Sketch tratto da “Arrivano i nostri”(1951), con W.Chiari, M.Riva, R.Billi

Il 6 marzo del 1951 esce nelle sale il film “Arrivano i nostri”, che ha lo stesso cast e gli stessi sceneggiatori de “I cadetti di Guascogna”, c’è infatti Walter Chiari, e manca solo Tognazzi per la verità. E’ un film funambolico, un altro affettuoso tributo di Mattoli al teatro di rivista e alla sua gente. Una pellicola ricca di trovate, dove Walter Chiari, insieme alla coppia composta da Billi & Riva divertono e si divertono con classe, per una riuscita commedia popolare di carattere collettivo, costruita con brio e ritmo, arricchito da un cast di esperti caratteristi. Gli incassi accertati superano i 400 milioni di lire, sul livello di un film di Totò di successo, per darvi un paragone. La vicenda ruota attorno ad una ragazza contesa e all’intervento di una compagnia di attori girovaghi. E’ la storia di Walter e dei suoi amici, che architettano un piano per impedire le nozze tra la figlia di un barone decaduto, della quale è innamorato, e un industriale senza scrupoli, che ha acquisito le cambiali del barone per ricattarlo. Tra varie peripezie, tra cui una deliziosa sequenza dei cinque amici al circo, l’obiettivo verrà portato a termine.

Sketch tratto da “Arrangiatevi!”(1959), con Peppino De Filippo e Totò

“Arrangiatevi!”, di Mauro Bolognini, è a ragione ritenuta una delle migliori pellicole e delle migliori commedie degli anni ’50: “fertilità d’invenzione, dialogo sagace, ritmo scorrevole e coraggioso impegno sociale”. Ma questo bel film, ambizioso e importante, non si limita ad affrontare il problema delle case che non ci sono ancora: affronta anche il problema di quelle che non ci sono più: le case chiuse, o case di piacere, o case di tolleranza. Fu girato infatti nell’ex bordello di via Fontanella Borghese a Roma chiuso da pochi giorni per effetto di una legge falsamente progressista, e che ha fatto epoca: la famosa “Legge Merlin”. Durante le riprese vi fu anche un litigio autentico di Totò e Peppino con un deputato missino che reputava scandaloso girare una pellicola in quei luoghi e farli dunque conoscere ai pochi che non li conoscevano. “La più divertente e importante commedia che il cinema italiano ci abbia dato negli ultimi anni” la definì un critico solitamente prudente come Morando Morandini. E per il tema trattato e per il coraggioso impegno sociale, la pellicola è anche una delle primissime commedie all’italiana. Un film triste, crepuscolare, vagamente malinconico, un estremo tentativo, riuscitissimo, di commedia neorealista, di una delle ultime immagini cinematografiche di un’Italia povera, sofferente, a testa bassa. I protagonisti del film sono Peppino De Filippo nei panni del capo famiglia Peppino Armentano, e la bravissima Laura Adani, che interpreta sua moglie Maria. Totò, in regime di partecipazione straordinaria, interpreta il ruolo del nonno Illuminato, padre di lei e suocero di Peppino. Infatti, per quanto siano insieme nel film, qui Totò e Peppino non sono una vera coppia comica come nelle altre loro pellicole, Peppino ha infatti un ruolo più importante di quello di Totò ( che nonostante ciò amava moltissimo il film). Splendido il finale, in cui la famiglia al completo trova il coraggio di reagire, in un’epica scena finale, in cui dalla finestra dello stabile Laura Adani grida al mondo intero che quella dove abitano è una casa come tutte le altre e che la rispettabilità di un luogo dipende dalla gente che lo abita e non dal suo passato. Un finale moralizzatore, con una presa di coscienza e una riconquista della dignità, quasi commovente.

