inchiesta giornalistico-televisiva che si concretizza in immagini scioccanti, in interviste più o meno interessanti finalizzate a un impianto (in particolare sulla tematica delle migrazioni) ideologicamente preconfezionato. O si è pro o si è contro la presa in carico del fenomeno e su questa base si costruisce la narrazione. Rosi, come il Salgado che abbiamo potuto conoscere grazie a Il sale della terra diretto da Wim Wenders, si allontana in maniera netta da quanto descritto sopra a partire dalla scelta, fondamentale, di aborrire il cosiddetto documentario ‘mordi e e fuggi’ che vede la troupe giungere sul luogo, pretendere di capire in fretta o comunque di mettere in ordine i propri pregiudizi e ripartire quando pensa di ‘avere abbastanza materiale’. Il regista è rimasto per un anno a Lampedusa entrando così realmente nei ritmi di un microcosmo a cui voleva rendere una testimonianza assolutamente onesta.
Samuele è un ragazzino con l’apparente sicurezza e con le paure e il bisogno di capire e conoscere tipici di ogni preadolescente. Con lui e con la sua famiglia entriamo nella quotidianità delle vite di chi abita un luogo che è, per comoda definizione, costantemente in emergenza. Grazie a lui e al suo ‘occhio pigro’, che ha bisogno di rieducazione per prendere a vedere sfruttando tutte le sue potenzialità, ci viene ricordato di quante poche diottrie sia dotato lo sguardo di un’Europa incapace di rivolgersi al fenomeno della migrazione se non con l’ottica di un Fagin dickensiano che apre o chiude le frontiere secondo il proprio tornaconto. Samuele non incontra mai i migranti. A farlo è invece il dottor Bartolo, unico medico di Lampedusa costretto dalla propria professione a consatatare i decessi ma capace di non trasformare tutto ciò, da decine d’anni, in una macabra routine, conservando intatto il senso di un’incancellabile partecipazione. Rosi non cerca mai il colpo basso, neppure quando ci mostra situazioni al limite. La sua camera inquadra vita e morte senza alcun compiacimento estetizzante ma con la consapevolezza che, come ricordava Thomas Merton, nessun uomo è un’isola e nessuna Isola, oggi, è come Lampedusa.

Incassi: ∗ 693.000€  Critica: ∗∗∗∗

• Tiramisù

Con Fabio De Luigi, Vittoria Puccini, Alberto Farina, Angelo Duro, Giulia Bevilacqua. Regia di Fabio De Luigi. Durata 97 min. Uscita nelle sale: giovedì 25 febbraio 2016.

zzz- tiramisù

Fabio De Luigi debutta alla regia con questa commedia da lui stesso scritta e interpretata, prodotta da Maurizio Totti e popolata da molte facce note della scuderia Colorado. Purtroppo però De Luigi, come recita una battuta del film, ha visto (e fatto) troppa televisione, e questa storia di frustrazioni e riscatti rimane solidamente ancorata al linguaggio, alle ambientazioni e ai caratteri del piccolo schermo. La trama è piena di implausibilità, fin dalle prime scene (ad esempio quella in cui, all’interno di una sala cinematografica, Aurora spiega nel dettaglio la ricetta del suo tiramisù); i personaggi non sembrano avere alcuna attinenza al reale, né nelle emozioni né nelle reazioni; Aurora e Franco rivelano inspiegabilmente (se non fosse per la provenienza regionale dei due interpreti) l’una un lieve accento toscano, l’altro un pesante accento siciliano; Antonio, pur non essendo un ignorante, non ha mai sentito parlare del pittore Andrea Mantegna (che definisce “uno straniero minore”); le scene si svolgono in una geografia immaginaria che mette insieme Roma e (probabilmente) il Friuli che ha finanziato in parte il film. Le caratterizzazioni, a parte quella dell’onnipresente De Luigi, sono appena abbozzate, dal cognato odioso alla moglie iperpaziente e divertita da tutte le battute del marito all’amico nostalgico Marco che non riesce a far funzionare un’enoteca dal nome Vini e vinili – ottima idea di marketing, di questi tempi – che invece decollerà dopo essere stata trasformata in un obsoleto discobar popolato da strappone.
Qualsiasi episodio di Love Bugs era più divertente e persino più credibile di Tiramisù, ed è un peccato, perché De Luigi è stato un comico originale alla corte della Gialappa’s e un interprete interessante nella squadra di Gabriele Salvatores e Alessandro Genovesi. Ma la sua vera identità individuale d’autore deve ancora venire allo scoperto.

Incassi: ∗∗ 2.062.000€ Critica: ∗∗

• Lo chiamavano Jeeg Robot

Con Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli, Stefano Ambrogi, Maurizio Tesei. Regia di Gabriele Mainetti. Durata 112 min. Uscita nelle sale: giovedì 25 febbraio 2016.

lo-chiamavano-jeeg-robot_notizia

Quello realizzato da Gabriele Mainetti è un superhero movie classico, con la struttura, le finalità e l’impianto dei più fulgidi esempi indipendenti statunitensi. Pensato come una “origin story” da fumetto americano degli anni ’60, girato come un film d’azione moderno e contaminato da moltissima ironia che non intacca mai la serietà con cui il genere è preso di petto, Lo chiamavano Jeeg Robot si muove tra Tor Bella Monaca e lo stadio Olimpico, felice di riuscire a tradurre in italiano la mitologia dell’uomo qualunque che riceve i poteri in seguito a un incidente e che, attraverso un percorso di colpa e redenzione, matura la consapevolezza di un obbligo morale.
Il risultato è riuscito oltre ogni più rosea aspettativa, somiglia a tutto ma non è uguale a niente, si fa bello con un cast in gran forma scelto con la cura che merita ma ha anche la forza di farlo lavorare per il film e non per se stesso. Claudio Santamaria è il protagonista, outsider da tutto, un po’ rintronato e selvaggio, avido, alimentato a film porno, pieno di libido ma anche dotato della dirittura morale migliore; Luca Marinelli è la sua nemesi, piccolo boss eccentrico e sopra le righe, spaventoso e sanguinario con i suoi occhi piccoli e iniettati di follia ma anche malato di immagine (ha partecipato a Buona Domenica anni fa e sogna di diventare famoso e rispettato con il crimine), l’anello di congiunzione tra la borgata di Roma e il Joker. Intorno a loro un trionfo di comprimari tra i quali spicca (per adeguatezza alla parte e physique du role) Ilenia Pastorelli. Il duo creativo Mainetti/Guaglianone (regia e sceneggiatura) si era già fatto notare anni fa, prima mettendo in scena Lupin III con attori romani (tra cui Valerio Mastandrea nella parte principale) nel corto Basette e poi con Tiger boy (alla lontana ispirato a L’uomo tigre). I due, con la collaborazione alla sceneggiatura di Menotti, hanno così costruito un percorso creativo e tecnico originale centrato sulla forza dell’ispirazione. Ciò che nel loro primo lungometraggio emerge infatti è come le storie che assorbiamo influenzino la nostra vita, come siamo i primi a desiderare una narrazione di noi stessi. Alessia crede che Jeeg Robot esista, Enzo sa bene che non è così eppure lentamente comincia ad aderire alla sua visione senza senso per la quale è lui l’eroe, comincia a crederci e a ragionare in quella maniera. Da quando sostituisce i DVD porno con quelli della serie animata nella sua dieta mediatica inizia anche a maturare un’altra consapevolezza, dentro di lui germogliano altri concetti. Guardando un mito e assistendo alle sue storie egli stesso si “fa” personaggio.
Ma anche a un livello più immediato quello di Lo chiamavano Jeeg Robot è un trionfo di puro cinema, di scrittura, recitazione, capacità di mettere in scena e ostinazione produttiva, un lungometraggio come non se ne fanno in Italia, realizzato senza essere troppo innamorati dei film stranieri ma sapendo importare con efficacia i loro tratti migliori. Soprattutto è un’opera che si fa portatrice di una visione di cinema d’intrattenimento priva di boria e snoberia intellettuale, una boccata d’aria fresca per come afferma che il meglio di quest’arte non sta nel contenuto o nel tema ma nella forma (da cui tutto il resto discende). Nonostante un budget evidentemente inadeguato al tipo di storia Lo chiamavano Jeeg Robot è un trionfo di movimenti interni alle inquadrature, di trovate ironiche e invenzioni visive, un tour de force di montaggio creativo e fotografia ispirata (per non dire di effetti digitali a costo contenuto), tutto ciò che serve per raccontare un mito senza crederci troppo e divertendosi molto.

Incassi: ∗∗½ 5.o43.000€  Critica: ∗∗∗∗

• Mi rifaccio il trullo

Con Uccio De Santis, Lorena Cacciatore, Umberto Sardella, Franco Paltera, Stefano Masciarelli, Gianni Ciardo, Antonella Genga. Regia di Vito Cea. Durata 96 min. Uscita nelle sale: giovedì 3 marzo 2016.

mi rifaccio il trullo- foto 4

L’opera seconda dell’attore pugliese Uccio De Santis, è un film semplice, spensierato e leggero, ma che non si ferma ad una comicità fine a se stessa. Nella denuncia sociale del furto dei trulli, sempre più frequente, o quello degli ulivi monumentali e dei muretti a secco, sottratti da ignoti, specie nel Salento, per essere utilizzati in alcune ville private del nord, si avvertono chiari e limpidi sentori da commedia all’italiana. Come anche nell’insieme delle caratterizzazioni del microcosmo favolistico di questo paese immaginario, Canneto, che potrebbe essere uno qualsiasi degli stupendi paesi della Valle d’Itria, con il suo maresciallo ( Franco Paltera ) alle prese con uno strano metodo per smettere di fumare; con il suo prete ( Gianni Ciardo ) in grado di carpire per primo gli umori dei compaesani; l’esilarante direttore della banda comunale ( Giacinto Lucariello ); il cognato imbranato ( Umberto Sardella ); o la dispotica sorella di Uccio ( Antonella Genga ). Tutte queste caratterizzazioni, cementate da anni di collaborazione in comune, sembrano quasi delle figurine tratte dalle commedie rurali, di Comencini o di Risi, che rappresentavano il microcosmo italiano di provincia degli anni ’50: il prete, il maresciallo, la levatrice, intorno cui ruotava la storia nel suo insieme. E questa non è altro che la storia di una provincia italiana, di una regione, la Puglia, salita negli ultimi anni alla ribalta, tanto nell’arte cinematografica, quanto nel settore turistico, soprattutto nella Valle d’Itria e nella più meridionale penisola salentina. La Puglia descritta da Uccio, è una Puglia sana, genuina, ancora rurale nella sua mentalità, ancora ancorata alle tradizioni e ai costumi del passato, perciò in grado di emozionare e di arrivare dritta al cuore. Uccio De Santis si cala alla perfezione nel ruolo del caricaturale ragazzo di provincia dal dialetto fortemente marcato, instancabile nel sognare un futuro idilliaco in America, ma che in fondo l’America l’ha trovata qui in Puglia: va in giro, infatti, con uno strano cappello da cowboy, tanto da essere soprannominato il “John Wayne dei Trulli”. Il coraggio maggiore di quest’opera è quella, finalmente, di voler rappresentare la Puglia, dal suo interno, vista con gli occhi di chi la vive ogni giorno, e non di chi da fuori la vede a modo suo. Una Puglia ricca di colori, di suoni, di eclettica vivacità, tanto che il “National Geographic” qualche mese fa, la definì la regione più bella del mondo, e il film di Uccio e della sua allegra banda di grandi caratteristi e attori, non ha fatto altro che confermare ciò. Un film che rimane, senza dubbio, da vedere e da apprezzare soprattutto per un dato, di grande valore e importanza, negli abulici tempi attuali: “Mi rifaccio il trullo” è un film scevro da qualsiasi volgarità o da qualsiasi parolaccia, e questo rafforza ancora di più il legame con tanto cinema italiano rurale della metà degli anni ’50. Un ritorno, davvero è il caso di dirlo, allo stile e alla leggiadria degli anni d’oro del nostro cinema. In ultimo, “Mi rifaccio il trullo”, uscito in 60 sale, disseminate soprattutto tra Puglia e Basilicata, ha fatto registrare nel primo week-end di programmazione, un’ottima affluenza nelle sale.

