La figura di Gesù Cristo nella cinematografia nazionale ed internazionale

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La figura di Gesù Cristo è la più rappresentata nella storia della cinematografia mondiale.

La storia di Gesù di Nazaret, della sua nascita, della sua morte in croce e della sua resurrezione, hanno fin dagli albori del cinema, attirato l’attenzione di cineasti e produttori. Tra kolossal di chiaro stampo hollywoodiano, cinema d’autore italiano e internazionale, numerosissime sono state le rappresentazioni cinematografiche di uno degli episodi più sentiti della storia del Cristianesimo; ma pochi sono stati quelli definibili “capolavori” sia da un punto di vista storico-sociologico, sia dal punto di vista figurativo. Certamente non possono mancare le opere di Pier Paolo Pasolini, scrittore e intellettuale laico, che da laico ha offerto quella che anche dal mondo della Chiesa è ritenuto il più bel film sulla vita di Gesù, ovvero Il vangelo secondo Matteo; e poi non va scordato il tormentato Gesù  di Martin Scorsese, oppure la cruenta pellicola di Mel Gibson o il nazareno di Franco Zeffirelli. Insomma, tante visioni differenti, di un momento cruciale della storia del mondo e del cristianesimo, che prendono spunto sia dal Vangelo, che dal Nuovo Testamento, ma anche da romanzi ispirati alla vità di Gesù Cristo. Da notare che tutti i film che andremo a citare e ad analizzare, hanno una forte componente di spettacolarità, numerose comparse, corpose scene di massa e una contrapposizione storica con il mondo della Roma Imperiale e con l’ostracismo che in epoca iniziale, i seguaci del Cristianesimo hanno dovuto subire. Non tutti i film si fermano alla crocifissione di Gesù e alla sua resurrezione, altri infatti tipo La tunica o Barabba, analizzano il periodo immediatamente successivo, con la faticosa affermazione del cristianesimo, ed entrambi hanno come filo conduttore la figura di San Pietro, primo apostolo.

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Il Gesù di Zeffirelli, interpretato da Robert Powell.

Al di là del dibattito storico, duemila anni dopo la sua apparizione, bisogna comunque sottolineare che Gesù ha assunto- non solo per la tradizione cristiana, ma più in generale per tutta la società, occidentale e non- un radicamento culturale e una valenza mitica unica e incontestabile, che ne hanno fatto uno dei punti di riferimento obbligati per ogni discorso sulla spiritualità (e non solo sulla religiosità) umana. Inevitabile che il cinema si appropriasse della figura di Cristo per farne il suo soggetto preferito (si pensi che al 2018 sono ben 175 i film che hanno Gesù come elemento centrale della trama, senza contare quelli a “carattere parabolico”), e questo nonostante l’evidente ripetitività della vicenda: “Quella di Gesù è una storia universalmente nota e strutturalmente definita” e i film che la raccontano sono “una serie di remake che impongono un continuo lavoro di reinvenzione”, all’interno di un accertato e definito canone storico.

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Il Gesù di Georges Méliès nel film Le Christ marchant sur les eaux (1898).

