La storia del grande Renzo Montagnani, tra cinema impegnato e commedie sexy: il talento di un grande e sfortunato attore

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Renzo Montagnani, un grande, grandissimo attore, più grande di ciò che ha rappresentato al cinema. Un talento sopraffino che fuoriesce perfino nelle situazioni becere e disonorevoli, il segno di un talento virtuosistico, di un umorismo a colpo sicuro. Apprezzato dalla critica, da registi come Monicelli e la Wertmuller; e da scrittori come Montanelli e Soldati. Interprete di oltre 80 pellicole, è stato tra i deliziosi protagonisti del secondo e terzo capitolo delle avventure di “Amici miei”.

La figura di Renzo Montagnani, grande attore toscano, nato per caso nella “nebbiosa” Alessandria, è inevitabilmente legata alla commedia sexy all’italiana degli anni ’70 e ’80, di cui oltre ad esserne una presenza fissa, ne rappresentò un lusso: avere in questi cast un attore del suo talento e della sua fama non fu roba da poco, non tra gli ultimi la certezza di sicuri guadagni. Eppure Renzo Montagnani era ammirato anche dalla critica che di lui diceva: “l’unica luce nel deserto di un genere altrimenti deprecabile”. Fu molto apprezzato anche da scrittori importanti come Indro Montanelli e Mario Soldati; e ha avuto anche le tanto meritate prove nel cinema impegnato, da dove peraltro ne uscì assolutamente vincitore: su tutti il barista Necchi nel secondo e terzo atto di “Amici miei”. Il suo Necchi è così perfettamente disegnato da Montagnani, che in un sol colpo cancella quello del pur bravo Duilio Del Prete che era stato volutamente sostituito dall’attore toscano proprio per volere del regista Monicelli, il quale già aveva provato inutilmente ad ingaggiare Montagnani per il primo capitolo della serie. Non potè poi farlo, perchè Germi aveva già messo sotto contratto tutto il gruppo. Peraltro il Necchi rimasto nella memoria collettiva è proprio quello di Montagnani. La scelta era poi caduta, quindi, su di lui, sia per la fama di grande interprete che aveva, sia perchè molto apprezzato dal maestro Mario Monicelli, che era il regista anche del secondo capitolo della serie.

« Amo il mio lavoro e lo faccio sempre con slancio. Non dico mai le battute del copione, anche perché spesso i copioni non esistono ».

Montagnani, era anche amatissimo dal pubblico, da quel pubblico che ha fin da subito intuito che dietro la bonaria figura del libertino, imbranato e pasticcione si celavano doti umane soppresse, anzi compresse all’interno della beffarda fisionomia dell’italiota gaudente, con ruoli grotteschi di commendatori, militari, nobili decaduti tutti diversi tra loro ma accomunati da una tessitura fatta di pressapocaggine, cialtronaggine, pavidità, opportunismo, facendo trasparire bonarietà, arguzia, umanità che erano le doti migliori di Renzo.

“Che mi devo giustificare io? Si devono giustificare gli sceneggiatori che li scrivono, i produttori che mi finanziano e i registi che li dirigono. Io devo essere giudicato solo per la mia interpretazione”.

Renzo, senza alcun dubbio, anche in seguito alla rivalutazione che la commedia sexy ha ricevuto negli ultimi decenni, rimane un attore completo, uno dei migliori del panorama cinematografico nostrano. Si sa, un vero attore deve saper fare tutto: ruoli comici, drammatici, deve riuscire a far ridere se sta interpretando una commedia, deve far commuovere se la parte in questione lo richiede. Renzo Montagnani da questo punto di vista è stato tra gli attori più poliedrici, la sua carriera ha ricoperto tutti gli spazi disponibili nel firmamento dello spettacolo e parlando nello specifico del cinema, anche qui ha ricoperto ruoli che spaziano dal comico al drammatico. Non c’è alcun dubbio quindi che possa essere definito un attore completo, di un livello certamente superiore a quello cui l’opinione comune immeritatamente lo ha relegato solo come attore del filone sexy-pecoreccio.

“I film grossolani sono una scelta remunerativa: uso definirmi migliore dei miei film”

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Un primo piano di Renzo Montagnani, tratto da uno dei suoi innumerevoli film.

E’ qui sintetizzata l’essenza e l’umiltà di un attore cresciuto a contatto con i grandi del cinema, a metà degli anni ’50, a poco più di 20 anni entra in compagnie teatrali di primissimo livello, quali quelle di Enrico Viarisio e soprattutto di Macario. E qui si fa letteralmente le ossa e costruisce il suo bagaglio interpretativo. D’altronde Montagnani era uno dei pochissimi attori dell’epoca ad essere laureati, non in recitazione, ma in farmacia, per sua stessa ammissione, senza un vero e proprio talento per lo studio farmaceutico, bensì soltanto per fare contenti i genitori.  Fiorentino da “mille generazione”, così si autodefiniva Renzo, nacque però per caso ad Alessandria nel 1930. Fin da subito era affermato come interprete dotatissimo nel teatro “impegnato” recitando testi di Shakespeare, come “La dodicesima notte” e di Svevo, nella stupenda riduzione di Tullio Kezich, del capolavoro “La coscienza di Zeno”.

