Curiosità

Pillole di cinema italiano: aneddoti e curiosità

Legami d’amore e di famiglia Marcello Mastroianni si è sposato solo una volta, con Flora Carabella, dalla quale poi si è separato. L’attore ha avuto diverse relazioni importanti, e tra queste si ricorda quella con Catherine Deneuve. Dal rapporto con la Carabella è nata Barbara, mentre dal rapporto con la Deneuve è nata Chiara, anche lei attrice come il padre. Marcello ha anche un fratello, Ruggero, uno dei più grandi addetti al montaggio del cinema italiano – che tra l’altro è scomparso pochi mesi prima di lui, nel 1996 – il quale ha avuto una figlia, Federica. 

Marcello Mastroianni e Cathrine Deneuve.
Marcello Mastroianni e Cathrine Deneuve.

• Il Gusto Dell’improvvisazione Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni e Philippe Noiret erano molto amici, e nonostante avessero letto la sceneggiatura de “La grande abbuffata”(1974) di Ferreri, sul set praticamente non la consultarono più: i tre grandi attori improvvisavano continuamente ed il regista li lasciava liberi di creare. La scena dell’imitazione di Marlon Brando, per esempio fu proposta da Tognazzi, e non era presente nella sceneggiatura. 

Michèl Piccoli, Philippe Noiret, Ugo Tognazzi e Marcello Mastroianni ne
Michèl Piccoli, Philippe Noiret, Ugo Tognazzi e Marcello Mastroianni ne “La grande abbuffata”(1974).

“Ho lavorato con Marcello Mastroianni tanti, tanti anni fa, e lui mi disse: ‘Da giovane preferisci indossare una maschera dietro l’altra e interpretare tanti personaggi diversi. Poi quando invecchi, vuoi togliere le maschere ed essere semplicemente te stesso’ – E credo sia la verità. Quando si è giovani non si fa altro che correre alla ricerca di sè stessi, ma da vecchi si riconosce la propria faccia riflessa nello specchio. Ci si sente a proprio agio con essa, e si è felici di vederla, appena svegli”.
(Kathy Bates ricorda Marcello Mastroianni)

• Totò, Scalfaro e la…malafemmenaRoma 21 luglio 1950 ore 12,30. La giornata è piuttosto calda, del resto siamo in estate, l’onorevole Oscar Luigi Scalfaro si reca alla trattoria di via della Vita per il pranzo in compagnia di due colleghi di partito. Al tavolo accanto c’è una signora bruna, Edith Toussan, indossa un bolerino a fiorellini verdi e rossi indumento di gran moda in quegli anni, una sorta di “prendisole” che la signora non esita a togliere per il gran caldo lasciando le spalle parzialmente scoperte. Scalfaro sostenuto dai due colleghi non restiste a questa vista ed esclama “Non si vergogna?” e incalzando “Vestita così è una bestia”. Si dice siano volati anche degli schiaffi, la signora comunque sporge querela. Come se non bastasse l’onorevole portò in parlamento una crociata contro le donne pubbliche: “Queste donne, a furia di esporsi senza alcun pudore, cessano di essere donne private per diventare donne pubbliche!”.Neanche il tempo di dirlo che si becca tre sfide a duello, dal padre e dal marito della signora, e la stessa signore Toussan lo sfida a duello non intendendo passare per una sorta di “malafemmina”. Scoppiano le polemiche, una vera battaglia del “prendisole” che rasentano anche il ridicolo ma con Scalfaro che non intende accettare le sfide, dice che lui è cattolico e non può fare duelli. Il quotidiano L’Avanti! lo contesta con un articolo dal titolo “E’ una gallina l’onorevole Scalfaro?”. A questo punto Antonio de Curtis scrive una lettera all’onorevole Scalfaro che viene pubblicata proprio da L’Avanti! il 23 novembre del 1950.  Sul caso Scalfaro-Toussan(la faccenda delle spalle nude, per intenderci) sono intervenuti uomini politici, moralisti, bigotti e buontemponi. Oggi pubblichiamo la lettera aperta che l’attore Totò indirizza al deputato democristiano íl quale, dopo aver offeso pubblicamente la reputazione della donna, si è rifiutato di battersi col di lei genitore. In verità, ogni volta che si parla di duelli, siamo costretti a sorridere (come del resto ci divertirebbe un signore in cilindro); ma il parere, in materia cavalleresca,di Totò, che oltre ad essere un discendente di antica famiglia nobiliare è anche un uomo di talento e di cuore, ci sembra di particolare interesse. Riassume in un certo senso il giudizio che,sul gesuitismo imperante oggi in ltalia, danno le persone di buon senso. Qualunque siano le loro opiníoni di morale e di costume. Questo è l’articolo con la lettera di Totò: “Ho appreso dai giornali che Ella ha respinto la sfida a duello inviataLe dal padre della signora Toussan, in seguito agli incidenti a Lei noti. La motivazione del rifiuto di battersi da Lei adottata, cioè quella dei principi cristiani, ammetterà che è speciosa e non fondata: il sentimento Cristiano, prima di essere da Lei invocato, per sottrarsi ad un dovere che è un patrimonio comune di tutti i gentiluomini, avrebbe dovuto impedire, a Lei e a Suoi Amici di fare apprezzamenti in un pubblico locale sulla persona di una Signora rispettabilissima. Abusi del genere comportano l’obbligo di assumerne le conseguenze, specialmente per uomini responsabili, i quali hanno la discutibile prerogativa di essere segnalati all’attenzione pubblica, per ogni loro atto. Non si pretende da Lei, dopo il rifiuto di battersi, una maggiore sensibilità per ciò che è avvenuto, ma si ha il diritto di esigere che in incidenti del genere, le persone alle quali il sentimento della responsabilità morale e cavalleresca è ignoto, abbiano almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini, ai quali questi sentimenti e il coraggio civile dicono ancora qualcosa”. Principe Antonio Focas Flavio Commeno de Curtis. 

