Analisi critica dell’epopea eroicomica del boom economico nel cinema italiano

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Alberto Sordi e Vittorio Gassman in una foto di metà anni ’50. La loro fu una grande e solida amicizia durata fino alla morte e confluita con uno dei loro massimi capolavori, “La grande guerra”(1959).

Come nella tradizione del cinema italiano, almeno dal declino del neorealismo puro, in poi, la commedia rimane la bottega creativa che meglio caratterizza il cinema italiano. Con La Grande Guerra (Monicelli) la commedia entra in quei terreni riservati alla produzione alta e partecipa attivamente alle tensioni dello sviluppo espressivo e linguistico. La “nuova” commedia ruota tutta attorno alla lezione zavattiniana di pedinamento dell’uomo comune. Il nuovo protagonista della commedia infatti, non è più l’umiliato e offeso, ma è l’uomo pronto a vendersi l’anima per migliorare il suo status sociale ed economico, la scalata sociale è un obiettivo da raggiungere con ogni mezzo, vedasi film come La marcia su Roma, Il vigile La voglia matta. I nuovi personaggi sono individualisti, hanno capacità e competenze linguistiche più ampie e portano con sé l’indifferenza progressiva per la condizione altrui. La commedia diventa dunque la maniera più sofisticata di raccontare l’ingresso in una situazione di benessere che non era nemmeno immaginabile solo qualche anno prima; favorisce la nascita di un italiano informale figlio della televisione. Nella commedia di inizio anni ’60 non si raccontano più temi bucolici o comunque rurali e si sposta l’attenzione all’industrializzazione, proprio perché il paese da strettamente rurale e contadino diventa industrializzato, anche grazie al dilagante benessere economico. E in più nel cinema finisce l’egemonia del romanesco a favore di una commistione di dialetti differente la cui origine stilistica è da definirsi in I Soliti ignoti di Monicelli, dove coesistono diversi dialetti proveniente da tutte le parti d’Italia. Ad inizio anni ’60 avviene, rimanendo sull’analisi linguistica, una netta separazione, quasi razzista oserei dire, della storia siciliana da quella italiana e si denota la presenza del grottesco: Divorzio all’italiana (1961), candidatura all’Oscar per un meraviglioso Marcello Mastroianni, che con gli storici occhiali Persol 649 diventa icona di stile ed eleganza italiana nel mondo;  Sedotta e abbandonata (Germi, 1963), fino all’avvento della premiata ditta composta da Franchi & Ingrassia.

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Marcello Mastroianni e i Persol 649 di “Divorzio all’italiana”, che lo fanno diventare icona di stile e di eleganza italiana nel mondo.

La commedia una volta affermatasi, rivendica il diritto di essere considerata prodotto d’autore e si produce senza censure né ristrettezze produttive, anche grazie innanzitutto all’allentarsi delle maglie della censura avvenuta nei primi anni ’60 in seguito a prodotti pseudo-sexy come Europa di notte, di Alessandro Blasetti, e al poderoso successo di pubblico che permetteva ai produttori di rischiare più denaro in fase di realizzazione. In questo periodo si avverte la tendenza a rendere omaggio più al lavoro di bottega artigianale che alle singole personalità, esplicativo in questo caso il film Crimen, commedia giallo-rosa con Gassman, Sordi e Manfredi allegramente insieme, supportati da artiste del calibro di Silvana Mangano, Dorian Gray e Franca Valeri.
Altro elemento preponderante dell’epopea del boom economico è la ricerca di una nuova moralità laica; dal tema degli italiani brava gente tipica del neorealismo si passa a quella dei mostri individualisti, arrampicatori sociali, eterodiretti dalla trionfante società dei consumi: I mostri (Risi, 1963), capolavoro della coppia composta da Gassman e Tognazzi riassume perfettamente questa tematica, e si issa come la migliore commedia ad episodi della storia del cinema italiana, grottesca e cattiva al punto giusto.

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Gassman e Tognazzi esilaranti e grotteschi nel film “I mostri”(1963).