“Anche se stiamo per interpretare un film pecoreccio, ci dobbiamo concentrare come se stessimo interpretando Shakespeare. Non c’è nessuna differenza…”

Ma fu il cinema a dargli la massima notorietà, sfruttandolo nel filone della commedia sexy all’italiana, genere che gli diede notevole popolarità in quel periodo, nonché il soprannome di “Ginecomico”. Sebbene abbia recitato in questo filone già agli inizi degli anni settanta con il dittico “Quando le donne avevano la coda” e “Quando le donne persero la coda” e con i decamerotici “Una cavalla tutta nuda” e “Jus primae noctis”, l’attore si afferma e acquista successo e notorietà nel momento in cui inciampa in un film, molto divertente, dal titolo “Il vizio di famiglia”(1975), una variante eroti-comica di “Teorema” di Pasolini. Come per tutti i film di questo genere la pellicola riscuote un immediato successo di pubblico, oltre 2 miliardi di lire incassati al botteghino. Tutti i film del genere sexy all’italiana verranno messi al bando e additati come immorali. Renzo Montagnani, troppo al di sopra perché chiarisse i reali motivi che lo spingevano a girare questi film, viene bollato come guitto, attore di serie B, ginecomico, attore da bordello, e addirittura pornodivo. Nelle situazioni scabrose la buttava in ridere; e tento’ anche, nelle interviste, di difendere quei film spesso indifendibili. Di se’ diceva:

“Sono il profeta del sexy – comico”; e si sbilancio’ fino a bandire “la crociata del sedere contro quella della violenza”.

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Renzo Montagnani è stato anche un eccelso interprete di teatro. Ha interpretato Shakespeare, Goldoni, ed anche una stupenda riduzione de “La coscienza di Zeno”, di Italo Svevo, nel 1978.

Eppure la commedia sexy all’italiana, ha una derivazione ben più “alta” di quella cui la superficialità e l’ignoranza portano a pensarla. In un certo senso c’entra anche il primo capitolo di “Amici miei”, quello cui Monicelli, che prese in mano il progetto di Germi gravemente malato, avrebbe voluto anche Montagnani, ma non potè ingaggiarlo. Quel film in un certo senso può essere definito un film spartiacque fra la vecchia commedia italiana anni ’50 e ’60 e quello che sarebbe stato poi un modo tutto nuovo di raccontare vizi e virtù del nostro Paese. Proprio in quella metà degli anni ’70 la commedia nostrana si andava trasformando: se fino a qualche anno prima ogni film leggero era spensierato fino alla fine ora invece questo è connotato il più delle volte da punte di malinconia che sovente sfiorano l’amarezza. Non c’è da stupirsi quindi che lo spettatore medio italiano se vuol ritrovare la leggerezza dei film di un tempo debba scegliere di andare a vedere pellicole non proprio in linea con i principi morali della società bacchettona dell’epoca. La commedia sexy, nasce dunque come naturale evoluzione della liberalizzazione sessuale e del linguaggio, che era avvenuto in Europa e di riflesso anche in Italia, e si afferma come una costola del vecchio avanspettacolo, assorbito dalla televisione e ormai morente. Non a caso le centinaia di film che ne avrebbero fatto parte nascono tutti per ingannare il tempo, caratterizzati da innumerevoli doppi sensi e improvvisazione a volontà da parte degli attori. Il genere sexy diventa degno erede della ridente commedia all’italiana del tempo che fu. “Il cinema di chiappa e spada”, come amerà sempre definirlo Renzo Montagnani, dona agli italiani quella spensieratezza di cui hanno tanto bisogno in quei cupi anni di piombo. Esso cambia il modo di vivere di un intero popolo: placa le pulsioni adolescenziali dei diciottenni che si danno appuntamento per vedere il seno scoperto della Fenech o i glutei su grande schermo della Bouchet e della Cassini; rinnova il modo di vivere degli italiani nelle loro stesse case, i quali prendendo a modello le sexy-pellicole impiantano docce disinibite al posto delle morigerate vasche da bagno. Insomma, una vera e propria rivoluzione sessuale, imposta da un certo tipo di cinema, che rimane una branca della commedia all’italiana. C’è poi un altro motivo per cui, la commedia sexy rimane uno dei periodi fondamentali del nostro cinema, ovvero gli incassi, tanto alti, che è proprio grazie a questo se il cinema italiano sarebbe poi riuscito a tenersi a galla per tutti gli anni a venire: il mercato cinematografico americano aveva cominciato sempre di più a dettar legge, diventando il solo modello da seguire per fare film. Non tutti i produttori italiani sono però disposti a piegarsi così remissivamente per cui cominciano a investire su pellicole scherzose e smaliziate che intendono conquistare i cuori di quel pubblico stanco di sorbirsi i sempre più numerosi film impegnati.

“E’ bene che si sappia che i realizzatori di questi film tanto deprecati, ma più innocenti di tanti altri mascherati dall’impegno culturale, non sono registucoli: sono mostri dello spettacolo. Solo con la perfezione tecnica si riesce a produrre un film in tre settimane. Sono geni che esistono solo in Italia. Il cinema italiano deve a loro la sua sopravvivenza in un periodo di forte crisi del settore e del Paese”.

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Renzo Montagnani insieme ad Edwige Fenech nel film “Il vizio di famiglia”(1975), il primo di un lungoe proficuo sodalizio artistico.

