Le “prime volte” del cinema italiano

mastroianni persol
Marcello Mastroianni e i famosi Persol 647, diventati icona di stile e di eleganza nel mondo. Marcello è l’attore italiano più famoso del mondo, il più premiato a livello internazionale e il primo a vincere il Golden Globe come miglior interprete maschile, nel 1963, più un altro vinto nel 1965 come migliore interprete a livello mondiale.

Quando si scrive un libro o un piccolo saggio, lo si scrive per passione, per lasciare qualcosa al lettore, per informare su un pezzo di storia, che sia cinema, letteratura, arte o semplice intrattenimento. Ora, con questo saggio, facciamo un gioco, un esperimento divertente e spensierato. Analizzeremo le “prime volte” della storia del cinema italiano. Il concetto di “prime volte” è un termine, un’esperienza che ci accompagna per tutta la vita, non solo rapportato al cinema, ma alla nostra sfera privata, personale. Il “primo bacio”, la “prima parola”, il “primo giorno di scuola”, il “primo rimprovero”, il “primo dentino”, il “primo esame”, il “primo figlio”, possiamo continuare all’infinito forse, dunque il concetto di “prima volta” riveste un’universalità di cose. Proviamo dunque a rapportarlo alla sfera di competenza di questo sito, della mia passione più grande, ovvero rapportiamola al cinema italiano. Forse, e sparo un numero ridotto, a mio avviso, di prime volte nel cinema italiano non ce ne sono meno di 300. Ci vorrebbe un libro per parlare di tutte le “prime volte” del cinema italiano e non è questa la sede opportuna. Parleremo dunque delle più importanti “prime volte”, quelle epocali che hanno segnato e continuano a segnare il cinema italiano. Parleremo delle “prime volte” che hanno aperto un’era, di successi, di trionfi, che sono poi quelli che hanno reso immortale la nostra arte cinematografica.

·IL PRIMO FILM DEL CINEMA ITALIANO. “La presa di Roma”(1905) è il film che segna l’avvio della gloriosa industria cinematografica italiana. Girato in quello stesso anno dal pioniere del film nazionale, Filoteo Alberini, l’opera fu realizzata in vista delle celebrazioni dei 35 anni della presa di Roma da parte dei bersaglieri del Re. Il film, che originariamente prevedeva una lunghezza di circa 10 minuti, è giunto a noi di soli 6 minuti, ma rappresenta il primo storico documento visivo del cinema italiano.

·LA PRIMA DIVA. La prima diva del cinema italiano, e più precisamente di quello muto è la fiorentina Francesca Bertini, classe 1892, che arrivò al successo nel 1915 con il ruolo della napoletanissima “Assunta Spina”, nell’omonimo film tratto dal dramma di Salvatore Di Giacomo, per la regia di Gustavo Serena. La sua notevole bellezza e la capacità di imporre la propria presenza in scena, soprattutto in parti tragiche, fecero di lei il primo esempio di diva cinematografica. Francesca Bertini inaugurò uno stile che, solo molto tempo dopo è stato ascritto al genere del divismo. Alcuni esempi: per ogni scena pretendeva di indossare un abito nuovo; il vestito, fatto su misura dalla sarta, doveva inevitabilmente essere inaugurato il giorno successivo; qualsiasi film stesse girando, in qualsiasi luogo si trovasse, la Bertini alle cinque del pomeriggio si fermava e si recava in un grande albergo per prendere il tè in compagnia di alcune dame.

·IL PRIMO FILM SONORO. “La canzone dell’amore”(1930), di Gennaro Righelli, interpretato da Dria Paola e Mercedes Brignone, è il primo film sonoro della storia del cinema italiano. Il rilievo della pellicola nella storia del cinema italiano è relativo, principalmente, all’alto profilo tecnico con cui il film venne girato, sia per quanto riguarda le tecniche di registrazione del sonoro, sia per l’uso della profondità di campo, oltre che per il dinamismo dei movimenti di macchina.

la canzone dell'amore
La locandina cinematografica del film “La canzone dell’amore”(1930), il primo film sonoro della storia del cinema italiano.