Il Principe Antonio De Curtis, in arte, il grande Totò.
Il Principe Antonio De Curtis, in arte, il grande Totò.

• Non monarchico, ma anarchico –  Da sempre si narra che Totò avesse simpatie per il Partito Monarchico, una considerazione spesso attribuita al suo “Viva Lauro!” gridato ai microfoni del “Musichiere” di Mario Riva (nel 1958). Secondo la compagna Franca Faldini, invece, Totò si era sempre professato anarchico.

• Nino Taranto, il più umile tra i grandi – Il grande Nino Taranto, anche rispetto ad attori ugualmente importanti e immortali come lui, si è sempre dimostrato il più umile, mantenendo sempre un contatto diretto con il pubblico, con il popolo. Si concedeva molto tempo per passeggiare nella sua Napoli, quando gli impegni cinematografici o teatrali glielo permettevano. Amava farsi circondare dalla gente comune che gli chiedeva autografi, gli stringeva la mano o gli offriva un caffè, che immancabilmente accettava. A proposito del saldo rapporto amorevolmente coltivato con i concittadini, lui stesso scrive: “Tengo a chiarire che non intendevo assolutamente esibirmi, nè ero spinto da particolare vanagloria; tuttavia mi inorgogliva il fatto di essere sempre nelle simpatie del pubblico e non nascondo che mi terrorizzava il pensiero che mi potesse abbandonare: un attore vive per il pubblico!”. E Nino Taranto era proprio così come lo si vedeva in teatro o al cinema: allegro, sorridente, schietto, aperto, ambizioso, generoso e simpatico, e quando negli ultimi anni di vita, riceve nella sua casa di Parco Grifeo, la visita del giornalista Giulio Baffi e del fotografo Claudio Garofalo, accetta volentieri di posare per qualche fotografia con un pizzico di civetteria, mentre, indicando il panorama di Napoli, dice: “Solo qui mi sento davvero bene”. Personaggio dalla carriera poliedrica, ricca di stimoli e di successi, Nino Taranto deve probabilmente il suo successo alla fortissima caratterizzazione di uomo comune, sia fisica e sia caratteriale che, dismessi i panni dell’attore, lo portava a non assumere mai un atteggiamento da divo, ad essere assolutamente identico a come appariva sulla scena, e soprattutto ad amare il suo pubblico, da cui voleva essere considerato uno di loro, in una parola una persona qualunque, tant’è che sull’elenco degli abbonati al telefono di Napoli e provincia del 1962 si legge: “Taranto Nino, 30, Parco Grifeo, telefono 389082”. Specchio di questa innata modestia sono state anche la sua vita privata e quella professionale ove, ad un rapporto saldissimo con la moglie, i figli e i nipoti- nonchè con il fratello Carlo che aveva spesso voluto avere al suo fianco- alternava quello altrettanto duraturo e affettuoso con i colleghi, senza mai lasciarsi andare a un rimprovero o uno scatto d’ira, nè tantomeno alle pur diffuse gelosie e invidie, preferendo piuttosto coltivare amicizie lunghe e sincere che talvolta sconfinavano, sempre per semplicità e umiltà, in una forma di malcelata devozione, come nei confronti di Totò, a cui non era mai riuscito a dare del tu, o di Dolores Palumbo, che considerava come una di famiglia. 