Il cinema italiano degli anni ’60, risente del particolare momento storico italiano, del quale si fanno portavoce i quattro maggiori cineasti della commedia di questi anni: Dino Risi, Mario Monicelli, Luigi Comencini e più in là anche Ettore Scola. I quattro cineasti costruiscono uno stile di commedia all’insegna di un psicologismo elegante e raffinato, rifuggendo dall’effetto plateale, sempre alla ricerca di una focalizzazione umana e sociale dell’Italia contemporanea. Raffinato, elegante e sopraffino risulta in questo senso Il giovedì, terzo film del trittico risiano, iniziato con Il sorpasso e I mostri. Il film è un dolce e commovente ritratto di famiglia anomalo degli anni ’60, precursore e anticipatore di profondi cambiamenti che negli anni futuri sconvolgeranno la società italiana. Mattatore del film Walter Chiari, meraviglioso, autentico, nel ruolo della vita.

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In quello che è forse il più bel ruolo di tutta la sua carriera, Walter Chiari rende indimenticabile una figura paterna che gli somiglierà parecchio (anni dopo) nella sua vita reale e sfodera un’interpretazione da applausi. Un film quasi magico “Il giovedì”, crea uno di quei sorprendenti cortocircuiti tra vita e arte che si annidano a volte nella biografia dei grandi attori.

Ma del boom, come ogni analisi critica che si rispetti, non c’erano solo elementi positivi e nel corso degli anni i nostri maggiori cineasti prendono distanza moralistica e sottolineano gli aspetti negativi prodotti dal boom: la divaricazione della forbice economica, l’irriconoscibilità del paesaggio, l’aumento del malessere comunicativo, sviluppo di una competitività cannibalesca. Il sorpasso (Risi 1962), Il Boom (De Sica) sono film che rispecchiano quest’ottica e hanno il leitmotiv ossessivo dei soldi. La ricchezza ottenuta senza il rispetto delle leggi è una delle cause del rapido mutamento dei costumi e dei modelli di riferimento morali e sociali: si vuole diventare ricchi ad ogni costo. Consumare diventa importante ed è fondamentale per il piccolo borghese mimetizzare le proprie umili origini, il migliore in tal senso risulta Alberto Sordi e l’arrivismo dilagante dei suoi personaggi, alcuni titoli come Il moralista, Il marito, Il medico della mutua, Il maestro di VigevanoIl vigile, aiuteranno a far capire la valenza della sua maschera nella storia del cinema italiano. E poi altro tema importante è il benessere economico raggiunto al prezzo del deserto affettivo vedasi a tal proposito La voglia matta e Il padre di famiglia, rispettivamente con Tognazzi e Manfredi. Si denotano inoltre mutamenti del costume sessuale attraverso un senso del pudore sempre più aperto, sintomi di un’apertura ad argomenti soltanto pochi anni prima ritenuti tabù o addirittura scandalosi. Causa o effetto di questi mutamenti della società è che la commedia degli anni Settanta perde lentamente il suo splendore, o meglio si incupisce, in linea con gli anni “di piombo” che investiranno l’Italia di quegli anni. In questo periodo la commedia quasi mai supera i confini nazionali, ma rimangono alcuni gioielli immortali come Pane e cioccolata, con uno strepitoso Nino Manfredi emigrante; Profumo di donna con Vittorio Gassman; C’eravamo tanto amati con Nino Manfredi e Vittorio Gassman; Amici miei, con Ugo Tognazzi, fino a concludere con La terrazza, di Ettore Scola, all’alba degli anni ’80. In particolare il film di Scola, si erge come uno dei momenti stilisticamente più belli del nostro cinema e si issa come meraviglioso affresco agrodolce dell’Italia post-seconda guerra mondiale. Il film di Scola appare come “una sorta di post scriptum alla storia della commedia all’italiana”. Straordinaria la parata dei protagonisti maggiori della commedia all’italiana: da Marcello Mastroianni a Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant, Serge Reggiani, Stefania Sandrelli, Stefano Satta Flores. L’addio del cinema italiano alla commedia all’italiana, che coincide poi, con la fine di un’epoca meravigliosa e forse irripetibile.

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Il cast “da urlo” del film “La terrazza”(1980), il testamento artistico della commedia all’italiana.

Domenico Palattella

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