Incassi: ∗½ 300.000€  Critica: ∗∗∗

Forever Young

Con Fabrizio Bentivoglio, Sabrina Ferilli, Lillo, Luisa Ranieri, Teo Teocoli, Lorenza Indovina, Nino Frassica. Regia di Fausto Brizzi. Durata 95 min. Uscita nelle sale: giovedì 10 marzo 2016.

CMYK base

Il regista Fausto Brizzi torna alla regia per affrontare, anche da sceneggiatore, uno dei temi più caldi della contemporaneità, soprattutto in un’Italia che non fa largo ai giovani ma allo stesso tempo è pronta a rottamare chi ha qualche capello bianco. In parte Brizzi centra l’obiettivo, in parte perde l’occasione di girare un film veramente importante: quel che fa la differenza in negativo è la tendenza ad edulcorare gli aspetti più dolorosi, scansando l’amarezza e la paura che invece sono intrinseche (ed essenziali) all’argomento. Là dove Perfetti sconosciuti rivoltava più e più volte il coltello nella piaga, anche ad effetto comico, Forever Young si tiene un passo indietro, evita di affondare la lama come se “paresse brutto” e si dovesse rimanere fedeli ad un’estetica paratelevisiva in cui le comparse sono tutte attraenti, il product dello sponsor va piazzato a tutti i costi, la musica è a palla, non esistono frasi dette a mezza voce (o rimaste ferme nella strozza), gli artisti sono zero assoluti e Roma è un gigantesco attico con vista. C’è differenza fra una lettura critica, o una satira sociale, e una rappresentazione che in qualche modo glorifica ciò che mette in discussione, accontentandosi di sorridere invece che di ridere amaro. La storia più convincente, anche perché è quella che ha un epilogo non banale, e perché Bentivoglio ha il coraggio (attoriale) di rendersi consapevolmente ridicolo, è quella che vede protagonista Giorgio. La più divertente, perché azzarda le corde del grottesco, è la parabola di Diego, che può contare sulla vis comica di Lillo e sul sostegno di almeno un cammeo straordinario: quello di Nino Frassica nei panni di un prelato adibito a misurare la compatibilità di Diego con un’emittente radiofonica religiosa. Le battute migliori giocano sul contrasto fra vintage e postmoderno: “Dove lo trovi il tempo di fare la pasta a mano?” “Non ho Facebook”. E da tempo non si sentiva un’allusione sessuale tanto delicata ed evocativa (per chi è nato prima dei cd) come: “Da quant’è che non metti la puntina sul vinile?”. Ma se il contrasto da illustrare era quello fra “il nuovo che avanza contro il vecchio che non molla”, il linguaggio del racconto avrebbe dovuto essere meno “antico”, e lo spazio per il nuovo – in termini di soluzioni creative e di coraggio nell’essere scomodi e sgradevoli – più ampio.

Incassi: ∗½ 1.571.000€  Critica: ∗∗½

• Un paese quasi perfetto

Con Silvio Orlando, Carlo Buccirosso, Nando Paone, Miriam Leone, Fabio Volo. Regia di Massimo Gaudioso. Durata 92 min. Uscita nelle sale: giovedì 24 marzo 2016.

zzz- un paese quasi perfetto

“Un paese quasi perfetto” è il remake italiano di un film francocanadese del 2003, La grande seduzione, ma è soprattutto il tentativo di bissare il successo di un altro remake, quel Benvenuti al Sud sceneggiato dallo stesso Gaudioso. E se è vero che Gaudioso ha una grande abilità nell’adattare alla realtà italiana storie che provengono da altri paesi, non è altrettanto abile nel rendere i suoi personaggi riconoscibili nel contesto dell’Italia contemporanea. È certamente intenzionale la scelta di una cifra retrò e del tono favolistico di cui sopra, ma anche nelle caratterizzazioni più stilizzate ci deve essere un riscontro di verità, un sottotesto autentico che qui manca, e che invece sarebbe necessario parlando di crisi economica e di problemi reali come la perdita del lavoro e l’abbandono dei paesi da parte dei neodisoccupati. I protagonisti sono Domenico, Nicola e Michele interpretati da SIlvio Orlando, Carlo Buccirosso e Nando Paone, i quali non si rassegnano alla cassa integrazione e cercano di restituire dignità a quello che un tempo era un laborioso centro minerario. E’ la storia dunque, di tre amici che vivono a Pietramezzana, paesino di fantasia nelle Dolomiti lucane di cui cercano di risollevare le sorti. L’occasione sembra essere l’apertura di una nuova fabbrica, ma oltre al reperimento di una cifra consistente da parte della banca locale diretta da Nicola si richiede la presenza di un medico in loco, figura che a Pietramezzana manca da tempo. Per fortuna passa di lì Gianluca Terragni, un chirurgo plastico del Nord che deve scontare un’infrazione: quale punizione migliore che costringerlo a praticare in paese per un mese, potendo così mostrare la sua presenza agli investitori della fabbrica? Del quartetto spiccano Fabio Volo, sempre fedele a se stesso, e Carlo Buccirosso, sempre in grado di gestire bene il suo spazio filmico, anche perché il suo è l’unico ruolo davvero originale della storia, ovvero il bancario con una coscienza che rifiuta di essere considerato alla stregua di un Bancomat e crede ancora che le banche abbiano una mission diversa da quella di arricchirsi: quella di investire nei propri clienti, restituendo loro la fiducia in se stessi, oltre che la speranza in un futuro migliore. Una favola simpatica e leggera: di altri tempi!

Incassi: ∗½ 1.504.000€  Critica: ∗∗½

• Il bambino di vetro

Con Paolo Briguglia, Vincenzo Ragusa, Chiara Muscato, Vincenzo Albanese, Fabrizio Romano. Regia di Federico Cruciani. Durata 85 min. Uscita nelle sale: giovedì 14 aprile 2016.

zzz- il bambino di vetro

Esiste per ogni bambino un momento in cui arriva la maturazione di quei concetti che fino al giorno prima appartengono solo al mondo degli adulti. Accade così che a Palermo un bambino in poco tempo assista ad alcune scene che lo porteranno a capire cosa siano le famiglie mafiose. Tra il padre, la madre e la vita in strada non potrà fare a meno di rendersi conto del mondo che lo circonda. Potrebbe essere un romanzo di formazione mafiosa, genere inventato ma che bene racchiuderebbe diversi film che abbiamo visto in questi anni con in comune delle storie di maturazione della consapevolezza criminale. Il cinema siciliano (non solo quello girato da siciliani) è molto concentrato a raccontare la mafia dal punto di vista infantile, come perdita dell’innocenza e scoperta del male. Il bambino di vetro però non sembra avere lo spirito duro che la materia richiede. Non si può certo dire che Il bambino di vetro non sia onesto, l’adesione incondizionata alla fragilità e al pietismo nei confronti del protagonista il film li manifesta fin da un titolo che mette lo spettatore immediatamente sui binari della compassione. Lo sguardo dall’alto verso il basso nei confronti del suo protagonista tuttavia non è mai contaminato da un senso di giustizia sociale (com’era per il cinema della liberazione), di una profonda comprensione umana (com’era per Truffaut) o ancora da un forte senso etico (com’era per Rossellini).
Nel maneggiare i bambini al cinema è infatti facile cadere nella trappola dello smielato, idealizzare il loro mondo contrapposto a quello reale o trovare un tono eccessivamente apologetico. Il bambino di vetro non sfugge a questi difetti, centra la sua storia su una famiglia e un bambino che segue con sguardo paternalistico senza avere la forza di dipingere anche le tinte più fosche del suo mondo. Il male è tutto intorno e mai dentro, come tale è stigmatizzato, facile da identificare e nettamente contrapposto al bene. Tutto è manicheo, poco sembra riuscire a parlare della complessità della realtà e molto ricalca la favola, anche se si sta parlando di mafia.

Incassi:∗½ Critica: ∗∗½

Nemiche per la pelle

Con Margherita Buy, Claudia Gerini, Giampaolo Morelli, Paolo Calabresi, Gigio Morra. Regia di Luca Lucini. Durata 92 min. Uscita nelle sale: giovedì 14 aprile 2016.

zzz- nemiche per la pelle

L’ennesima strana coppia del grande schermo questa volta è tutta al femminile, e sorretta da alcune artiste di valore anche dietro alle quinte, dalla sceneggiatrice Doriana Leondeff alla produttrice Donatella Botti. Alla regia c’è Luca Lucini, che ha i tempi agili della commedia ma tende a pattinare in superficie, e a coprire con una patina glamour le problematiche suggerite dai copioni. Funziona bene la chimica fra le due attrici protagoniste: Buy e Gerini sono davvero una buffa strana coppia anche nell’immaginario collettivo, e saggiamente ricamano sulla percezione pubblica dei rispettivi personaggi per regalare più sfaccettature a Lucia e Fabiola.
Soprattutto Claudia Gerini affronta con piglio sicuro il ruolo di Fabiola, senza paura di apparire greve o politicamente scorretta: si ha l’impressione che si sarebbe spinta anche oltre, con maggiore effetto comico, se la regia gliel’avesse consentito. Margherita Buy, come già in Io e lei, le fa generosamente da spalla e da contraltare comico, ed è incoraggiante vedere due donne adulte (e due attrici di consumato mestiere) al centro della trama, sicure delle proprie capacità recitative ma anche di una femminilità in grado di affermarsi indipendentemente dall’abito esteriore, sia esso spandex o cotone biologico. Funziona anche il ritmo narrativo veloce e privo di melensaggini, lasciando alle due attrici abbastanza spazio per creare quelle improvvisazioni estemporanee che sono il sale della commedia. 

Incassi:∗ 729.000€ Critica: ∗∗∗

• Le confessioni

Con Toni Servillo, Connie Nielsen, Pierfrancesco Favino, Marie-Josée Croze, Moritz Bleibtreu. Regia di Roberto Andò. Durata 100 min. Uscita nelle sale: giovedì 21 aprile 2016.

le confessioni film

In un resort di lusso a bordo di una distesa d’acqua gli otto ministri economici delle grandi potenze soggiornano in attesa del summit che deciderà il futuro del mondo occidentale. Il consesso è presieduto da Daniel Roché, direttore del Fondo monetario internazionale, che ha invitato anche tre ospiti estranei al mondo dell’economia: una scrittrice di best seller per bambini, una rock star e un monaco, Roberto Salus. Roché chiede a Salus di ascoltare la sua confessione, e subito dopo viene trovato morto. Per i ministri le decisioni diventano tre: se quella morte sia un suicidio o un omicidio, come comunicarla al pubblico, e se si debba proseguire con la manovra che i ministri avrebbero dovuto varare nel corso del summit. Dopo il successo di Viva la libertà, Roberto Andò affronta l’habitat politico-economico collocando i suoi personaggi nel pieno centro della scena, ma anche costringendoli in una sorta di laboratorio di osservazione suddiviso in loculi. Gli otto ministri formano il pantheon della contemporaneità occidentale, e come gli dèi dell’Olimpo sono fallibili e fallati, dunque le loro decisioni hanno spesso ricadute nefaste sui mortali. Quando il loro Zeus viene a mancare scoprono di non avere né una guida né una direzione, e ognuno comincia a reagire alla presenza del monaco portando alla coscienza (è il caso di dirlo) quel dubbio che ha fino a quel momento negato per obbedire alle leggi dell’economia e alla ragion di Stato, anche dopo che la sovranità nazionale si è arresa alla sottomissione al Fondo monetario. Siamo in zona Todo modo ma anche nella cornice dechirichiana de Il divo: pochi potenti in uno spazio asettico e confinato chiamati a confrontarsi con la dimensione etica del proprio ruolo, in un resort lussuoso e alienante che ricorda l’albergo termale di Youth, ma in cui il rapporto trompe l’oeil fra interni ed esterni – che è come dire fra interiorità ed esteriorità – richiama anche la residenza isolana de L’uomo nell’ombra. La messinscena racconta una dimensione metafisica che a ben guardare non riguarda né la politica né l’economia e nemmeno la religione o l’arte, incarnate simbolicamente dai tre ospiti estranei al G8: il terreno di gioco è quello etico e Salus, diversamente dal Don Gaetano di Todo Modo, non ha i toni dell’inquisizione e non sollecita le confessioni di nessuno, ma si limita a raccogliere lo spaesamento di questi potenti del nulla, incapaci di portare i propri paesi fuori dalla crisi, o anche solo di confessare pubblicamente la propria inadeguatezza. Salus fa da cartina di tornasole dei dubbi e dei rimorsi di tutti, e i personaggi, né più né meno dei luoghi che attraversano, entrano ed escono da se stessi in un continuo gioco di sovrapposizioni e successivi disallineamenti fra (presa di) coscienza e reiterazione di un ruolo preconfezionato dalla Storia. Il cast di Le confessioni asseconda la visione metafisica e stupefatta del suo regista: Toni Servillo è un catalizzatore morale passivo e sibillino, Pierfrancesco Favino un ministro agìto dal suo ruolo e condannato ad essere estraneo a se stesso. Nessuno scambio verbale è spontaneo perché ogni frase è un testamento, ovvero una confessione. Ma per questi dèi condannati a governare il caos non c’è assoluzione, solo la possibilità di compiere una presa d’atto della propria intrinseca manchevolezza.