Agli albori della storia del cinema, la vita di Gesù viene spesso narrata attraverso la successione di quadri viventi- un pò sulla falsariga delle stazioni della Via Crucis- da proiettarsi addirittura nei luoghi sacri (il che scatenò le ire della Chiesa cattolica, preoccupata che tali circostanze potessero trasformare i luoghi di culto in ambienti di spettacolo, oscurando così la componente religiosa e l’impegno catechetico). E’ andato perduto quello che è considerato il più antico film di argomento cristologico di cui si avessero notizie La Passion du Christ, di Albert Kirhner, realizzato nel 1897 e ispirato ai quadri viventi della Passione di Cristo messi in scena dagli allievi dell’Istituto San Nicola di Vaugirard, per l’occasione interpreti da attori locali. Ma a dimostrazione che la vita di Gesù può offrire sin dagli inizi del cinema approcci diversi, per non dire opposti, sono giunti fino a noi due pellicole realizzate dai “padri fondatori” della settima arte: i fratelli Lumière e Georges Méliès. I primi producono e supervisionano Vues représentant la vie et la Passion de Jésus-Christ(1897) di Bréteau e Georges Hatot, dove in 13 quadri vengono rappresentati i momenti salienti dalla vita di Cristo, dall’adorazione dei Magi alla morte e resurrezione. Méliès, invece, punta tutto sulla capacità del cinema di stupire con i suoi trucchi, e nel 1898 dirige Le Christ marchant sur les eaux, nel quale il più spettacolare dei miracoli viene restituito grazie a mascherini e a sovrimpressioni. Successivamente nel cinematografo si vanno ad affermare pellicole che raccontano storie che si intrecciano con quella di Gesù, la quale vicenda non rappresenta la parte preponderante dell’opera, ma piuttosto serve per muovere un significato più ampio sul Cristianesimo e magari sul rapporto di esso con la Roma Imperiale. Un esempio esaustivo è La tunica(1953), kolossal americano di Henry Koster, ambientato agli inizi dell’era cristiana. La vicenda della crocifissione di Gesù è elemento marginale, che serve non solo per affrontare un discorso sulla corruzione della Roma Imperiale, ma anche per spiegarne l’evoluzione del Cristianesimo anche in Europa. Il tutto attraverso la storia di un tribuno militare, interpretato da Richard Burton, costretto ad eseguire la sentenza di condanna nei confronti di un certo Gesù di Nazaret. Iniziato dal suo servo Demetrio, supererà l’iniziale scetticismo e abbraccerà la fede cristiana fino al martirio, poiché nel frattempo a Roma Caligola succede a Tiberio, morto in circostanze misteriose, considerando che il primo aveva in completo ostracismo il cristianesimo. Il film ottenne, oltre a numerose nominations agli Oscar, il Golden Globe come miglior film drammatico e ancora oggi conserva un certo fascino spettacolare.

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Richard Burton, tribuno romano che si converte al Cristianesimo nel kolossal americano “La tunica”(1953).

Dello stesso genere anche Barabba è un film del 1961 diretto da Richard Fleischer e tratto dall’omonimo romanzo scritto dallo svedese Pär Lagerkvist che racconta la storia del bandito Barabba appunto, che compare nell’ambito del racconto del processo a Gesù davanti a Ponzio Pilato. Il prefetto romano, non trovando giustificazione alcuna alle pretese di crocifissione fatte dagli accusatori, voleva liberarlo. Secondo i vangeli sinottici era infatti consuetudine del prefetto romano di liberare un carcerato nel giorno di Pasqua, mentre secondo il Vangelo di Giovanni si trattava di una consuetudine ebraica. Il popolo di Gerusalemme, spinto dai sacerdoti, scelse Barabba. Da questo punto, storicamente descritto dai 4 Vangeli, parte la storia del film e del bandito a cui gli dà volto Anthony Queen, per un kolossal italiano di estremo valore estetico, che ragiona sulla valenza del primo cristianesimo e su una Roma Imperiale in crisi di identità e corrotta fino al collo. Nel corso del film avviene l’avvicinamento di Barabba ai dettami e ai dogmi del cristianesimo, grazie anche ad un incontro toccante con San Pietro. Finirà crocifisso esattamente come Gesù Cristo, che lui non ha mai dimenticato. Altra sfumatura di stile è quello in cui gli elementi di spettacolarità e di divulgazione si intrecciano a una visione più sfumatamente messianica del soggetto, in sintonia con il multiculturalismo e il supposto laicismo del pubblico cinematografico. A questa sottocategoria ascriviamo anche il discusso La Passione di Cristo(2004), di Mel Gibson, per il suo tentativo di costruire tutto il plot sugli elementi spettacolari di una violenza fortemente esibita e iperbolicamente reiterata, come se “la resurrezione dai morti fosse in qualche modo proporzionale alla crudezza e alla forza della violenza inferta sul corpo di Gesù. Dobbiamo invece ricordare che dimensione salvifica della morte di Gesù non si fonda sulla quantità del dolore subito.  Altri film, naturalmente, affrontano la figura di Cristo con un’ottica meno accomodante e schematica. Un esempio per tutti può essere Il Re dei Re(1961), di Nicholas Ray, che tenta di leggere la vicenda in chiave politica e ribellistica, pur senza arrivare a una visione coerente e perfettamente risolta dell’argomento.

