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Canale YouTube Associazione: Domenico Palattella- Critico Cinematografico (indirizzo linkabile)

Elenco video e relative schede film pubblicati sul Canale YouTube dell’Associazione

“Policarpo, ufficiale di scrittura”(1959), regia di Mario Soldati. Con Renato Rascel, Renato Salvatori, Peppino De Filippo e Carla Gravina. ( pubblicato il 31/01/2016 )

Mario Soldati è stato uno dei Maestri della “settima arte”, che meglio si è servito del cinema per raccontare la storia del nostro paese, e per illustrare un periodo storico come se fosse un dipinto dell’epoca. Questa sua visione trova pieno compimento nel film “Policarpo, ufficiale di scrittura”, uno dei film più importanti del cinema italiano anni ’50. Magistralmente interpretato da Renato Rascel, Policarpo, ufficiale di scrittura, con la sua comicità discreta, in punta di penna, con il suo umorismo intenerito e commosso, è un film splendido, malinconico, reazionario, come lo fu Il Gattopardo, ma in un diverso periodo storico. Di straordinario valore artistico e culturale, il film è una gustosa rievocazione della Roma umbertina, a cavallo tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, il ritratto divertito e malinconico di un’epoca di passaggio che infatti passa in un baleno, di tempi antichi ma non vecchi, gli ultimi anni di una visione aristocratica, ma al tempo stesso anche umanistica, romantica, pre-tecnologica della vita. Una splendida miniatura ispirata, una riuscitissima illustrazione brillante e nostalgica dell’Italia della Bella Epoque, così lontana, ma anche tanto vicina alla I guerra mondiale. Ne è eccellente protagonista Renato Rascel, che torna a fare il minuscolo travet come nel Cappotto di Lattuada, aggiudicandosi meritatamente il David di Donatello, come miglior attore protagonista della stagione 1959. Il film vinse anche a Cannes nella categoria “Miglior commedia”. La scena molto intima e toccante di Policarpo/Rascel, che mentre è a tavola con il futuro genero e famiglia, canticchia, accompagnato da una chitarra, uno di quei valzer eleganti e malinconici della Belle Epoque, vale come un dipinto dell’epoca. Il valzer, scritto dallo stesso Rascel, è intitolato “Il mondo cambia così”, ed è una delle sue migliori composizioni in assoluto, i primi versi infatti, valgono come un trattato sociologico di quel mondo antico così lontano, ma così affascinante: “Il mondo cambia così, un pò per volta un dì, e ogni cosa che scompare, che passa e muor, mi si porta via un pezzetto di cuor”. Morando Morandini, il decano dei critici cinematografici italiani arrivò a dire, riguardo al film: “Film amabilmente delicato, malinconico e intransigente, ha la grazia di un’opera di Renoir”.

“Io, io, io e…gli altri!”(1965), regia di Alessandro Blasetti. Con Walter Chiari, Gina Lollobrigida, Silvana Mangano, Vittorio De Sica, Marcello Mastroianni. ( pubblicato il 13/02/2016 )

Un film sublime, “Io, io, io e…gli altri”(1965) è una riflessione morale in prima persona di Walter Chiari assoluto protagonista della pellicola nei panni del relatore-presentatore-commentatore di un viaggio tra gli italiani degli anni ’60. Scritto da un gruppo di sceneggiatori di alta scuola e diretto da un maestro del cinema come Alessandro Blasetti, il film è volutamente diseguale e incostante, ma ricco di spunti interessanti, talvolta graffianti, come le scene di vita coniugale con la moglie ( una stupenda Gina Lollobrigida, qui proposte nello sketch). Blasetti offre a Chiari una delle migliori occasioni degli anni ’60, in una delle migliori commedie di quegli anni, con un film impaginato in una struttura vivacemente anarchica, in cui Chiari interpreta diversi personaggi immaginari. Nel suo ultimo film il regista sceglie Walter come proprio alter-ego sullo schermo, in maniera del tutto simile al Mastroianni/Fellini di “8 e mezzo”, per quello che è destinato a diventare il suo testamento artistico e spirituale. Per il regista, il volto di Walter Chiari rappresenta al meglio l’italiano del miracolo economico, egoista, cinico, ma in fondo buono. A far da spalla a Walter Chiari, vero unico mattatore del capolavoro della maturità artistica di Blasetti, un “all star cast” con attori come Vittorio De Sica, Silvana Mangano, Marcello Mastroianni, Gina Lollobrigida, Sylva Koscina, Nino Manfredi e altri ancora.

“I Baccanali di Tiberio”(1959), regia di Giorgio Simonelli. Con Walter Chiari, Ugo Tognazzi, Tino Buazzelli, Aroldo Tieri, Abbe Lane. ( pubblicato il 24/02/2016 )

La coppia Tognazzi- Chiari alle prese con una mirabolante avventura nell’Antica Roma, alla corte dell’Imperatore Tiberio, impersonato da Tino Buazzelli. Qui, con una ricostruzione scenografica impeccabile dell’Antica Roma, Chiari e Tognazzi hanno modo di vivere i famosi Baccanali di Tiberio, feste orgiastiche, sintomo della decadenza dei costumi della Roma dell’epoca, rimaste nella storia. Illustrativo e molto divertente, soprattutto per i continui rimandi alla società italiana alle soglie degli anni ’60. L’accoppiata Chiari-Tognazzi, colpisce e convince, con almeno un paio di scene da antologia della risata: il duetto in chiave gay di Ugo e Walter; e quello in cui ricattano l’Imperatore Tiberio, interpretato con fine ironia da Tino Buazzelli. Una farsa divertente, che merita di essere vista.

“Adamo ed Eva”(1950), regia di Mario Mattoli. Con Macario, Isa Barzizza, Arnoldo Foà, Gianni Agus. ( pubblicato il 27/02/2016)

Macario, il grande comico e attore torinese, nel 1950 con il film “Adamo ed Eva” rivive l’epico episodio della guerra di Troia, quello dello stratagemma del cavallo di Troia, addirittura comandano il manipolo di eroi pronti a morire per la gloria degli Achei. Macario nei panni di Creusippo, attendente del re Menelao, ha modo di conoscere Elena di Troia (Isa Barzizza), Paride (Gianni Agus) e Achille (Arnoldo Foà), in una rievocazione molto riuscita, anche dal punto di vista estetico, del leggendario avvenimento. La pellicola è dunque, strampalata e graziosa, dotata di un certo garbo umoristico non riscontrabile analogamente in altri lavori del periodo, Macario è qui delizioso ed assolutamente padrone della scena, in una curiosa cavalcata attraverso i secoli: dalla preistoria alla guerra di Troia, dalla Rivoluzione francese al selvaggio west americano fino a spingersi nel futuro, in un lontanissimo 2000! Al fianco dell’attore piemontese troviamo la bella e brava Isa Barzizza, che in una scena, quando interpreta Elena di Troia, si mostra nuda di spalle. Eppure la pellicola, prodotta da Dino de Laurentiis e nata dalle sagaci penne di Metz e Marchesi, ebbe noie a non finire con la censura democristiana. Addirittura in virtù del tabù religioso, unita ad alcune scene di donne in abiti succinti e al nudo di spalle di Isa Barzizza, la pellicola dopo meno di due settimane di proiezione venne tolta dalla circolazione, ricevendo un incredibile ( visto ai giorni nostri ) fermo in tutte le sale cinematografiche nazionali. Erano anni questi in cui la censura di Stato si faceva sentire parecchio, e ad esempio un bacio sulle labbra non poteva durare più di tre secondi.

“I quattro monaci”(1962), regia di Carlo Ludovico Bragaglia. Con Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo, Macario e Nino Taranto. ( pubblicato il 04/03/2016 )

Divertentissima pellicola vispa e naìf, “I quattro monaci”(1962) è una delle commedie brillanti più esilaranti degli anni ’60. D’altronde il “poker d’assi” di protagonisti è stellare, ed è quanto di meglio il cinema italiano ha saputo offrire: e quanta roba! Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo, Nino Taranto e Macario nei panni rispettivamente di Frà Crispino, Frà Giocondo, Frà Gaudenzio e Frà Martino, trainano una pellicola che diverte con spensieratezza dal primo all’ultimo minuto. Il regista è Carlo Ludovico Bragaglia, che dirige il film con la consueta competenza e gestisce al meglio i tempi comici e la compresenza dei quattro leoni del palcoscenico, che invece di alternarsi davanti alla macchina da presa vivono le loro avventure perennemente e pericolosamente insieme. Un bella lezione di misura e di collaborazione comica per tempi, come i nostri, in cui spesso i film comici di cassetta non sono che vetrine per commedianti vanitosi, magari di estrazione televisiva, che si concedono col bilancino e non rischiano più di una scenetta in tandem, diciamo quella finale. “I quattro monaci” è un film fresco e pimpante, per famiglie e per cultori di una comicità popolare ma non volgare, che il tempo non ha inficiato. La pellicola è vagamente ispirata ad un fatto vero, accaduto qualche mese prima nel paesello siciliano di Mazzarino, in provincia di Caltanissetta. L’ operazione riuscì splendidamente, tanto dal punto di vista commerciale, per via di tutti quei nomi di richiamo; che da quello prettamente artistico, che anche se registra la solita negativa presa di posizione della critica, registra un ottimo affiatamento di squadra, tra i quattro grandi mattatori dello spettacolo, che poi erano anche molto amici nella vita di tutti i giorni. Infatti, è molto difficile non divertirsi quando sono in scena tutt’e quattro i protagonisti, e cioè quasi sempre. La pellicola fu girata in meno di un mese, da vero “instant movie”, per approfittare dell’eco suscitato in Italia dalla vicenda dei frati di Mazzarino. I quali, diversamente da quelli del film, erano frati veri, accusati di essere i capi mafia del paese e di avere compiuto una serie impressionante di estorsioni e delitti. La scena più divertente è quella della tentata fuga dal convento (qui proposta) cui sono ospitati i quattro protagonisti, che poi decideranno di rimanerci, per mettere in atto i loro piccoli ricatti alla gente del luogo per estorcere loro vettovaglie e piccole somme di denaro. Si ride!

“Carmela è una bambola”(1958), regia di Gianni Puccini. Con Nino Manfredi, Marisa Allasio, Ugo D’Alessio, Carlo Taranto. ( pubblicato il 16/03/2016 )

“Carmela è una bambola”(1958) è uno dei primi “Manfredi” di successo, e una delle migliori commedie di fine anni ’50. Ispirato al genere turistico-balneare di moda in quegli anni, dato anche che è girato nella splendida costiera amalfitana, il film è tratto dalla famosa omonima canzone portata al successo da Domenico Modugno. Un film che mescola le prorompenti forme della Allasio, con la verve comica di Nino Manfredi, pronto nel 1958 ad entrare nell’Olimpo dei grandi del nostro cinema, e più nello specifico tra i grandi inventori della commedia all’italiana. Un film interessante e divertente…da vedere! E’ la storia di Totò Improta, un guidatore di pullman per turisti e di un’avvocatessa Carmela che si innamora di lui, e che ogni notte da sonnambula, saltando tra i tetti di Amalfi, va a trovare Manfredi nel sonno. Intorno a loro si muove tutto un microcosmo di macchiette gustosissime: il padre di lei ( Ugo D’Alessio) capo-clan arrogante solo a parole; lo psicanalista ( Gianrico Tedeschi) affetto da mille tic; il socio di Manfredi, tuttofare specializzato ( Carlo Taranto). Divertimento assicurato!

“La telefonata” ( 20 min.1965 ) regia Dino Risi, tratto da “Le bambole”. Con Nino Manfredi, Virna Lisi e Alicia Brandet. ( pubblicato il 21/03/2016)

Un marito tradisce la moglie con la vicina , che anziché fare l’amore preferisce leggere “La cognizione del dolore” di Gadda e telefonare alla madre. Tra i migliori film a episodi dell’epoca, impietoso nel mettere a nudo vizi e voglie basse di tutte le classi sociali, tuttora divertente e girato con eleganza, l’episodio con Nino Manfredi e Virna Lisi, è una spanna sopra gli altri episodi dell’epoca, e tra i migliori cortometraggi del genere, degno de “I mostri” per l’abilità di cogliere tanti tic borghesi. Avvolto da uno splendido profumo delle estati italiane degli anni ’60, il cortometraggio in questione, e più in generale il film di cui fa parte, venne premiato da un grande successo di pubblico. Ai tempi Manfredi in mutande e Virna Lisi seminuda furono all’origine di guai con la censura.

“Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo”(1956), regia di Mauro Bolognini. Con Alberto Sordi, Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi, Gino Cervi. ( pubblicato il 25/03/2016 )

Il film è uno dei maggiori successi degli anni ’50, dotato di un cast di livello assoluto: 4 assi del nostro cinema in una pellicola straordinaria. Alberto Sordi, Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi e Gino Cervi sono i grandi mattatori di questa pellicola, che tratta, come avverte il titolo, dell’ennesimo film sulle disavventure, sulla vita privata e sulla sostanziale bontà dei tutori dell’ordine, nella scia di “Guardie e ladri” e dei “Pane e amore”. Ma i tutori di turno sono i vigili urbani, su cui si può scherzare con maggiore tranquillità. Il film è una serie di quadretti, di scenette di vita, e rispecchia e descrive molto realisticamente la società italiana dell’epoca, con i suoi orizzonti limitati e tranquilli: la moto, il matrimonio, la banda, il circolo ricreativo, il mito della Francia. Ma la vera ragion d’essere del film è tutta nello straordinario gioco di squadra dei quattro protagonisti, che si divertono e divertono dalla prima all’ultima scena. Quella della partita a carte nel circolo ricreativo (quì proposta) è passata alla storia, ed è da antologia della risata. Peraltro sembra che il quartetto stia improvvisando, inventando le battute e le gag al momento: quattro scuole di cinema e di recitazione, eccezionali! Gino Cervi interpreta il maresciallo, burbero ma dal cuore d’oro; Alberto Sordi è, invece, la guardia severissima, che fa multe a tutti e sogna la Francia, o perlomeno l’Alta Italia; Aldo Fabrizi è il brigadiere, bonaccione e comprensivo con una figlia da maritare; infine Peppino De Filippo è la guardia scelta, che ha per la testa non il lavoro, ma soltanto ed esclusivamente la musica classica, se ne va per Roma infatti, col suo enorme trombone in spalla. Grande successo di pubblico: 1 miliardo e mezzo di lire di incasso, il film è oggi un piccolo grande classico del nostro cinema, apprezzato per il suo stile, per la sua eleganza e per alcune scene memorabili, rimaste nella memoria collettiva. Da vedere!!!

“Un delitto quasi perfetto” ( 25 min.1964 ) regia Marino Girolami, tratto da “Le tardone”. Con Franco Franchi, Ciccio Ingrassia e Ave Ninchi ( pubblicato il 03/04/2016)

Tratto dal film corale “Le tardone”, del 1964 e diretto da Marino Girolami, “Un delitto quasi perfetto”, narra della storia di due sicari imbranatissimi, che dopo vari tentativi andati a vuoto, uccidono il marito invece della ricca moglie, vittima designata. Un pizzico di noir alle avventure della dissacrante coppia comica. L’ibrido tra comico e noir funziona perfettamente, così come la comicità di Franco e Ciccio che divertono nei loro sfortunati tentativi di eliminare la ricca signora, una travolgente Ave Ninchi, come sempre bravissima. Davvero divertente, l’episodio è trascinato dalla comicità di Franchi & Ingrassia, qui all’apice della loro carriera, i quali dimostrano una volta per tutte, come il loro stile comico sia più adatto alla misura “breve” del cortometraggio, che a quella “lunga”. Merito forse anche dell’assenza di tempi “morti”, che ovviamente latitano nella misura “breve” del cortometraggio, e il ritmo è elemento essenziale della comicità della celebre coppia. 25 minuti di sano divertimento, da vedere! Franco Franchi e Ciccio Ingrassia illuminanti.

“Eritrea” ( 38 min.1965 ) regia Luigi Comencini, tratto da “La mia signora”. Con Silvana Mangano, Alberto Sordi e Claudio Gora. ( pubblicato il 05/04/2016)

Tratto dal film “La mia signora”(1965), una delle più importanti commedie all’italiana degli anni ’60, l’episodio dal titolo “Eritrea” è uno dei migliori cortometraggi di sempre. Diviso in cinque episodi, il film, è un magnifico assolo a due, di Alberto Sordi e Silvana Mangano, protagonisti in coppia di tutti gli sketch che compongono la pellicola. Silvana Mangano e Alberto Sordi, grandi amici anche fuori dal set, sfoderano tutta la loro enorme bravura in quasi due ore di film, con il gioiello di “Eritrea”, diretto da Luigi Comencini, quello in cui per ottenere un appalto un industrialotto ingaggia una prostituta da spacciare come propria moglie a un ministro donnaiolo. Un episodio capolavoro, una spanna al di sopra degli sketch in voga in quegli anni. Sordi e la Mangano sono al loro meglio, due vere e proprie scuole di cinema. Chapeau!

 

“Il gaucho”(1964), regia di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, Silvana Pampanini, Amedeo Nazzari, Nino Manfredi, Grazia Maria Buccella. ( pubblicato il 13/04/2016 )

Sottovalutato all’epoca, anche da coloro che lo realizzarono, “Il gaucho” è uno dei migliori film di Dino Risi, sorretto da un Vittorio Gassman a dir poco memorabile in uno dei ruoli più efficaci e riusciti della sua carriera. E’ la storia di un bizzarro e squattrinato gruppo di italiani, capitanati dal p.r. Marco Ravicchio ( Gassman), che si reca a Buenos Aires, in rappresentanza dell’Italia e di una piccola casa di produzione, per partecipare ad un festival del cinema locale. Una commedia agile, veloce e divertente ma che al tempo stesso sa essere anche amara, cattiva, intelligente e sa mordere come poche, in pieno stile da commedia all’italiana. Alla berlina c’è il mito del benessere economico che ha spinto tanti alla rovina, la volgarità e l’ignoranza della borghesia e del mondo del cinema, ed il falso mito del progresso e della ricchezza facile. Oltre a Gassman, nel film c’è anche Amedeo Nazzari, strepitoso in un ruolo piuttosto ironico e diverso dalla galleria classica dei personaggi da lui abitualmente interpretati. E poi c’è Silvana Pampanini, sottovalutata, ma davvero grandissima, che fa ironicamente l’autoparodia di sé stessa (una diva quarantenne ma già sul viale del tramonto, alla ricerca di una sistemazione familiare)e porta a casa la più bella prova della sua carriera da diva domestica. Film di viaggio, scalcinato e per certi versi anche disperato, nonostante il tono scanzonato: nella prima parte è dominato dall’inarrestabile parlantina di Gassman, che è davvero esilarante. La seconda, ha il suo momento veramente efficace, con l’entrata in scena di Nino Manfredi, che interpreta, in un modo che sarebbe persino riduttivo definire magistrale, un vinto consapevole, che si contrapporrà all’altro vinto del film (in quel caso inconsapevole) ovvero Gassman. Il ruolo affidato da Risi a Manfredi, è quello dell’amico da anni emigrato in Argentina, che Gassman crede erroneamente ricco. Un capolavoro della commedia all’italiana, che è stato rivalutato nel corso degli anni anche dallo stesso Gassman che dichiarò: “Soffrì molto di essere girato in un paese assai disorganizzato. Le cose non funzionavano, andavamo tutti un po’ di fretta… A rivederlo guadagna… Aveva una carica di volgarità e di cattiveria umoristica genuina… Avevamo un po’ perso la misura. Ma il film non era affatto stupido.”

“Chi la fa l’aspetti” ( 30 min.1962 ) di Marino Girolami, tratto da “Gli italiani e le donne”. Con Aldo Fabrizi, Ave Ninchi, Lia Zoppelli e Alberto Lupo. ( pubblicato il 15/04/2016)

“Gli italiani e le donne”(1962) è un film a episodi corale che vuole essere malandrino, ma nella spensieratezza tipica della produzione cinematografica italiana degli anni ’60, strappa ben più di un sorriso. Prodotto sull’onda di titoli di richiamo come “Le italiane e l’amore”(1961) e “Boccaccio ’70(1962), il film è molto pulito, lineare, aggraziato, ed innocentemente provocatorio- il senso del pudore, allora, era un’istituzione- e diverte grazie ad un cast composito e molto ben assortito. I cinque episodi, diretti tutti dalla mano sempre precisa di Marino Girolami, ha i suoi momenti migliori negli episodi con Walter Chiari, con la coppia Mondaini-Vianello, e soprattutto con Aldo Fabrizi, il vero special guest del film. Il suo episodio, dal titolo “Chi la fa l’aspetti”, è una spanna sopra gli altri, per la vis-comica devastante dell’attore romano, per la rinnovata accoppiata con Ave Ninchi, la moglie cinematografica per eccellenza dell’attore romano, e per la presenza di uno spirito da pochade francese, veramente molto esilarante. Nato da un’idea dello stesso Fabrizi, e sceneggiato da lui in persona, è la storia di un fruttarolo romano ( Fabrizi ), che per una serie di equivoci si trova solo in casa con la bella moglie ( Lia Zoppelli ), del suo amico macellaio ( Alberto Lupo ), ma che forse è stato proprio lui stesso tradito da sua moglie ( Ave Ninchi). Equivoci a non finire. Un episodio che si lascia davvero gustare: non scollacciato, nè sboccato, nè tanto meno volgare, insomma in pieno stile da commedia all’italiana anni ’60.

“L’imperatore di Capri”(1950), regia di Luigi Comencini. Con Totò, Yvonne Sanson, Mario Castellani, Marisa Merlini, Aldo Giuffré. (pubblicato il 18/04/2016)

Una delle migliori “totoate” in assoluto, “L’imperatore di Capri”(1950) è un film vorticoso, dal ritmo frenetico e dal risultato esilarante. Merito della vis-comica straordinaria del principe De Curtis, si ride di gusto per il suo sarcasmo bonario, per le sue caricature perfette, per come prende in giro i potenti e per il suo anarchismo liberatorio. Una commedia degna delle migliori comiche del muto, per l’assenza di tempi morti, sorretta anche da alcune “spalle” che sono molto più di semplici “spalle”: Yvonne Sanson, Mario Castellani, Marisa Merlini. Girato nell’estae del 1950, la pellicola è uno dei più grandi successi di Totò, esilarante nei panni di un importante principe arabo, quale è scambiato da tutti. Un film molto ricco e curato, e lui, Totò è grande. Non è mai logico e non è mai un personaggio: rimane sempre se stesso. Imponderabile, inverosimile, anche a contatto con il fascino di Capri. Carlo Ponti, produttore esecutivo della Lux, contattò Totò per girare “L’imperatore di Capri” in sette settimane; in realtà, per la realizzazione della pellicola furono sufficienti solo tre settimane: essendo quindi libero per un mese, il comico napoletano fu convinto dallo stesso Ponti a girare un altro film (“Totò cerca casa”). Molte gag già sperimentate sul palcoscenico: equivoci e amenità, e un personalissimo invito all’adulterio. Uno dei rarissimi film di Totò girati in piena estate ( le riprese, infatti, iniziarono il 25 luglio 1950), convinto forse anche dal fatto di girare nella “sua” Capri, dove amava rifugiarsi nei periodi di vacanza.