Incassi: ∗½ 1.456.000€  Critica: ∗∗∗

• La coppia dei campioni

Con Massimo Boldi, Max Tortora, Massimo Ceccherini, Anna Maria Barbera, Carol Visconti. Regia di Giulio Base. Durata 98 min. Uscita nelle sale: giovedì 28 aprile 2016.

la coppia dei campioni film

Giulio Base scrive e dirige questa farsa on the road che vede protagonista la coppia comica Massimo Boldi-Max Tortora, ma mentre la regia, agile e divertita, riesce a tenere il passo e a dare abbastanza spazio ai due attori principali perché possano improvvisare, la scrittura è debole tanto nei dialoghi e nelle battute, per cui vale la valutazione di Zotta (“‘sti pezzi manco alle elementari li ho fatti”), quanto nelle svolte narrative, un’accozzaglia di situazioni comiche improbabili e scollacciate che occasionalmente fanno anche ridere, ma non quagliano mai in una narrazione coesa e conseguente, men che meno in quell’escalation comica che ogni film di questo genere dovrebbe costruire. Spiace soprattutto per il talento sprecato di Max Tortora, che ha le corde comiche e quelle drammatiche e per cui da anni ci auguriamo un ruolo alla Gassman in cui affondare i denti. I suoi tempi sono perfetti, la sua fisicità gaglioffa si presta benissimo alla commedia all’italiana, e Tortora possiede la rara dote di passare dal pianto al riso (e viceversa) con grande fluidità, restituendo amarezza e malinconia dietro la sua maschera di bellimbusto nostrano. Il personaggio di Zotta, se fosse scritto con più cura, sarebbe molto efficace: il povero cristo romano che rivendica la sua patina di cultura e rimpiange quotidianamente i troppi sogni rimasti nel cassetto, il “Che Guevara di Tor Pignattara” la cui idea di esproprio proletario consiste nel portare la moglie a fare l’amore nel letto del direttore marketing della sua azienda.
Molto più scontata la macchietta del cumenda incarnata da Massimo Boldi, imbattibile quanto a ritmo comico ma ancora legato a battute grevi e sciocche come il calembour “mistifica/mistifìca”.

Incassi: ∗ 396.000€  Critica: ∗∗

• Il Ministro

Con Gianmarco Tognazzi, Alessia Barela, Fortunato Cerlino, Edoardo Pesce, Jun Ichikawa. Regia di Giorgio Amato. Durata 90 min. Uscita nelle sale: giovedì 5 maggio 2016.

Il-Ministro-locandina-film-324x400

Giorgio Amato, sceneggiatore passato alla regia, costruisce una favola nerissima sul complicato intrigo di corruzione e connivenze in cui molti si muovono, e a cui alcuni hanno venduto l’anima tout court. Nessuno è innocente in questa storia, e il cinismo crudele che anima tutti i personaggi non li abbandonerà dalla prima all’ultima scena, mostrando un coraggio e una coerenza narrativi non comuni nel cinema italiano contemporaneo, sempre pronto alla deriva piaciona e buonista. Amato costruisce una galleria di nuovi mostri senza possibilità di redenzione, ma ognuno animato da una disperazione di fondo che rende l’etica un fantoccio nelle mani dell’economia.
L’ispirazione è chiaramente la commedia all’italiana anni ’60, il modello è quello della cattiveria castigatrice di Monicelli, Salce e Risi: se ci fossero dubbi basta ascoltare la (onnipresente) colonna sonora creata ad hoc da Eugenio Vicedomini. Tutto il cast funziona: Tognazzi nei panni di Franco, un omaggio ai ruoli più riprovevoli interpretati dal padre Ugo; Fortunato Cerlino ministro dannato e sarcastico; Jun Ichikawa incarnazione dello spauracchio asiatico in procinto di comprarsi tutto l’Occidente; Alessia Barela moglie senza figli e senza più speranza; Ira Fronten immigrata disposta a tutto pur di sopravvivere; Edoardo Pesce cognato incapace la cui imbecillità ed egocentrismo sono facilmente strumentalizzabili dalle più becere correnti “politiche”. Efficace il ritratto dell’Italia contemporanea al suo livello più basso lascia l’amaro in bocca, esattamente come dovrebbe.

Incassi: ∗½  Critica: ∗∗∗

• Era d’estate

Con Beppe Fiorello, Massimo Popolizio, Valeria Solarino, Claudia Potenza, Elisabetta Piccolomini. Regia di Fiorella Infascelli. Durata 100 min. Uscita nelle sale: lunedì 23 maggio 2016.

era-destate-film

Estate 1985 Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vengono trasferiti d’urgenza all’Asinara insieme alle loro famiglie in seguito ad una minaccia più allarmante del solito. I giudici stanno lavorando al maxiprocesso penale che, la storia insegna, porterà in carcere molti dei protagonisti della criminalità organizzata. Dunque entrambi sono entrati nel mirino di Cosa Nostra, ma anche di quella parte della politica che preferisce il “vivi e lascia vivere”, quando si tratta di mafia.
Era d’estate racconta l’ostruzionismo dello Stato che, dopo aver mandato i due giudici “in vacanza coatta”, rifiutava di inviare loro i faldoni necessari per mettere in piedi l’istruttoria del maxiprocesso, e descrive la minaccia all’incolumità di due uomini e delle loro famiglie, ma sceglie di farlo in un contesto di acqua e luce, invece che in un teatro delle ombre, attraverso i colori pastello di un’estate di metà anni Ottanta filmata come un home movie di grande delicatezza nei confronti dei suoi protagonisti, il cui eroismo quotidiano era più grande di quello celebrato dalla Storia. Fiorella Infascelli racconta due morituri la cui consapevolezza di andare incontro ad un destino già deciso era totale, ma insufficiente a farli desistere dalla ricerca di giustizia e verità. In quest’ottica Falcone e Borsellino sono due eroi classici, dunque spesso la televisione, meno spesso il cinema, hanno attinto a queste due figure donchisciottesche. Ma Infascelli preferisce illuminarne la dimensione umana affiancando loro le famiglie e quei figli che non potevano non risentire dell’incombenza della morte sulle teste dei loro padri. In un racconto che è crepuscolare nonostante la luminosità quasi accecante Infascelli ripercorre i giorni, sette anni prima delle stragi di Capaci e via d’Amelio, in cui i due giudici si sono ritrovati a condividere la quotidianità, i pasti, i bagni in mare, come amici di infanzia invece che come colleghi di lavoro. Le scene più riuscite riguardano proprio il legame di collaborazione e di stima fra Giovanni e Paolo, interpretati con credibilità e tenerezza da Massimo Popolizio (con altalenante accento siciliano) e Giuseppe Fiorello (la cui sicilianità invece tracima da ogni frase): il temperamento fumantino di Falcone, la dolcezza paterna e coniugale di Borsellino, l’ironia profondamente siciliana con cui entrambi discettano della propria morte. Meno riuscito il personaggio di Francesca Morvillo di cui non viene sottolineata l’importanza come compagna di lavoro, oltre che di vita, di Falcone, preferendo assegnarle una dimensione domestica che la apparenta ad Agnese Borsellino.

In sala soltanto lunedì 23 maggio e martedì 24 maggio.

Incassi: ∗∗ Critica: ∗∗∗½

• Una nobile causa

Con Giorgio Careccia, Rossella Infanti, Antonio Catania, Roberto Citran, Francesca Reggiani. Regia di Emilio Briguglio. Durata 90 min. Uscita nelle sale: giovedì 26 maggio 2016.

una-nobile-causa

Un racconto corale ben orchestrato che ha come obiettivo quello dello spinoso tema della malattia per il gioco d’azzardo. Per fare ciò, la commedia di Emilio Briguglio si muove su due binari narrativi: la vicenda di Gloria e quella di Alvise, protagonisti accomunati dallo stesso problema, Gloria ancora poco consapevole della sua malattia, Alvise nel baratro del gioco che grazie all’amore intraprende un percorso di rinascita. Il film, man mano che va avanti si apre verso i colpi di scena che rimettono in questione anche il ruolo di alcuni personaggi. In un’escalation di equivoci ed effetti sorpresa, Una nobile causa è un film che mira non solo all’intrattenimento ma anche al discorso su un problema oggi molto attuale, seppur in forma prevalentemente leggera.
Siamo di fronte ad un lavoro che purtroppo non brilla ma tende solo ad avere una luce tremolante, la sceneggiatura è ben articolata e rispetta quei topos di certa commedia sofisticata, come l’equivoco, l’ambiguità, il doppio, il capovolgimento finale, ma cade nelle romanticherie svenevoli e nelle boutade sempre meno argute. Non c’è tensione verso un discorso più articolato su questioni come la dipendenza dal gioco e la presa di coscienza di tale problema, l’ironia non fa da veicolo verso un affondo e la risata non è mai amara, tutto si riduce a mera superficialità, tutto è proprio come appare. Spiccano soprattutto i ruoli e le interpretazione di Antonio Catania, che veste i panni del dottor Aloisi e Francesca Reggiani, nel ruolo di Gloria.

