Dahmer. Il successo e l’altra faccia della medaglia

La nuova docuserie di Ryan Murphy non accenna a rallentare il passo dietro trame crime, angoscianti e grandiosi al tempo stesso. Dahmer ripercorre le vicende del mostro di Milwaukee, una di quelle tragedie americane che hanno sconvolto e segnato il Paese, degne, quindi, di passare attraverso l’estro di Murphy, lo stesso che ha raccontato con American Crime Story, American Horror Story o The Watcher (per citarne alcune), i fatti di cronaca nera statunitense passati alla storia.

Se da un lato, le ore di visualizzazione della serie sono seconde solo all’esordio della quarta stagione di Stranger Things, dall’altro, le critiche ricevute sono altrettanto imponenti. La bravura di Evan Peters, l’ormai pupillo di Murphy, è stata tale da colpire il pubblico e contemporaneamente riaccendere il dolore delle famiglie delle vittime coinvolte con il protagonista.

Per chi non avesse ancora visto la serie o non fosse a conoscenza delle atrocità commesse da Dahmer, basti sapere che, a suo carico, sono stati riconosciuti 16 ergastoli, dovuti non solo ad altrettanti omicidi ma anche al suo modus operandi; un “modo di operare” che vi farà accapponare la pelle.

Se per gli spettatori, lo show ha toccato dei tasti impensabili e spiacevoli, per i parenti delle vittime si parla invece di “ritraumatizzare” ciò che si è vissuto in prima persona. Questa è la parola utilizzata da un cugino di Errol Lindsey, diciannovenne ucciso dal killer, durante un’esternazione su Twitter in relazione alla serie: «Se siete realmente interessati alle vittime, la mia famiglia è inca***ta per questo show. […] Di quanti film/serie/documentari abbiamo ancora bisogno?».

Il malessere è inoltre aggravato dall’indifferenza dimostrata da parte dei creators, i quali non hanno chiesto consensi o avanzato preoccupazioni per le famiglie, mettendo semplicemente in scena, per l’ennesima volta, un contenuto che li riguarda da vicino. Questo è legalmente possibile, parlando di una storia appartenente a registri pubblici, ma nonostante ciò, la rappresentazione che in particolare ha scosso i familiari e la diretta interessata in particolar modo, è stata quella della sorella di Lindsey.

All’interno di un episodio di Dahmer infatti, viene ricreata alla perfezione la scena in cui la ragazza rilascia una testimonianza in tribunale, lasciandosi andare ad un infervorato sfogo nei confronti dell’omicida. Il cugino ha addirittura ripostato i due video, uno accanto all’altro, in cui si può notare come le parole, i movimenti, e persino l’abbigliamento e l’acconciatura fossero li stessi, specificando come la maniera in cui è stata ritratta sua cugina mentre aveva un crollo emotivo, fosse “FEROCE”.

La stessa protagonista di questa riproduzione, Rita Isbell, ha raccontato al sito americano Insider, le emozioni di quel momento e la sua reazione a quella parte che la raffigura, ammettendo di esserne rimasta infastidita, sia per la noncuranza della produzione, sia per l’esatta messa in scena di quell’episodio: «Se non l’avessi saputo, avrei pensato di essere io. I suoi capelli erano come i miei, indossava gli stessi vestiti. Ecco perché è stato come rivivere tutto da capo. Ha riportato a galla tutte le emozioni che stavo provando allora».

Nella dichiarazione aggiunge anche la “spiegazione” -non necessaria- per la frase: «Lascia che ti mostri cosa significa essere fuori controllo! Questo è il “fuori controllo”» pronunciata mentre esternava la sua rabbia. Isbell ricorda di essersi lasciata andare con quella espressione, perché, durante il processo, stavano cercando di dipingere Dahmer come qualcuno così “fuori controllo” da non riuscire a trattenersi, andando contro il pensiero della ragazza, secondo cui “devi avere il controllo per fare le cose che stava facendo lui. Devi avere molto controllo.”

A detta di Isbell, gli ideatori dello show hanno solo voluto arricchirsi con questa tragedia, da persone avidi, ma anche il giudizio di una giornalista che all’epoca assistette all’arresto di Dahmer, non è così leggero. Anne E. Schwartz si occupava di cronaca nera per il Milwaukee Journal quando, grazie a una soffiata da una fonte della polizia, si è catapultata nell’appartamento del killer in cui erano state ritrovate, cita, “una testa umana e varie parti del corpo”. Schwartz ci tiene a sottolineare come lo show “non assomigli molto ai fatti del caso”, soprattutto nella raffigurazione della negligenza poliziesca, la quale, specifica la cronista, è stata altamente drammatizzata; così come la collocazione inesatta della vicina di Dahmer, Glenda Cleveland, che nella realtà non abitava nell’appartamento accanto ma totalmente in un altro edificio.

Chiaro è, come afferma Schwartz in primis, che ai fini dell’intrattenimento, questi dettagli sono irrilevanti agli occhi del pubblico. Nonostante l’accoglienza sbalorditiva della platea però, la pioggia di critiche ricevute, sottolinea un dato di fatto: l’eccessiva libertà dei creators, sia artistica che morale.

Grazia Battista

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