“Il carcerato” ( 17 min.1964 ) di Ettore Scola, tratto da “Se permettete parliamo di donne”. Con Vittorio Gassman, Jeanne Valérie e Mario Brega. (pubblicato il 18/04/2016)

“Se permettete parliamo di donne”(1964) è il primo film di Ettore Scola, che si serve del grande Vittorio Gassman, per costruire con gustosa ironia otto episodi, ora amari, ora divertenti, in pieno stile da commedia all’italiana. Otto episodi che hanno come filo conduttore il camaleontico pluriprotagonista: “A tutto Gassman” diceva lo slogan di lancio, e infatti il film fu premiato da un grande successo di pubblico. Dei cortometraggi che compongono il film, il migliore è proprio l’ultimo, quello intitolato “Il carcerato”. La vicenda narra della moglie di un carcerato che riesce a far ottenere una licenza al marito per attribuirgli il figlio in arrivo, evitando così lo scandalo. Di comicità irresistibile, l’episodio gioca tutto sull’istrionismo di Gassman e sull’esuberanza del suo personaggio. Memorabile la scena in cui si barrica con la moglie in camera da letto per recuperare il tempo perduto. Nel finale l’episodio si arricchisce di un Gassman strepitoso in formato amarognolo, quando in carcere ha ricevuto la notizia che aspetta un figlio: che grandezza di interprete, arriva persino a farsi scendere le lacrime. In quel periodo peraltro Vittorio era davvero in attesa del suo unico figlio maschio, nato dalla compagna Jiuliette Mayniel, ovvero Alessandro che ha raccolto in maniera memorabile la strepitosa eredità paterna di interprete di alto livello.

“L’armadio” ( 20 min.1964 ) di Marino Girolami, tratto da “Le tardone”. Con Raimondo Vianello, Lina Volonghi, Umberto D’Orsi e Luigi Pavese. ( pubblicato il 22/04/2016)

Il cortometraggio è la storia di un industriale( Luigi Pavese) che, per divorziare dalla moglie, convince un suo dipendente ( Raimondo Vianello) a farsi passare per l’amante della consorte ( Lina Vologhi), ma il piano riserverà a tutti più di una sorpresa. Risate a volontà per uno dei cortometraggi più spassosi della commedia all’italiana. Le scene dentro un bizzarro armadio abitabile, dove alla fine si ritroveranno in quattro, compreso Vianello, sono da antologia della risata. Il tutto condito dall’espressione quasi imperturbabile del grande Raimondo e dalla caratterizzazione di Umberto D’Orsi, che dichiara ad un allibito Vianello “sono qui dentro l’armadio da 4 giorni, ma mi ci trovo bene”. Da vedere. Davvero strepitoso, comunque, Raimondo Vianello, che era uno di quegli attori, che nel cortometraggio sapeva tirare fuori il meglio di sè, con quel suo umorismo all’inglese, però sempre graffiante e pungente. Che grande!

“Don Corradino” (23 min.1954) di Alessandro Blasetti, tratto da “Tempi nostri”. Con Vittorio De Sica, Maria Fiore, Eduardo De Filippo, Vittorio Caprioli. (pubblicato il 28/04/2016)

Un incorreggibile seduttore, guidatore di autobus e vessato dal suo superiore, riuscirà a trovare la donna che saprà legarlo a sé. Tra tutti gli episodi che compongono il film, “Don Corradino” è di certo il più riuscito, e in ogni caso è uno dei migliori cortometraggi del nostro cinema, come spessore storico, qualità degli interpreti e riuscita dell’opera nel suo complesso. Un vero e proprio capolavoro, nel quale spicca De Sica, meraviglioso seduttore di mezz’età e Eduardo De Filippo nei panni dello zelante superiore. Due interpreti memorabili, due scuole di cinema: chapeau! Da notare anche gli scorci di una Napoli luminosa e autentica, piena di vita e di capolavori d’arte.

“Le quattro giornate di Napoli”(1962), regia di Nanni Loy. Con Gian Maria Volontè, Lea Massari, Jean Sorel, Aldo Giuffrè, Pupella Maggio. (pubblicato il 29/04/2016)

Realizzato in quella particolare stagione del cinema italiano in cui si rielaborava l’esperienza bellica dopo l’assordante silenzio degli anni ’50, “Le quattro giornate di Napoli” è il film più bello ed importante di Nanni Loy. Rapsodico affresco civile consacrato al popolo napoletano, è una straordinaria tragedia popolare che contamina i codici drammatici della sceneggiata, con elementi quasi brechtiani, lo stile secco e quasi cronachistico delle parti più storiche e il pathos straziante delle scene madri. Nel film Nanny Loy descrive la rivolta popolare scoppiata a Napoli spontaneamente a seguito della fucilazione di alcuni marinai italiani il 28 settembre del 1943 e che in quattro giorni sconfisse e mise in fuga le truppe tedesche dalla città prima dell’arrivo degli Alleati. Il film è corale e vi si mescolano singoli episodi e personaggi popolari protagonisti della rivolta. Vincitore di tre Nastri d’argento e candidato al premio Oscar come miglior film straniero nel 1963, il film descrive un momento esaltante della nostra storia ed emoziona come pochi. Ottima coralità anche dei grandi attori coinvolti, con la scelta sapiente di non farne primeggiare nessuno proprio per rendere omaggio alla tenacia del popolo napoletano, che è il vero protagonista del film: su tutti Gian Maria Volontè, Lea Massari, Aldo Giuffrè, Jean Sorel. “Le quattro giornate di Napoli” è dunque il capolavoro di Nanni Loy, stupendo affresco di quattro giorni eroici che portarono alla liberazione della città partenopea. Dopo più di cinquant’anni dalla sua uscita è ancora oggi attualissimo, e permette di capire a fondo a quale prezzo è stata conquistata la libertà di cui oggi godiamo.

“Tempi duri per i vampiri”(1959), regia di Steno. Con Renato Rascel, Christopher Lee, Sylva Koscina, Lia Zoppelli. ( pubblicato il 29/04/2016)

Il 1959 è l’anno magico di Renato Rascel, in estate è stato al cinema con “Policarpo, ufficiale di scrittura”, che gli varrà il David di Donatello come miglior attore protagonista; in ottobre invece esce nelle sale con “Tempi duri per i vampiri”, nato da un suo soggetto e diretto dall’esperto Steno. La pellicola è una divertente presa in giro dei film draculiani della “Hammer Films”, qui rappresentata dalla sua stella più famosa, quel Christopher Lee che è entrato nella leggenda proprio grazie al ruolo del diabolico vampiro. L’idea del produttore Mario Cecchi Gori era di fare un film con Rascel, di sicura presa sul pubblico e quindi di sicuro successo al botteghino. La genialata è stata quella di affiancare all’attore romano, quel Christopher Lee ormai consacrato al ruolo di Dracula, che neanche in questo caso ha voluto rifiutarsi di prestarsi al gioco. Il film ne esce davvero una notevole parodia dei film horror, in cui la coppia Lee-Rascel è talmente bizzarra che finisce per funzionare. Anche la critica dell’epoca lodò l’operazione, e l’insolita coppia di protagonisti: “…ottima parodia sui film di vampiri con la presenza del vampiro per eccellenza, Christopher Lee ed il bravissimo Renato Rascel che è in stato di grazia e super ispirato, ormai il miglior attore del cinema nostrano”; e ancora “…allegro film comico che si prende gioco dei gotici horror della Hammer, la comicità di Rascel è ben inserita nel contesto, anche se la cosa più divertente sono le smanie erotiche di un gruppo di donne vampirizzate dallo stesso Rascel”. Sorretto da una comicità sempre fresca e mai volgare, il film si regge sulla verve comica di Rascel, con almeno due scene memorabili: quella in cui Rascel, morso dallo zio vampiro, è diventato a sua volta anche lui vampiro; e quella in cui, per salvare la sua amata dalle grinfie dello zio vampiro, cerca di far cantare il gallo a notte ancora fonda, dunque prima dell’alba. Bellissimo film, da vedere!

“Enrico ’61″(1961), regia di Garinei & Giovannini. Con Renato Rascel, Clelia Matania, Alberto Bonucci, Gloria Paul, Gino Latilla, Ombretta De Carlo, Luciano Melani. ( pubblicato il 03/05/2016)

Nel 1961 Garinei & Giovannini rendono omaggio ai cento anni dell’Unità d’Italia raccontando la vita e i ricordi di un cappellaio romano nato proprio il 17 marzo del 1861: l’annessione di Roma al Regno d’Italia, il periodo della Belle Epoque, la Prima guerra mondiale, l’avvento del Fascismo, la Seconda guerra mondiale, l’occupazione dei tedeschi, le leggi razziali, le camice nere, la liberazione, la ricostruzione e il benessere economico degli anni ’50 e dei primi anni ’60. Ma anche i ritmi che hanno accompagnato gli anni passati e quelli più recenti, dal tango al boogie woogie, dal charleston alla rumba. Il multiforme protagonista di questo straordinario spettacolo commemorativo è lui, Renato Rascel, che interpreta magistralmente tre ore e mezza di spettacolo, attraversando cento anni di storia italiana. “Enrico ’61” è in fin dei conti un “one man show” dell’attore romano, che è ben assistito dalla pletora di personaggi che interagiscono con lui: da Alberto Bonucci a Clelia Matania; da Gino Latilla a Ombretta De Carlo. “Enrico 61” debutta a Milano il 26 novembre del 1961 e registra fin da subito un trionfo senza precedenti, mai raggiunto da nessun altro spettacolo teatrale: oltre tre mesi di rappresentazione a Milano, quattro mesi di fila al Sistina di Roma; e perfino sei mesi di fila al Piccadilly Theatre di Londra. “Enrico 61”, deve però gran parte del successo alla forma smagliante di Renato Rascel, quì all’apice della sua carriera, e definito in quegli anni “il miglior attore dello spettacolo italiano”. L’opera è costruita sulle sue solide spalle, a discapito della sua modesta corporatura, sulla sua vis-comica, sulla sua vis-drammatica, sulla sua capacità di attore completo, insomma sulla sua incredibile poliedricità. Tanto fu il successo, che nel 1964 ne venne realizzata una versione televisiva, fedelissima all’originale, e trasmessa sulla prima rete nazionale divisa in tre puntate, il 27 agosto, il 3 settembre e il 10 settembre di quello stesso anno. Un film-tv di straordinario valore culturale, poiché è questa la versione che è sopravvissuta ai giorni nostri e che ci fa gustare inalterato lo spirito e la bellezza di questa grande opera. Lo spettacolo ha anche un che di innovativo, in pieno stile da Garinei & Giovannini, che hanno in Renato Rascel il loro attore preferito, anche lui romano verace come loro. Per la prima volta si notano in tv e in teatro innovazioni tecniche quasi cinematografiche per ovviare ai numerosi cambi di scena richiesti dalla storia: le scenografie cambiano in continuazione, merito dei tappeti rotanti e dell’effetto luce che fa passare da una stanza all’altra, da un’epoca all’altra, nell’arco di qualche secondo. Gli episodi storici poi, sono ben riassunti, e a volte forniscono il pretesto per alcune scene indispensabili ai fini della comprensione della trama, altre volte sono ripercorsi velocemente in situazioni di canto e balletto, il tutto con una tenerezza e un affetto che rimane ancora oggi irraggiungibile, per classe interpretativa e finezza del racconto scenico. Su tutti, spicca l’episodio che dura quasi 50 minuti (qui proposto) e che va dall’avvento delle prime squadriglie fasciste del 1921, alla liberazione del 4 giugno 1944, passando per tutti gli scempi della dittatura fascista. In questi tre quarti d’ora, la comicità di Renato Rascel, si colora di sfumature drammatiche e malinconiche, che solo un grande attore può interpretarle in questo modo così efficace; come altrettanto efficace risulta la cronistoria della dittatura fascista, raccontata con un pathòs sempre crescente da Alberto Bonucci, Gino Latilla e Luciano Melani. 50 minuti più esaudienti di un libro di storia. Capolavoro, da vedere assolutamente!!!