Incassi: ∗½ Critica: ∗∗

• L’estate addosso

Con Brando Pacitto, Matilda Anna Ingrid Lutz, Taylor Frey, Joseph Haro, Guglielmo Poggi. Regia di Gabriele Muccino. Durata 103 min. Uscita nelle sale: mercoledì 14 settembre 2016.

lestate-addosso-film

L’estate addosso è un film quintessenzialmente “mucciniano”: ci sono le inquadrature dall’alto, i dialoghi gridati, la rabbia e l’euforia, i corpi attraenti, gli under 30 benestanti, gli accenti romani, le panoramiche a 360°, le frasi fatte (“Tutto era così perfettamente imperfetto”). Ma qui c’è una motivazione per il tono costantemente sopra le righe cui Muccino ci ha da tempo abituato, e sono le emozioni estive esagerate che il regista ci appiccica sulla pelle, creando le giuste atmosfere per la storia che racconta, e generando un brivido di nostalgia per la giovinezza come stato dell’essere attraverso quattro personaggi pur “muccinianamente” lontanissimi da noi, o da come siamo stati.
A Muccino non è mai mancata l’agilità registica, e in L’estate addosso si intrufola ovunque, piazzandosi in mezzo ai suoi personaggi, innamorandosene inquadratura dopo inquadratura, così come si innamora dei luoghi che racconta: la Frisco liberal, la New Orleans jazz, la Cuba sensuale. Non è una rivoluzione, né per i protagonisti del film né per il regista, che racconta l’ebbrezza della temporanea libertà ma è ben cosciente della necessità di tutti di rientrare nei ranghi. Ma per il pubblico per cui è inteso, quella generazione spesso frustrata nelle sue ambizioni, paralizzata negli slanci, intimidita da un mondo che li esclude, in particolare in questa Italia così poco paese per giovani, può essere uno stimolo a fregarsene delle costrizioni e a immaginarsi onnipotenti. In questo senso (e rischiando l’eresia) L’estate addosso è paragonabile a Tutti vogliono qualcosa: nel voler restituire narrativamente l’ebbrezza di un mondo in cui i giovani possano, e debbano, sentirsi invincibili e compiere il maggior numero possibile di cazzate senza pagarne col sangue le conseguenze. L’anello più debole di questa costruzione entusiasmante (nel senso di “concepita per entusiasmare”) è la caratterizzazione del personaggio di Maria, che in un tempo brevissimo si trasforma da vergine repressa a messalina hippie. Il punto di forza è una regia morbida e avvolgente che sfugge al controllo produttivo (il product placement, per una volta, è discretissimo) e scappa via, a rincorrere la (propria) giovinezza perduta.

Incassi:∗½ 1.570.000€  Critica: ∗∗½

• Questi giorni

Con Margherita Buy, Maria Roveran, Marta Gastini, Caterina Le Caselle, Laura Adriani, Filippo Timi. Regia di Giuseppe Piccioni. Durata 120 min. Uscita nelle sale: giovedì 15 settembre.

questi-giorni-film-2

Quattro amiche: Caterina, Liliana, Anna e Angela e una città di provincia. La prima ha ricevuto una proposta di lavoro in un hotel stellato a Belgrado e ha scelto di accettarla. Le altre decidono di accompagnarla portandosi dietro i loro problemi: una malattia, un innamoramento non convenzionale, una gravidanza agli inizi. Il viaggio costituirà per tutte un momento di svolta.

Cinema on the road che pensa al femminile e che traduce in emozioni idee, parole e atteggiamenti dalle nuove generazioni

Giuseppe Piccioni aveva lasciato un segno nel cinema italiano con il suo secondo film, un on the road che attraversava la penisola (Chiedi la luna) leggendone i mutamenti. Torna ora a percorrere strade che lo portano fuori dal nostro sempre meno rappresentabile Paese per concentrarsi su quattro giovani attrici che aderiscono totalmente al suo progetto. Lo si comprende da alcuni sguardi e gesti che sembrano quasi rubati dalla macchina da presa. Ognuna di loro è alla ricerca di se stessa ma, al contempo, tutte sembrano voler fuggire da ciò che le agita nel profondo. Mostrano però, rispetto alle figure maschili che lasciano a casa o a quelle che incontrano sul cammino, uno scatto in più, una capacità di affrontare la vita senza quegli infantilismi che Piccioni dispensa a piene mani anche agli adulti Timi e Rubini. Il suo è un cinema che ha sempre avuto un’attenzione particolare per il femminile ma la declinava su personaggi più maturi. Oggi invece, come faceva il troppo rapidamente dimenticato Eric Rohmer, prende dalle nuove generazioni non solo idee ma anche parole e atteggiamenti che traduce in emozioni. Nel passato Piccioni esponeva la sua visione della vita affermando che viviamo tutti in accampamenti provvisori. Oggi sembra voler offrire alle sue protagoniste (a cui non manca il supporto di una sempre più partecipe Margherita Buy) un futuro un po’ più stanziale. Lo dichiara (e questo è l’unico neo del film) con una molteplicità di finali che definiscono, almeno temporaneamente, alcune situazioni che sarebbe stato meglio affidare allo spettatore, lasciandolo di fronte a tante candele accese nei bicchieri, ognuna con una sua interpretazione possibile.

Incassi: ∗ 776.000€  Critica: ∗∗∗½

• Prima di lunedì

Con Vincenzo Salemme, Fabio Troiano, Martina Stella, Sandra Milo, Sergio Muniz, Andrea Di Maria. Regia di Massimo Cappelli. Durata 90 min. Uscita nelle sale: giovedì 22 settembre 2016. 

prima-di-lunedi-film

Uscito nelle sale giovedì 22 settembre 2016, “Prima di lunedì” vede la presenza di Vincenzo Salemme, nel ruolo di protagonista di una commedia brillante che si regge tutta sull’istrionismo di Salemme e sulla classe di Sandra Milo. Una Volvo e una 500 si scontrano in piena Torino. Contrariamente alle aspettative, alla guida della Volvo c’è un aspirante attore squattrinato, Marco, insieme al suo migliore amico Andrea, mentre a bordo della 500 c’è un miliardario malavitoso, Carlito Brigante (il nome del protagonista del Carlito’s Way di Brian De Palma), interpretato da Vincenzo Salemme. Carlito fa a Marco una proposta che non potrà rifiutare: invece di pagare i danni causati dalla Volvo alla 500, Marco dovrà portare un gigantesco uovo pasquale (con sorpresa) da Torino a Torre del Greco, facendosi accompagnare dall’amico e dalla sorella di Andrea, Penelope, ex fidanzata di Marco in procinto di sposarsi con un altro. Si unirà a loro Chanel, l’ottantenne francese che il trentenne Andrea ha conosciuto su Internet e di cui si è invaghito credendola un’avvenente coetanea. Massimo Cappelli dirige questa commedia cosceneggiata insieme a Fabio Troiano, che nel film ha il ruolo di Marco, e Beppe Lo Console cercando di imprimerle un tocco surreale che trova il suo punto di forza nel ribaltamento delle previsioni, e il suo tallone di Achille nell’improbabilità via via crescente della trama. Soprattutto Prima di lunedì sconta un divario schiacciante fra la recitazione di Vincenzo Salemme (Carlito) e Sandra Milo (Chanel), e quella degli interpreti più giovani: la consumata esperienza teatrale di Salemme e la naurale presenza cinematografica della Milo appartengono ad un altro film, molto più riuscito e divertente – prova ne è che, negli outtake finali, le scene fra i due attori sono esilaranti e fanno rimpiangere che l’intera commedia non sia stata affidata in toto a loro, lasciandoli liberi di improvvisare secondo quell’irresistibile intuito di animali da palcoscenico. Prima di lunedì si presenta come una commedia corale che ha nelle prove di Vincenzo Salemme e Sandra Milo il maggiore punto di forza.

Incassi: ∗ 528.000€  Critica: ∗∗½

• La verità sta in cielo

Con Riccardo Scamarcio, Maya Sansa, Greta Scarano, Valentina Lodovini, Shel Shapiro. Regia di Roberto Faenza. Durata 94 minuti. Uscita nelle sale: giovedì 6 ottobre 2016.

la-verita-sta-in-cielo-locandina

22 giugno 1983, Emanuela Orlandi, figlia quindicenne di un messo pontificio, scompare dando inizio a un’indagine che durerà per decenni. Con l’avvento di Mafia Capitale una giornalista di origine italiana si mette sulle sue tracce, contattando la collega che ha raccolto la testimonianza di Sabrina Minardi, ex amante di Enrico “Renatino” De Pedis, secondo la Minardi direttamente coinvolto nella scomparsa della Orlandi. Ma dove si nasconde la verità? Roberto Faenza mette insieme una ricostruzione minuziosa e dettagliata degli eventi, possibile grazie ad un encomiabile lavoro di ricerca e all’utilizzo di materiali d’archivio che riportano alla memoria momenti cruciali della storia nazionale e i complessi rapporti con il Vaticano. Ma al di là delle evidenti buone intenzioni del regista, anche autore del soggetto insieme a Pier Giuseppe Murgia e Raffaella Notariale (interpretata nel film da Valentina Lodovini), La verità sta in cielo ha l’effetto di uno tsunami di informazioni che travolge lo spettatore senza offrirgli una chiave di lettura utile a ritornare a galla. La lezione di Leonardo Sciascia, forse il più abile testimone delle pieghe oscure del carattere italiano, è quella che ogni storia, anche la più complicata, può diventare semplice se si è in grado di evidenziare le dinamiche che, in filigrana, sottendono la vicenda, e la logica (anche perversa) che guida le azioni di pochi ai danni di molti. Sempre Sciascia, ma anche pochi illuminati autori cinematografici come Elio Petri e Marco Bellocchio, sono stati in grado di fare leva su quella valenza metafisica della politica italiana così universalmente riconoscibile che avrebbe potuto elevare anche La verità sta in cielo. La compilazione e l’impilamento delle notizie che la cronaca ci ha via via raccontato non equivalgono invece ad una rilettura artistica di ciò che è accaduto, a maggior ragione quando la narrazione è appesantita da dialoghi letterari che sottolineano in maniera didascalica il significato di ciascuna conversazione senza restituirne il senso profondo. Gli attori si sforzano di iniettare un po’ di spontaneità in questi scambi di informazioni innaturali senza riuscire a ribellarsi ad uno schema narrativo che finisce per occultare la verità dietro un eccesso di retorica. Un film che ha l’ambizione (nobile e giusta) di raccontare una pagina oscura della storia d’Italia non può fare l’effetto finale di una schermata di Wikipedia. Faenza intuisce ciò che La verità sta in cielo avrebbe potuto essere nei brevi istanti in cui fa coesistere passato e presente, percependo come la rottura della sequenza cronologica degli eventi apra spazio a quella sovrapposizione di personaggi e accadimenti che rivela la Storia come reiterazione di archetipi e compresenza di fantasmi, quelli dei molti morti che chiedono ancora oggi giustizia in questa Italia “Paese di molti misteri, ma di nessun segreto”. Il regista avrebbe potuto rendere quei corpi che scompaiono e ricompaiono, quei cadaveri trafugati o seppelliti nel cemento, metaforici dell’eterno ritorno di certe pulsioni umane e certi meccanismi della storia, e invece sembra avvalersene soprattutto per coltivare quell’estetica pulp che ha fatto la fortuna di Romanzo criminale e Suburra (per non scomodare Scorsese e Tarantino). Le continue frecciate al modo italiano di fare (o non fare) le cose in realtà non illuminano mai le motivazioni dietro a comportamenti che, pur aberranti, hanno una loro spiegazione. Shakespeare e Machiavelli, entrambi citati nel film, sapevano raccontare i giochi di potere soprattutto nella loro valenza simbolica, perché sapevano tagliare attraverso il materiale a loro disposizione per arrivare all’essenza del “raggionamento”.