·IL PRIMO DIVO E LA PRIMA EDIZIONE DEL FESTIVAL DEL CINEMA DI VENEZIA. La storia del primo divo del cinema italiano e della prima edizione del festival del cinema più antico del mondo, vanno a braccetto e hanno una data ben precisa: il 1932. La prima edizione del Festival del Cinema di Venezia, quella del 1932, non assegna premi, ma in concorso vi sono 39 film, dei quali quel “Gli uomini che mascalzoni!”(1932), che lancia nel firmamento del grande cinema la figura di Vittorio De Sica. Considerato il prodromo della commedia all’italiana, il film è fresco, vitale e genuino: una pellicola ben lontana dal romanzetto d’appendice svuotato di reali conflitti che piaceva tanto al regime. La pellicola, considerata come “una ventata di freschezza e naturalezza“, in tempi così cupi per l’Italia, lancia come divo il grande Vittorio De Sica, destinato a fare la storia del cinema italiano negli anni futuri. De Sica, all’epoca del film ha solamente 31 e si erge come il divo impomatato del cinema italiano anni ’30, quello dei cosiddetti “telefoni bianchi”. L’opera, presentata alla prima edizione del festival di Venezia, ottenne consensi immediati ( e non vinse soltanto perchè non erano previsti premi per la prima edizione), anche presso i critici francesi. Presto, nei caffè di Parigi come nei bar di tutta Italia, tutti cantavano “Parlami d’amore Mariù”, la canzone di C.A. Bixio sulle note della quale De Sica danza stretto a Lia Franca in un’osteria della Brianza.

·IL PRIMO FILM COMICO DEL CINEMA ITALIANO. Il primo film “comico puro” della storia del cinema italiano è ritenuto “Imputato, alzatevi!”(1939), diretto da Mario Mattoli e interpretato da Erminio Macario. La pellicola che ne uscì fuori, fu davvero sorprendente, frutto del lavoro di équipe da parte dei migliori umoristi dell’epoca, vale a dire Simili, Manzoni, Metz, Marchesi, Steno, Maccari, Guareschi ed un giovanissimo Fellini. Il risultato che ne scaturì fu sorprendente: per una sorta di reazione anticonformista ad anni dominati dalla censura, ne scaturì un film folle, un piccolo capolavoro di quel nuovo modo di ridere che faceva argine alla retorica dilagante sotto il fascismo. La simpatica stolidità della maschera di Macario arrivava persino a lambire la critica al costume e alle istituzioni dell’epoca e, proprio per non incorrere in problemi con la commissione censoria preposta al controllo sugli spettacoli, l’azione del film venne trasferita in Francia. Mattoli si vantò spesso di aver creato qualcosa di nuovo: in Italia non esisteva la figura del gag-man ed il gruppo del Marc’Aurelio inventò realmente un nuovo modo di lavorare e di scrivere sceneggiature per film comici. Inoltre lo stesso regista affermò poi: “anche i film seguenti di Macario, che io ho diretto, ebbero molto successo. E parecchie battute che Erminio diceva sullo schermo cominciarono a circolare nelle conversazioni della gente”. Il film risultò un vero e proprio capolavoro di comicità surreale, e il primo film dichiaratamente comico della storia del cinema sonoro italiano.

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“Imputato, alzatevi”(1939), interpretato dal grande Macario, è considerato il primo film comico della storia del cinema italiano.

·IL PRIMO FILM NEOREALISTA. L’inizio del fenomeno del Neorealismo propriamente detto si fa canonicamente risalire al 1943, allorquando venne presentato al pubblico italiano il capolavoro di Luchino Visconti “Ossessione”. E ciò avviene soprattutto per la forza espressiva con cui il film rompe la tradizione calligrafica del cinema fascista. Visconti, al suo esordio, dipinge un mondo squallido e senza speranza, raccontato con insolito pessimismo e freddezza di toni, tanto da venire boicottato dal regime. Ma tant’è: era già il 1943 e l’8 settembre era vicino. “Ossessione”, visto oggi, è ancora un film modernissimo, grazie anche alla grande padronanza dei mezzi espressivi: profondità di campo, lunghi piani e complessi movimenti di camera.