“Un milanese a cena” (18 min.1954) di Ferdinando Baldi, tratto da “Assi alla ribalta”. Con Nino Taranto, Anna Campori, Carlo Taranto. ( pubblicato il 08/05/2016)

Una famiglia napoletana emigrata a Milano, invita a cena il capufficio del capofamiglia e si ingegna per celare le tracce della loro napoletanità, senza sapere che anch’egli è di origini partenopee. Uno sketch spumeggiante, tratto da una delle riviste di maggior successo del grande Nino Taranto, che fa parte del film “Assi alla ribalta”. Il film, girato nel 1954, uscì soltanto nel 1959, ed ha una trama pretesto per mostrare vari numeri di avanspettacolo e di rivista, interpretati dai più famosi attori del periodo: Nino Taranto, Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello, Tino Scotti, Carlo Croccolo. Vale la stessa cosa detta per “I pompieri di Viggìù” e per “Cafè Chantant“, e cioè che il film è un prezioso documento storico sullo spettacolo dell’Italia degli anni ’50. Ci si diverte comunque, con classe, e si ride con gusto. Il migliore della compagnia sembra essere proprio Nino Taranto, in uno dei suoi sketch più famosi e più riusciti. Curiosità: il film è a colori, nel 1959 non sono più tanto rari i film a colori, ma come già detto sopra, il film è stato girato nel 1954, quando ancora la tecnica era in fase di perfezionamento.

“La burocrazia” (14 min.1965) di Nanni Loy, tratto da “Made in Italy”. Con Nino Manfredi, Carlo Taranto. ( pubblicato l’11/05/2016)

“Made in Italy” è un kolossal, diretto dal Maestro Nanni Loy, che si divide in una miriade di episodi: cinque sezioni ( Usi e costumi, Il lavoro, La donna, Cittadini Stato e Chiesa, La famiglia) e in undici episodi, talvolta molto brevi, componenti una rassegna di difetti degli italiani piena di attori famosi e stelle del cinema ( Sordi, Manfredi, Fabrizi, Peppino De Filippo, Chiari, Magnani…) e in alcuni casi veramente incisiva; sopravvive nella memoria l’episodio di Nino Manfredi, che si reca all’anagrafe per ritirare un certificato di residenza, e ossessionato e schiacciato da una burocrazia dilagante, ne uscirà ore dopo, dopo essere passato di ufficio in ufficio e con la macchina sequestrata dal carro-attrezzi: sketch esilarante e attualissimo, ma che fa riflettere, anche e soprattutto sui dilaganti cavilli burocratici del nostro Paese e sulla lentezza della Pubblica Amministrazione, cinquant’anni fa, come oggi: tutto uguale. Comunque grande, grandissimo Manfredi.

“La primula bianca”(1947), regia di Carlo Ludovico Bragaglia. Con Carlo Campanini, Andrea Checchi, Mirella Monti, Carlo Ninchi. ( pubblicato il 18/05/2016)

Commedia degli equivoci spigliata e ben condotta, “La primula bianca” è arricchita e vivacizzata dalla presenza di Carlo Campanini e dalla sua comicità paradossale, delicata, efficace. Il grande Campanini, presenza fissa nel cinema italiano degli anni ’40 e degli anni ’50, interpreta un giornalista che scopre una banda di rapinatori e il loro insospettabile capo. Finge di partecipare alle rapine e manda i servizi completi al suo giornale, firmandosi “la primula bianca”, riuscendo ad aiutare la polizia ad arrestare tutti i malviventi. Il film è condito anche da una spruzzata di sentimentalismo, che non guasta mai, ma i momenti più divertenti del film sono affidati a Campanini quando viene scambiato per un famoso e temuto scassinatore. La situazione del tipo semplice e senza grilli per la testa che si trova coinvolto in una banda di malviventi e scambiato per uno di loro dà occasione per diverse belle risate. A questo proposito, la scena della cassaforte è proprio esilarante e da antologia della risata. Per il resto, comunque, il film viaggia bene su una vicenda piena di colpi di scena, di personaggi, e di scambi di persona. A margine compare anche il tema della voracità e del cinismo del mondo della stampa, che troviamo ancor più nei film americani dello stesso periodo. Un piccolo-grande film davvero, un piccolo gioiello, restaurato nel 2004 dalla Cineteca di Bologna, oggi facilmente reperibile, in tv o in dvd: l’occasione per rivivere i film di un grande attore del passato come Carlo Campanini, che non merita assolutamente di essere dimenticato.

“Doppio delitto”(1978), regia di Steno. Con Marcello Mastroianni, Agostina Belli, Ursula Andress, Peter Ustinov, Gianfranco Barra, Mario Scaccia. ( pubblicato il 21/05/2016)

Pochi mesi prima che Ettore Scola riunisse nuovamente la coppia Mastroianni-Loren sul set del suo capolavoro “Una giornata particolare”, che frutterà a Marcello la terza nominations all’Oscar, esce nella sale il giallo diretto da Steno, dal titolo “Doppio delitto”(1977). Qui Mastroianni è un commissario di polizia, nel cuore della Roma antica nei pressi di Piazza Navona. Un funzionario senza qualità che per aver fatto un errore viene punito con un impiego all’archivio. A questo commissario spento, senza più slanci, ma non stupido, viene affidata finalmente, per caso una indagine su un duplice assassinio. E naturalmente riesce a dipanare la matassa, ottenendo addirittura la promozione. Il suo poliziotto remissivo e paziente costruito con finezza resta un pò simile a quello più famoso de “La donna della domenica”, di qualche anno prima. Eppure, come quello del precedente film, risulta molto efficace, riuscito, credibile.
“Il mio commissario Bruno Baldassarre è la sintesi di tutti i commissari italiani. Non adoperano il revolver, indovinano la verità per caso o perché c’è una spiata. Non usano i cazzotti, non sono mai eroi, sono sempre uomini grigi” ( Mastroianni a proposito del film ). Resta nella sua filmografia come un film minore ma che mette in luce l’infinita varietà di interpretazioni che lo fanno passare, senza soluzioni di continuità, a personaggi diversissimi tra di loro. Un “giallo” ben confezionato, un piccolo gioiello misconosciuto. Da vedere!

“Venezia, la luna e tu”(1958), regia di Dino Risi. Con Alberto Sordi, Marisa Allasio, Nino Manfredi, Inge Schoener, Niki Dantine, Riccardo Garrone. (pubblicato il 25/05/2016)

Nel 1958, Dino Risi sta finendo di sfruttare il “format” messo a punto con “Poveri ma belli”. Le schermaglie amorose dell’Italia più o meno di provincia hanno conquistato il pubblico e non si vede perché non continuare su quella strada, magari cambiando qualche attore. Deve essere nata così l’idea di “Venezia, la luna e tu”: tenere le forme provocanti della Allasio ma spostarle dalla romana piazza Navona alla veneziana piazza San Marco, mettendole a fianco due facce diverse da Arena e Salvatori, con una rinnovata lettura sociologica di un proletariato con aspirazioni piccolo borghese, ovvero un esempio di nascente “commedia all’italiana”. Per la parte del tontolone la scelta cadde su Nino Manfredi, che stava cominciando ad affrancarsi dai ranghi della comparsa più o meno di lusso; per quello del protagonista Risi puntò sull’attore comico allora più lanciato, quell’Alberto Sordi, che il regista milanese aveva già diretto in “Il segno di Venere”. Un film di quelli turistici che andavano di moda in quegli anni, elegante, colorato, gioioso e brioso, con un’atmosfera vivacizzata da equivoci, scherzi, beffe, situazioni salaci, scherzi , caricature, lietamente fusi alla bella cornice veneziana, ai suoi canali, alle sue gondole, hanno ottenuto senza fatica l’allegro consenso del pubblico. L’idea è quella di giocare sulla gelosia della Allasio e la fedeltà piuttosto lasca di Sordi, che nella primissima scena è presentato come “Bepi Buleghin, il gondoliere più bello di Venezia”: con la maglietta a strisce bianche e rosse orizzontali d’ordinanza, Bepi incanta le turiste americane con le sue canzoncine romantiche e i giri in gondola al chiaro di luna. Così Sordi-Bepi cerca di restare fedele alla fidanzata con cui deve sposarsi e contemporaneamente non perdere il lavoro come romantico gondoliere specializzato in belle straniere. E in effetti, la vera carica comica del film sta tutta nella straordinaria prova di Sordi, spassoso quando parla in veneziano, ma ancor di più quando la furia gli fa scappare qualche imprecazione in romanesco. E’ irresistibile nel suo personaggio pasticcione e intrigante, che non vuole rinunciare né alla fidanzata né alle avventure galanti, e in qualche modo questo suo bizzarro gondoliere dal sorriso sbarazzino e dalle righe bianche e rosse, è entrato nella memoria collettiva del nostro Paese.

 

“La cagna”(1972), regia di Marco Ferreri. Con Marcello Mastroianni, Catherine Deneuve, Michel Piccoli, Corinne Marchand, Claudine Berg. ( pubblicato il 03/06/2016)

Nel 1971 inizia per Mastroianni l’avventura francese. L’Italia comincia a stargli stretta. Ha già fatto delle trasferte all’estero, ma solo per il breve periodo di un film. Il suo mestiere, ormai da tempo conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, ha bisogno di espandersi, di cercare aria nuova. Si trasferisce a Parigi, dove va ad abitare con la star francese Catherine Deneuve nel lussuoso appartamento parigino della donna, dove i due fanno la fortuna dei giornalisti glamour che li definiscono come una delle coppie del secolo. E’ lo stesso Mastroianni a voler alimentare la coppia artistica e di vita, proponendo a Marco Ferreri di girare con loro protagonisti un adattamento del racconto “Melampus” di Ennio Flaiano. Il film è “La cagna”, un apologo beffardo, malinconico e amarissimo sull’inconciliabilità dei sessi e sulla solitudine. Un film complesso, ma di alto livello stilistico, come gli abiti di Yves Saint-Laurent che non tramontano mai e che danno al film un’incredibile aria di attualità. E come anche, la classe interpretativa di Marcello e di Catherine, che fanno coppia anche nella vita e di lì a pochi mesi, nel 1972, avranno anche una figlia, Chiara. La trama è la storia di un disegnatore, Giorgio, che si è relegato su un’isola deserta con il suo cane, sfruttando come abitazione un vecchio bunker. Un giorno sbarca sull’isola, Liza, che ha abbandonato i compagni di crociera dopo un litigio. Senza aver frequentato nessuna scuola di sopravvivenza, Giorgio riesce a bastare a se stesso e alla donna. Ma c’è un cane in più. Lei uccide dunque il cane per gelosia e ne prende il posto. Nel bunker c’è l’essenziale, che diventa anche uno stile di vita. Perché qui la mancanza del superfluo ha una doppia faccia. Mentre vuol essere il rifiuto della società del benessere, diventa anche la scelta di un’élite intellettuale che si può permettere l’oggetto del designer, l’abito del grande sarto. Gli interni, che possono-devono essere vuoti, i muri bianchi, rievocano la dilatazione degli spazi, prima immagine della ricchezza. Un film ricco di simbolismi, grottesco e surreale, come tutte le opere del Maestro Ferreri, che aveva in Mastroianni il suo alter-ego ideale. Pellicola corposa, complessa, ma di alta scuola. Da vedere!

“Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”(1960), regia di Mario Mattoli. Con Totò, Aldo Fabrizi, Franca Marzi, Rina Morelli, Christine Kaufmann, Geronimo Meynier. (pubblicato l’11/06/2016)

Premiata da incassi molto alti la pellicola è una spumeggiante commedia degli equivoci che permette ai due mattatori della scena, i grandi Totò e Fabrizi, di esibirsi in una serie di duetti molto divertenti, alcuni di essi rimasti nella storia del cinema, come quando si accorgono di aver ricevuto dal sarto ognuno il vestito dell’altro e sono costretti a un surreale scambio di vestiti in un taxi fuori dalla chiesa. Una delle scene più divertenti della storia del cinema italiano. Il loro fu un sodalizio cinematografico ridotto in termini numerici (5 film insieme nella loro carriera), ma non meno spumeggiante di altri, e non meno ricco di successi. Il primo film “Guardie e ladri”(1951) fece incetta di premi nazionali ed internazionali, ed è il loro capolavoro; poi venne “Una di quelle”(1953) con Totò e Peppino De Filippo protagonisti e Aldo Fabrizi dietro la macchina da presa, ritagliandosi solo una breve parte per sè; “I tartassati”(1959); il già citato e divertente “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”(1960); e “Totò contro i 4″(1963). La loro fu una grande e umanissima amicizia, iniziata 40 anni prima, condividendo le scalcinate e polverose assi dei palcoscenici di provincia di mezza Italia. Interessante, per capire la loro profonda stima e amicizia, una testimonianza dello stesso Fabrizi in merito: “Lavorare con Totò era un piacere, una gioia, un godimento perché oltre ad essere quell’attore che tutti riconosciamo era anche un compagno corretto, un amico fedele e un’anima veramente nobile… Arrivati davanti alla macchina da presa, cominciavamo l’allegro gioco della recitazione prevalentemente estemporanea che per noi era una cosa veramente dilettevole. C’era solamente un inconveniente, che diventando spettatori di noi stessi ci capitava frequentemente di non poter più andare avanti per il troppo ridere.”