Incassi: ∗½ 1.178.000€  Critica: ∗∗

Qualcosa di nuovo

Con Paola Cortellesi, Micaela Ramazzotti, Eleonora Danco, Eduardo Valdarnini. Regia di Cristina Comencini. Durata 93 min. Uscita nelle sale: giovedì 13 ottobre.

qualcosa-di-nuovo-locandina

Lucia e Maria sono amiche fin dal liceo, ma non potrebbero essere più diverse: Lucia è esigente e rigorosa o, come direbbe Maria, “gufa e spadona”; Maria si descrive come “morbida, positiva e vibrante” o, come direbbe Lucia,”un po’ mignotta”. Anche il loro rapporto con gli uomini è diametralmente opposto: Lucia, scottata da un matrimonio infelice, ha elevato un muro ed è diventata una “donna di nessuno”; Maria invece è una “donna di tutti” che colleziona avventure occasionali con partner improbabili alla segreta ricerca dell’uomo giusto. A scompigliare le carte arriva Luca, amante di una notte di Maria, 19 anni e una fame inesauribile di sesso e di esperienza di vita. Le due amiche finiranno per contenderselo, non secondo le trite dinamiche della competizione “femminile”, ma secondo un percorso di ricerca individuale della propria identità.
È proprio la reinvenzione dell’identità la principale chiave di lettura di Qualcosa di nuovo, basato sulla piéce teatrale La scena scritta e diretta per il teatro da Cristina Comencini, e riadattata per il grande schermo con la collaborazione alla sceneggiatura di Giulia Calenda e Paola Cortellesi e il montaggio agile di Francesca Calvelli. Identità di genere, innanzitutto, tanto femminile quanto maschile, in un presente caratterizzato dalla rivoluzione dei ruoli e dei rapporti di potere, dalla disgregazione della famiglia tradizionale e dalla crisi economica, nonché dalla mancanza di un’educazione sentimentale e sessuale che non insegni tanto come si indossi un preservativo, quanto come si debba rispettare la natura e le inclinazioni altrui, e l’altrui libertà di essere altro da noi. Come ogni storia ben costruita (e rodata sulle assi di un palcoscenico) Qualcosa di nuovo parla anche di altro: di maternità negata, ricattatoria, accogliente, colpevole e generosa; di amicizia femminile, disposta alla solidarietà ma anche esposta alla severità del reciproco giudizio; dell’esigenza delle donne di avere accanto un uomo “ma anche”: dolce ma anche forte, comprensivo ma anche protettivo, dotato di sensibilità ma anche virilmente assertivo, tenero ma anche muscoloso. E mentre le donne sono specialiste nell’essere tante cose insieme, gli uomini sembrano disorientati da queste aspettative (apparentemente) contraddittorie. Cristina Comencini ha un talento particolare per raccontare le contraddizioni del femminile, toccando argomenti tabù e sfidando le accuse di maschilismo che certamente verrebbero indirizzate ad un regista uomo in almeno due scene. E la commedia le è particolarmente congeniale perché le permette di veicolare domande scomode sotto le mentite spoglie di battute umoristiche. La malinconia che sottende l’intera vicenda non sfocia mai nel melodramma, anche se un po’ di amarezza in più sarebbe stata tollerabile anche dallo spettatore più escapista. Già dalla presentazione alternata inziale delle due protagoniste, Comencini non si accontenta di riprodurre il suo testo teatrale fra quattro mura, e anzi quelle pareti le scioglie, facendo letteralmente entrare l’una nell’altra stanze di diverse abitazioni, perché le tre vite che racconta si mescolano senza soluzione di continuità seguendo i cambiamenti intimi (più ancora che interiori) dei personaggi. E se gli scambi di battute rimangono talvolta troppo ancorati al testo teatrale senza osare le acrobazie verbali (e fisiche) della screwball comedy che Qualcosa di nuovo era nata per essere, in alcuni monologhi le sceneggiatrici affondano il coltello nella piaga in modo coraggioso e commovente. Paola Cortellesi, che grande attrice, è più efficace di Micaela Ramazzotti nel disegnare un personaggio che esce gradualmente dallo stereotipo e conquista credibilità (e cuore).

Incassi: ∗∗ 2.024.000€   Critica: ∗∗∗

• I babysitter

Con Francesco Mandelli, Paolo Ruffini, Diego Abatantuono, Andrea Pisani, Simona Tabasco, Davide Pinter. Regia di Giovanni Bognetti. Durata 84 min. Uscita nelle sale: mercoledì 19 ottobre.

i-babysitter-locandina

I babysitter è la trasposizione letterale della commedia francese Babysitting, a sua volta un tentativo d’oltralpe di inserirsi nel filone politically incorrect di Una notte da leoni. La trama è identica, compresa la volgarissima gag del surra de bunda, addirittura i nomi dei protagonisti si discostano di poco da quelli originali, e molte scene sono ricalcate sul modello francese. La versione italiana è però più riuscita dell’originale, grazie soprattutto al lavoro di limatura sulla sceneggiatura e di improvvisazione degli attori, in particolare Diego Abatantuono nei panni di Porini e Paolo Ruffini in quelli di Aldo, chiaramente debitore del Phil di Bradley Cooper in Una notte da leoni ma capace di dare uno spin italico alla sua caratterizzazione sgradevole.
L’esperimento commerciale è analogo a quello che la stessa squadra aveva messo in piedi per Belli di papà: Colorado Film e Medusa alla produzione, Abatantuono, Antonio Catania e Francesco Facchinetti come contraltari comici, tre giovani al centro della storia (di cui uno, Andrea Pisani, già presente in Belli di papà), compresa una brava attrice (Simona Tabasco, sempre molto centrata), e qualche cameo di contorno.

Incassi: ∗½ 1.360.000€  Critica: ∗∗½

• In guerra per amore

Con Pif, Miriam Leone, Andrea Di Stefano, Sergio Vespertino, Maurizio Bologna. Regia di Pif. Durata 99 min. Uscita nelle sale: giovedì 27 ottobre.

in-guerra-per-amore-locandia

Dopo il successo di La mafia uccide solo d’estate, Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, torna dietro la cinepresa cercando di replicare il fortunato format del film precedente: una commedia che nasconde una visione indignata della realtà italiana passata e presente, con particolare attenzione allo strapotere mafioso in Sicilia. L’idea di partenza anche questa volta è buona: raccontare lo sbarco degli Alleati nel sud dell’Italia come un punto di svolta per le sorti non solo della Seconda Guerra Mondiale ma anche della diffusione tentacolare di Cosa Nostra. Nonostante qualche stereotipo di troppo, il regista-attore crea un riuscito pastiche cinematografico fra La vita è bella e Baaria, passando per Hair e Forrest Gump (già ispirazione dichiarata di La mafia uccide solo d’estate). La confezione è curata e c’è una grande attenzione per le ricostruzioni d’ambiente, le luci, i costumi, la fotografia, gli effetti speciali: certamente indice di un genuino desiderio di crescita artistica. Iniziativa encomiabile: il film è dedicato ad Ettore Scola, il grande maestro del cinema italiano recentemente scomparso.

Incassi: ∗∗ 3.697.000€ (agg. a domenica 30 ottobre)  Critica: ∗∗∗

• In bici senza sella

Con Riccardo De Filippis, Edoardo Pesce, Alberto Di Stasio, Michele Bevilacqua, Luca Scapparone. Regia di Francesco Dafano, Chiara De Marchis, Matteo Giancaspro, Cristian Iezzi, Giovanni Battista Origo, Solange Tonnini. Durata 100 min. Uscita nelle sale: giovedì 3 novembre.

in-bici-senza-sella-locandina

Pedalare in bicicletta senza sella è più doloroso che pericoloso: alla fine, forse, si arriva al traguardo… ma a quale prezzo? La metafora riferisce la situazione di emergenza ormai permanente che riguarda la precarietà giovanile: inventandosi racconti paradossali con simpatiche citazioni cinematografiche, sette registi esordienti hanno realizzato sei episodi “a tema” che tratteggiano con amara ironia l’inevitabile percorso a ostacoli per chi ancora sognasse l’agognato “posto fisso”.

Incassi: ∗  Critica: ∗∗

• 7 minuti

Con Violante Placido, Ambra Angiolini, Cristiana Capotondi, Fiorella Mannoia, Maria Nazionale. Regia di Michele Placido. Durata 92 min. Uscita nelle sale: giovedì 3 novembre.

7-minuti-locandina

L’azienda tessile Varazzi è in procinto di siglare l’accordo che la salverà dalla chiusura immediata. I partner francesi sono pronti a concludere, ma all’ultimo momento consegnano alle undici componenti del consiglio di fabbrica una lettera che chiede loro di sacrificare sette minuti di intervallo al giorno. Il consiglio è composto da nove operaie e un’impiegata, più una rappresentante sindacale, Bianca, dipendente della Varazzi da decenni.  Le componenti del consiglio sono uno spaccato della forza lavoro femminile contemporanea nel nostro Paese: c’è la ventenne neoassunta e la veterana con figlia incinta; c’è l’immigrata africana, quella albanese concupita dal proprietario della fabbrica, quella che prende botte dal marito e la semitossica. Anche l’impiegata è un’ex operaia trasferita in ufficio da quando un incidente sul lavoro l’ha lasciata su una sedia a rotelle. Questa galleria di personaggi denuncia la matrice teatrale di 7 minuti, testo scritto (anche per il grande schermo) da Stefano Massini (la sceneggiatura è cofirmata da Michele Placido e Toni Trupia), che cerca di concentrare in quel pungo di figure femminili quasi tutte le problematiche che affliggono le donne in Italia. La costruzione drammaturgica segue la falsariga de La parola ai giurati, classico del ’57 firmato (per la televisione) da Sidney Lumet di cui è stato realizzato un remake nel 2007 da Nikita Mikhalkov, 12. A Ottavia Piccolo, nei panni di Bianca, tocca il ruolo che fu di Henry Fonda, ovvero la voce della ragione che sa penetrare le coscienze di chi, reagendo di pancia, cerca invece la soluzione più immediata, come Angela, l’operaia napoletana con quattro figli cui dà la presenza “pesciarola” Maria Nazionale: ed è una scelta di casting azzeccata affidare quel ruolo a una cantante, perché la potente voce di Angela sembra voler costantemente sopraffare quella pacata di Bianca. L’altra cantante del cast è Fiorella Mannoia nei panni di Ornella, coetanea di Bianca e memore di un tempo in cui i diritti degli operai erano tutelati: la sua prova di attrice è notevole e inaspettata. Ambra Angiolini presta la sua incazzatura alla combattiva Greta e Violante Placido è un’insolita contabile dall’aspetto dimesso. E’ al cinema francese dei fratelli Dardenne, che Michele Placido guarda nell’adattare per il grande schermo questa storia di dignità messa in pericolo dalle dinamiche economiche e da quella legge del mercato in nome della quale si compiono oggi le peggiori nefandezze. 7 minuti è ispirato ad una storia vera così come lo era Due giorni, una notte, anche se entrambe le vicende accadevano oltralpe. Ed è proprio perché possano accadere anche nel nostro Paese che Placido costruisce una storia di ordinaria indignazione e guida la storia con fare distaccato, ma sempre presente nei meandri psicologici della vicenda. 7 minuti è un film importante perché mette sul piatto, sic et simpliciter, il tema dell’erosione dei diritti dei lavoratori, delle donne, di ogni essere umano in balia di quella compravendita selvaggia in cui le richieste della proprietà sono in realtà condizioni cui non si può dire di no. E si fa presto a perdere tutto se si abbassa la guardia, anche solo per sette minuti.