Umile, grande e riservato: in poche parole Nino Taranto, il
Umile, grande e riservato: in poche parole Nino Taranto, il “signore della paglietta”.

Il matrimonio di Sophia Loren- Conosce nel 1949, a soli 15 anni, ad un concorso di bellezza, il noto produttore Carlo Ponti, di 22 anni più grande e già sposato con due figli. Tra i due nasce una storia e i due si sposeranno nel settembre 1957. Ma poiché il divorzio all’epoca non era legale in Italia e i due sposi rischiavano accuse di concubinato (Loren) e bigamia (Ponti), si trasferirono in Francia dove divennero cittadini francesi. Allora Ponti poté divorziare dalla prima moglie Giuliana Fiastri e quindi lui e Sofia Loren si sposarono una seconda volta il 9 aprile 1966 a Sèvres. Ebbero due figli, Carlo Ponti (Carlo Jr) ed Edoardo Ponti, nati nel 1968 e nel 1973. Carlo Ponti muore nel 2007, all’età di 94 anni. Sophia Loren ha quattro nipoti: due (Vittorio Leone e Beatrice Lara) figli di Carlo jr., e due (Lucia Sofia e Leonardo Fortunato) nati dal matrimonio di Edoardo con l’attrice Sasha Alexander. Nel 1962 la sorella della Loren, Maria Scicolone, sposa il figlio di Benito Mussolini, Romano Mussolini, da cui avrà due figlie: Alessandra e Elisabetta. Agli inizi degli anni cinquanta vive a Roma, in via Cosenza prima e in via Ugo Balzani poi. Tra il 1955 e il 1960 ha vissuto con Carlo Ponti in un appartamento di Palazzo Colonna, in via del Teatro di Marcello. Dal 1960 al 1977 ha vissuto insieme al marito a Marino, nella settecentesca “Villa Sara”, ex residenza dei marchesi Gabrielli con 50 stanze, foresteria, pinacoteca, casino di caccia, cinema, cappella privata, maneggio, voliera e una piscina circondata da un parco di 20 ettari, acquistata e ristrutturata da Ponti negli anni ’50. La villa, dopo anni di abbandono, è stata venduta nel 2003 all’imprenditore Antonio Angelucci. Nel ’77 la Loren, a causa dei problemi del marito con la finanza, si trasferisce con la famiglia in California. Nel 2007 la coppia vende la villa californiana per 9 milioni di dollari e si trasferisce definitivamente a Ginevra, in rue Charles-Bonnet, dove l’attrice vive attualmente. La Loren possiede inoltre un appartamento nell’esclusiva Trump World Tower di New York. Carlo Ponti e Sophia Loren sono stati importanti collezionisti d’arte. La collezione Ponti-Loren comprende oltre 150 opere, tra cui lavori di Matisse, Cézanne, Picasso, Braque, Dalí, Canaletto, Renoir, De Chirico, Balla, Magritte, Kokoschka e numerosi reperti archeologici[11]. Nel 2007 un quadro di Francis Bacon appartenente alla collezione viene venduto dall’Acquavella Galleries di New York per più di 15 milioni di dollari. Nello stesso anno la Loren mette all’asta da Christie’s a Londra un altro quadro di Bacon del 1956, Study for Portrait II, venduto per 14 milioni e 200 mila euro.