“Come un padre”(6 min.1963) di Dino Risi, tratto da “I mostri”. Con Ugo Tognazzi e Lando Buzzanca. ( pubblicato il 14/06/2016)

Nel 1963 per la regia di Dino Risi, esce il film “I mostri”, quello che viene ritenuto da molti il miglior film ad episodi della storia del cinema italiano ed una delle migliori commedie all’italiana di tutti i tempi, una serie di gag strepitose che sbeffeggiano l’Italia del boom nello stile della commedia all’italiana, con il duo Tognazzi-Gassman che fa scintille. La coppia Gassman-Tognazzi, in maniera magistrale e dissacrante prende in giro con ironia le follie e crudeltà spicciole dell’italiano medio dei nostri giorni. Il film diviso in 20 piccoli episodi è divertentissimo, tanto che molti dei personaggi interpretati dalla coppia ,sono entrati nella memoria collettiva. Gli incassi superarono i tre miliardi di lire, una cifra mostruosa per l’epoca. In gara di trasformismo, i due fanno ridere e riflettere presentando, insieme o separatamente, una fitta serie di anomalie di quelle che di solito passano inosservate. Tra i numerosi episodi sublimi, rimane nella memoria collettiva, quello intitolato “Come un padre”, che vede protagonisti Ugo Tognazzi e un giovanissimo Lando Buzzanca. In soli 6 minuti si svolge la storia di un marito cornuto che si sfoga col suo migliore amico, senza sapere che è lui che lo cornifica. Quarto di venti episodi, è impeccabile nel mantenere la suspence, fino all’esilarante finale rivelatore. “I mostri” è iI film che fa nascere, consapevolmente il mito della commedia all’italiana, che era esplosa quasi per caso, qualche anno prima con “I soliti ignoti” di Monicelli.

“I due crumiri”(14 min.1954) di Giorgio Simonelli, tratto da “Accadde al commissariato”. Con Riccardo Billi, Mario Riva, Nino Taranto. ( pubblicato il 23/06/2016)

Ritratto efficace della società italiana della metà degli anni ’50, “Accadde al commissariato” vive dell’estro dei suoi protagonisti, da Sordi a Nino Taranto, da Walter Chiari a Billi & Riva. Nell’episodio di Billi & Riva, quello dei due tranvieri favorevoli allo sciopero generale solo perché vogliono fare i crumiri, si intravede la capacità del cinema italiano, di cogliere alcune caratteristiche del Paese e di restituirle sul grande schermo in maniera molto realistica, filtrate attraverso l’estro degli sceneggiatori e le limitazioni della censura. Billi & Riva sono comunque divertentissimi, e questo episodio rimane uno dei massimi risultati della loro carriera cinematografica. Loro due erano infatti specializzati nell’interpretare personaggi plebei presi dalla borghesia, siano essi imbianchini, tassinari, autisti. Billi & Riva dunque, si specializzarono con risultati più che ottimali nella descrizione dell’italiano medio degli anni ’50, prima di Sordi, prima di Manfredi, prima che arrivasse ufficialmente la commedia all’italiana. Era questa la loro grande forza e il motore del loro spumeggiante estro comico.

“Piedone l’africano”(1978), regia di Steno. Con Bud Spencer, Enzo Cannavale, Dagmar Lassander, Baldwyn Dakile. ( pubblicato il 30/06/2016)

Nel 1973 ebbe inizio la fortunata tetralogia di Piedone lo sbirro (cui seguiranno Piedone a Hong Kong del 1975, Piedone l’africano nel 1978, e infine Piedone d’Egitto del 1980), nata da un’ idea dello stesso Bud Spencer e che lo vede protagonista assoluto per la regia di Steno, indimenticato re della commedia all’italiana. In particolare la tetralogia delle avventure del poliziotto napoletano che gira disarmato e fa valere la legge a colpi di sganassoni, è tra i più grandi successi di pubblico di tutti gli anni ’70. Bud Spencer, in questa serie di film per la prima volta non doppiato, è straordinario nel dipingere questo poliziotto disposto a chiudere un occhio nei confronti dei piccoli delinquenti, ma che non ha pietà verso i criminali senza scrupoli. Il pubblico vi si riconobbe e ne decretò il trionfo. A far da spalla a Bud Spencer anche un grande Enzo Cannavale nel ruolo del brigadiere Caputo. Dal secondo episodio della serie, si verifica un leit motiv, ovvero che le avventure del commissario Rizzo detto Piedone, si svolgeranno sempre lontano da Napoli, con una prima parte girata nella città partenopea; e una seconda parte girata in luoghi esotici, in Africa o in estremo Oriente. Il terzo capitolo della serie, ovvero “Piedone l’africano” è addirittura girato in Sudafrica, tra animali della savana, tigri e pantere. Anche il quarto capitolo della serie è girato in Africa, ma stavolta siamo in Egitto. Ciò che rimane uguale, è sempre il grande successo di pubblico e gli incassi record della coppia Spencer/ Cannavale.

“Il soldato di ventura”(1976), regia di Pasquale Festa Campanile. Con Bud Spencer, Enzo Cannavale, Philippe Leroy, Jacques Herlin, Andréa Ferréol, Oreste Lionello, Franco Agostini. ( pubblicato il 05/07/2016).

Sul personaggio di Ettore Fieramosca e sulla disfida di Barletta si sono sbizzarriti per secoli i cantori del nazionalismo patrio. Come è noto, nel 1503 tredici cavalieri italiani affrontarono tredici cavalieri francesi che avevano insultato le nostre capacità guerresche. E tutto ciò è stato descritto, con dovizia di particolari, dal regista Pasquale Festa Campanile, in questa deliziosa commedia di costume, che ha anche con “Oh Ettore”, una delle migliori colonne sonore del nostro cinema, di quelle che rimangono impresse nella memoria. Supportato da un Bud Spencer davvero in stato di grazia e con la sua voce, “Il soldato di ventura”(1976) tratta in chiave comico/grottesca la disfida di Barletta ( 13 settembre 1503 ). Il film narra le avventure picaresche di Ettore Fieramosca, interpretato con sagacia da Bud Spencer, e del suo manipolo di 13 bizzarri cavalieri, che affrontano e sconfiggono altrettanti francesi che avevano offeso loro e l’onore degli italiani. Memorabile la disfida finale in spiaggia, dove tra atti di valore, gag e qualche simpatica scorrettezza, gli italiani riescono ad avere la meglio sul manipolo francese. A metà strada tra il medioevo dell’Armata Brancaleone e quello derivante dalla letteratura classica, il film diverte e convince, girato quasi interamente in Puglia e precisamente presso la torre della Leonessa a Lucera, nella fortezza svevo – angioina, trasformata nelle mura e nella città di Barletta. Alcune scene nei dintorni di Lucera, sulla via per Pietramontecorvino e tre scene, compresa quella finale della “disfida”, furono girate nelle spiagge a sud del Gargano. Un film ricco di invenzioni comiche, colorito e sagace, che anche grazie alla debordante simpatia di Bud Spencer ebbe un grande successo di pubblico. Ancora una volta c’è Enzo Cannavale a far da spalla a Bud. Un film davvero consigliabile, che ha tutte le qualità di un film d’autore: dialoghi salaci, estrema precisione storica degli avvenimenti, un interprete memorabile, una regia veloce e presente, una sceneggiatura lineare ed efficace. Una pellicola che dà finalmente l’opportunità a Bud Spencer di confrontarsi con un testo in grado di riuscire a valorizzare le sue enormi doti interpretative. E non fallisce. Anzi, l’interpretazione di Ettore Fieramosca, che gli calza a pennello, permette a Bud Spencer di dimostrare di essere un attore a tutto tondo, e di uscire da assoluto vincitore dal confronto con questo film d’autore. Delizioso il cast di contorno, su tutti Enzo Cannavale, Oreste Lionello e Philippe Leroy nei panni di un nobile francese che sfida Spencer/ Fieramosca e le busca di brutto. Da vedere!

“Poveri ma belli”(1956), regia di Dino Risi. Con Marisa Allasio, Renato Salvatori, Maurizio Arena, Lorella De Luca, Alessandra Panaro, Memmo Carotenuto, Virgilio Riento. (pubblicato l’11/07/2016)

Quella di “Poveri ma belli” è la storia semplicissima di due ragazzotti romani che si atteggiano a bulli ma che sono buoni come il pane ( Arena e Salvatori) fanno la corte alla stessa ragazza ( Allasio) che flirta con entrambi ma in definitiva preferisce un terzo ( Ettore Manni); i due si consolano allora con le rispettive sorelline ( Panaro e De Luca), brave e amorevoli ragazze perbene. “Poveri ma belli”, pellicola scanzonata, leggera, semplice, giovanile, arriva dritto al cuore. Un raro esempio di film comico italiano di successo che non si serve di comici di professione, ma punta solo sulla forza del copione, sull’abilità del regista e sul gioco di squadra degli attori. E’ proprio questo che piacque tantissimo al grande pubblico facendone il secondo incasso italiano della stagione 1956/57, e guadagnandosi anche due seguiti: Belle ma povere(1957) e Poveri milionari(1959). Il regista Dino Risi parlò di “neorealismo adattato alle esigenze della nostra società”, la critica storse il naso, il pubblico affollò le sale. Ormai fa parte della storia del nostro cinema: un film dialettale, giovanilmente scanzonato, proletario nell’estrazione ma piccolo-borghese nello spirito, che decretò il successo di un genere ( la commedia all’italiana) e di un regista in perfetta sintonia con l’evoluzione del costume nazionale. I cinque giovani attori, prima di allora poco conosciuti, passarono subito alla notorietà dando vita a dei personaggi tipici e destinati a durare nel tempo ( il bullo, la fidanzatina smaliziata ma per bene). E’ con questo film infatti che Renato Salvatori, Maurizio Arena, Marisa Allasio, Lorella De Luca e Alessandra Panaro conquistarono meritatamente la grande popolarità. Capolavoro assoluto del nostro cinema, da vedere assolutamente!

“Il segno di Venere”(1955), regia di Dino Risi. Con Franca Valeri, Alberto Sordi, Peppino De Filippo, Sophia Loren, Vittorio De Sica, Raf Vallone. ( pubblicato il 17/07/2016)

“Il segno di Venere”, con il suo all star cast e con il suo raffinato stile, risulterà essere una delle commedie più importanti e riuscite degli anni ’50. Pensato intorno alla sola Franca Valeri e poi stravolto dalla politica “hollywoodiana” della Titanus, che allora inseguiva il successo riunendo nel cast il maggior numero possibile di volti noti, il film mette in capo una professionalità solidissima e collaudata, dove l’ambientazione neorealista di una Roma che cerca di inseguire il benessere si mescola alle concessioni “rosa” della nascente commedia all’italiana, offrendo ad ogni attore il suo momento di gloria. Tre assi del nostro cinema del calibro di Sordi, P.De Filippo e De Sica coadiuvano nelle loro uscite le due cugine, interpretate da Sophia Loren e Franca Valeri. Ciò che rimane è uno splendido assolo d’attori: Alberto Sordi imbroglione e scocciatore mezzo mammone e mezzo teddy boy; Peppino De Filippo meraviglioso nelle sue “meschinità gogoliane”; e Vittorio De Sica fantastico nella sua “raffinata gigioneria”. Il centro del film, il suo cuore pulsante resta però Franca Valeri, forse nel più bel ruolo della sua carriera. E’ lei che attraversa tutto il film e si accompagna a tutti i personaggi facendo esplodere la sua intelligente e pungente comicità, pervasa di un’amabile malinconia ben dosata. Una specie di charlot al femminile, a cui in amore non ne va mai bene una, ma che non perde la fiducia che un giorno vi possa essere un “segno di Venere” anche per lei. In regia Dino Risi, con la supervisione del Maestro De Sica. Si racconta che una mattina di riprese, Dino Risi stesse facendo ritardo perché si era invaghito di una bionda svedesina, e allora De Sica cominciò le riprese senza di lui. Quando arrivò, De Sica disse: “Dino, non ti preoccupare ho già girato io alcune scene”. Da qui il termine diventato leggenda: “la regia era di Risi, ma c’era proprio un occhio di De Sica”. Alcune scene sono rimaste nella memoria collettiva, su tutte quella della cena in trattoria dei sei protagonisti, che finiscono col litigare con l’oste. Film memorabile, da vedere!