·IL PRIMO FILM ITALIANO A VINCERE L’OSCAR. Ritenuto tradizionalmente il terzo capolavoro del neorealismo (dopo i rosselliniani “Roma città aperta”, 1945, e “Paisà”, 1946), “Sciuscià” è un brusco film-verità dominato dall’inconfondibile surrealismo fiabesco di Cesare Zavattini, autore del soggetto e della sceneggiatura; mentre l’idea è dello stesso Vittorio De Sica, che si ispirò a due bambini conosciuti durante la guerra. Il regista carica il film di intensità emotiva e cerca il coinvolgimento dello spettatore raccontando la difficile sopravvivenza di due ragazzini inevitabilmente sconfitti dalla società. Proprio in questa situazione, si riconosce il coraggio dell’innovativa poetica di De Sica, se un tempo si è criticato come “moralista” l’approccio umanistico e sentimentale del regista, va anche detto che non potrebbe essere più coraggiosa la denuncia delle strutture repressive: il riformatorio, gestito da ex fascisti, appare come un focolaio di ingiustizie e distrugge l’innocenza dei due protagonisti. Piacque talmente tanto all’estero, che gli venne conferito l’Oscar speciale come miglior film straniero nel 1948. Allora ancora non esisteva questo premio come ordinario, ma veniva conferito a film stranieri, particolarmente innovativi e meritevoli di essere premiati. Il premio sarà poi istituito, come ordinario a partire dal 1957.

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Un dietro le quinte del film “Sciuscià”(1946), mentre il Maestro De Sica, spiega ai giovani ragazzi una delle scene del film.

·IL PRIMO GRANDE SUCCESSO INTERNAZIONALE PER UN FILM ITALIANO. “Come persi la guerra” diede il via nel migliore dei modi alla fortunata collaborazione di Macario con il regista Carlo Borghesio, e si impose come il primissimo film italiano in grado di riscuotere un considerevole successo anche all’estero. Il successo della pellicola e dello stesso Macario, fu talmente enorme da risultare il film italiano campione di incassi del 1947, in un panorama che vedeva, nelle sale, il massiccio ritorno dei prodotti hollywoodiani, interdetti durante la crisi bellica. Il film incassò la favolosa cifra di 808 milioni di lire, e ad esempio fu proiettato ininterrottamente per cinque mesi in una centralissima sala parigina. La critica ravvisò in questa pellicola, la prima traccia di un certo tipo di neorealismo, meno tragico di quello classico, meno tendente alla tragedia, un primo esempio di commedia neorealista, che sarà poi ravvisabile anche negli anni successivi, sia nei film dello stesso Macario, che in film tipo “Vivere in pace”, con Fabrizi, e “Totò cerca casa”, con Totò. In ogni caso la critica accolse assai favorevolmente, il film di Borghesio, tanto che in occasione del festival cinematografico di Locarno del ’48 venne acclamato come la miglior opera della rassegna, aggiudicandosi così l’importante kermesse cinematografica. I motivi alla base dell’enorme successo della pellicola? Di molto nuovo in Come persi la guerra c’è la materia, ossia la situazione, la trama, che sono di estrema contemporaneità. Perché parlavano di ferite ancora aperte. Proprio le traversie del povero soldatino, farsesche ma ancorate alla tragedia di un decennio di guerre, costituiscono il lievito che ha dato consistenza al film. Un curioso ritratto antiretorico del soldato nazionale, coraggioso suo malgrado, a cui la comicità un pò stralunata di un Macario in grande forma, aggiunge un tocco di surreale pacifismo nel descrivere i sentimenti antieroici e la stanchezza per le troppe uniformi troppo a lungo indossate negli interminabili anni della guerra.

·IL PRIMO FILM A COLORI DEL CINEMA ITALIANO. “Totò a colori” è il primo film italiano a colori, girato con sistema Ferraniacolor, è antologia dei più bei brani del Totò teatrale e dei suoi sketch migliori, nonchè il film di Totò più visto in assoluto. Accanto alla famosa scena dell’aggressione all’onorevole nel wagon lit ( “Chi non conosce quel trombone di suo padre” che si conclude con il celeberrimo “ma mi faccia il piacere” e dove ci sono battute entrate nel mito come “Io sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo” oppure “ogni limite ha una pazienza”), alla scena degli esistenzialisti a Capri ( con la gag dello sputo nell’occhio) ci sono due delle prestazioni marionettistiche più alte: il Pinocchio disarticolato che s’affloscia infine, lasciate le corde, in un mucchio angosciante di legni senz’anima, capolavoro di un Totò robot folle e metafisico, e il gran finale del direttore d’orchestra fuochi d’artificio, furia pluriorgiastica di esplosioni a girandola, a schizzo e a von-braun, e di continue interne metamorfosi. Assolutamente geniale. L’uso della pellicola a colori per quei tempi necessitava l’impiego di luci molto forti, a scapito della vista, e Totò soffriva già di problemi di vista all’occhio sinistro.