Sketch tratto da “Genitori in blue jeans”(1959), con P.De Filippo, U.Tognazzi e M.Carotenuto

“Genitori in blue-jeans” non è altro che una mini-Dolce Vita ( il capolavoro di Fellini uscì pochi giorni dopo, ma se ne parlava ormai da mesi ): una Dolce Vita, certo, come poteva concepirla un Mastrocinque ( il regista ), superficiale, ridanciana, molto più vicina alla farsa che all’affresco sociale. Eppure lascia il segno, perché il film è davvero divertente e perché nel cast ci sono attori di estrema bravura come Peppino De Filippo, Ugo Tognazzi e Mario Carotenuto. Certo è più buffo che significativo, però è divertente vedere questi genitori in blue-jeans che vorrebbero fare i giovani proprio come i giovani ma non ne hanno ovviamente la tempra,l’inconsapevolezza, la spontaneità. Peppino quì interpreta un ricco sarto, che si reca a Parigi insieme all’amico Mario Carotenuto in cerca di avventure. Proprio quì che avviene la scena più memorabile del film, destinata a rimanere nella memoria collettiva, quella dei due presunti o millantati “latin lovers”, che ingaggiano due modelle per una sfilata di biancheria intima. Inutile dire che il profilo professionale delle indossatrici è l’ultima cosa che interessa ai due. Ma le ragazze alle soglie degli anni ’60, si sono fatte furbe: accettano di indossare la biancheria intima e poi svaniscono, e con loro i progetti parigini dei due seduttori. Insomma “Genitori in blue-jeans è una sorta di Dolce Vita piccolo-borghese, che tra tanti difetti, si lascia apprezzare e rappresenta a modo suo un piccolo spaccato dell’italiano medio del boom economico.

Sketch tratto da “Fermi tutti arrivo io!”(1953), con il grande Tino Scotti.

La pellicola “Fermi tutti arrivo io!” è un piccolo gioiellino di comicità dissacrante ed esplosiva, sorretta quasi interamente dalla verve comica di Tino Scotti, strepitoso nei panni di un investigatore pasticcione e bislacco fino all’inverosimile. Il film si sviluppa come un giallo-comico, in cui ampio spazio è affidato alla storia e ai comprimari. Risulta particolarmente riuscita l’utilizzazione di Tino Scotti come corpo estraneo surreale, in grado di rompere con la sua dirompente illogicità e i suoi esilaranti giochi di parole a raffica, gli schemi di un giallo, altrimenti mediocre e scontato. E’ la storia di un omicidio compiuto in un famoso albergo di Napoli, e in cui si reca ad indagare un paziente commissario di polizia (Carlo Romano), nonostante l’intrusione di un investigatore pasticcione (Tino Scotti) ed un’accanita lettrice di gialli (Giovanna Ralli). Divertente l’inseguimento finale, in stile slapstick, quasi un omaggio alle comiche del muto, che conferma come Tino Scotti, tra i grandi comici del nostro cinema, sia il più vicino per movenze, alle comiche del muto, nonostante la sua proverbiale parlantina. Curiosità: tra i co-protagonisti c’è una giovanissima Giovanna Ralli alle prime armi; e tra gli sceneggiatori un quasi sconosciuto Ettore Scola. Ottimi incassi per un film che ha ritrovato la luce da poco e che merita un’ampia riscoperta, così come il suo strepitoso protagonista.

Sketch tratto da “Il corazziere”(1961), con Renato Rascel e Tino Buazzelli

E’ il 1961 e Renato Rascel è uno degli attori cinematografici più importanti del panorama nazionale. Proprio in questa annata Rascel torna nelle sale con quello che è uno degli ultimi suoi grandi film, “Il corazziere”. Nel film canta la canzone “Il piccolo corazziere”, composta nel 1948, suo cavallo di battaglia. La pellicola offre una seria ma ironica disamina dell’Italia tra il 1940 e il contemporaneo 1960, attraverso le disavventure di Urbano Marangoni (Rascel), che nell’Italia fascista ambisce di poter diventare corazziere, come il suo defunto padre, ma si tratta di un sogno destinato a non avverarsi a causa della sua bassa statura. Il film è carico di battute spiritose, autoironiche e niente affatto volgari, che riescono a far ridere con pochi mezzi e molta arguzia. Riuscita anche la satira sul fascismo e sull’italiani voltagabbana, ma è l’interpretazione di Rascel a dare consistenza al film: quì l’attore romano si dimostra una sorta di Buster Keaton in sedicesimo, che accetta con rassegnazione tutte le prove cui lo sottopone la storia: non vincerà nessuna guerra, ma potrà, alla fine, indossare l’amata uniforme nell’Italia democristiana, seppure in una réclame, e conquista anche l’amore di una deliziosa Claudia Mori, non ancora signora Celentano. Splendido Tino Buazzelli, alla sua seconda esperienza come spalla di Rascel, nel ruolo del suocero, che è anche uno dei capi fascisti della zona. La pellicola ripercorre insomma, la strada dei contemporanei film comici “impegnati” come “Tutti a casa”, rivisitando momenti di storia patria. Da vedere!