“Peppino, le modelle e chella llà”(1957), regia di Mario Mattoli. Con Peppino De Filippo, Teddy Reno, Giulia Rubini, Giacomo Furia, Fulvia Franco, Massimo Serato. ( pubblicato il 18/07/2016)

“Peppino, le modelle e chella llà” debutta nelle sale italiane nel 1957, e come è facilmente riscontrabile fin dal titolo stesso, punta tutto sul nome di Peppino De Filippo, che ormai è uno degli attori più richiesti del panorama comico nazionale. L’attore partecipa a non meno di 6 film l’anno, con o senza Totò al suo fianco, e proseguirà con questi ritmi fino alla fine degli anni ’60. Popolare quanto lui nel film, c’è solo “Chella llà”, celeberrima canzonetta napoletana che diventa motivetto portante della pellicola nell’interpretazione dell’altro protagonista, ovvero Teddy Reno, che in quegli anni alterna felicemente la carriera di cantante a quella di attore, iniziata proprio sotto l’ala di Peppino e di Totò. Il film è una commedia amarognola sul mondo degli artisti, è ambientato infatti in Via Margutta, la via degli artisti per eccellenza, ed è confezionata con garbo e con ottimo affiatamento tra gli attori. Su tutti però spicca sempre Peppino, ormai all’apice della sua carriera, nei panni di un impiegato in pensione che frequenta il giro di via Margutta e si spaccia per pittore al solo dichiarato scopo di far colpo su qualche bella ragazza. Si fa dipingere i quadri dall’amico Teddy Reno, fingendo poi, in presenza di modelle, di lavorarci davvero, e in più è anche daltonico: il giallo lo vede azzurro, l’azzurro “rosso-prato” e il rosa non lo vede proprio. Geniale!!! Il film ebbe un buon successo di pubblico ed è curiosa la maniera in cui è descritto il micro-cosmo degli artisti di via Margutta, impersonati da Peppino, Teddy Reno e Giacomo Furia, ovvero come una bonaria banda di seduttori che pensano soltanto, grazie alla loro posizione, di far colpo sulle ragazze, ma giacché siamo ancora nell’Italia moralizzatrice degli anni ’50, o si sposano, o i loro sogni di avventurette di una notte naufragano miseramente. Assicurate anche le belle presenze femminili, che per un film che si rispetti non possono mancare, ci sono infatti Giulia Rubini e Fulvia Franco, miss Italia 1948. Una commedia leggera e spensierata, che rimane, anche e soprattutto grazie alla bravura e alla simpatia di Peppino De Filippo. Un vero e proprio trattato sociologico sulla Roma di fine anni ’50. Davvero consigliabile.

“E’ arrivato l’accordatore”(1951), regia di Duilio Coletti. Con Nino Taranto, Antonella Lualdi, Alberto Sordi, Ave Ninchi, Virgilio Riento, Tamara Lees, Alberto Sorrentino, Sophia Loren. ( pubblicato il 22/07/2016)

Siamo nel 1951, nel periodo in cui Nino Taranto sta ottenendo ampi consensi nella commedia brillante. E quello stesso anno Nino Taranto è nelle sale con “E’ arrivato l’accordatore”, pellicola ingiustamente dimenticata, ma che ha ritmo, verve comica e gode di un cast molto ben assortito. Accanto a Nino Taranto c’e la bella attrice emergente Antonella Lualdi, e poi ci sono attori affermati come Virgilio Riento e Ave Ninchi, oltre ad Alberto Sordi che in quegli anni eccelleva nel ruolo del bambinone cresciuto. E’ senza dubbio una parata di comici, per una spigliata commedia ispirata alla pièce di Pierre Wehee, dal titolo Gonzague. E’ la storia di un poveraccio ( N.Taranto ), che viene scambiato per l’accordatore di pianoforti. Invitato al pranzo di fidanzamento della figlia (A. Lualdi) di un ricco avvocato, solo per fare il quattordicesimo a tavola, l’inatteso ospite creerà scompiglio durante il pranzo, e accettando per fame di trasformarsi nell’ambasciatore del “Nica Rica”, saprà strappare la bella ragazza all’inconsistente fidanzato ( Sordi), sgominando oltretutto una banda di truffatori. Commedia scatenata, che per la verità non nasconde il suo impianto teatrale, ma che tuttavia vive tutta sulle solide spalle di Nino Taranto, il quale non tradisce le aspettative. Deliziosa la scena del pranzo, in cui Nino Taranto non riesce mai a mangiare, perché accade sempre qualcosa per cui a tavola si rimane sempre in 13, e all’ennesima bizza della padrona di casa risponde “signò fatem mangià, ma che m’avete preso per un caché”. Per anni ritenuta perduta, la pellicola, restaurata, ha ritrovato la luce nei primi anni 2000. Curiosità: tra gli interpreti, in una piccola parte vi si riconosce Sophia Loren, non ancora stella del cinema e non ancora signora Ponti.

“Le Olimpiadi dei mariti”(1960), regia di Giorgio Bianchi. Con Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello, Delia Scala, Sandra Mondaini, Gino Cervi, Hélène Chanel. ( pubblicato il 31/07/2016)

Girato in contemporanea con le Olimpiadi di Roma ’60, che danno lo spunto al titolo, il film è una delle commedie più divertenti dell’accoppiata Vianello-Tognazzi, che dopo i successi televisivi di “Un, due, tre”, approdano sul grande schermo. Ottava pellicola insieme, delle diciassette interpretata dalla celebre coppia, è la più divertente, un piccolo capolavoro comico ravvivato da un cast molto ben assortito. Tognazzi e Vianello sono due mariti infedeli che spediscono le mogli in villeggiatura ( Sandra Mondaini e Delia Scala) per potersela spassare con due turiste giunte a Roma appunto per le Olimpiadi. A coprire le loro scappatelle ci pensa il direttore del loro giornale, un grande Gino Cervi, che copre per solidarietà maschile le avventure dei suoi due dipendenti. Lo spunto delle Olimpiadi è un pretesto per sviluppare la storia da pochade francese, però la commedia fila via senza momenti morti, grazie alla comicità più popolaresca e sanguigna di Ugo e quella più raffinata e “inglese” di Raimondo, che si compenetravano a vicenda con ottimi risultati comici. Un bel film di coppia, una bella commedia anni ’60, garbata, colorita, divertente, pulita…da vedere!

“Pane, amore e Andalusia”(1958), regia di Javier Setò. Con Vittorio De Sica, Peppino De Filippo, Columba Dominguez, Carmen Sevilla, Lea Padovani, Dolores Palumbo. ( pubblicato il 31/07/2016)

“Pane, amore e Andalusia”(1958) è l’ultimo, non deprecabile, capitolo delle avventure del maresciallo dei Carabinieri, cominciate 5 anni prima con il leggendario “Pane, amore e fantasia”. A tenere le redini del tutto c’è ovviamente il grande Vittorio De Sica, che oltre ad esserne il protagonista, è anche co-produttore e supervisore alla regia. Il film, rientra nell’ambito di una co-produzione italo-spagnola, ed ecco spiegato l’esotismo dell’Andalusia, del titolo. Gli incassi, anche se in calo rimangono elevati, quel che non cala, invece, è la verve comica di Vittorio De Sica, nei panni del suo personaggio più famoso, coadiuvato con simpatia e onesto mestiere dall’altrettanto grande Peppino De Filippo. In pratica, con “Pane, amore e Andalusia”, la provincia italiana si trasferisce all’estero, con l’utilizzazione di un regista di secondo piano, Javier Setò, ma supervisionato dal solito De Sica, che si occupò anche del commento musicale. Realizzato dopo il fallimento del progetto di un “Pane, amore e nostalgia”, che sarebbe stato girato nel 1956, il carrozzone dei “Pane e amore”, ritrova la luce grazie agli allestimenti finanziari della co-produzione, che trasferisce in Andalusia, le avventure della fortunata serie. Dopo una premessa a Sorrento, si giunge in Spagna, a Siviglia, dove ci sono tante belle donne e tanti luoghi comuni; ma della formazione storica non resta ormai quasi nessuno, per la verità soltanto Lea Padovani e Mario Carotenuto, reduci dal precedente capitolo. Si pensa dunque di affiancare a De Sica, il collega e amico Peppino De Filippo, l’unico attore italiano che sia sempre stato in grado di fare di due attori una coppia. E il film, anche se un pò ripetitivo, rende alla perfezione, con il solito De Sica, che in Andalusia si dedica molto più alle belle donne che alla buona musica. Una pellicola immeritatamente poco conosciuta, perché offuscata dai tre precedenti capitoli, ma che merita ben più di un occhio, per la qualità e il talento degli attori, oltre che per i bei paesaggi da cartolina, di una terra, l’Andalusia, non poi troppo lontana.

“Papà diventa mamma”(1952), regia di Aldo Fabrizi. Con Aldo Fabrizi, Ave Ninchi, Virgilio Riento, Luigi Pavese, Paolo Stoppa, Giovanna Ralli, Carlo Delle Piane. ( pubblicato il 04/08/2016)

“Papà diventa mamma” è il film più surreale e scatenato della storia del cinema italiano sceneggiato dallo stesso Aldo Fabrizi che ne è anche il regista e il produttore: se il meccanismo narrativo è evidentemente ripetitivo- Fabrizi in pose femminili che scimmiotta i difetti delle donne- le invenzioni e soprattutto la straordinaria misura recitativa sono la prova del grandissimo talento dell’attore-regista, capace di utilizzare al meglio uno dei luoghi canonici dell’avanspettacolo ( il travestitismo) senza mai cadere nella volgarità o nel luogo comune. Assolutamente irresistibile e da antologia la sua apparizione in camicia da notte e cuffietta o la scena del bucato, con Fabrizi in zoccoli che canta “Non c’è trippa pe’ gatti” e naturalmente litiga con le altre donne del caseggiato. Un autentico capolavoro comico, che brilla per rotondità e ritmo, in grado di mettere in perfetto risalto i contributi dei singoli attori, con un equilibrio comico invidiabile. A coronare gli sforzi di un Fabrizi tuttofare, qui al massimo della sua carriera, intervengono, alla perfezione due grandi spalle comiche di lusso, come Paolo Stoppa ( l’esperto di psichiatria d’oltreoceano) e Virgilio Riento (Ambrogio, il commesso). Il film andò alla grande al botteghino : terzo incasso dell’annata 1952.“Papà diventa mamma” è un film in clamoroso anticipo sui tempi, e che resta ancora oggi assolutamente ineguagliato, soprattutto per la straordinaria capacità di inventiva e per la sua attenta e precisa pregnanza sociologica. Grazie, poi a questa inventiva diabolica per ciò che concerne le singole situazioni, il film diventerà uno dei più citati e scopiazzati- anche involontariamente- della storia del cinema, da quello americano a quello italiano.