Incassi: ∗ 547.000€  Critica: ∗∗∗

• Non si ruba a casa dei ladri

Con Vincenzo Salemme, Stefania Rocca, Massimo Ghini, Manuela Arcuri, Maurizio Mattioli. Regia di Carlo Vanzina. Durata 93 min. Uscita nelle sale: giovedì 3 novembre.

non-si-ruba-a-casa-dei-ladri-locandina

Antonio Russo è un piccolo imprenditore napoletano la cui azienda è fallita perché ha perso una gara d’appalto truccata. Per poter pagare il master alla figlia negli Stati Uniti, lui e la moglie Daniela trovano lavoro come camerieri presso Simone Santoro, un faccendiere romano che vive in un villone con la fidanzata Lori e alimenta un giro di corruzione che ha per interlocutore primario un onorevole pugliese ammanicato con la criminalità organizzata. Quando l’onorevole finisce in manette Simone si vede costretto a recuperare in fretta e furia i fondi che ha nascosto in Svizzera. Ma Antonio viene a sapere che è proprio il suo datore di lavoro ad aver pilotato la gara d’appalto che gli è costata l’azienda, e decide di vendicarsi, non già consegnando Simone a una giustizia dagli esiti incerti, ma colpendolo dove gli fa davvero male: nel portafogli. Questa volta i fratelli Vanzina fanno leva su tutta la loro conoscenza della commedia all’italiana, costruendo una sceneggiatura solida che rende omaggio a molti titoli del passato: da In nome del popolo italiano a Pane e cioccolata a La congiuntura, per citare solo qualche titolo. Per la verità la commedia cui Non si ruba a casa dei ladri somiglia di più, pur con i dovuti distinguo, è Crimen di Mario Camerini, e non solo per la trasferta di un gruppo disomogeneo in un paradiso fiscale: anche per l’agilità della scrittura, la scioltezza della regia, la galleria dei “caratteri”. Paradossalmente, Non si ruba a casa dei ladri rimanda persino a Gomorra per il ritratto consapevole dei suoi “vincenti” come straccioni che è impossibile invidiare. La coppia Simone-Lori è infatti composta da due cafoni che in fondo si detestano, e la loro ricchezza non contiene quel potenziale di emulazione che i cumenda (anche nei film dei Vanzina) suscitavano in molte commedie anni ’80 e ’90. Simone, cui Massimo Ghini regala in pari misura tracotanza e strazio esistenziale, soffre di ulcera, ha nostalgia di un passato in cui un certo pesce pipa è una sorta di Rosabella, e si rende perfettamente conto di avere accanto un’arraffona ignorante (molto ben interpretata da Manuela Arcuri). Per contro la coppia Antonio-Daniela è davvero invidiabile per complicità e condivisione egalitaria nella buona e nella cattiva sorte. Non ci sono le solite corna da cinepanettone, e lo smignottamento è solo per recita: per avere più concessioni dalla politica, per imbrogliare un banchiere tedesco (peccato veniale, di questi tempi). E al centro della storia c’è l’etica del lavoro che si contrappone a quella dell’imbroglio, della mazzetta e del parassitismo. Questo ritorno dei Vanzina alle loro radici non è una captatio benevolentiae verso chi ha sempre pensato che gli eredi di Steno potessero fare di meglio, ma funziona perché intrattiene e fa sorridere: le battute sono intelligenti (con qualche caduta di gusto e di stile), la trama è ben costruita, la regia asseconda gli attori e il cast regge bene l’architettura narrativa, ognuno prestando la propria “maschera” in una versione leggermente inaspettata: Vincenzo Salemme è il napoletano onesto, Stefania Rocca la torinese non ingessata, Teco Celio il banchiere pieno di umane debolezze, Ria Antoniou l’estetista con il fisico da pin up e l’animo da brava ragazza. Un passo al di sopra degli altri Maurizio Mattioli, pur considerando sempre l’enorme bravura di Vincenzo Salemme, sempre il migliore quando si tratta di “fare” commedia, i cui monologhi sono da antologia, e che ricorda a tutti una delle lezioni fondamentali della commedia: che le battute possono essere impilate una sopra l’altra senza aspettare il tempo della risata televisiva, perché anche se “arrivano” in ritardo generano quell’effetto valanga che ogni attore comico (e ogni regista di commedia) sogna di ottenere.

Incassi: ∗∗ 2.227.000€  Critica: ∗∗∗

• Che vuoi che sia

Con Edoardo Leo, Anna Foglietta, Rocco Papaleo, Massimo Wertmuller, Marina Massironi. Regia di Edoardo Leo. Durata 105 min. Uscita nelle sale: mercoledì 9 novembre.

che-vuoi-che-si

Edoardo Leo aggiunge un’altra stazione al suo percorso registico di racconto dell’Italia contemporanea, iniziato con 18 anni dopo e proseguito con Buongiorno papà e Noi e la Giulia. E lo fa con gli strumenti comunicativi che sono diventati la sua cifra autoriale: accessibilità di linguaggio, cura artigianale, consapevolezza di un portato etico che riguarda il modo in cui, come individui e come Paese, ci rapportiamo con le derive ingloriose della modernità.
Con Che vuoi che sia Leo costruisce una parabola che parla semplice e raggiunge chiunque si trovi alle prese sia con le distorsioni ingenerate dalle alte tecnologie, che con le scelte morali che il “progresso” ci sottopone. Perché la domanda “Qual è il tuo prezzo?” ci riguarda da sempre, ma ancora di più oggi che l’obiettivo non è più il benessere ma la mera sopravvivenza. Che vuoi che sia è una commedia dolorosa e a tratti straziante in cui si ride amaro, che turba e a tratti disturba perché pesca nella nostra reale e quotidiana frustrazione.

Incassi: 1.632.000€  Critica: ∗∗∗

• Quel bravo ragazzo

Con Luigi Luciano, Tony Sperandeo, Enrico Lo Verso, Ninni Bruschetta, Daniela Virgilio. Regia di Enrico Lando. Durata 90 min. Uscita nelle sale: giovedì 17 novembre.

locandina-quel-bravo-ragazzo 

Come Johnny Stecchino e Terapia e pallottole, Quel bravo ragazzo usa la mafia a scopo farsesco. Enrico Lando, già regista de I soliti idioti, fa giustamente leva sulla dolcezza naturale di Luigi Luciano, in arte Herbert Ballerina, per fare di Leone un Candide contemporaneo la cui naivete smonta le cattive intenzioni e smantella le diffidenze di chiunque gli capita a tiro. Ma Ballerina è uno store di commedia, non un comico puro, e ha dunque bisogno di una sceneggiatura molto ben costruita per mettere a frutto le sue doti di interprete. Purtroppo invece il copione (non a caso scritto a cinque mani) è il tallone d’Achille di Quel bravo ragazzo: esile, povero di eventi e di colpi di scena ed eccessivamente infantile, andrebbe bene come film per ragazzi delle scuole medie, non per un pubblico adulto abituato (anche dallo stesso Enrico Lando) a ritmi comici ben più serrati. Peccato, perché la storia e l’interpretazione di Ballerina hanno un piacevole gusto retrò da commedia anni ’80, di quelle firmate da Nuti e dal primo Pieraccioni.
Quel che funziona, e bene, è il cast di caratteristi che circondano il protagonista: Enrico Lo Verso in un insolito ruolo comico, Ninni Bruschetta nei panni del consigliori, un irresistibile Luigi Maria Burruano come Don Fedinando e soprattutto un fenomenale Tony Sperandeo che volge a effetto esilarante le sue tante interpretazioni del malavitoso sanguinario.

Incassi: ∗½ 1.280.000€  Critica: ∗∗½

• La cena di Natale

Con Riccardo Scamarcio, Laura Chiatti, Michele Placido, Uccio De Santis, Maria Pia Calzone. Regia di Marco Ponti. Durata 95 min. Uscita nelle sale: giovedì 24 novembre.

locandina-film-la-cena-di-natale

La cena di Natale è il sequel di Io che amo solo te e riproduce pari pari non solo il gruppo di personaggi e il team regista, sceneggiatori (uno dei quali è Luca Bianchini, autore della minisaga letteraria ambientata a Polignano) e interpreti, ma anche la trama, almeno per quanto riguarda le storie parallele delle coppie Chiara-Damiano e Ninella-Mimì. Squadra che vince non si cambia, e poiché Io che amo solo te aveva riscosso un buon successo al botteghino, e i produttori Federica e Fulvio Lucisano tendono a replicare i propri format cinematografici di successo (vedi Notte prima degli esami), La cena di Natale si ripete perdendo in freschezza e originalità, ed eccede in quelle sdolcinature che la scrittura di Bianchini di solito controbilancia con ironia sagace.

Incassi: ∗∗ 2.118.000 Critica: ∗∗½

• Monte

Con Claudia Potenza, Andrea Sartoretti, Zaccaria Zanghellini, Anna Bonaiuto. Regia di Amir Naderi. Durata 110 min. Uscita nelle sale: giovedì 24 novembre.

monte-film

Nell’Italia medioevale una famiglia fatica a sopravvivere in una zona rocciosa all’ombra di un monte che non lascia passare i raggi del sole e rende il terreno praticamente incoltivabile. Si tratta dell’abitazione in cui hanno sempre vissuto da generazioni e, nonostante molti l’abbiano già fatto, il capofamiglia Agostino non intende lasciarla. Trattati come appestati quando si recano nei centri più grandi per vendere senza successo le pessime verdure che coltivano e schifati da tutti perché accusati di portare sfortuna, sembra non esserci salvezza per loro. Almeno fino a che Agostino, che di trasferirsi non vuole saperne, non decide che quel problema che li affligge lui lo distruggerà, che da solo abbatterà la montagna a martellate, non importa quanto ci vorrà. Girato in Italia con attori italiani, Monte getta le basi per la lotta nella sua prima parte, la più narrativa. Posto nella più disperata delle situazioni il suo protagonista è talmente privo di vie d’uscita da valutare l’idea di abbattere un monte intero. Nella seconda parte invece in una maniera quasi herzoghiana questo proposito prende forma, il film cerca di volare più in alto e di rappresentare l’incredibile volontà di chi non si arrende. Monte, è così un film da inguaribili sognatori.

Incassi: n/d  Critica: ∗∗½

• Fai bei sogni

Con Valerio Mastrandrea, Bérénice Bejo, Guido Caprino, Nicolò Cabras, Dario Dal Pero. Regia di Marco Bellocchio. Durata 134 min. Uscita nelle sale: domenica 27 novembre.

fai-bei-sogni-locandina

Marco Bellocchio si cimenta con uno dei più grandi successi editoriali degli ultimi anni, il romanzo autobiografico “Fai bei sogni” scritto da Massimo Gramellini, giornalista de La Stampa. Come molto del cinema di Bellocchio, Fai bei sogni narra la storia di un’assenza: un sorriso negato, una porta chiusa con tanto di catenaccio, la rinuncia alla cura da parte di chi vi è preposto, la nostalgia bruciante di quella accoglienza assoluta e inesauribile che una madre dovrebbe (poter) dare ad un figlio amato. Fai bei sogni, il libro come il film, è imbevuto di un rimpianto inconsolabile, e se il romanzo di Gramellini era strutturato come una sorta di detective story, il film di Bellocchio è un horror in cui Nosferatu e Belfagor sono i migliori alleati del piccolo Massimo, mentre i nemici indossano una maschera sociale spaventosa per non dover dire la verità ad un bambino: in assoluto, l’atto di coraggio più grande. Miglior film italiano del 2016 per il SNCCI- Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani.

Incassi: ∗½ 1.193.000 €  Critica: ∗∗∗½

• Un Natale al Sud

Con Massimo Boldi, Biagio Izzo, Barbara Tabita, Debora Villa, Enzo Salvi, Anna Tatangelo. Regia di Federico Marsicano. Durata 90 min. Uscita nelle sale: giovedì 1 dicembre.

MATRIMONIO_SAC

La stessa squadra di Matrimonio al sud si ripropone in formazione (quasi) compatta: le due coppie Massimo Boldi-Debora Villa e Biagio Izzo-Barbara Tabita, gli scapoli Paolo Conticini ed Enzo Salvi, la giovane Fatima Trotta, e Paolo Costella questa volta non più alla regia (che è di Federico Marsicano) ma alla sceneggiatura (con Gianluca Bompressi). L’idea è quella di rendere questa commedia “moderna” parlando di chat, selfie e sms, e identificando alcuni personaggi come figure partorite dall’universo Internet, senza però dare loro alcuna connotazione specifica al ruolo, al di là della vanità e dell’egocentrismo. Purtroppo però la trama è ancora più superata di quella di Matrimonio al sud, tanto più che parte da simili premesse – le due coppie nord-sud, i figli da sorvegliare nei rapporti con l’altro sesso – e non è un caso che a farci la figura peggiore siano i personaggi più giovani, teoricamente i più “moderni”, e invece ridotti a idioti generici senza alcuna personalità. La sensazione generale è quella di profondo imbarazzo, sia da parte degli interpreti, che avrebbero le capacità e i tempi comici per fare molto di più, sia da parte del pubblico che assiste ad una trama totalmente incoerente e improbabile, senza alcun riscontro reale o alcuna umanità riconoscibile. Le battute virano dal puerile allo scurrile, toccando tutte le tappe del politically incorrect senza averne la capacità trasgressiva e la forza comica.