Sophia Loren, l'attrice più sensuale del cinema italiano.
Sophia Loren, l’attrice più sensuale del cinema italiano.

• Da Miss Italia a stella del cinema mondiale: il mito di Gina Lollobrigida– Nella primavera del 1947 un amico la convince a partecipare all’ultimo momento al concorso di Miss Roma. Lei non ha nemmeno un vestito adatto ma si classifica seconda e ottiene un tale successo di pubblico che viene invitata a Stresa per le finali di Miss Italia dove ottiene il terzo posto dopo Lucia Bosè e Gianna Maria Canale, future stelle del cinema italiano come lei. In quello stesso anno parteciparono alla manifestazione anche Eleonora Rossi Drago, esclusa perché priva dei requisiti richiesti, e Silvana Mangano, anche loro in seguito divenute celebri attrici. Creatrice e amministratrice della propria immagine, la Lollo ha preferito contare soprattutto su se stessa; si è sempre truccata da sola e spesso ha disegnato personalmente i suoi sontuosi abiti da sera. Per almeno 20 anni è stata uno dei principali simboli della bellezza italiana nel mondo e tra le pochissime attrici del Bel Paese che hanno mantenuto nel tempo un grande successo internazionale. Infatti, nel corso della sua lunga carriera, ha ottenuto circa 6.000 copertine sulle riviste di tutto il mondo (le più belle sono state riprodotte in un recente libro). Dissero di lei: “Gina Lollobrigida fa sembrare Marilyn Monroe la piccola Shirley Temple” ( Humprey Bogart);  “Mi chiamano la Lollobrigida d’America” ( Marilyn Monroe);  “Gina è nata per indossare i miei tailleurs, è meglio delle mie mannequins” ( Coco Chanel).

1965- Fascino da vendere, sguardo intrigante e corpo mozzafiato. A metà degli anni '60, oltre che una delle maggiori dive del cinema mondiale, divisa tra Hollywood e Cinecittà la Lollobrigida venne definita alle soglie dei 40 anni, la donna più affascinante del mondo, nonchè il massimo sex symbol del mondo della celluloide (anche più di Marilyn Monroe).
Fascino da vendere, sguardo intrigante e corpo mozzafiato. A metà degli anni ’60, oltre che una delle maggiori dive del cinema mondiale, divisa tra Hollywood e Cinecittà la Lollobrigida venne definita alle soglie dei 40 anni, la donna più affascinante del mondo, nonchè il massimo sex symbol del mondo della celluloide (anche più di Marilyn Monroe).