“Il gatto”(1978), regia di Luigi Comencini. Con Ugo Tognazzi, Mariangela Melato, Dalila Di Lazzaro, Michel Galabru, Philippe Leroy, Bruno Gambarotta. ( pubblicato il 10/08/2016 )

La storia di un fratello e di una sorella ( Tognazzi e la Melato: epici ), entrambi di mezz’età, entrambi “zitelli”, ma proprietari di un vecchio palazzo nel cuore di Roma. Ricevono un’offerta allettantissima per venderlo, a patto che riescano a liberarlo da tutti coloro che ci abitano. Ci provano con ogni mezzo, e anche il loro felino può essere utile. Scopriranno gli altarini di tutti, creando anche un intrigo internazionale. Un giallo paradossale che coniuga perfettamente la satira sociale della commedia all’italiana ad un riuscito gusto del grottesco. Avvolto da un’atmosfera, sempre a metà strada tra il giallo e il noir, Comencini disegna un racconto che si snoda magistralmente nei tortuosi interni dell’edificio, che coglie con puntualità gli aspetti significativi dei personaggi e che offre agli attori, più o meno celebri, l’occasione per interpretazioni gustose. Comencini crea, con questo piccolo, ma grande film, una critica sociale e politica piuttosto acida verso il sistema Italiano corrotto e colluso con la mafia, e verso la moralità che è diventata una cosa rara, ed è pure anticlericale. E poi ci sono Ugo Tognazzi e Mariangela Melato, che sono a dir poco irresistibili, i loro duetti funzionano come un orologio svizzero e sono lo specchio di una classe interpretativa che non esiste più. Ottimo successo di pubblico, un film che fa riflettere, in perfetto stile da commedia all’italiana. Nel cast anche la bellissima Dalila Di Lazzaro e il francese Philippe Leroy. Magistrale colonna sonora di Ennio Morricone. Un film assolutamente da vedere!

“La bella mugnaia”(1955), regia di Mario Camerini. Con Vittorio De Sica, Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Yvonne Sanson, Paolo Stoppa. ( pubblicato il 20/08/2016)

Remake del “Cappello a tre punte”(1935), dello stesso Mario Camerini, “La bella mugnaia”(1955) rappresenta uno dei primissimi incontri del trio delle meraviglie, che conquisterà Hollywood nel decennio successivo. Parliamo di Vittorio De Sica, Sophia Loren e Marcello Mastroianni. Per la verità si erano già visti insieme l’anno precedente nel film “Peccato che sia una canaglia”(1954) e De Sica aveva già diretto la Loren ne “L’oro di Napoli”(1954), però quello della “Bella mugnaia”, rappresenta davvero un lavoro ben fatto. “La bella mugnaia” è una deliziosa commedia di costume, ambientata come l’originale nella Napoli borbonica del 1680. Spiritosa commedia degli equivoci, dall’ammirevole scioltezza narrativa e da un ritmo agilissimo ha il pregio di aver lanciato definitivamente la coppia divistica Loren-Mastroianni. Insieme a loro il “sommo” Vittorio De Sica, che interpreta il governatore e la bravissima Yvonne Sanson, abituata ad un altro genere, quello melodrammatico, quì però molto efficace nei panni della consorte di De Sica. Il quartetto di protagonisti funziona, e finalmente vent’anni dopo, Camerini ha modo di inserire quelle scene di malcontento e ribellione del popolo, che la censura fascista aveva osteggiato e distrutto, costringendo il regista ad un lavoro completamente stravolto da quella che era la sua idea originale. Vent’anni dopo Camerini ci riprova e stavolta raggiunge il suo scopo. Realizzato a colori e finanziato dal solito Carlo Ponti, marito della Loren, a De Sica e Mastroianni viene dato ampio spazio per dimostrare le indubbie doti interpretative, mentre Yvonne Sanson e Sophia Loren fanno a gara a chi sfoggia la migliore scollatura. Pellicola d’autore, forse l’unico caso al mondo di remake realizzato dal suo stesso autore. Consigliabile, al di là dello strepitoso quartetto di interpreti, anche per una sceneggiatura piuttosto spigliata che evita accuratamente i tempi morti.

“Latin lovers”(24 min.1965) di Mario Costa, tratto da “Gli amanti latini”. Con Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Tanya Beryl, Enzo Andronico, Nerio Bernardi. ( pubblicato il 21/08/2016)

Quinto episodio del film corale “Gli amanti latini”, che peraltro dà il titolo al film stesso, “Latin lovers” è uno spumeggiante cortometraggio sul mito del gallismo nazionale e della seduzione italica. Franco & Ciccio nel 1965 sono già la coppia più importante del cinema italiano e sono sublimi nei loro fallimentari tentativi di sedurre giovani ragazze straniere in vacanza a Taormina. Finiscono preda dei ricatti di una bella tedesca, ma come dice Ciccio nel film “nell’amore quello che conta è quello che si dice, non quello che si fa”, soprattutto se lo si deve raccontare agli amici al ritorno al paesello. Nonostante la presenza anche di Totò, in uno degli altri episodi del film, è questo il cortometraggio di punta della pellicola, considerato anche la bravura eccelsa di Franco & Ciccio quando sono impiegati nella misura breve del cortometraggio, nel quale sono praticamente imbattibili. Franchi & Ingrassia sono perfetti nella descrizione del gallismo del maschio italico e scherzano sulla proverbiale capacità seduttiva dell’italiano giovane e pieno di sè, si autodefiniscono infatti “latrin lovers” e pensano di avere un fascino magnetico. Per la capacità di descrivere un’epoca ed uno dei tanti vizi italiani, il cortometraggio è da definirsi una commedia all’italiana a tutti gli effetti. In fondo il periodo è quello, e questo film ci rientra senza alcun dubbio. Incassi molto alti: 350 milioni di lire…grazie a Franco e Ciccio, ma anche a Totò.

“Il cambio della guardia”(1962), regia di Giorgio Bianchi. Con Fernandel, Gino Cervi, Franco Parenti, Milla Sannoner, Frank Fernandel. ( pubblicato il 28/08/2016)

La storia di Fernandel e Gino Cervi non è solo amicizia sincera e “Don Camillo e Peppone”. I due interpretarono infatti anche altri due film, di grande successo, indipendenti dalla serie e dai personaggi che li hanno resi immortali. I titoli sono “Noi gangster”(1959) e “Il cambio della guardia”(1962). Specialmente quest’ultimo rasenta il capolavoro e merita ben più di una semplice attenzione. La pellicola tratta dal romanzo “Avanti la musica” di Charles Exbrayat, narra la storia di due amici, Mario e Attilio ( Gino Cervi e Fernandel) ai tempi dell’arrivo degli alleati a fine seconda guerra mondiale.Se nella saga di “Peppone e Don Camillo”, Cervi ha sempre fatto il comunista e Fernandel il prete cattolico, qui ad Ardea le cose si sono ribaltate. Cervi ha recitato la parte del gerarca fascista e Fernandel dell’antifacista. Nella coproduzione italo-francese – filmata sulla rocca della città – il podestà di Ardea, Mario Vinicio ( Cervi), dà i poteri a un antifascista, Attilio Cappellaro ( Fernandel),tanto i loro due figli stanno per sposarsi e tutto rimane dunque in famiglia. Ma sorgono degli inconvenienti, perché gli americani tardano ad arrivare e i gerarchi fascisti mettono loro i bastoni tra le ruote. A fine film, finalmente arrivano le truppe alleate e la commedia si chiude con la commozione della Liberazione tanto auspicata. La coppia Fernandel-Cervi dimostra di funzionare e di convincere, anche al di là dei loro personaggi più celebri, considerato che il film è una commedia popolare molto pungente, e riflette la moda dei film storici dell’epoca ambientati nella seconda guerra mondiale o poco dopo. “Il cambio della guardia” è una commedia spiritosa, ottimamente scritta e interpretata, ineccepibile storicamente e non priva di mordente; e certe piccole cadute nella farsa non bastano a comprometterne il tono medio, che è quello di una comicità seria e comunque dal fondo amaro. Per cui appare ingiusta la dimenticanza in cui il film è caduto, specie se confrontata all’esaltazione di certi contemporanei film seri d’argomento fascista, francamente inferiori. Ma si sa: prendere le cose serie sul ridere non è mai stata una peculiarità dell’intellighenzia italiana, molto più portata a prendere le cose ridicole sul serio. La scelta di ambientare e girare il film ad Ardea non è stata casuale, considerato che la cittadina è posta tra Anzio e Roma e attraverso di essa passava la linea Caesar, l’ultima linea difensiva tedesca prima della Capitale. Grande successo di pubblico, per un film da riscoprire ed una coppia da esaltare.

“Tempo di villeggiatura”(1956), regia di Antonio Racioppi. Con Vittorio De Sica, Marisa Merlini, Giovanna Ralli, Maurizio Arena, Memmo Carotenuto. ( pubblicato il 31/08/2016)

“Tempo di villeggiatura” è il primo film ascrivibile al genere dei film vacanzieri all’italiana ed ebbe uno strepitoso successo di pubblico. Film a episodi intrecciati, ha il suo punto di forza in una sceneggiatura ben oliata, fatta di tante storielline interessanti e divertenti, in grado di descrivere perfettamente la società italiana all’alba degli anni ’60 e praticamente all’apice del benessere economico. Il cast poi è quanto di meglio si possa chiedere, c’è Maurizio Arena, reduce dal successo di “Poveri ma belli”; c’è Giovanna Ralli, altra giovane attrice in erba; ma soprattutto ci sono Vittorio De Sica e Marisa Merlini, che disegnano una storia d’amore tenera e candida, infarcita di riferimenti alla poesia classica, davvero destinata a rimanere nella memoria popolare. Stavolta per i due c’è il lieto fine, dopo il fallimento amoroso del Maresciallo e della bella levatrice dei “Pane e amore”. De Sica e la Merlini raggiungono quì, livelli di sottile perfezione che rendono evidente quanto entrambi fossero una spanna sopra gli altri interpreti del film, nonché maestri di recitazione. Specialmente in De Sica è riscontrabile una classe fuori dal comune, le sue apparizioni, la sua mimica, il modo in cui gestisce i tempi, il ritmo dei dialoghi, sono assolutamente perfetti ed è difficile non accorgersene, anche per i meno esperti. Girato interamente ai Castelli Romani, con la splendida località di Nemi a far da sfondo alla vicenda, “Tempo di villeggiatura” è uno dei migliori film degli anni ’50, davvero consigliabile per chi voglia capire la grandezza del nostro cinema di una volta.

“La signora ci marcia”(18 min.1964) di Marino Girolami, tratto da “Le motorizzate”. Con Walter Chiari, Valeria Fabrizi, Sophie Desmarets. ( pubblicato l’11/09/2016)

Quarto episodio del film corale “Le motorizzate”, “La signora ci marcia” è tutto basato sull’interpretazione di Walter Chiari. Quì Walter interpreta un ingenuo podista che, in allenamento su stradine di campagna, incontra una signora d’alto bordo che lo distrae alla vigilia di una corsa importante. Nei panni della fidanzata gelosa c’è la procace Valeria Fabrizi, compagna di Walter su tanti set e anche nella vita legata a lui da un’amicizia praticamente fraterna. Il mattatore del cortometraggio è ovviamente Walter Chiari, in un ruolo tutto giocato sulla gag fisica ad un livello quasi marionettistico, un pò alla Jerry Lewis. D’altronde Walter Chiari è sempre stato uno sportivo, dotato di un fisico asciutto e muscoloso che ha messo spesso in bella mostra nei film che ha interpretato. Curiosità: La signora motorizzata, tutta in bianco sulla sua auto bianca è un chiaro riferimento alla “dama bianca” che “traviò” Fausto Coppi.

