Sketch tratto da “Il corazziere”(1961), con Renato Rascel e Tino Buazzelli

E’ il 1961 e Renato Rascel è uno degli attori cinematografici più importanti del panorama nazionale. Proprio in questa annata Rascel torna nelle sale con quello che è uno degli ultimi suoi grandi film, “Il corazziere”. Nel film canta la canzone “Il piccolo corazziere”, composta nel 1948, suo cavallo di battaglia. La pellicola offre una seria ma ironica disamina dell’Italia tra il 1940 e il contemporaneo 1960, attraverso le disavventure di Urbano Marangoni (Rascel), che nell’Italia fascista ambisce di poter diventare corazziere, come il suo defunto padre, ma si tratta di un sogno destinato a non avverarsi a causa della sua bassa statura. Il film è carico di battute spiritose, autoironiche e niente affatto volgari, che riescono a far ridere con pochi mezzi e molta arguzia. Riuscita anche la satira sul fascismo e sull’italiani voltagabbana, ma è l’interpretazione di Rascel a dare consistenza al film: quì l’attore romano si dimostra una sorta di Buster Keaton in sedicesimo, che accetta con rassegnazione tutte le prove cui lo sottopone la storia: non vincerà nessuna guerra, ma potrà, alla fine, indossare l’amata uniforme nell’Italia democristiana, seppure in una réclame, e conquista anche l’amore di una deliziosa Claudia Mori, non ancora signora Celentano. Splendido Tino Buazzelli, alla sua seconda esperienza come spalla di Rascel, nel ruolo del suocero, che è anche uno dei capi fascisti della zona. La pellicola ripercorre insomma, la strada dei contemporanei film comici “impegnati” come “Tutti a casa”, rivisitando momenti di storia patria. Da vedere!

Il film “Buongiorno, elefante”(1952), con Vittorio De Sica e Maria Mercader

Buongiorno, elefante! è un curiosissimo film della coppia De Sica-Zavattini, con De Sica stavolta nei panni dell’attore. Nato da un tipico soggetto zavattiniano, in cui realismo e surrealismo si mescolano secondo le leggi dell’improbabilità e dell’Utopia poetica: dove la politica non arriva a proteggere i più deboli, si scatena la fantasia, intesa come piacere e risarcimento morale. Offuscato dalla luce del capolavoro del genere, ovvero Miracolo a Milano, dell’anno precedente, il film sperimenta comunque il gusto del nonsense anarchico, ed è sorretto dall’interpretazione di Vittorio De Sica, un vero incanto, mai uno sguardo o un tono fuori luogo. Accanto a lui nei panni della moglie, Maria Mercader, che era la sua partner anche nella vita reale. Peripezie di un maestro elementare, fra pressanti minacce di sfratto, inutile attesa di delibere parlamentari sugli stipendi degli statali, velleitarie tentazioni di sciopero (parola pressoché impronunciabile all’epoca) e interventi miracolosi. Per i primi 20’ siamo in pieno clima neorealista, e De Sica deve essersi divertito a fare questa specie di Umberto D. con tanto di cagnolino in fuga. Poi si punta decisamente sul versante fiabesco-surreale: l’incontro con un principe indiano che non si rende conto di nulla perché è superiore a tutto, l’arrivo di un elefantino imballato dentro un camion, la passeggiata notturna per le strade di Roma, l’approdo a un convento di suore e il lieto fine tanto atteso, per sè e per il suo elefantino. Un film davvero consigliabile, al di là del fatto che oggi sia praticamente quasi sconosciuto. Da segnalare alcuni momenti memorabili, come quelli che mostrano la misera quotidianità della famiglia, con un padre sognatore ma messo alle strette dalle crudezze della vita, una madre preoccupata e quattro bambini che fanno tenerezza, elementi tipici della commedia neorealista dei primi anni ’50.