 Quella volta di Paolo Villaggio, Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi in Provenza. Una volta andammo in Provenza io, Gassman e Tognazzi. Andiamo a mangiare in un albergo che era anche uno dei più rinomati templi della cucina francese. Gassman era già un attore di fama internazionale e Ugo, dopo “La grande bouffe”, in Francia era una star. Accoglienza regale, tappeti rossi, il miglior tavolo, salamelecchi. Ordiniamo un pranzo barocco. Finite le consultazioni con il capocameriere, arriva solennemente il feudale sommelier, con relativo codazzo di vassalli. Colpo di scena: Gassman ordina uno Chàteau Laffitte Rothschild, il bordeaux più caro del mondo (una bottiglia, quattro milioni di lire, di allora, cioé anni Settanta). Alzando un sopracciglio, il sommelier galvanizza i suoi vassalli, che dalle segrete del maniero recano in processione l’inestimabile bottiglia, deposta nel cestino come Gesù bambino nella mangiatoia. Ha inizio il rituale bizantino della stappatura. Il sommelier mostra l’etichetta, svolazza il tovagliolo sulla bottiglia, circoncide la ceralacca, stappa come disinnescando una bomba inesplosa, risvolazza il tovagliolo sulla bottiglia, annusa il tappo, lo depone nel piattino di porcellana, caraffa minuziosamente il vino illuminando con la candela il collo della bottiglia per monitorare l’eventuale bruscolo di fondiglio, e trionfalmente, con una voluta barocca, versa il vino a Gassman. Distaccato, altero, Gassman assaggia. L’intera tradizione del teatro classico europeo si trasfonde in una pausa magistrale. Poi, con un sottotesto di lieve malinconia, il giudizio definitivo: «Sa di tappo». Il sommelier incassa da par suo, e inchinandosi con ossequio monacale al sacro cliente, ricomincia senza batter ciglio l’intera celebrazione. Tutto si svolge esattamente come prima, tranne che in sala aleggia una suspense insostenibile. Ugo suda, si agita sulla sedia. Gassman, da grande, grandissimo attore, non batte ciglio. Viene il momento del verdetto. Gassman si bagna le labbra, e in controtempo emette la sentenza: «Sa di tappo». Il sommelier vacilla, e capisce che per lui, a questo tavolo si rilancia troppo alto. Fa chiamare il direttore. Il richiamo si propaga per la sala. Ugo è nel panico assoluto e mormora: «Ci denunciano! Andiamo via, ci denunciano, ci mandano alla Caienna!». Si materializza il direttore, ci guarda in faccia, prende il bicchiere, assaggia, e guardando fisso Gassman decreta: «No!» e se ne va. Ugo, ormai in deliquio, trasecola per il sollievo: la beffa è finita, e noi siamo ancora lì, sani e salvi. Perché a Ugo piaceva giocare e scherzare, ma nella sua bonarietà, nella sua semplicità, non reggeva la beffa a questi livelli di rischio e di estremismo. ( Paolo Villaggio)

Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, la loro è stata una grande e fraterna amicizia, ed un importante sodalizio artistico che ha prodotto grandi capolavori del nostro cinema, come
Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, la loro è stata una grande e fraterna amicizia, ed un importante sodalizio artistico che ha prodotto grandi capolavori del nostro cinema, come “I mostri”(1963), “La marcia su Roma”(1962), “In nome del popolo italiano”(1971) e “I nuovi mostri”(1977), per citarne solo alcuni.

• “C’era una volta il West”, molto più di un film monumentale. “Io non sono qui né per la terra né per il denaro né per la donna. Sono qui solamente per te, perché so che ora tu mi dirai che cosa cerchi da me”. Spiega, nel finale di “C’era una volta il West”, Frank (Henry Fonda), il cattivo, a Armonica (Charles Bronson), che non è il buono, e che poco dopo lo celia: “Così hai scoperto che dopotutto non sei un uomo d’affari”, fattosi serio Frank gli risponde filosofando, e sono due pistoleri che si stanno per sfidare a morte: “Solo un uomo”, al che Armonica non sa risparmiargli una critica storico-sociale: “Una razza vecchia”. Verranno altri Morton e la faranno sparire” Il “Morton” di cui si parla manco a dirlo è un uomo dell’alta finanza, uno di quei farabutti che sognano solo ad arricchirsi seminando morte e povertà. Sergio Leone non ha bisogno di scrivere saggi di politica, i suoi film sono azione politica, impossibili da staccare dal grande periodo di fermento sociale che cavalca i decenni dagli anni ’60 agli 80′ dello scorso secolo. Anche “C’era una volta il West” sotto l’anima western nasconde malamente una critica sociale che infastidì non poco la critica cinematografica dell’epoca, ma che permette al film di essere vivo e senza tempo, tanto da esse re citato da “Time” come uno fra i cento film più importanti di tutti i tempi, di essere considerato al 14° posto tra i 500 titoli più importanti della storia del cinema, e essere conservato dallo Stato americano come una delle opere del genio umano. Un film che è spettacolo puro che si avvale di grandi attori assieme a Fonda e a Bronson ci sono una indimenticabile Claudia Cardinale e uno straordinario Jason Robards. Senza tempo le musiche di Ennio Morricone, decine e decine di registi hanno ammesso di essere stati influenzati da questo film, pensiamo a Quentin Tarantino, Martin Scorsese, George Lucas, John Carpenter, John Milius, John Boorman, e Baz Luhrmann, solo per fare qualche nome.