·IL PRIMO FILM ITALIANO A SUPERARE I 10 MILIONI DI BIGLIETTI VENDUTI. Enorme successo popolare ( un miliardo e mezzo di incassi e oltre 13 milioni di biglietti venduti) per “Pane, amore e fantasia”(1953), il film che fu considerato il punto di svolta del nostro cinema verso la commedia all’italiana. Annusando l’aria di disimpegno degli anni ’50, il film è costruito secondo le regole tradizionali della commedia dell’arte con i suoi caratteri predeterminati ( che poi erano i tipi fondamentali della società contemporanea: De Sica nei panni del vecchio ancora piacente ma comico nel suo gallismo, la Lollobrigida come impertinente amorosa, Risso nel ruolo del bel giovane e tutta una serie di ottimi caratteristi a far da spalla) ma aggiornata da una struttura narrativa- nuova per l’epoca- fatta di piccole scenette conchiuse e intrecciate tra loro, capaci di offrire un divertente quadro della provincia abruzzese. Indimenticabili e rimaste nella memoria collettiva le prove di Vittorio De Sica, amabilmente buffonesca; e di una Lollo, consacrata da questo film a ruolo di star, di superba presenza fisica. Tanto fu il successo del vero protagonista della serie, cioè De Sica e il suo maresciallo, che lo stesso attore sarà protagonista di altri tre film della serie, che confermeranno l’enorme successo del primo capitolo.

·LA PRIMA COMMEDIA ALL’ITALIANA. Seppur la commedia all’italiana, come genere ha avuto dei prodromi e degli importanti esempi, già dai primi anni ’50 (vedasi “La famiglia passaguai”, “Pane, amore e fantasia”“Poveri ma belli”), l’inizio ufficiale si fa ricadere al 1958 de “I soliti ignoti”, il miglior film di Monicelli e la migliore commedia all’italiana di sempre. Un bel ritmo, piccole annotazioni gustose e una serie di personaggi sbozzati alla perfezione, che sono entrati a far parte della memoria collettiva. Gassman ( vincitore del Nastro d’argento) per la prima volta aveva una parte comica o brillante; la Cardinale e Murgia erano esordienti; Mastroianni si confermò a livelli altissimi, come uno dei talenti più splendenti del nostro cinema; e Totò memorabile nel ruolo dello scassinatore in pensione. Campione di incassi in Italia, e splendido successo anche negli Usa. Concorse inoltre all’Oscar come miglior film straniero. Due seguiti, uno immediato, con Manfredi al posto di Mastroianni; e uno trent’anni dopo nel 1986, con superstiti della squadra storica, soltanto Gassman, Mastroianni e Murgia.

·IL PRIMO OSCAR AD UN’ATTRICE ITALIANA. Era il 1955 quando Anna Magnani aveva appena finito di lavorare al suo primo film in terra americana, ovvero “La rosa tatuata”, di Daniel Mann, quando il “Time” la definì “Divina, semplicemente divina”. Popolare e vera, intensa e magnifica, complessa e indecifrabile: nessuna più di lei ha interpretato meglio il suo essere una donna di Roma e del mondo. La predilezione americana per Nannarella, sfociò nell’assegnazione, praticamente a furor di popolo, dell’Oscar come miglior attrice protagonista, nel 1956, per la stupenda e sofferta interpretazione di Serafina Delle Rose, nel film “La rosa tatuata”. Quel 21 marzo 1956 la “Divina” non era in America a ritirare la statuetta, ma dalle foto nei giorni successivi, con il prestigioso riconoscimento in mano, si vede una gioia fiera in quei suoi occhi intensi.

oscar-anna magnani
Anna Magnani sfoggia con orgoglio l’Oscar vinto per “La rosa tatuata”(1955) e che la pone come la “Signora” per eccellenza del cinema italiano.