Il film “Buongiorno, elefante”(1952), con Vittorio De Sica e Maria Mercader

Buongiorno, elefante! è un curiosissimo film della coppia De Sica-Zavattini, con De Sica stavolta nei panni dell’attore. Nato da un tipico soggetto zavattiniano, in cui realismo e surrealismo si mescolano secondo le leggi dell’improbabilità e dell’Utopia poetica: dove la politica non arriva a proteggere i più deboli, si scatena la fantasia, intesa come piacere e risarcimento morale. Offuscato dalla luce del capolavoro del genere, ovvero Miracolo a Milano, dell’anno precedente, il film sperimenta comunque il gusto del nonsense anarchico, ed è sorretto dall’interpretazione di Vittorio De Sica, un vero incanto, mai uno sguardo o un tono fuori luogo. Accanto a lui nei panni della moglie, Maria Mercader, che era la sua partner anche nella vita reale. Peripezie di un maestro elementare, fra pressanti minacce di sfratto, inutile attesa di delibere parlamentari sugli stipendi degli statali, velleitarie tentazioni di sciopero (parola pressoché impronunciabile all’epoca) e interventi miracolosi. Per i primi 20’ siamo in pieno clima neorealista, e De Sica deve essersi divertito a fare questa specie di Umberto D. con tanto di cagnolino in fuga. Poi si punta decisamente sul versante fiabesco-surreale: l’incontro con un principe indiano che non si rende conto di nulla perché è superiore a tutto, l’arrivo di un elefantino imballato dentro un camion, la passeggiata notturna per le strade di Roma, l’approdo a un convento di suore e il lieto fine tanto atteso, per sè e per il suo elefantino. Un film davvero consigliabile, al di là del fatto che oggi sia praticamente quasi sconosciuto. Da segnalare alcuni momenti memorabili, come quelli che mostrano la misera quotidianità della famiglia, con un padre sognatore ma messo alle strette dalle crudezze della vita, una madre preoccupata e quattro bambini che fanno tenerezza, elementi tipici della commedia neorealista dei primi anni ’50.

Sketch tratto da “Le pistolere”(1971), con Claudia Cardinale e Brigitte Bardot

Curiosissimo incontro-duello tra le due sex-symbol del cinema mondiale anni ’60 e ’70, ovvero Claudia Cardinale e Brigitte Bardot, “Le pistolere”(1971) è un western chiassoso e variopinto tutto al femminile. Gli uomini fanno il bucato e le donne assaltano i treni: è la storia dell’orfana Marie (Claudia Cardinale) che difende insieme ai suoi quattro fratelli la proprietà di un ranch dagli assalti di una banda di pistolere capeggiate dalla risoluta Louise (Brigitte Bardot). Il risultato è alquanto bizzarro, ma riuscito, anche per un pizzico di nudo delle due protagoniste. Sul set, da quanto si evince dalle cronache dell’epoca, pare tirasse un’aria di reciproca indifferenza, entrambe rappresentavano lo stereotipo classico delle bellezze mediterranee: una bruna, l’altra bionda. Per la Bardot il western era una novità; la Cardinale era invece reduce dal ruolo dell’ex prostituta Jill, nel capolavoro di Sergio Leone, “C’era una volta il West”.