Renzo. rendendosi conto dell’immediato successo di tali pellicole e i notevoli guadagni che riscuotevano gli attori che le interpretavano, decide, soprattutto a causa delle ingenti spese che lui e la moglie Eileen erano chiamati ad affrontare per il figlio Daniele gravemente malato fin dalla nascita, di tentare questa rischiosa avventura. Sul set del “Il vizio di famiglia” di Mariano Laurenti, capostipite del genere sexy, Montagnani ha modo di lavorare per la prima volta con Edwige Fenech, la sua partner cinematografica per eccellenza e con lei girerà più di dieci pellicole. La stessa Fenech, nel corso di un’intervista, anni dopo, rivendicherà il suo ottimo rapporto, personale e lavorativo, con Renzo: “Ogni volta che chiedevo al produttore o al regista chi sarebbe stato il mio partner sul set e mi rispondevano Renzo, mi sentivo molto più a mio agio, un vero gentiluomo. Poi le sue battute, mi dovevo sempre rifare il trucco per il troppo ridere!”. Montagnani avrebbe dedicato la sua carriera cinematografica nei successivi otto anni a questi film, girandone circa una quarantina, degli ottanta totali della sua filmografia.

“Scoprire di poter far soldi facendo ridere la gente è stata una sorpresa anche per me!E non rinnego niente: del mio lavoro mi piace proprio il mio lavoro”.

Ha quindi inizio, il periodo d’oro della commedia sexy e del massimo sfruttamento del talento di Montagnani. Fioccano i titoli e i successi al botteghino, ”Il ginecologo della mutua”(1977), “La soldatessa alla visita militare”(1977), “La soldatessa alle grandi manovre”(1978),“L’insegnante va in collegio”(1978), “Dove vai se il vizietto non ce l’hai?”(1979) per citarne alcuni. In tutta questa innumerevole serie di pellicole, per certi versi similari o comunque ascrivibili allo stesso genere, Montagnani lavorerà più o meno con lo stesso cast. Infatti i colleghi di Renzo per tutto il resto del decennio e anche oltre sarebbero stati più o meno, con qualche eccezione, sempre gli stessi: da Lino Banfi ad Alvaro Vitali, da Gianfranco D’Angelo a Mario Carotenuto, da Lucio Montanaro a Bombolo. E le colleghe? Sempre bellissime, affascinanti, piccanti: Edwige Fenech, Barbara Bouchet, Nadia Cassini, Paola Senatore, Lilli Carati, Anna Maria Rizzoli e altre ancora. Le pellicole verranno dirette principalmente da registi come Nando Cicero, Marino Girolami, Giuliano Carnimeo, Mariano Laurenti, Sergio Martino, solo per citarne i più importanti. Quasi sempre Renzo interpreterà la parte del facoltoso uomo d’affari, allupato e donnaiolo, sempre pronto a qualche scappatella con la prima Fenech di turno. Nei suoi ruoli l’attore toscano esprimeva nella sua gagliarda mezz’età un’efficienza erotica iperbolica e uno spirito sfrenatamente goliardico che corrispondevano esattamente alle aspettative culturali di un pubblico che aveva voglia di divertirsi. Venne soprannominato “Il re della commedia erotica degli anni ’70”. Un re, certo, strano, e arrivato lì un pò per caso. O per disperazione. Infatti, se Banfi e Vitali parevano adattarsi perfettamente al genere, a Montagnani sembrava stargli parecchio stretto. Lo soffriva. Si sentiva sprecato. Glielo scrivevano i critici, specialmente quelli che lo vedevano in teatro e al cinema, in cose più “alte” o “evolute”. E lo ribadiva lui stesso, a ogni intervista:

“Deprecabile non è interpretare questo tipo di film, ma realizzare col denaro dei contribuenti certi sceneggiati che costano 30 miliardi di lire e non farci lavorare gli attori italiani. E poi, è facile interpretare un testo collaudato o d’autore! Difficile è invece fare quanto riesce a me con copioni da niente”.

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Una immagine di scena del film “La soldatessa alla visita militare”(1978), uno di quei filmetti della commedia sexy all’italiana che andavano di moda in quegli anni. Renzo Montagnani ancora una volta, è più bravo di quel che offre il film, e a suo modo diverte nei panni di un bizzarro colonnello dell’esercito.