Henry Fonda, Claudia Cardinale, Sergio Leone, Charles Bronson e Jason Robards, il meraviglioso
Henry Fonda, Claudia Cardinale, Sergio Leone, Charles Bronson e Jason Robards, il meraviglioso “quintetto” del capolavoro assoluto della cinematografia mondiale “C’era una volta il West”(1968).

• Il legame tra Marcello Mastroianni e Federico Fellini: un curioso scambio di premi. Nel 1990 con una commovente cerimonia il festival di Venezia attribuisce il Leone d’Oro alla carriera al grande Marcello Mastroianni, e a consegnarglielo è il grande amico e maestro Federico Fellini, con cui Marcello, solitamente distaccato e ironico nei confronti dei premi, scherza sul fatto che questi Leoni alla carriera ( Federico l’aveva ricevuto due anni prima ) sembrano quasi un simpatico prepensionamento. In realtà Mastroianni è tutt’altro che in pensione, continua a girare film in vari paesi e dei generi più disparati. Tre anni dopo a parti invertite, sarà invece Marcello Mastroianni insieme a Sophia Loren, a consegnare l’Oscar alla carriera al grande Federico Fellini, il 29 marzo del 1993. Quel 29 marzo del 1993 sul tappeto rosso del Dorothy Chandler i fan gli tributarono un’ovazione da pelle d’oca, scandendo il nome “Marcello”, che in America è sinonimo di Mastroianni. “Sono onorato di far parte di questa celebrazione della carriera di questo grande uomo”, così inizia il suo commosso discorso di presentazione. Riferendosi alla sua unica precedente partecipazione alla serata degli Oscar dirà: “Fu un esperienza interessante, anche se la cerimonia non finiva più. C’erano tutti i divi che mi avevano affascinato quando eravamo giovani, almeno quelli ancora vivi. Ma non avevo provato nulla di particolare, nulla in confronto a quanto ho provato nel consegnare, insieme alla Loren, la statuetta dell’Oscar a Federico. E’ stato uno dei momenti più emozionanti e più belli della mia vita”. 

Federico Fellini e Marcello Mastroianni sul set del film "Otto e mezzo", del 1963.
Federico Fellini e Marcello Mastroianni sul set del film “Otto e mezzo”, del 1963.

Icona di stile: Marcello Mastroianni. “Ringrazio Marcello Mastroianni che con Otto e mezzo mi ha insegnato che si può volere dire la verità senza sapere cosa sia”, così disse il regista Nikita Michalkov ricevendo l’Oscar nel 1994, in effetti quell’espressione malinconica, quasi distante dalla realtà, ha contribuito non poco a scolpire nell’immaginario collettivo il mito del grande attore italiano. Marcello Mastroianni in effetti è il simbolo stesso dell’italianità, non solo perché ha raccontato il paese attraverso quei personaggi che, con piglio camaleontico, ha interpretato, ma perché il suo fascino, unitamente a quello dei suoi grandi capolavori, ha sedotto il mondo. Fu considerato, suo malgrado, un sex symbol, non a caso ebbe una breve relazione con la divina Silvana Mangano e una lunga storia con Catherine Deneuve (dalla quale nacque la figlia Chiara), ma sul grande schermo tutti lo ricordano infatuato come un adolescente di fronte ad Anita Ekberg che lo invita a tuffarsi nella Fontana di Trevi e partner di Sophia Loren in tantissime pellicole. Di proverbiale eleganza, i suoi personaggi restano un punto di riferimento costante nella moda e per i marchi che celebrano la tradizione sartoriale italiana. Indimenticabili l’abito scuro a due bottoni indossato con camicia bianca e cravatta sottile nera (trend tornato in voga da diversi anni) e l’abito bianco del finale de’ “La dolce vita” indossato con camicia nera. Di mezzo la vestaglia da camera di seta e gli storici occhiali Persol 649 di “Divorzio all’italiana”, l’abito gessato a tre pezzi e i guanti da automobilista di “Matrimonio all’italiana”, l’irrinunciabile cappello (modello Borsalino)che conferisce sempre un’aria distinta durante la bella stagione. Pochi uomini al mondo sono in grado di indossare un frac blu, come quello confezionato dalla storica sartoria Farani di Roma per “Intervista”, perchè in fondo l’eleganza non è mai solo un abito, ma è un modo di fare disinvolto e mai artificioso. 