Sketch tratto da “Le pistolere”(1971), con Claudia Cardinale e Brigitte Bardot

Curiosissimo incontro-duello tra le due sex-symbol del cinema mondiale anni ’60 e ’70, ovvero Claudia Cardinale e Brigitte Bardot, “Le pistolere”(1971) è un western chiassoso e variopinto tutto al femminile. Gli uomini fanno il bucato e le donne assaltano i treni: è la storia dell’orfana Marie (Claudia Cardinale) che difende insieme ai suoi quattro fratelli la proprietà di un ranch dagli assalti di una banda di pistolere capeggiate dalla risoluta Louise (Brigitte Bardot). Il risultato è alquanto bizzarro, ma riuscito, anche per un pizzico di nudo delle due protagoniste. Sul set, da quanto si evince dalle cronache dell’epoca, pare tirasse un’aria di reciproca indifferenza, entrambe rappresentavano lo stereotipo classico delle bellezze mediterranee: una bruna, l’altra bionda. Per la Bardot il western era una novità; la Cardinale era invece reduce dal ruolo dell’ex prostituta Jill, nel capolavoro di Sergio Leone, “C’era una volta il West”.

Sketch tratto da “Totò a colori”(1952), il capolavoro del principe Antonio De Curtis

“Totò a colori” è il primo film italiano a colori, girato con sistema Ferraniacolor, è antologia dei più bei brani del Totò teatrale e dei suoi sketch migliori, nonchè il film di Totò più visto in assoluto. Accanto alla famosa scena dell’aggressione all’onorevole nel wagon lit ( “Chi non conosce quel trombone di suo padre” che si conclude con il celeberrimo “ma mi faccia il piacere” e dove ci sono battute entrate nel mito come “Io sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo” oppure “ogni limite ha una pazienza”), alla scena degli esistenzialisti a Capri ( con la gag dello sputo nell’occhio) ci sono due delle prestazioni marionettistiche più alte: il Pinocchio disarticolato che s’affloscia infine, lasciate le corde, in un mucchio angosciante di legni senz’anima, capolavoro di un Totò robot folle e metafisico, e il gran finale del direttore d’orchestra fuochi d’artificio, furia pluriorgiastica di esplosioni a girandola, a schizzo e a von-braun, e di continue interne metamorfosi. Assolutamente geniale. L’uso della pellicola a colori per quei tempi necessitava l’impiego di luci molto forti, a scapito della vista, e Totò soffriva già di problemi di vista all’occhio sinistro.

Il trailer di “Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno”(1984), con Ugo Tognazzi e Alberto Sordi.

“Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno”(1984), diretto da Mario Monicelli e tratto dagli scritti di Giulio Cesare Croce, ma anche di Fedro, Boccaccio, Geoffrey Chaucher, è uno dei film di ambientazione medioevale, più importanti del cinema italiano. Erano passati quasi vent’anni da quel capolavoro che fu L’armata Brancaleone quando Mario Monicelli portò sul grande schermo quest’altro film, a cui, inevitabilmente, l’epopea stracciona di Brancaleone da Norcia si ricollega. E il film segna tanti punti a favore: la pertinente e precisa ricostruzione d’epoca, il cast di lusso con Ugo Tognazzi e Alberto Sordi sugli scudi, l’atmosfera medievale anticonvenzionale, il linguaggio brullo e ruspante. Siamo agli inizi del ‘500 e quella narrata nel film è la storia di Bertoldo (Ugo Tognazzi), contadino povero e ignorante, che giunge alla corte di Re Alboino (Lello Arena) , con il figlioccio Bertoldino ( Maurizio Nichetti) e Fra’ Cipolla (Alberto Sordi), un curioso religioso imbroglione e cialtrone. Un grande film, al di là delle apparenze e delle numerose rozzagini volontarie del quale è pervaso.

“I tromboni di Fra Diavolo”(1962), la versione integrale del film in costume con Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello

“I Tromboni di Fra Diavolo” del 1962, si issa quasi a sorpresa come uno dei migliori affreschi dell’occupazione napoleonica del Regno di Napoli. Siamo all’alba del 1800, e la storia di due soldati della Repubblica Cisalpina, Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello si intreccia con quella di Fra Diavolo, il celebre militare e brigante italiano, che ordiva agguati agli invasori francesi e che era sempre dalla parte dei più poveri.  La produzione del film è  insolitamente ricca  e ambiziosa, e i due comici utilizzati come corpo estraneo vagamente surreale, riducono le gag a base di smorfie e gesticolazioni a favore di situazioni più complesse e studiate, in una cornice ineccepibile dal punto di vista storico. Per l’ormai consolidata coppia Tognazzi-Vianello era questo il ventunesimo film insieme e la scelta risultò quantomai appropriata anche per recitare un film in costume in un chiaro remake del celebre film con Stanlio & Ollio del 1932. Del resto i loro ruoli vennero cuciti addosso ai due personaggi: il primo, alto e slanciato, è chiaramente assimilabile al nobile (anche se decaduto) ufficiale d’esercito vecchio stampo, che non manca di portamento ed intelligenza, mentre Tognazzi ovviamente è nella parte del contadino semplice ma furbo.

Sketch tratto da “L’avventura di un soldato”, episodio del film “L’amore difficile”(1962), con Nino Manfredi e Fulvia Franco

Il primo cortometraggio interpretato da Nino Manfredi corrisponde curiosamente con il suo esordio da regista, ovvero “L’avventura di un soldato”, tratto da “L’amore difficile”(1962). Peraltro si tratta di un esordio ammiratissimo da pubblico e critica, tanto che la vera e propria sorpresa del film è, infatti, proprio Nino Manfredi. Quì l’attore ciociaro è alle prese con uno spunto tratto da un racconto di Italo Calvino, rielaborato da Manfredi stesso, insieme ad Ettore Scola, che allora si dedicava soltanto alla sceneggiatura. A “L’avventura di un soldato” riesce perfettamente l’elaborazione di un discorso narrativo autenticamente visivo: tutto quello che Manfredi raffigura, lo esprime cinematograficamente. Una scelta, che come lo stesso Manfredi conferma, risponde a una determinazione fortissima: “Quando diressi L’avventura di un soldato, ero arrivato a un punto, nella mia carriera, in cui volevo vedere che cosa realmente avessi capito del cinema. In quell’episodio, per il grande amore che avevo per il cinema, ho voluto attenermi all’essenza stessa del cinema, alle immagini. Niente dialoghi, niente parole. Uno studio dei sentimenti, trattati cinematograficamente, come immagini e come ritmi. E dopo, così, mi sono fidato di fare un film intero come Per grazia ricevuta”. “L’amore difficile”, qui, è quello, raccontato quasi in tempo reale, del soldatino (Manfredi) che, in uno scompartimento ferroviario, indirizza con irriducibile testardaggine infiniti approcci alla vedova prosperosa (ma scultorea e taciturna), interpretata da una stupenda Fulvia Franco, che gli siede ora di fianco ora di fronte, e che riesce infine a possedere sul posto, giusto prima che lei scenda dal convoglio senza degnarlo d’uno sguardo. Risolto in un frammento spazio-temporale estremamente ridotto, il film stupisce per la modernissima perizia tecnica che rianima il boccaccesco realismo dell’intreccio: la macchina da presa effettua una vera e propria ricognizione prossemica sulle posture via via più contorsionistiche e improbabili assunte dal militare per ridurre con discrezione ( nello scompartimento i due non sono soli ) la distanza che lo separa dalla donna; il montaggio alterna efficacemente primi piani, dettagli anatomici, particolari “analitici” e piani d’insieme che puntualmente documentano gli effetti della strategia di avvicinamento. La volontà di costruire il racconto affidandosi ai mezzi peculiari del cinema si impone: l’episodio annovera non più di una dozzina di battute, appannaggio dei personaggi secondari ( un anziano e una donna con una bambina ) e totalmente ininfluenti sulla narrazione; il corteggiamento è rigorosamente muto, interamente devoluto all’arsenale di gesti, sguardi, smorfie del milite che s’infrange contro l’impassibile austerità della vedova statuaria, che però è consenziente. Questo breve e misconosciuto sketch è sicuramente uno dei piccoli gioiellini del nostro cinema, ed uno dei rari esempi di “erotismo”, in epoca in cui questo non era ancora consentito dalla morale democristiana e dalla censura cinematografica. E il corto fa anche di più, è talmente di qualità che lo spettatore non sente mai il bisogno di un rimando al testo originale: anzi, semmai è portato a chiedersi come questa novella potesse avere una forma diversa da quella cinematografica.