Ma in mezzo a questa sterminata, a volte squinternata, serie di commedie sexy, ce ne sono alcune che si stagliano sopra le altre e restano dei piccoli capolavori di comicità fisica e verbale figlia dei tempi che furono. Sono commedie dove i funambolismi erotico-verbali di Renzo Montagnani inebriano la scena, spesso supportato da attori come Lino Banfi o Alvaro Vitali. Così appare molto riuscita la commedia “L’appuntamento: dove, come, quando?”(1977), divertente film diretto da Giuliano Biagetti, con Barbara Bouchet, che merita senz’altro una riscoperta. Reclamizzata nell’estate 1977 come “il film più fiorentino del Ponte Vecchio”, perché girato nella “sua” Firenze, questa pellicola è ben diretta, con un ritmo abbastanza spigliato e che in parte si rifà al classico “Un provinciale a New York”. Qui infatti, al buon Montagnani in uno dei suoi ruoli migliori, ne capiteranno di tutti i colori, impegnato in una bella storia sui contrattempi della vita quotidiana. Continuando a segnalare le sue pellicole migliori del periodo, ascrivibili alla commedia sexy, citiamo “Dove vai se il vizietto non ce l’hai?”(1979),  considerata una delle commedie erotiche più divertenti e audaci del cinema italiano. Qui, Montagnani e Vitali sono una vera e propria coppia comica, nei panni di due imbranati investigatori privati, che si segnala per le gag metacinematografiche di Montagnani il quale commenta “sembra di essere in un film porno”mentre è a letto con Paola Senatore ( in seguito attrice hard) o Vitali che viene continuamente paragonato all’attore americano Dustin Hoffman. Incassi altissimi. L’altra commedia degna di nota è “La moglie in vacanza…l’amante in città”(1980), diretto da Sergio Martino e girato tra Parma e Courmayeur nel mese di febbraio. Quella appena citata è la commedia sexy più divertente mai fatta, ovvero il punto più alto del genere, anche a detta dei critici. Al fianco di Montagnani nel film, ci sono Lino Banfi, Edwige Fenech, Barbara Bouchet e Tullio Solenghi: un ricco industriale di insaccati, su pressione dell’amante, spinge la moglie a partire da sola per Courmayeur assicurandole di raggiungerla entro breve tempo. La donna ha però a sua volta un amante: ne nascerà così una commedia degli equivoci spassosissima, di grande effetto comico. Quella de “La moglie in vacanza…l’amante in città”, rimane un tentativo riuscito di alzare il tono della commedia sexy, quì più debitrice del solito del teatro boulevardier: pochissimi nudi, nonostante la presenza congiunta della Fenech e della Bouchet, più equivoci e gag alla Feydeau, con un Montagnani al suo meglio, vero asso trascinatore del film. Riusciti appaiono anche le interpretazioni de “Il marito in vacanza”(1981), di “Tutta da scoprire”(1981) al fianco Enzo Cannavale e Bombolo e de “I carabbinieri”(1981), quest’ultima farsa sconclusionata, ma a tratti divertenti, dove però spicca lo splendido e struggente discorso di Montagnani. Nel film, l’attore toscano interpreta un Generale dell’Arma e strappa l’applauso quando parla del ruolo vitale e sacrificato dei carabinieri all’interno della società. Una perla in mezzo ad un mare di banalità e barzellette gratuite.

“Io mi trovo a mio agio ovunque: quando faccio televisione recito per la gente che c’è in studio, quando sono in teatro per la gente in platea, e quando faccio cinema per i macchinisti. Mi creo sempre una mia audience personale”.

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La locandina originale del film “Dove vai se il vizietto non ce l’hai?”(1979), una delle più divertenti commedie erotiche italiane.
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Ancora con Edwige Fenech, stavolta sul set del film “La moglie in vacanza…l’amante in città”(1980), la migliore commedia sexy del nostro cinema.

Eppure a questo punto una domanda sorge spontanea: il perchè un attore della sua classe e del suo talento, così limpido e sopraffino, accettasse qualunque proposta di lavoro gli venisse fatta, anche e soprattutto quelle della commedia sexy? L’umile e umanissimo Montagnani custodiva un segreto, ai più sconosciuto, ma che ne condizionò se non la carriera, la libertà di poter selezionare le proposte che gli arrivavano. È noto, infatti, che Montagnani dovette anche accettare a lungo questi ruoli per poter coprire le spese ingentissime per le cure del figlio Daniele, gravemente malato (segnato da una lesione subita durante il parto, nel 1967) che era ricoverato in maniera permanente presso una clinica di Londra. A tal proposito in un’intervista rilasciata al regista Luciano Salce nel 1980, mentre conduceva una trasmissione televisiva sul primo canale nazionale, Renzo ricostruisce proprio il motivo di questa carriera frenetica e del suo sacrificio fatto per amore del figlio.

Alla domanda di Luciano Salce, “Dobbiamo dire due parole sul fatto che non fai sempre film di prim’ordine”, Renzo Montagnani mentre fuma una sigaretta e colloquia amichevolmente, risponde così: “Si, non considero nessuna cosa nel nostro mestiere di primo o di secondo ordine. Sono schedato come attore di serie B, perchè nel cinema esiste categorizzare le cose, a me va bene lo stesso perchè io faccio con lo stesso impegno sia questi filmetti, che i testi impegnati in teatro, o quei film impegnati che ogni tanto mi vengono offerti. Anzi, forse questi filmetti sono più difficili da fare rispetto ad un testo alto, magari tratto dalla letteratura, perchè quando hai un testo importante sotto, ti hanno chiamato per le tue capacità, e quindi non è poi difficile fare Shakespeare, Goldoni o Miller…è molto più difficile far ridere, scherzando o giocando con i seni delle varie partner. Anche perchè adesso diciamolo, questi filmetti, come li chiamano loro, non hanno nulla di sconcio, si, qualche casto nudo, niente di più, e poi dico, sono film permessi anche ai quattordicenni, non ci sono parolacce, tranne in qualche caso sporadico, e poi sono quelle che sentiamo mille volte nei cinema di primissima categoria o in giro. Io con lo stesso impegno con cui ho interpretato Shakespeare in teatro, faccio i miei filmetti, anche perchè io non guadagno molto, a discapito del fatto che i film che faccio incassino tanto, non prendo le cifre che prendono i cinque big (ndr. Gassman, Sordi, Manfredi, Tognazzi e Mastroianni)…ed è anche giusto, perchè hanno dedicato la loro vita, la loro carriera al cinema…io ne devo fare tanti, diciamo per bilanciarmi, ed anche perchè purtroppo ho delle spese pazzesche familiari, per tante ragioni, perchè se in Italia esistessero delle strutture valide per curare dei bambini malati non avrei bisogno di fare tutti questi film così indiscriminatamente senza poter scegliere. Comunque, io sono contento così, la mia carriera per fortuna prosegue incalzante”.