La proverbiale eleganza di Marcello Mastroianni.
La proverbiale eleganza di Marcello Mastroianni.

• Eduardo e Totò: storia di una fraterna amicizia. Se due amici fraterni, come Totò ed Eduardo, s’ incontrarono sul set nel 1949, fu grazie a un complice di lusso: il produttore Dino De Laurentiis. Fu lui che, prima di allestire il cast di «Napoli milionaria», film tratto dal capolavoro teatrale di De Filippo sulle miserie morali di una famiglia napoletana durante la guerra, parlò chiaro a Eduardo: «Chiama Totò. Convincilo ad accettare una parte». Il principe della risata non ebbe esitazioni: «Accetto, ma per te lo faccio gratis!». In segno di riconoscenza, De Filippo gli scrisse una delle più toccanti lettere della storia dello spettacolo italiano: «Caro Antonio, ogni qual volta penso a te, Amico, te l’ ho detto a voce e voglio ripeterlo per iscritto, ho l’ impressione di non essere più solo nella vita!». E accompagnò quelle righe con un regalo per Diana, la moglie del principe: una collana d’ oro, tempestata di brillanti. Nacque un film con Eduardo e Totò nei panni di due tranvieri. Quest’ ultimo, con moglie e figli a carico, costretto a fingersi morto pur di sbarcare il lunario. Liliana De Curtis, l’ unica figlia di Totò, descrive come reagì suo padre al gesto di Eduardo? «Papà rimase commosso dalle sue parole. Nel suo cuore pesava più la lettera che la collana di Bulgari. Ma non c’ è da meravigliarsi. Erano due sopravvissuti alla guerra. Due specchi, che quando si incontravano, riflettevano le difficoltà vissute insieme. Conoscevano il vero significato della parola fame, quando pane e frittata era un pranzo extralusso». Eduardo, però, ricordava anche quando, negli anni ‘ 20, Totò lo aveva curato come un fratello… «Beh, come poteva dimenticare che papà, dopo i suoi spettacoli, con infinita dolcezza gli stirava le pezze calde e gliele poggiava sul petto. Per distrarlo, poi, cantava “Il portavoce”, una “macchietta” napoletana. Eduardo si divertiva così tanto che una notte gli disse: “Totò, vattene! Mi fai troppo ridere, mi sento male!”». La generosità del principe è proverbiale. Al punto che, raccontando i suoi gesti, la realtà stupisce così tanto da sembrare finzione. «Lo pensavano anche tanti capifamiglia napoletani del quartiere Sanità, dov’ era nato. Soprattutto quando al mattino trovavano sotto l’ uscio una busta piena di diecimila lire. All’ inizio erano pazzi di gelosia, ma poi scoprirono che era Totò, accompagnato di notte in Cadillac dall’ autista Cafiero, a donare soldi ai più bisognosi. Lui faceva tutto in silenzio. Anche la sua auto non doveva far rumore: andava a 40 all’ ora, anche per evitare incidenti». Ma a volte, però, c’ è chi in pubblico dispensa generosità e in privato lesina aiuto. Chi era il principe De Curtis? «Un uomo che amava il silenzio, la notte e parlava a voce bassa. Con la famiglia, poi, è sempre stato sorprendente. Soprattutto con i nipoti. Pensate che a mio figlio Antonello donò la prima Ferrari elettrica e a mia figlia Diana il primo pupazzo parlante. Aveva un sesto senso. Percepiva subito i nostri desideri. Si preoccupava persino di comprare personalmente pigiami e maglie di lana per i nipoti. Un nonno ideale». È vero che era innamorato del mare? «Per lui era fonte di tranquillità e ispirazione. Appena poteva, passeggiava sul lungomare napoletano. O a Nizza. Ma davanti a un problema, fermava il mondo! Una volta, in vacanza a Rapallo, scoprì che il marinaio della sua barca aveva la moglie prossima al parto. Gli disse: “Corri da lei e falla partorire. Ti aspettiamo”. Tornato da papà, il marinaio non credette ai suoi occhi. Totò aveva già acquistato una carrozzina e un set per la prima infanzia”. In nome di un’ antica e mai interrotta amicizia, Totò recitò gratis in «Napoli milionaria». Ed Eduardo ricambiò inviandogli una collana di Bulgari per la moglie Diana, accompagnata da una lettera commossa. Ma girare il film richiese un anno intero: il principe era anche sul set di «Totò cerca casa» e «Totò le Moko», mentre Eduardo era spesso assente per impegni teatrali. Totò considerò comunque il film tra i suoi migliori e lo rivedeva per conto suo «quasi tutte le sere». Per rendere verosimile l’ atmosfera dei vicoli partenopei, Eduardo fece arrivare a Roma numerose comparse napoletane. Famiglie intere ospitate in una pensione della capitale. D’ altronde, girare a Napoli, tutto il film, sarebbe stato molto complicato. L’ affetto dei napoletani verso Totò ed Eduardo avrebbe di certo paralizzato il set. Una salma simpatica Quando Delia Scala gli chiese se non fosse a disagio nell’ interpretare il ruolo di un finto morto, Totò replicò: «Però ammettetelo, sono una “salma simpatica”!»