Incassi: ∗∗ 2.812.000€  Critica: ∗

Non c’è più religione

Con Claudio Bisio, Alessandro Gassman, Angela Finocchiaro, Nabiha Akkari, Giovanni Cacioppo. Regia di Luca Miniero. Durata 90 min. Uscita nelle sale: mercoledì 7 dicembre.

locandina-film-non-ce-piu-religione

Anche una favola, come questa si propone dichiaratamente di essere, deve avere un minimo di coerenza interna, e un massimo di pertinenza al vero: qui invece l’unico dato reale è quello di partenza, ovvero che in Italia non nascono più bambini e il ricambio generazionale è assicurato solo dagli immigrati. Il resto è pura implausibilità e ignora gli aspetti spinosi di un problema davvero importante, dimenticando che la commedia italiana che tratta temi sociali di attualità (come sono quelli del calo delle nascite o dell’immigrazione poco integrata) ha il diritto-dovere di essere anche sferzante e dolorosa. Portobuio invece è un paese bucolico in cui ci si può burlare di bambini sovrappeso, donne velate e cervelli in fuga (la figlia di Cecco vive in Inghilterra, immaginiamo per mancanza di opportunità in Italia) senza mai affrontare, seppure in chiave ironica, l’aspetto drammatico di queste realtà: pensiamo per contrasto a una piccola commedia come Pitza e datteri, che con mezzi molto più modesti ha saputo, anche grazie alla presenza di un regista di recente immigrazione, raccontare in forma comica ma anche amara la convivenza fra etnie e religioni diverse nel nostro Paese. L’unica scintilla di credibilità, nonostante le disparità anagrafiche (fra Finocchiaro e Gassman passano dieci anni), è data dall’amicizia storica fra i tre protagonisti, che in alcuni momenti fa provare un brivido di nostalgia per le commedie profondamente italiane e generazionali come Marrakech Express: l’affetto e la familiarità che proviamo verso i tre interpreti rendono quasi commoventi le loro scene insieme. Sarebbe dunque stato opportuno concentrarsi sulle dinamiche relazionali fra Cecco, Bilal e suor Marta, invece che perdere tempo ad affastellare una trama via via più improbabile, via via più lontana da qualunque riconoscibilità.

Incassi: ∗∗ 2.709.000€  Critica: ∗∗

• Poveri ma ricchi

Con Christian De Sica, Enrico Brignano, Lucia Ocone, Lodovica Comello, Anna Mazzamauro, Al Bano, Gianmarco Tognazzi. Regia di Fausto Brizzi. Durata 90 min. Uscita nelle sale: giovedì 15 dicembre.

cinepanettone-foto-6-la-locandina-di-poveri-ma-ricchi-una-delle-4-offerte-cinematografiche-del-natale-2016

Basato su una commedia francese di grande successo, Les Tuche, Poveri ma ricchi è la decima regia di Fausto Brizzi e l’ennesima collaborazione alla sceneggiatura con Mario Martani. Questa volta però, complice la solida ossatura narrativa fornita dal copione francese, Brizzi e Martani hanno mano libera per fare ciò che riesce loro meglio: la sequela di battute che italianizzano la trama e rendono spassose le interazioni fra i Tucci. Al fondo c’è la spocchia contro i provinciali della cintura romana, ma è una spocchia ben indirizzata a scopo comico e molto meno greve di quella, per citare un esempio recente, riservata ai villici del viterbese di Ogni maledetto Natale, ed è controbilanciata da una grande tenerezza nei confronti di questi scombinati animati da buone intenzioni e da un affetto palpabile (usiamo il termine non a caso). Quel che più conta, si ride tanto, a pioggia, ritrovando l’umorismo “etnico” della commedia all’italiana e trapiantandolo in una contemporaneità di cui si raccontano i limiti più che le lusinghe. Forse perché siamo tutti un po’ diventati come i Tucci, cioè privi di benessere ma desiderosi della nostra fetta di felicità, possiamo riconoscerci in loro e allo stesso tempo sorridere della loro naiveté. Più di tutto funziona la squadra di attori comici italiani finalmente serviti da una trama degna di questo nome e da dialoghi veramente spiritosi e non del tutto scollati dalla realtà: dai cognati Christian De Sica ed Enrico Brignano all’ottima Lucia Ocone e la divina Anna Mazzamauro, dal mitico Bebo Storti allo spassoso Giobbe Covatta al commovente Ubaldo Pantani, maggiordomo che rimanda all’adorabile Coleman di Una poltrona per due. Anche Poveri ma ricchi rischia di diventare un cult natalizio, ma all’italiana e in quota cinepanettone: un panettone ben lievitato e zeppo di canditi (o uvette, se i canditi non piacciono) che lascia un buon sapore in bocca.

Incassi: ∗∗∗ 6.833.000€   Critica: ∗∗∗

• Natale a Londra

Con Lillo & Greg, Nino Frassica, Paolo Ruffini, Uccio De Santis, Eleonora Giovanardi, Enrico Guarneri. Regia di Volfango De Biasi. Durata 90 min. Uscita nelle sale: giovedì 15 dicembre.

locandina-film-natale-a-londra

Rinvigorito dal successo cinematografico della coppia composta da Lillo & Greg, De Laurentiis, dopo alcuni anni di sperimentazioni, ha capito, che con la coppia a disposizione si può anche osare di più, e così insieme al suo fido regista Volfango De Biasi, ha progettato per il Natale 2016, quei trasferimenti all’estero, tanto cari almeno fino a 10 anni fa. La nuova commedia di Natale targata “Filmauro” si svolge infatti a Londra e porta il titolo di “Natale a Londra-Dio salvi la regina”, una sorta di “Ocean’s Eleven” in salsa italiana. Ritmo serrato, trama ambiziosa, comicità verbale e slapstick, sono gli ingredienti di questo film, arricchito da un cast variegato e ben assortito, anche se forse un po’ troppo affollato. La trama è presto detta, ed è quella di rapire i cani della regina intrufolandosi dentro Buckingham Palace per pagare un debito con un noto boss londinese, un plot degno dei migliori action comedy americani. E infatti l’omaggio al genere action comedy americano funziona bene grazie a Lillo e Greg, Nino Frassica, Ninetto Davoli, Uccio De Santis e Vincent Riotta, attori con la giusta verve per essere divertenti tanto individualmente quanto nel quadro della parodia. Allo stesso modo Paolo Ruffini e Eleonora Giovanardi interpretano gli opposti che si attraggono, lui uno sous chef senza palle, lei una donna che non le manda a dire. Capofila dell’operazione rimangono però Lillo & Greg, che come lo scorso anno sono anche autori del film, e non ci si sorprenda più di tanto, la loro è una coppia abituata in teatro e in radio a scriversi i testi da sè. Il che dimostra come Lillo & Greg non abbiano soltanto tempi comici perfetti, dato dal loro ventennale affiatamento, ma abbiano dietro di sè solide basi comico-culturali, per innovare ed innervare finalmente il genere comico all’italiana con stile ed eleganza…e tutto ciò con l’appoggio ( inusuale ) della critica contemporanea. “Natale a Londra”, quindi, nonostante metta forse troppa carne al fuoco, regge l’impianto fasesco, e soprattutto fa una cosa fondamentale, che lo eleva dalla mediocrità dilagante a buon film, non cede mai alla tentazione dell’idiozia e assolve il suo compito: diverte senza volgarità spicciole e fini a se stessi. Del film rimangono anche alcune scene dal forte impatto comico: le gag visive di Lillo & Greg, la guerra psicologica che vede coinvolto Greg dinanzi ad uno specchio, tra la parte onesta e naif di sé con quella più scafata e criminale; i calembour verbali di Nino Frassica; e una nostalgica scazzottata, omaggio tutt’altro che velato a Bud Spencer e Terence Hill.

Incassi: ∗∗½ 4.321.000€  Critica: ∗∗½

• Fuga da Reuma Park

Con Aldo, Giovanni & Giacomo, Silvana Fallisi, Salvatore Ficarra, Valentino Picone. Regia di Morgan Bertacca, Aldo, Giovanni & Giacomo. Durata 90 min. Uscita nelle sale: giovedì 15 dicembre. 

fuga-da-reuma-park

Ci sono molti modi per celebrare la nascita di un sodalizio artistico a venticinque anni di distanza. Aldo Baglio, Giovanni Storti e Giacomo Poretti hanno scelto quello migliore. Hanno cioè messo in scena se stessi recuperando i personaggi dei vecchietti che hanno costituito un punto di forza delle loro gag. Lo hanno fatto però puntando tutto sul versante surreale che ha sempre innervato la loro attività sia in televisione che in teatro che sul grande schermo. Poteva essere un rischio ma i tre, che conoscono a fondo le tecniche della comicità e che si sono fatti affiancare dagli ormai collaboratori fissi Valerio Bariletti e Morgan Bertacca nello scrivere la sceneggiatura, sapevano come fare centro.
“Fare centro” è la definizione giusta per un film che si svolge per buona parte in un Luna Park trasformato in casa di ‘detenzione’ per anziani con i baracconi che offrono ulteriore materiale per la costruzione di dinamiche surreali (in proposito si consiglia di aspettare la fine dei titoli di coda per avere un’ulteriore sorpresa). È tra il tirassegno e la casa degli orrori, tra le montagne russe e il Punching ball a gettone che i tre si ritrovano non solo come anziani acciaccati ma in cui iniziano a veder riapparire (sul piccolo schermo ma non solo) anche i personaggi che, nel corso degli anni, ne hanno accreditato il successo. Può, ad esempio, in una dimensione simile non fare la sua comparsa Tafazzi? Tutto scorre con una leggerezza che non dimentica la lezione delle comiche dei tempi del muto pur non rinunciando alle battute a effetto garantito. C’è anche un omaggio reciproco fra il trio e la coppia Ficarra e Picone. I ‘vecchi’ ospitano, quindi riconoscendo ai giovani un ruolo importante e questi ultimi partecipano divertendosi (e si vede). Ambientando l’ultima parte del film in una Milano notturna, che si presta bene ad ampliare la sensazione di surreale, i tre fanno anche un omaggio alla città che li ha tenuti a battesimo (non risparmiandone però il simbolo più universalmente noto) non rinunciando a ricordarci come si possa costruire un successo così duraturo senza ricorrere mai alle pratiche più basse della comicità.

Incassi: ∗∗ 2.972.000€  Critica: ∗∗½

•2017

• Mister Felicità

Con Alessandro Siani, Diego Abatantuono, Carla Signoris, Elena Cucci, Cristina Dell’Anna. Regia di Alessandro Siani. Durata 90 min. Uscita nelle sale: domenica 1 gennaio 2017.

mister felicità

Alessandro Siani alla sua terza regia si cimenta con un soggetto e una sceneggiatura scritti insieme a Fabio Bonifacci, e il problema è proprio il copione: una trama improbabile, dialoghi poco credibili, gag infantili e una distanza siderale da qualsiasi tipo di realtà, ma anche dall’astrazione della favola, quale Mister Felicità vorrebbe essere. Il risultato è una commedia romantica che non si alza mai in volo, senza la leggerezza di quelle farfalle che vorrebbero esserne il simbolo. Ripetitivo e caotico: se ne poteva fare a meno.