Quella qui narrata, è la prima intervista pubblica in cui Renzo Montagnani parla apertamente della malattia del figlio, lui che preferiva sempre tirarsi da parte quando c’era da parlare di sé, ma certe sue solitudini, certe fughe dalla realtà, certo abbandonarsi all’alcol nei suoi momenti più tristi trovavano in quel vortice di sentimenti le loro radici. Così come ve le avrebbe trovate la carriera professionale, più attenta per necessità al guadagno immediato che non al suo reale valore di attore, evidente invece nei suoi film migliori e nelle sue più applaudite apparizioni in palcoscenico.

“Sono uno che dice sempre sì. Accetto tutto, o quasi, perché sono dell’idea che quando uno si è creato gli anticorpi come ho fatto io dopo oltre trent’anni di carriera, può permettersi di affrontare qualsiasi cosa”.

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Renzo Montagnani ospite in televisione al programma di Luciano Salce “Ieri e oggi”, nel 1980, parla per la prima volta della malattia del figlio, che lo costringe per esigenze economiche ad accettare incondizionatamente tutte le offerte che gli provengono dal cinema, senza poterle selezionare.

Pero’ sovente l’attore si riscattava con splendide sortite in televisione (acclamato il personaggio di Don Fumino, iracondo e bizzarro prete di campagna); o con interpretazioni cinematografiche di tutt’altro rilievo, vedi “La giacca verde”(1978/80) di Franco Giraldi, del quale parleremo ampiamente più in là, dove riscosse l’ammirazione dell’autore del racconto originario, Mario Soldati; oppure “Giocare d’azzardo”(1982), in formidabile coppia con Piera Degli Esposti, per la regia di Cinzia Th. Torrini. Ma tra gli 80 e più titoli della sua filmografia c’e’ da scegliere fior da fiore e da scoprire, perfino nelle situazioni becere e disonorevoli, il segno di un talento virtuosistico, di un umorismo a colpo sicuro. E poi, in mezzo ci sono i periodici e quasi sempre rigeneranti ritorni al teatro, da ricordare è la sua geniale personificazione del protagonista di “La coscienza di Zeno”, nello spettacolo del cinquantenario della morte di Italo Svevo (1978), allestito a Trieste da Franco Giraldi. In quell’occasione Montagnani oso’ riprendere l’antieroe creato anni prima da Alberto Lionello, dando un piccolo dispiacere all’amico e collega che in un ristorante lo affronto’ gridando: “Zeno sono io!”. Fu in quella e altre situazioni, come nel secondo e terzo atto delle avventure della banda degli “Amici miei”  che il lavoro dell’attore rivelo’ il segno di un talento interpretativo di prima grandezza, che con un po’ di rigore e di fortuna (in vita sua, non si puo’ dire che il nostro ne abbia avuta molta, anche considerando gli ultimi anni trascorsi a lottare contro un tumore ai polmoni) avrebbe potuto dare frutti piu’ continuativi. A ogni appuntamento fatidico non gli manco’ tuttavia il consenso della critica, pronta sempre a perdonare al “Ginecomico” le continue scappatelle nell’universo della risata. Arriva poi il 1982, un anno importantissimo nella carriera di Renzo. L’ anno del suo ingresso nel gruppo degli “Amici miei”. Resta memorabile, infatti la sua interpretazione di Guido Necchi in Amici miei – Atto II° e Amici miei – Atto III° (1982 e 1985), un pò la grande prova d’attore che mancava a Renzo per entrare definitivamente e meritatamente nell’olimpo del grande cinema. Ironia della sorte, anni prima si era inutilmente battuto per ottenere il ruolo di Philippe Noiret nel film “Amici miei” (1975), ereditato da Mario Monicelli in morte di Pietro Germi, riuscendo solo a farsi accettare come doppiatore; salvo poi entrare a pieno titolo nel groppuscolo dei burloni, sempre piu’ canuti, nei due successivi sequel. Forse il personaggio in cui meglio si identifico’ (“Questi siamo noi fiorentini del bar Gilli”ripeteva) e quello per il quale il pubblico lo ricorda piu’ distintamente. Sul set non sfigura al fianco di Ugo Tognazzi, di Philippe Noiret o di Gastone Moschin, anzi a tal proposito proprio lo stesso Renzo disse del film:

« Moschin, Ugo, Celi ed io vivevamo in un superclima di amicizia. Ugo è l’unico tra di noi che non ama fare gli scherzi. Io, invece, da buon toscano, mi diverto ad organizzare dei tiri a tutti »

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Da sinistra a destra la goliardica banda degli “Amici miei” nel secondo atto della trilogia di successo: Renzo Montagnani, Adolfo Celi, Gastone Moschin, Ugo Tognazzi e Philippe Noiret. Una delle ultime grandi commedie all’italiana.