In Italia, è Pier Paolo Pasolini il regista che ha affrontato con più coerenza il profilo di Gesù; e lo fa inizialmente con il mediometraggio La Ricotta (episodio del film Ro.Go.Pa.G.), nel quale la tragedia di una comparsa che muore per indigestione mentre interpreta un ladrone crocefisso insieme al Cristo sintetizza in maniera perfetta le ossessioni del regista su chi “ha fame di pane”. Qui Pasolini, utilizzando come modello la pittura di Rosso Fiorentino, con la celeberrima opera “La deposizione di Cristo”, sintetizza la propria visione della società capitalistica italiana affermatasi con la modernità, ma nello stesso tempo offre una visione efficace del Cristianesimo, del quale probabilmente non ne è un seguace, però ne è affascinato. E poi l’anno successivo dirige Il Vangelo secondo Matteo, che restituisce la forza dirompente e “scandalosa” della parola di Gesù senza gli orpelli della iconografia tradizionale. Fa il tutto rimanendo fedele alla versione dell’apostolo Matteo, raccontando la storia di Gesù, dall’annunciazione alla Madonna, all’angelo che annuncia la sua resurrezione. Sceglie volti di non professionisti, gira tra i Sassi di Matera e gli aridi paesaggi delle Gravine di Massafra e Ginosa, e riesce a catturare, da laico, il mistero del sacro. Lo stile alterna la macchina da presa a mano che insegue il volto dei personaggi a composizioni memori della pittura quattrocentesca, la brutalità realistica ( gli indemoniati, il lebbroso, la crocifissione ), all’elegia estatica ( il battesimo, l’annuncio finale, qui proposto ). Bello ed emozionante come nessun film che sia mai stato trattato dai Vangeli, al di là delle intenzioni d’autore e delle polemiche che lo accompagnarono. Nel cinquantenario della sua uscita, la Chiesa Cattolica, lo ha ritenuto il miglior film sulla vita di Gesù, interpretato dall’allora sconosciuto attore spagnolo Enrique Irazoqui e reso in maniera sublime dal genio di un uomo dichiaratamente laico, ma che ha saputo capire l’essenza dell’essere Cristiano, ben più di molti che si ritengono tali.

Molto meno riuscito, anzi piuttosto da dimenticare Il Messia(1975) di Roberto Rossellini, in cui le esigenze didattiche della destinazione televisiva, oltre l’orizzonte cinematografico, finiscono per soffocare ogni lettura personale. Meglio risulta essere allora il troppo melenso Gesù di Nazaret(1977) di Franco Zeffirelli, che in definitiva però, non è un granché. Formano un capitolo a parte quei film che prendono spunto dalla vita di Gesù per affrontare discorsi più personali (L’inchiesta-1986, di Damiano Damiani, che ragiona sul potere eversivo dell’insegnamento cristiano) o per innescare una riflessione su temi dichiaratamente teologici (L’ultima tentazione di Cristo-1988 di Martin Scorsese, o I giardini dell’Eden-1998 di Alessandro D’Alatri, che ricostruisce gli “anni scuri” del Cristo, ovvero l’età compresa tra i dodici e i trent’anni). Da ultimo vanno ricordati quei titoli che mettono in scena delle figurae Christi, delle “immagini di Cristo” che rimandano al personaggio di Gesù senza citarlo esplicitamente, ma intendono sottolinearne l’importanza e l’influenza. Sono film che si potrebbero definire “a carattere parabolico”, molto diversi gli uni dagli altri, dove accanto a opere ispirate da una visione religiosa come Il diario di un curato di campagna(1951) di Robert Bresson, Seduto sulla sua destra(1967) di Valerio Zurlini; ve ne sono altre dichiaratamente laiche, se non blasfeme, quali Je vous salue Marie(1984) di Jean-Luc Godard, oppure I Magi randagi(1996) di Sergio Citti.

Domenico Palattella

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