eduardo e totò
Eduardo e Totò: storia di due grandi artisti, storia di una fraterna amicizia.

• Il Torneo di Tennis Tognazzi, organizzato dal grande Ugo tra il 1966 e il 1991…un inno all’amicizia e alla vita. Già inserito nel saggio “L’altra faccia di Ugo Tognazzi: l’amante della vita e delle amicizie, la passione per la gastronomia, i leggendari tornei di tennis”, il video (che trovate, appunto, anche nella categoria saggi) in pochi minuti, in maniera commovente e con un pizzico di malinconia, racconta in immagini cos’era il Torneo di tennis Tognazzi. Un inno all’amicizia e alla vita. L’evento organizzato a partire dal 1966 sul campo di tennis di “Villa Tognazzi” a Torvajanica, prese avvio proprio per volere del grande Ugo. Organizzato ogni fine agosto, era un torneo riservato a personaggi del cinema e del teatro, della radio e della televisione, del giornalismo; tutti a contendersi, tra risate, cibo e vino, l’ambito premio finale: lo “Scolapasta d’oro”. L’evento durò per più di 25 anni, diventando un appuntamento fisso delle estati romane. Lo spirito era quello di stare tutti insieme tra un rovescio ed un piatto di spaghetti, tra uno “smash” e un bicchiere di vino, tra una smorzata e un gelato. Ogni edizione fu un occasione per riportare alla memoria tanti significativi “flash back” che hanno attraversato oltre un quarto di secolo. A sera, poi tutti in cucina, a far da giudici ai manicaretti preparati da Ugo, con tanto di votazione segreta e anonima per ogni piatto, e con Tognazzi vestito da cuoco con tanto di cappello. Tutti gli amici di un’epoca accorrevano alle sue maestose cene e al torneo di tennis di “Villa Tognazzi” che diventò ben presto la piccola capitale di un singolare pianeta sportivo-artistico-mondano. Tra un’abbuffata e una partita di tennis partecipavano tutti i suoi più grandi amici: Vianello, Rascel, Gassman ( che vinceva spesso il torneo), Monicelli, Villaggio; Anthony Quinn, Philippe Leroy e tanti altri artisti affermati che pur di esserci, rinunciavano dal trattenersi a Venezia durante il Festival, che ogni anno avveniva in perfetta concomitanza. Le serate si chiudevano con le consuete spaghettate notturne, le solite bevute e le chiacchierate interminabili tra vecchi grandi amici di un’epoca d’oro.

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