Quell’anno, anche in seguito ai consensi ottenuti per “La giacca verde”, Montagnani entra di diritto nell’albo dei cosiddetti “attori impegnati”. Benvenuti, De Bernardi, Pinelli e il regista Monicelli, in primavera avevano finito di scrivere il seguito di “Amici miei”. Già a maggio era previsto l’inizio delle riprese, e non si tratta del solito “seguito” messo su alla svelta per fare soldi, anzi si può affermare che il secondo capitolo della serie è quasi meglio del primo: sostanzialmente l’impianto narrativo è lo stesso ma le “zingarate” cambiano: gli scherzi ai poveri malcapitati sono più diabolici e la risata perversa che ne viene fuori come un singhiozzo è perfida. Se il primo era solo malinconico, il secondo diventa addirittura cinico, una giostra di cattiverie, un mondo alla rovescia inventato dalla malefica congrega di amici per svago, noia dell’esistenza, infischiandosene persino di rispettare il dolore della morte. Come già detto, la grande novità che il film porta con sé è la partecipazione di Renzo Montagnani nel ruolo del barista Necchi, in sostituzione di Duilio Del Prete. Monicelli, che sa quanto Montagnani teneva a essere tra i protagonisti del primo, offre all’attore di impersonare il Necchi nel secondo capitolo. Renzo non se lo fa ripetere due volte e colmo di gratitudine naturalmente accetta. Ufficialmente Duilio Del Prete venne sostituito perché impegnato in teatro, ma in pratica la scelta della sostituzione dell’attore, fu proprio di Monicelli, che pare abbia voluto favorire la scelta di Montagnani ben conoscendo il desiderio che l’attore aveva, sia di tirarsi fuori dal filone sexy all’italiana, sia di entrare a far parte del gruppo degli “Amici miei”. D’altronde lo stesso Monicelli, già nel primo capitolo della serie si era battuto per fargli ottenere la parte del giornalista Perozzi, per cui Philippe Noiret era già stato scritturato; e quindi l’assegnazione del ruolo del barista Necchi a Montagnani, parve fin da subito una sorta di risarcimento che il regista volle dare all’amico. Si girò tra Firenze, Montecatini e gli Studi De Paolis sulla Tiburtina: essendo parte del film ambientata negli anni ’60, ciò spiega la presenza del Perozzi, ovvero di Philippe Noiret, morto nel primo film e resuscitato qui con il flashback. Negli studi cinematografici romani viene addirittura rievocata, per la prima volta nella storia del cinema, l’alluvione di Firenze del 1966: scena girata con quattro macchine da presa dove vengono impiegati centomila litri d’acqua per cinque secondi di girato. Le riprese durano fino ad estate inoltrata e registrano un affiatamento sempre crescente tra i cinque protagonisti. Il film esce per il periodo natalizio e incontra i massimi favori della critica e del pubblico, venendo giustamente celebrato come degno erede della storia originaria scritta da Germi e vedendogli riconosciuta, molto velatamente, la superiorità sul primo capitolo. E’ lo stesso Renzo ad affermare che:

“Questo tipo di film è il quotidiano che noi tutti viviamo, l’amarezza che c’è in questi signori dai capelli grigi che sentono avvicinarsi l’unica cosa certa della propria esistenza, e che devono far presto a divertirsi perché c’è poco tempo, mi commuove e mi affascina perché è la verità”.

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Ancora una foto di scena tratta dal secondo capitolo di “Amici miei”, il primo dei due con Renzo Montagnani.

Tre anni più tardi esce il terzo capitolo della serie, le riprese sono previste anch’esse tra la tarda primavera e l’inizio dell’estate, ma già in gennaio proprio Renzo si lascia scappare che a breve rivestirà i panni del Necchi:

“Gli sceneggiatori Benvenuti, De Bernardi e Pinelli sono già all’opera per l’ultimo capitolo dell’ormai saga di Amici miei. Saremo diminuiti di numero, perché non possiamo resuscitare un morto una seconda volta”. [n.d.r. il riferimento è al personaggio del Perozzi interpretato da Philippe Noiret, morto nel primo capitolo e riapparso nel secondo utilizzando la strategia del flashback]

Il primo luglio iniziano le riprese di “Amici miei-atto III”, ma questa volta a dirigere il film non c’è però Monicelli, bensì il suo collega Nanni Loy. Originariamente il film avrebbe dovuto chiamarsi “Amici miei- ultimo atto”, ma si è preferito lasciare aperta una possibilità di un ulteriore seguito, cosa che non sarebbe poi comunque avvenuta: Adolfo Celi morirà due mesi dopo l’uscita del film nelle sale, ovvero nel febbraio 1986. “Una cara persona,– dirà Renzo- mi adorava perché lo portavo a mangiare in dei posti fantastici”. Il film di Loy vede l’ormai quartetto di amici alle prese con scherzi e zingarate da comicità demenziale, ma comunque efficace. Efficace perché tutti e tre i film della serie, sono uguali, ma profondamente diversi. Se nel primo atto la riflessione sulla vita e sulla morte era vista con occhio malinconico e nel secondo addirittura cinico, qui si sfiora il grottesco e la trivialità. Non mancano i momenti felici, ovviamente, su tutti l’affiatamento dell’ormai corpulento quartetto di attori. L’ambientazione è quasi a scena fissa dentro Villa La Loggia, sempre a Firenze, quì trasformata per l’occasione in una casa di riposo dove a poco a poco, gli amici si ritrovano a esserne gli stagionati ospiti, portando scompiglio e zingarate a volontà. Celebre la scena del viaggio al Polo Nord, condotta con toni grotteschi, vagamente malinconici. Quando il film esce nelle sale per il periodo natalizio è un successone, e permette per esempio, a Gastone Moschin di vincere un Nastro d’argento per l’interpretazione dell’architetto Rambaldo Melandri. Il secondo e il terzo capitolo della serie degli “Amici miei” permettono a Renzo di defilarsi definitivamente dal genere della commedia sexy, e di affermarsi anche al cinema, come attore impegnato. D’altronde nel periodo, non ci sono soltanto le avventure dell’allegra banda fiorentina di mezz’età, ma anche film d’autore come “Giocare d’azzardo”, diretto da Cinzia Th. Torrini; e “Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada” di Lina Wertmuller, entrambi del 1983.