Incassi: ∗∗∗∗ 10.038.000€ Critica: ∗

• L’ora legale

Con Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Leo Gullotta, Vincenzo Amato, Tony Sperandeo. Regia di Ficarra & Picone. Durata 92 min. Uscita nelle sale: giovedì 19 gennaio 2017.

ficarra e picone- l'ora legale 2

“L’ora legale”, settima fatica del duo composto da Ficarra & Picone, è uno dei film comici più intelligenti degli ultimi vent’anni. Resterà questo film, resterà fra venti/trenta/quarant’anni, come documento storico-politico dell’Italia di inizio XXI secolo. Resterà come è rimasta la migliore commedia all’italiana del secolo scorso. Resterà perché finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di parlare della nostra realtà, ovviamente deformata attraverso una sguardo esilarante. Resterà perché il duo osa un finale amaro, profeticamente realista, come fossimo in una delle commedie all’italiana, di Sordi, di Gassman e perché no, anche di Franco Franchi & Ciccio Ingrassia. La grazie e la finezza comica sono state sempre loro prerogative, ma ne “L’ora legale”, a tutto ciò si aggiunge la capacità di raccontare abitudini e modi di essere collettivi del popolo italiano. Così facendo allargano lo sguardo sulla descrizione di un’intera comunità, dei suoi vizi e dei suoi tanti difetti, lontano anni luce ( in meglio ) rispetto alla favola buonista, meccanica e ripetitiva di un Siani a corto di idee. E la maniera in cui Ficarra & Picone si utilizzano è straordinaria e dimostra che dietro alla coppia, c’è una solida cultura comica, intelligente, raffinata, popolare. L’ora legale resterà in ogni caso un documento del momento storico-politico che stiamo attraversando, sospeso tra paura e speranza, tra la curiosità e il timore di scoprire qual è Italia che ci meritiamo davvero. Dalla sala si esce soddisfatti, per aver visto un “vero” film comico, come si facevano una volta, ma si esce anche con l’amaro in bocca, perché è un film che fa riflettere se siamo davvero così.

Incassi: ∗∗∗∗ 10.200.000€ Critica: ∗∗∗∗

• Smetto quando voglio- Masterclass

Con Edoardo Leo, Stefano Fresi, Paolo Calabresi, Valerio Aprea, Libero De Rienzo, Pietro Sermonti. Regia di Sydney Sibilia. Durata 118 minuti. Uscita nelle sale: giovedì 2 febbraio 2017.

smetto quando voglio masterclass

Sydney Sibilia si riconferma un’anomalia assoluta nel panorama cinematografico italiano, anche nella volontà di trasformare il suo esordio di successo in una trilogia che, pur rispondendo ad un’esigenza specificamente commerciale, intende mantenere una sua coerenza artistica. Se il cinema è un’industria di prototipi che ogni tanto si declina in franchising, è raro, anzi rarissimo, che il secondo film di una saga, breve o lunga che sia, si mantenga all’altezza del suo predecessore, tanto più se quel primo film non era stato concepito come l’incipt di un racconto più lungo. Ma Sibilia tiene botta, ha girato due sequel contemporaneamente, e ha proseguito sulla strada della sua particolare ispirazione artistica che mescola commedia all’italiana, con I soliti ignoti a fargli da faro guida, all’action comedy statunitense in stile Ocean’s Eleven. Il tratto comune dei due modelli aspirazionali è la forte caratterizzazione dei personaggi, e in Smetto quando voglio – Masterclass anche Sibilia fa leva sia su quanto già sappiamo di ciascun componente della banda, che sul nostro immaginario cinematografico a cavallo fra tradizione e importazione. La saga di Smetto quando voglio rappresenta una sorta di cartina di tornasole dello stato di salute della commedia italiana contemporanea, un breviario di ciò che si deve e di ciò non si può più fare (come hanno dimostrato i flop di molti cinepanettoni recenti). Sibilia (di)mostra che si può avere fiducia nell’intelligenza degli spettatori, abituati dalle sitcom americane a gestire un fuoco di fila di battute sparate a raffica senza soffermarsi sull’effetto comico ottenuto, e prova che si può fare una commedia moderna rimanendo ancorati alla realtà di fondo, anche tragica come quella della disoccupazione italiana, senza dover per forza tracimare nel grottesco o nel surreale. Che si può, e si deve, fornire allo spettatore una spiegazione, ancorché fantasiosa, delle implausibilità della trama, invece che ignorarle sperando nella clemenza (o disattenzione) di chi guarda. Che una commedia riuscita è innanzitutto scritta bene non solo a livello di gag e battute ma anche di costruzione narrativa, e che i personaggi non devono tradire la natura che è stata loro assegnata dal copione e dagli attori che li interpretano. Smetto quando voglio – Masterclass è un ottimo “secondo film” ricco di idee di cinema (seppur mutuate dall’estero), con una sua cifra stilistica riconoscibile, un look acido e psichedelico adeguato al prodotto centrale della storia, pieno di inside joke e gag visive (vedi la t-shirt di Edoardo Leo con la faccia di Sid Vicious), di inquadrature che strizzano l’occhio al fumetto e musiche che funzionano per commento (quella di apertura che chiede: “Vuoi essere un leader o un gregario?”) o per contrasto (le note del Flauto magico sull’incidente d’auto), un ritmo funky del tutto insolito nel nostro cinema melodico, e last but not least un paio di scene d’azione che non ti aspetteresti in una commedia italiana.

Incassi: ∗∗½ 3.300.000€ Critica: ∗∗∗∗

• Mamma o papà?

Con Paola Cortellesi, Antonio Albanese, Luca Marino, Marianna Cogo, Alvise Marascalchi. Regia di Riccardo Milani. Durata 98 minuti. Uscita nelle sale: martedì 14 febbraio 2017.

mamma o papà locandina

Mamma o Papà non decolla perché rincorre non uno ma due prototipi stranieri (Papa ou Maman e La guerra dei Roses), perdendo di vista la realtà specificamente nazionale. I problemi cominciano in sceneggiatura. Risulta ad esempio difficile capire perché Valeria non possa portare con sé in Svezia i ragazzi per un periodo di meno di un anno, non perché in quanto madre sia automatico che sia lei a prendersi cura della prole, ma perché in Svezia crescere i figli, anche da single, è reso molto più semplice che da noi. I figli, inizialmente villani e strafottenti, si trasformano inspiegabilmente in vittime imbelli non appena inizia la guerra per liberarsi di loro. I personaggi di contorno, fondamentali in una commedia, sono appena accennati e privi di un vero arco narrativo: la coppia degli amici, l’infermiera, il collega di Valeria, l’improbabile giudice sempre disposta a dare ascolto alla coppia (in Italia le consensuali si concordano con l’avvocato, non direttamente con il magistrato). Si salva comunque la coppia di protagonisti, sempre bravissimi Paola Cortellesi e Antonio Albanese; e soprattutto Carlo Buccirosso, sempre istrionico, sempre azzeccato.

Incassi: ∗∗½ 4.200.000€ Critica: ∗∗

• Beata ignoranza

Con Alessandro Gassmann, Marco Giallini, Valeria Bilello, Carolina Crescentini, Teresa Romagnoli. Regia di Massimiliano Bruno. Durata 102 minuti. Uscita nelle sale: giovedì 23 febbraio 2017.

beata ignoranza

Massimiliano Bruno e la Italian International Film di Fulvio Lucisano si buttano a pesce sulla nuova tendenza cinematografica italiana che individua nel suo capostipite Perfetti sconosciuti, ma come ogni progetto successivo che rincorre un’ispirazione originale Beata ignoranza non riesce a trasformare un’idea interessante (il confronto fra due modi opposti di gestire un aspetto chiave della contemporaneità) in una narrazione cinematografica soddisfacente. Il principale problema di Beata ignoranza è infatti proprio la sceneggiatura firmata da Bruno insieme a Herbert Simone Paragnani e Gianni Corsi, piena di implausibilità che riguardano soprattutto la costruzione dei due protagonisti. Se da un lato Ernesto è divertente nella sua avversione granitica alla modernità (merito anche della recitazione di Marco Giallini, che sa inserire sfumature anche là dove non sono previste) dall’altro risulta del tutto incoerente nella gestione del suo rapporto con Nina e nell’attrazione per un’altra insegnante, Margherita, assuefatta a quei social che lui dovrebbe detestare. Ma va ancora peggio a Filippo, ignorante anche della materia che insegna (Perché gli permettono di fare il docente di ruolo in un liceo? Perché per fortuna c’è la “Buona Scuola”, suggerisce una battuta), ex elettore di Forza Italia che vive alla Balduina insieme a due perdigiorno cannaioli, in un assetto domestico (anche solo di arredo) che sarebbe concepibile al Pigneto, non in uno dei quartieri più conservatori di Roma. E via elencando incoerenze e assurdità. Alessandro Gassman si vede costretto a recitare il suo ruolo contradditorio e bidimensionale con sguardi e smorfie che non fanno onore alla sua abilità di attore. Va meglio ai personaggi di contorno (come spesso succede nei film di Bruno): l’operatrice Iris (Emanuela Fanelli) è spassosa nella sua caratterizzazione della virago con accento “etnico”, il coinquilino di Filippo, Gianluca (Giuseppe Ragone), diverte con i suoi talenti inutilizzati strizzando l’occhio a Smetto quando voglio, il bidello Alessandro Di Carlo appare e scompare come una maschera goldoniana e Teresa Romagnoli fa del suo meglio per restituire a Nina un briciolo di autenticità. Terribile invece il personaggio di Marianna, interpretata da Carolina Crescentini con sguardo lacrimoso. Tra l’altro tutti e tre i principali ruoli femminili (Marianna, Nina, Margherita) sembrano incapaci di gestire la propria sessualità in modo maturo, o anche solo di conoscere l’uso dei contraccettivi. Il linguaggio cinematografico è infine un pasticcio: l’obiettivo di preparare quella “sorpresa finale” che caratterizzava il prototipo Perfetti sconosciuti distorce tutta la costruzione narrativa, interrompendo il flusso del racconto con inserti da web serie che la conclusione (anche quella improbabile) dovrebbe giustificare, e che invece rendono semplicemente faticoso per lo spettatore seguire il filo della storia. Quello che manca è soprattutto una verità di fondo nella gestione delle relazioni interpersonali che si limitano ad interazioni da spot televisivo, senza quella profondità che, anche nel contesto di una commedia, è necessaria perché la storia funzioni. Per contro Beata ignoranza non risparmia le tirate moraliste sui giovani e la loro presunta incapacità di distinguere reale e virtuale: da che pulpito, verrebbe da osservare.

Incassi: ∗∗½ Critica: ∗∗

• Omicidio all’italiana

Con Marcello Macchia, Luigi Luciano, Sabrina Ferilli, Enrico Venti, Gigio Morra. Regia di Marcello Macchia. Durata 90 minuti. Uscita nelle sale: giovedì 2 marzo 2017.

omicidio all'italiana

La sceneggiatura (firmata a sei mani, fra cui quelle di Marcello Macchia e Luigi Luciano, in arte Maccio Capatonda ed Herbert Ballerina) è ottima, molto più attenta e stratificata di quelle delle banali commedie italiane contemporanee, e molto precisa nel dare una spiegazione (ancorché surreale) ad ogni svolta della trama. Ottime anche le interpretazioni, soprattutto quelle di Macchia e di Sabrina Ferilli nei panni della conduttrice cinica e bara Donatella Spruzzone, che vede nel delitto di Acitrullo il potenziale per il proprio record di ascolti. Quel che manca a Omicidio all’italiana è una buona regia di commedia. Infatti, nonostante il copione sia solo apparentemente demenziale, manca quel ritmo comico che è dato dal susseguirsi delle immagini, e che funziona in modo diverso per il grande schermo rispetto a quello piccolo (soprattutto quello del pc). Per questo davanti a Omicidio all’italiana si sorride molto ma non si ride quasi mai, nonostante il fuoco di fila di battute e i giochi di parole cui Capatonda ci ha da tempo abituati. Il buon regista di commedie è un animale raro, e Marcello Macchia, senza rivali nel mettere insieme scene assurde e personaggi esilaranti che attingono alla realtà nelle sue pieghe più oscure, non riesce (almeno per ora) a trasformare la sua abilità narrativa in cinema, e sembra anche dimenticare che la grande commedia all’italiana era sì molto scritta, ma lasciava anche ampio spazio all’improvvisazione degli attori, che in Omicidio all’italiana è invece trattenuta da una briglia troppo tesa. Se Macchia riuscirà a lasciare andare quella briglia, e se imparerà dai grandi registi del passato a gestire meglio i tempi della commedia cinematografica potrà mettere a frutto sia la sua (rara) capacità di scrittura che il suo indubbio talento di (prim’)attore.

Incassi: ∗∗½ Critica: ∗∗∗

Prossimo aggiornamento domenica 2 aprile 2017