·IL PRIMO GOLDEN GLOBE AD UN ATTORE ITALIANO. Marcello Mastroianni, il divo dei divi del cinema italiano nonché l’attore nostrano più conosciuto e amato nel mondo, è stato il primo attore italiano ad aggiudicarsi un premio internazionale di straordinaria importanza. Infatti, nel 1963, Marcello si aggiudica il Golden Globe (secondo premio più prestigioso del mondo dopo gli Oscar) come miglior interprete maschile per “Divorzio all’italiana“, con l’invenzione di quel tic del barone, divenuto epocale. E’ probabilmente da questo film che Marcello, già simbolo vivente di un periodo storico italiano (vedasi “La dolce vita”), diventa icona di stile e di eleganza nel mondo, come scordare infatti la vestaglia da camera di seta e gli storici occhiali Persol 649 divenuti ben presto moda e tendenza, ancora oggi riconosciuti a livello mondiale. Marcello Mastroianni in effetti è il simbolo stesso dell’italianità nel mondo, non solo perché ha raccontato il paese attraverso quei personaggi che, con piglio camaleontico, ha interpretato, ma perché il suo fascino, unitamente a quello dei suoi grandi capolavori, ha sedotto il mondo, dagli Usa alla Francia. Infatti, alla sua sfolgorante fama oltre oceano, vanno anche aggiunti tre nominations all’Oscar e un ulteriore Golden Globe speciale come miglior interprete dell’annata 1964.

·IL PRIMO FILM ITALIANO IN TERMINI DI INCASSI. 6 miliardi di lire di incasso, 15 milioni di biglietti venduti e quasi due anni ininterrotti di proiezioni nelle sale cinematografiche. Il film italiano più visto di sempre, record assoluto nella storia del cinema italiano, ancora oggi ineguagliato: stiamo parlando di “Continuavano a chiamarlo Trinità”(1972). Gli ingredienti sono gli stessi del primo capitolo (n.d.r. “Lo chiamavano Trinità”), ma il successo, se possibile, ancora più elevato. Merito della simpatia dilagante e dell’intesa perfetta della celebre coppia composta da Terence Hill e Bud Spencer, in un western a metà strada tra la crudezza delle versioni americane e la cialtroneria dei nostri “spaghetti western”. Gli sganassoni sostituiscono le pistolettate e i piatti di fagioli, i rutti e le simpatiche furbizie dei due protagonisti diventano la ricetta vincente per appassionare il pubblico di tutte le età, e con il senno di poi, il pubblico di tutte le generazioni future.

·IL PRIMO FILM DELLA COPPIA D’ORO DEL CINEMA ITALIANO. All’inizio degli anni ’60 avvenne la sensazionale esplosione di Franco e Ciccio, non a caso, gli ultimi due grandi comici a essersi fatti le ossa nell’avanspettacolo. Alcune cifre sono spaventose e impressionanti, e val la pena elencarli. Fra il ’60 e il ’72 (l’anno della prima separazione) i film della coppia incassarono, sommati più di 35 miliardi di lire, pari al 10% degli incassi di tutto il cinema italiano del periodo. Nel solo 1964, i due fecero incassare il 12% del totale nazionale; e nel loro periodo d’oro tra il 1964 e il 1968 in cui interpretarono più di 60 film, la coppia Franchi & Ingrassia rappresentò il 20% degli incassi di tutto il cinema italiano del quadriennio. Numeri più che impressionanti. Per non parlare poi del numero totale dei film in coppia, 125 in 12 anni, più di 10 all’anno di media; oppure degli incassi dei loro film, presi in considerazione singolarmente, che oscillavano sempre tra i 600 milioni e il miliardo di lire di incassi, a fronte di una spesa, per film, di massimo 100 milioni di lire. I produttori, quindi ovviamente, facevano a gara per accaparrarsi le prestazioni della “coppia d’oro del cinema italiano”. Il loro esordio avvenne nel 1960, quando furono chiamati da Domenico Modugno, come numero di contorno, in un film musicale dal titolo “Appuntamento ad Ischia”. Allora nessuno sospettò della portata epocale che questo filmetto piccolo piccolo, avrebbe portato con sè; e in qualche modo poi con l’exploit di Franchi & Ingrassia, il film è passato poi alla storia.