“Quel 1983 rappresentò per me un anno importante: diedi una sterzata a quei film che tanti m’hanno rimproverato che io però non ho mai rinnegato”.

Il film della Wertmuller, dal solito titolo chilometrico, presentava un cast di primissimo ordine, in parte riciclato dal secondo capitolo di “Amici miei”: ci sono infatti Ugo Tognazzi e Gastone Moschin, oltre che Piera Degli Esposti ed una giovanissima Valeria Golino. Renzo impersona uno spiritosissimo funzionario della Digos in una storia decisamente ingarbugliata che vede il ministro Moschin intrappolato dentro un’auto ministeriale inceppata, ferma davanti la casa del suo più ostracizzato politico, l’onorevole Tognazzi. Da quì la trama si dipana mettendo in scena situazioni bizzarre e divertenti. Una presa in giro al potere politico che fece sì che la Wertmuller dovesse aspettare almeno due anni prima di poterlo girare.

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Ugo Tognazzi, Roberto Herlitzka e Renzo Montagnani in una scena del film “Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada”, di Lina Wertmuller.

E poi c’è quella che a detta di molti è la migliore interpretazione della carriera di Renzo Montagnani, quella memorabile del personaggio Romualdi, timpanista che si finge un grande direttore d’orchestra tra gli abitanti di uno sperduto paesino abruzzese durante la seconda guerra mondiale. Il film in questione è “La giacca verde”(1978/1980), diretto da Franco Giraldi, dal libro omonimo di Mario Soldati. Il film è una produzione italo-francese interpretata tra gli altri da Jean-Pierre Cassel, Senta Berger e Vittorio Sanipoli e nasce con la duplice intenzione di proiettarlo nei cinema e in televisione. Tuttavia per vederlo sugli schermi italiani bisognerà aspettare addirittura l’estate del 1980. Le doti di grande attore di Renzo Montagnani verranno celebrate dallo stesso Soldati: “è il mio miglior film. Interamente mio, ma nello stesso tempo interamente di Giraldi. Renzo e Jean-Pierre sono stati sublimi, e rileggendo oggi il romanzo, effettivamente allora, quando l’ho scritto pensavo alle loro facce e alle loro movenze”. A questo punto val la pena enunciare in breve la trama, che narra di un celebre direttore d’orchestra di nome Salvini (Cassel), che si trova in imbarazzo a dirigere il timpanista Romualdi (Montagnani), che aveva conosciuto ai tempi della lotta partigiana. Romualdi, allora, si spacciava per un famoso direttore d’orchestra, e Salvini gli aveva giocato uno scherzo crudele per godere delle grazie di un’ex diva del regime. Ma vent’anni dopo le parti si invertono e sarà il timpanista a giocare un brutto scherzo al direttore d’orchestra, in un gioco crudele e sottile di perfida efficacia. Anche la critica che pure era sempre stata molto clemente con il Montagnani attore, imputandogli soltanto il fatto di accettare prodotti inferiori al suo talento, ebbe stupende parole di elogio per la sua memorabile interpretazione:

“Rispettoso come si dichiara della letteratura, Giraldi si è accostato al racconto di Soldati con scrupoloso spirito di aderenza, anche se si è logicamente permesso qualche libertà. (…) Ne hanno tratto evidente beneficio le psicologie dei personaggi, che risultano delineate con felice precisione, e seguite nel loro sviluppo con una finezza di autentico sapore, trovando piena rispondenza da parte degli interpreti: un sobrio, sensibile, umanissimo, perfetto Montagnani.”

la giacca verde(1979)
La locandina del capolavoro “La giacca verde”(1980), di Franco Giraldi, e interpretato magistralmente da Jean-Pierre Cassel e Renzo Montagnani. La pellicola venne realizzata sia per il cinema che per la televisione.

