L’amore secondo Massimo Troisi: “Pensavo fosse amore invece era un calesse”

massimo troisi

Non un film d’amore, ma un film sull’amore: questo è ciò che pensa il compianto Massimo Troisi, già dal 1987, quando termina le lavorazioni di “Le vie del signore sono finite”. Non un film che racconti una storia d’amore, come accade molto spesso, ma che sia completamente dedicato a questo sentimento, senza alcuna pretesa di essere esauriente, senza aver nulla da insegnare, ma in cui ogni scena, ogni dialogo, ogni personaggio abbia l’amore come unico tema. Un film monografico, inusuale e senza dubbio originale, dove è l’amore, in tutte le sue sfumature, l’incontrastato protagonista: questo è “Pensavo fosse amore, invece era un calesse”(1991), quinta prova come regista di Troisi, che cerca di capire perché ci si innamora tanto facilmente, e perché, altrettanto facilmente, il sentimento se ne va. Ma non basta, ragiona anche sul perché certe coppie arrivano sull’orlo della crisi, magari si lasciano, ma poi come una calamità tornano indietro, non riuscendo davvero a separarsi. “Pensavo fosse amore invece era un calesse” è il testamento spirituale dell’animo di Troisi, meno intriso di poesia rispetto al “Postino”, senza il riferimento letterario del successivo lavoro; ma con il riferimento chiaro ed esplicito alla realtà di tutti i giorni, dove tutti, bene o male abbiamo a che fare con l’amore, con il walzer dei sentimenti, con il caos di relazioni messe in difficoltà dagli stravolgimenti del nostro animo e dalla tecnologia che avanza. Troisi pensava questo ad inizio anni ’90, in questo è stato un precursore dei tempi, un genio, pensate oggi con tutti i social network che minano un rapporto, quanto sia attuale il messaggio del film e di Massimo.

E infatti non nella trama si nasconde la vera forza del film, bensì in tutto quello che lo circonda: Massimo sembra soprattutto interessato ad arricchire la vicenda principale con citazioni, aneddoti, immagini, tutti collegati fra loro come se ogni singolo fotogramma fosse il tassello di un puzzle molto più grande. Il film diventa quindi una pellicola sulla filosofia dell’amore, dove il regista-attore napoletano lascia anche maggior spazio ai comprimari, inventando una galleria di personaggi ben congegnati, quasi farseschi nel ripetere sempre gli stessi gesti e le stesse parole e tutti interpretati egregiamente da un cast che, come Troisi, vuole credere veramente in un progetto tanto ambizioso quanto, ma questo si saprà solo dopo, fruttuoso ( il film esce nelle sale il 21 dicembre 1991 e guadagna, in poco tempo, oltre 15 miliardi di lire, decretando un nuovo, grande successo per il suo autore). Tutti i personaggi del film, dai protagonisti alle comparse, sono alle prese con gioie o dolori dovuti all’amore. “L’amore ha sulle persone una forza prorompente e modificante come lo sbarco degli extraterrestri”: proprio per questo, Troisi considera “Pensavo fosse amore, invece era un calesse” come un film di fantascienza, capace di concentrare l’attenzione degli spettatori su un argomento unico, ma di forte presa. Insomma, è proprio tutto amore all’interno di questo film, che sa essere al contempo eterogeneo e ricco ma coerente, leggero ma solido e ironico. La presenza femminile è quella di Francesca Neri, co-protagonista del film e capace di tenere testa perfettamente alle divagazioni linguistiche di un Massimo Troisi, ormai maturo dal punto di vista artistico.

Pensavo fosse amore...invece era un calesse (1991)

Come al solito, nel cinema di Troisi, grossa rilevanza riveste il titolo, ancora una volta particolare, curioso, stravagante. Perché nel titolo c’è la parola “calesse”? Spiazzante come il suo cinema. La risposta ce la dà proprio Massimo: “Perché se era un pianoforte mi chiedevate perché il pianoforte e non il calesse…mi piaceva calesse; poi si possono trovare tante cose con il calesse: si va piano, si va in uno, si va in due, ci sta pure il cavallo, quindi per chi si vuole sbizzarrire ci sono tante cose…”. Che poi franco come sempre ammetteva: “Non lo so, l’ho scelto così, perché mi suonava bene”. D’altronde anche titoli come “Ricomincio da tre”, “Scusate il ritardo”, “Le vie del signore sono finite”, non avevano un filo logico con le storie poi narrate, ma erano scelte da Massimo senza un vero apparente senso. Fin dal principio del suo modo di fare cinema, Troisi ha spesso raccontato storie d’amore, mettendo al fianco del protagonista donne determinate, pienamente coscienti di sé e dei propri desideri. Donne capaci di prendere l’iniziativa, di esprimere i propri sentimenti, bisogni e debolezze, e in grado di mettere in difficoltà un uomo invece pigro, timido e impacciato, come egli stesso ha più volte confessato di essere. E’ ovvio, come già detto, che l’arte di raccontare i sentimenti, raggiunge il suo acme proprio con “Pensavo fosse amore, invece era un calesse”, però il pieno raggiungimento di questa sensibilità artistica, è frutto di un percorso, iniziato cinematograficamente con “Ricomincio da tre”(1981) e proseguito poi con i successivi lavori. Figura centrale del cinema di Troisi, come già detto sopra, è la donna amata, figura sempre presente in tutti i film dell’attore, anche nell’ultimo, con quel “Postino”, che rimane il capolavoro della vita. In “Scusate il ritardo”(1982), ad esempio c’è Giuliana De Sio, una ragazza in cerca di conferme, che fa della sua paura e delle sue incertezze il nucleo della sua forza. Seguirà Vittoria ( Jo Champa, nel film “Le vie del signore sono finite”, del 1987), personaggio disincantato e non facilmente impressionabile: sarà l’amore a farla tornare dal suo Camillo (Massimo Troisi), non certo la malattia psicosomatica di cui lui cade vittima dopo essere stato lasciato da lei. Anche la Cecilia di “Pensavo fosse amore…invece era un calesse”(1991) (interpretata da Francesca Neri) rompe il fidanzamento con Tommaso-Troisi: sentendosi trascurata e molto insoddisfatta della loro vita di coppia, rivolge le proprie attenzioni a un altro uomo, salvo poi tornare sui suoi passi, e con tanto di riconciliazione finale. Per il suo ultimo capolavoro (Il postino), infine, Massimo ha subito pensato a Maria Grazia Cucinotta, volendo più di ogni altra cosa una donna che desse un’idea forte e prorompente di femminilità, tanto da lasciare senza fiato, con un solo sguardo, l’innamoratissimo postino Mario. La complessità delle storie d’amore raccontate dal Massimo regista ed attore, non banali e non avvolte da tradizionali luoghi comuni, risiede in quel desiderio di Massimo di abbandonare ogni banalità e di affrontare il quotidiano in modo diretto e originale, facendo si che non solo i dialoghi o le storie d’amore dei suoi film, ma anche le gag, gli sketch, le risposte alle domande dei giornalisti, diventino vere e proprie gemme di innovativa comicità.

massimo troisi 2
Massimo Troisi e Maria Grazia Cucinotta nel “Postino”(1994), il capolavoro della vita di Massimo.

Domenico Palattella

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...