Sketch tratto da “Il mio amico Benito”(1962), con Peppino De Filippo

Il periodo a cavallo tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, è quello cui al grande Peppino De Filippo, vengono proposti probabilmente i progetti migliori. Nel 1959 ha interpretato da protagonista assoluto “Arrangiatevi!”, ritenuta tra le più belle commedie all’italiana di sempre e nel 1962 ha interpretato il mediometraggio “Le tentazioni del dottor Antonio”, diretto dal maestro Federico Fellini. Dopo quella con Fellini, si presentò a Peppino un’altra ottima occasione, ovvero “Il mio amico Benito” di Giorgio Bianchi: da un soggetto che a Peppino era piaciuto molto. Si tratta di un incrocio fra le commedie impiegatizie alla Rascel (Il cappotto, Policarpo) e le contemporanee commedie storiche sul fascismo (dal Federale a Il cambio della guardia, da Anni ruggenti a La Marcia su Roma). Il film è una commedia spiritosa, controllata, non priva di mordente e dotata di una comicità abbastanza seria, dal tono amaro. Quella del Mio amico Benito è la storia di un travet d’epoca fascista che, ritrovandosi con una foto in cui appare, ai tempi della Grande Guerra, a fianco del futuro Duce, cerca in tutti i modi di farsi ricevere dal “suo amico Benito” per ottenere dai lui non clamorosi favori ma soltanto una modesta promozione a capufficio. Splendida comunque la prova di Peppino De Filippo, in quel suo “involontario e quasi goffo distacco dalla mistica fascista”, in un ruolo da solista dimesso e vagamente malinconico. E infatti Peppino dimostra tutto il suo talento in questo omino che ha sempre scale da salire sia a casa che in ufficio, quest’ennesimo proto-Fantozzi, questo soldato di tutte le guerre che alla fine rifiuta l’ultima (ma senza gesti clamorosi: soltanto cancellandosi da una fotografia, rassegnandosi a tornare nell’onesto anonimato). Appare ingiustificato allora, la dimenticanza in cui il film è caduto, ed anche lo scarso successo che ebbe all’epoca, specie se confrontato all’esaltazione di certi contemporanei film seri d’argomento fascista: ma si sa, prendere le cose serie sul ridere non è mai stata una peculiarità dell’intellighenzia italiana, molto più portata a prendere le cose ridicole sul serio.

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