E in effetti, “La giacca verde” rimane un film che rasenta il capolavoro, pieno di sfumature, non banale, pulito ed ordinato. Ebbe anche un ottimo successo di pubblico, al quale contribuì non poco l’apporto delizioso di Montagnani, che non ha mai recitato così bene, come in questa ottima riduzione diretta da Franco Giraldi. Lo stesso regista a lavoro finito disse: “Il succo della storia, che è poi il pensiero di Soldati, è che nessuno di noi è sempre piccolo: tutti noi, anche solo per un breve momento della nostra vita, abbiamo l’occasione di essere qualcosa di grande. E la cosa incredibile è che questo concetto si adatta benissimo allo stesso Montagnani: con ‘La giacca verde’ lui raggiunge il massimo delle sue doti attoriali avendo poi la soddisfazione di vedersi riconosciuti quei meriti a cui tanto aspirava”. E grazie proprio a questo film, Renzo ottenne un’enorme soddisfazione. Presentato nel luglio 1979 alla rassegna cinematografica di Taormina, viene acclamata con scroscianti applausi la sua interpretazione del misterioso e cupo timpanista, che gli varrà tra l’altro la nomination come “migliore attore protagonista” ai David di Donatello di quello stesso anno.

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Renzo Montagnani, in quello che è il suo capolavoro: la magistrale interpretazione di un timpanista nel film “La giacca verde”(1978/80), tratto da un racconto di Mario Soldati. Qui in scena con l’altro protagonista del film, Jean-Pierre Cassel.

Renzo Montagnani, era insomma un artista e attore, che si riteneva egli stesso più grande di ciò che ha interpretato al cinema, ma era anche molto umile, umano, disponibile con tutti e amato da tutti. A tal proposito all’indomani della sua morte avvenuta a Roma il 22 maggio 1997, l’illustre scrittore, giornalista ed intellettuale Indro Montanelli gli dedicò le seguenti e struggenti parole: “Un uomo pulito, ma sfortunato. Una bravissima persona, un uomo bello, cioe’ pulito”. Cosi’ Indro Montanelli tratteggia di primo acchito il ricordo dell’attore Renzo Montagnani, che diresse nel ’61 nel film “I sogni muoiono all’alba”, la sua prima e unica regia cinematografica. Quella pellicola, la storia di un gruppo di giornalisti inviati a Budapest mentre i carri armati sovietici invadono la citta’, segno’ il debutto dell’attore toscano sul grande schermo. “Ma lo chiamavo sempre – continua Montanelli – ogni qual volta io facessi cose in teatro, soprattutto atti unici, perche’ ci intendevamo subito a meraviglia, un compagno di lavoro ideale. E non perche’ era toscano, io dei miei conterranei anzi diffido. Ma Renzo ne aveva preso le qualita’ migliori. Appunto per questo ci intendevamo”. Renzo Montagnani, pero’, aveva un “segreto” nella sua vita privata, un grande dolore causato dalla difficile situazione di salute del figlio Daniele, che aveva subito lesioni durante il parto. “Questo figlio ora ha trent’anni, se ne sta in qualche angolo della Gran Bretagna – racconta Indro Montanelli -. Renzo Montagnani e sua moglie Eileen, una bella donna inglese (una ex Blue Bell, n.d.r.) gli hanno dedicato tutto. Era per procurarsi il denaro necessario a pagargli le cure che lui non si faceva remore ad accettare offerte di lavoro molto al di sotto delle sue possibilita’. Anche come attore ha sacrificato il suo talento, che era grande, accettando qualsiasi cosa. Una vita disgraziatissima, la sua, da questo punto di vista”. 

E per finire, anche la testimonianza di un altro grande artista come Mario Monicelli, può far capire la considerazione che il mondo dello spettacolo nutriva nei confronti di Montagnani (peraltro Monicelli volle lui stesso Montagnani per il secondo film delle avventure di “Amici miei”, dopo averlo richiesto invano per il primo capitolo otto anni prima:

“Aveva dentro di sè un tale dolore, una continua opera di sollecitudine verso questo figlio che lo aveva reso proprio molto molto sensibile. Una grande carriera: teatro alto, cinema di genere e televisione. Un attore amato dal pubblico e dalla critica, che però gli rimproverava di non essersi saputo valorizzare, interpretando quelle farsacce del cinema sexy all’italiana”.

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Renzo Montagnani nei panni di Don Fumino” nell’omonima serie televisiva del 1994, trasmessa su Rai Uno, e suddivisa in 26 episodi. Ebbe uno straordinario successo di pubblico. Uno degli ultimi “grandi fuochi” di un attore amatissimo dal pubblico italiano.

Renzo Montagnani, negli ultimi anni, godette di uno strepitoso successo anche in tv, con il personaggio di Don Fumino,  figura di sanguigno parroco toscano che verrà in seguito ribattezzato “Don Fumino” per via del suo intercalare: «Eh, io son fumino, se ‘un le dico mi sento male!», e nel 1994 Montagnani interpreterà anche una sitcom omonima come protagonista, suddivisa in 26 episodi di un’ora l’uno e con ascolti più che eccellenti. Un attore tra i più grandi del nostro cinema, ed anche tra i più sfortunati, dotato di grande classe interpretativa ed indubbia umanità, umiltà e generosità. Riservato, era anche riservato, ma rispettoso di tutti e rispettato anche da tutti i suoi colleghi. Ma tante volte con il tempo, le cose si ingarbugliano, le distanze si riducono o addirittura capovolgono e Renzo Montagnani è molto più amato e attuale di altri grandi attori della sua scuola o del suo tempo: un’eredità artistica importante consegnata ai posteri, per un attore umile e generoso, ma grande, davvero grande.

Un artista con la A maiuscola!

•Bibliografia

-Il testo è tratto in parte dal libro di Damiano Colantonio “Renzo Montagnani” edito da EdizioniSabinae.

-Altre fonti non specificate

Domenico Palattella

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