“Vieni avanti cretino”(1982), regia di Luciano Salce. Con Lino Banfi, Franco Bracardi, Gigi Reder, Anita Bartolucci, Alfonso Tomas. ( pubblicato il 13/09/2016)

“Vieni avanti cretino” è una macchina comica di incredibile riuscita. Considerato uno dei “cult movie” degli anni ’80 e accolto da uno straordinario successo di pubblico, è il miglior film di Lino Banfi, quello dove la vis-comica dell’attore pugliese, qui davvero scatenato, si esprime in maniera più compiuta. Eppure la genesi del film è piuttosto controversa. Nasce tutto dal produttore Giovanni Bertolucci, che necessità di liquidità per rilanciare la sua casa di produzione, dopo alcuni flop. Si pensa subito di puntare sull’attore comico più popolare del momento, ovvero Lino Banfi: una sicurezza. Il comico pugliese con un passato nell’avanspettacolo poi generico e infine caratterista stakanovista delle commedie sexy degli anni ’70, ha iniziato gli anni ’80 come mattatore assoluto del genere comico. Bertolucci decide quindi di produrre un film comico lontano dalla scurrilità boccaccesca del periodo, una commedia degli equivoci sì ma senza scadere troppo nello scatologico e nel volgare. Registi dell’operazione sono da un lato Luciano Salce, vulcanico e discontinuo artista di cinema e di televisione (suoi sono i primi due FANTOZZI, i migliori della serie), dall’altro lato gli sceneggiatori R.Leoni e F.Bucceri incaricati di scrivere una storia con dichiarati riferimenti alla commedia dell’arte plautina e all’avanspettacolo degli anni ’50. VIENI AVANTI CRETINO, fin dal titolo un omaggio a una famosa battuta dei f.lli De Rege, si apre e si chiude con delle presentazioni metacinematografiche, poi cominciano le avventure di Pasquale Baudaffi, un ex carcerato che va alla disperata ricerca di un lavoro con l’aiuto di un cugino impiegato in un ufficio di collocamento, ma colleziona solo licenziamenti a catena combinando disastri ad ogni nuovo impiego, alla fine se non un lavoro almeno riesce a trovare l’amore. Banfi è strepitoso, scatenato, sublime nel ruolo di un combinaguai degno del Peter Sellers pasticcione di Hollywood Party. Probabilmente regala la sua migliore performance comica, anche più di CORNETTI ALLA CREMA , AL BAR DELLO SPORT e L’ALLENATORE NEL PALLONE. Il regista Salce conferisce alla pellicola una certa eleganza di stile affrancandosi dai più volgari Laurenti, Cicero e Girolami. Se le gag e le trovate comiche sono quasi tutte divertenti, altrettanto strepitosi come il protagonista sono i comprimari, nucleo centrale e imprescindibile del cinema comico: il cugino Gaetano interpretato dal compianto pianista Franco Bracardi, il mitico Filini/Gigi Reder in vacanza da Fantozzi, la burrosa Michela Miti, la extralarge Luciana Turina, il fantozziano Paolo Paoloni, la teatrale Anita Bartolucci e infine nei panni del folle dottor Tomas, il guitto Alfonso Tomas dalla faccia pazzesca e dai tic inconfondibili, una carriera sorretta praticamente sempre dallo stesso tormentone. Uno dei migliori film comici della storia del cinema italiano e uno degli autentici capolavori del genere “cult”, con una comicità vecchio stampo, tutta puntata su gag fisiche, ma di sicuro effetto comico. Da vedere assolutamente!!!

“Il tallone di Achille”(1952), di Mario Amendola e Ruggero Maccari. Con Tino Scotti, Paolo Stoppa, Xenia Valderi, Titina De Filippo, Aroldo Tieri, Tamara Lees. ( pubblicato il 16/09/2016)

“Il tallone di Achille”(1952), nonostante un clamoroso flop nelle sale all’epoca, è uno dei film più interessanti e più riusciti di Tino Scotti, anche da un punto di vista critico. Scritto e diretto da Mario Amendola e Ruggero Maccari, il film ha un ritmo vivace e un protagonista dalla verve eccezionale come Tino Scotti (forse esageratamente sopra le righe per il cinema: quasi sempre più fumettistico che realista, e questo è un pregio), circondato da una selva di volti tutti degni di nota: dal co-protagonista Paolo Stoppa a caratteristi sempre affidabili del calibro di Aroldo Tieri, Marisa Merlini, Luigi Pavese e con la comparsata del pugile Primo Carnera nei panni di sè stesso. Una storia comica, leggera e a tratti surreale, terreno migliore per sbrigliare il brioso Scotti, perfettamente a suo agio nei panni di un cavaliere sgangherato, personaggio tipico del suo repertorio. Il suo film più bizzarro e forse più divertente. Da vedere in spensieratezza.

“Vai avanti tu che mi viene da ridere”(1982), regia di Giorgio Capitani. Con Lino Banfi, Agostina Belli, Nando Paone, Gordon Mitchell, Luca Biagini. (pubblicato il 18/09/2016)

Quella di “Vai avanti tu che mi viene da ridere” è una bella commedia all’italiana degli anni ’80, contaminata qua e là dal giallo poliziesco e da momenti da commedia degli equivoci. Certo lo spunto di partenza è particolarmente surreale, e sembra davvero difficile, o da tontoloni, non accorgersi che Agostina Belli è una donna a tutti gli effetti. Nel film viene creduta da tutti, compreso dal commissario Banfi, un travestito, ma è come non accorgersi che SuperPippo è Pippo con il pigiama. A parte questo, l’accoppiata composta da Lino Banfi ed Agostina Belli diverte e convince. Un film che è un mix di contaminazioni di genere: da commedia all’italiana, diventa una commedia gialla, un thriller, per poi percorrere la strada della tenera commedia romantica, con i due protagonisti che alla fine si innamorano l’un l’altro. Lino Banfi è particolarmente scatenato, con i suoi classici giochi di parole, i suoi tormentoni e le sue battute ad effetto. Lui è un commissario di polizia particolarmente pasticcione, che deve difendere una testimone di giustizia, che tutti credono un travestito, ma in realtà è una bellissima ragazza. La proteggerà contro tutte le disavventure che capiteranno ai due, e nel lieto fine si dichiareranno il loro amore. Un film lontano anni luce dalla commedia pecoreccia e scollata in voga nei tardi anni ’70. Daltronde siamo nel periodo in cui Lino Banfi ha decisamente virato verso la commedia all’italiana, dunque perfettamente in linea con la svolta che ha voluto dare alla sua carriera. Un film che si fa apprezzare, senza dubbio, da vedere in spensieratezza. E poi che bella Agostina Belli. Chapeau!!!

“La congiuntura”(1965), di Ettore Scola. Con Vittorio Gassman, Joan Collins, Jacques Bergerac, Pippo Starnazza, Paolo Bonacelli. ( pubblicato il 25/09/2016)

“La congiuntura”, è il secondo film di Ettore Scola, che dirige ancora una volta Gassman, dopo l’esordio dell’anno precedente con “Se permettete parliamo di donne”. La pellicola è un “divertissement” esilarante e spregiudicato, un pò satira di costume e un pò “road movie: anche se la “congiuntura” (la crisi economica del 1964) comunque c’entra poco e nulla. Vittorio Gassman (premiato con il David di Donatello) è in gran forma comica per tutto il film e supera se stesso nel delizioso finale a base di inseguimenti “slapstick”. Da vedere. C’è anche la straniera di turno Joan Collins, che si fa accompagnare in Svizzera da Gassman, principe romano con targa diplomatica, allo scopo di consegnare denaro di contrabbando, ma poi si innamora di lui. Lieto fine.

“Il monello della strada”(1950), di Carlo Borghesio. Con Macario, Luisa Rossi, Ciccio Jacono, Saro Urzì, Giulio Stival. ( pubblicato il 29/09/2016)

“Il monello della strada”(1950) è il capolavoro di Macario, il miglior film dell’attore torinese, quello che realizza in una geniale sintesi la comicità realista e quella surrealista, prerogative fondamentali della sua comicità. È bellissimo il modo in cui la trama riesce a mettere continuamente di fronte il sogno e la vita quotidiana; la miseria con la speranza; l’illusione e la verità. Allora tutto diventa favola che però non rinuncia a misurarsi con le vicende normali di un’esistenza normale, segnata dalle ovvie difficoltà in cui si ritrova con un bambino piccolo da mantenere e da educare, ed è solo perché la moglie è prematuramente scomparsa. La magia e l’incanto diventano i veri protagonisti del film che irrorano come linfa, come sangue i gesti, i movimenti, le espressioni del protagonista, Macario. In questa atmosfera partecipiamo a una comicità lieve come sospiro di un sogno, dolce come un semplice desiderio di felicità. Tutto il film è percorso da episodi, soluzioni, invenzioni che trasformano la storia in una meravigliosa (sempre inattesa) avventura di uno spirito buono. C’è una fata, o forse un angelo, che però possiede le sembianze di una bella donna mora dagli occhi intensi; c’è il mondo del circo e delle giostre che, come si sa, confonde la realtà con la fiaba e scambia gli uomini in bambini. C’è il trionfo della bontà, quando tutto sembra congiurare contro di lei perché non c’è più tempo. Ma, allora, ecco, come per incanto, il tempo si ferma. Macario corre per una città dove tutto si è arrestato all’improvviso, come se il mondo si congelasse, affinché lui possa riguadagnare il tempo perduto. Poi il disgelo: torna la normalità, l’angelo ha compiuto la sua missione. Il film, scritto da Metz, Marchesi, Monicelli e Leo Benvenuti, ha una freschezza e un’originalità che andrebbero riscoperte: Macario passa con leggerezza dalla comicità all’espressione drammatica, dall’ironia al dolore. Esibisce tutta la sua grande varietà di registri recitativi, depistando sia chi pensa di vedere in lui un’unica maschera che egli ripresenta senza significative variazioni, sia chi immagina la sua comicità costruita da poche smorfie ben collaudate e da un repertorio di battute di scarsa fantasia. Il clima da favola avvolge tutto il film e la scena in cui tutta la città si ferma, per dare a Macario il tempo di dimostrare le malefatte dei parenti, dei cattivi, è superlativa. Girata con grande dispendio di mezzi e di comparse, ecco fuoriuscire il Macario amato, quello buono, pacifista, che non concepisce violenza ne guerra, il Macario che sfrutta l’immobilità delle persone per sostituire un fumetto giallo con il Corriere dei piccoli, togliere il sigaro ad un ricco per darlo ad un barbone, cambiare il manganello di un poliziotto con un fiore, cancellare gli abbasso dai muri e sostituirli con degli evviva. Ce n’è per tutti e a tutti i livelli! In un colpo solo, in pochi minuti, Borghesio inserisce quei riferimenti sociali, quelle accuse politiche che aveva evitato con attenzione per tutto il film. In quei gesti di Macario c’è il suo personalissimo no alla violenza, allo squallore, alla povertà, tutto insieme in una carrellata straordinaria. L’intera sequenza da antologia, è ovviamente muta, accompagnata però dal perfetto commento musicale di Nino Rota, ormai pronto a fare il salto ed iniziare la sua grande collaborazione con Fellini. Il monello della strada è quindi una favola ben raccontata, in grado di toccare sovente le corde della poesia. “Il clima di favola è reso ancora più evidente dal personaggio di Luisa Rossi, un viso raffinato da madonna trecentesca il suo, che appare sempre come una fata, o meglio un angelo, visto che scende dal cielo per proteggere il figlioletto lasciato orfano e il suo pasticcione papà”. E’ il miglior film di Macario, ricco di trovate sorprendenti, a cui l’attore torinese qui attore a tutto tondo, dà la quadratura perfetta del cerchio. La pellicola poi riscosse un ottimo ritorno in termini di presenze al botteghino: 350 milioni di lire di incassi, e tra i primissimi film dell’annata 1950. Addirittura anche la critica accolse favorevolmente l’ultima fatica del grande Macario. In un articolo de La Stampa si disse: “Fra gli spettatori di Macario si distinguono gli assidui, i tiepidi, gli entusiasti: e tutti ridono in A. Ieri sera sedevo fra due entusiasti. Le loro tonde risate, un pò grassocce, un pò beote, esaurirono da principio masse ingenti della prima lettera dell’alfabeto; poi adagio adagio, si quietarono perché il film si era iniziato come un’ennesima macariata, e andava poi rivelando alcune diverse intenzioni, più ambiziose, più patetiche, più imponenti”. In definitiva Il monello della strada è una fiaba dalla suggestione e dalla delicatezza difficilmente eguagliabili ancora oggi, una pellicola che ha lo spessore di un capolavoro che parla al cuore.