·LA PRIMA COMMEDIA ALL’ITALIANA 2.0 (ANNI ’80). Anche se è riduttivo chiamare quel periodo storico iniziato nei primi anni ’80 e che rappresenta in pratica la “commedia all’italiana 2.0”, con il termine di “cinepanettone”; questo ci aiuterà ad inquadrare il genere, ovviamente popolare, e l’inclinazione, chiaramente comica o comunque brillante. La prima vera commedia all’italiana, dopo il tramonto di quella storica, avvenuto con “La terrazza”(1980) è “Sapore di mare”(1983), film dei fratelli Vanzina, niente affatto deprecabile, e che meritatamente è rimasto nella storia e nella memoria collettiva. Una commedia nostalgica, attuale e mai volgare divenuta fin da subito un cult ed è chiaramente uno dei piccoli classici del cinema italiano. Il film non presenta una vera e propria trama, ma si limita a descrivere un insieme di situazioni e sottostorie di cui sono protagonisti alcuni ragazzi in vacanza al Forte dei Marmi nei primi anni ’60, ragazzi provenienti da tutta Italia con origini sociali e culturali diverse. Il cast era composto da grandi attori e caratteristi molto in voga negli anni ’80 come Jerry Calà, Christian De Sica, Marina Suma, Karina Huff, Isabella Ferrari, Virna Lisi, Ugo Bologna, Annabella Schiavone, Paolo Cannavacciuolo, Guido Nicheli, Gianni Ansaldi. Le varie interpretazioni risultano molto spontanee ed è facile riconoscersi in qualche personaggio, o magari ravvisare qualcuno che conosciamo nei ragazzi in vacanza descritti dal buon Carlo Vanzina. L’effetto revival si accompagna bene alla storia che in raltà viene girata nei pieni anni ’80 ma con ambientazione e ‘cuore’ rivolti agli anni ’60, una sorta di omaggio autobiografico dei Vanzina al proprio passato. Rispetto a tante altre commedie ‘pseudo-trash’, questo film si stacca decisamente dalla media, sia per soggetto e sceneggiatura autobiografici, sia per la trattazione di temi universali per ogni adolescente ed ogni adulto che non abbia dimenticato la propria gioventù. La malinconia autentica, che avvolge peraltro tutta la pellicola, scatta soprattutto nel primo piano finale di Jerry Calà, il migliore della compagnia per i suoi tocchi goliardici e i suoi dialoghi parolacciari, ma divertenti. Strepitoso successo di pubblico per questo ironico amarcord dei mitici anni ’60, rimasto nella storia della cinematografia italiana. Effetto nostalgia innescato anche dalle canzoni in colonna sonora e da una ricostruzione d’epoca approssimativa, ma efficace.

·IL PRIMO FILM DELL’ERA CONTEMPORANEA. C’è un film che, per la sua indubbia valenza e soprattutto per gli avvenimenti extra filmici, si pone come lo spartiacque tra la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra. Parliamo del “Postino”, di Massimo Troisi e Michael Radford. La morte dello stesso Troisi diventa il simbolo della fine di un’epoca, iniziata con “Roma città aperta” e che rappresenta il fulcro e l’elemento fondamentale che ha reso il cinema italiano un unicum nel mondo. Dopo la morte di Troisi, quasi casualmente, perché è ovvio che sarebbe accaduto lo stesso anche se il grande attore napoletano non fosse deceduto; si affaccia un nuovo tipo di cinema, nuovi volti e nuove tecnologie. A questo proposito il primo film dell’era contemporanea sembra essere “I laureati”, film che lancia la più che florida stella dell’artista toscano Leonardo Pieraccioni. Il colpo della stagione 1995 infatti, venne messo a segno da Cecchi Gori e il successo fu qualcosa di travolgente che si sarebbe compiuto con il successivo “Il ciclone”, quarto film più visto della storia del cinema italiano. Quello de “I laureati” fu un successo travolgente, grazie all’astuzia di Pieraccioni e alla sua capacità di mescolare un pò di malinconia generazionale alle risate, prendendo come bersagli della sua ironia i più scontati vizi italiani per poi risolvere tutto con una battuta facile e corriva, in linea con l’umorismo tipico toscano. A condire il tutto la presenza come co-protagonisti di giovani attori emergenti, destinati anche loro al grande successo nei venti anni successivi, come Rocco Papaleo, Gianmarco Tognazzi e Massimo Ceccherini.

·IL PRIMO FILM DEL NUOVO MILLENNIO. “Io amo Andrea” esce nelle sale il 13 gennaio del 2000. E’ un film di Francesco Nuti, neanche tra i più brutti, dignitoso senza dubbio, ma destinato all’anonimato, se non fosse per un particolare. E’ il primo film uscito nelle sale cinematografiche all’alba del nuovo millennio. Ragion per cui il film, quasi senza volerlo, assume un significato simbolico importante, epocale, che nulla ha a che vedere con la qualità dell’opera, ma piuttosto con una scelta strategica? O comunque semplicemente per volere del caso.

Domenico Palattella

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