Il cinema di Emilio Solfrizzi: talento e poliedricità d’autore

emilio solfrizzi

Nel cinema dell’epoca moderna, così povero di “veri” artisti, spicca la “stella” per certi versi riservata di Emilio Solfrizzi, al servizio di una “poliedricità” d’altri tempi. Nel suo vasto repertorio, che spazia dal comico al drammatico si toccano tutte le corde interpretative, figlie di una gavetta e di una serietà professionale, non parimente riscontrabile in altri artisti coevi. Al cinema ha già interpretato più di venti pellicole a cui vanno aggiunti altri film per la piattaforma televisiva, alcuni di essi di estremo valore artistico, vedasi il sottovalutato thriller noir “La doppia vita di Natalia Blum”, che rasenta il capolavoro. La carriera artistica di Emilio Solfrizzi nasce in coppia con Antonio Stornaiolo, con il quale fonda il duo artistico di Toti e Tata, destinato a rimanere nel cuore di tutti, soprattutto in Puglia. La coppia sforna un successo dietro l’altro tra spettacoli teatrali (Se ci sei datti un colpo, West Durazzo Story, The Show must go home) e televisivi (Filomena coza depurada, Teledurazzo, Il Polpo, Melensa, Extra TV, Zero a zero, Televiscion e Love Store) riscuotendo un grande consenso di pubblico e critica. La carriera cinematografica di Emilio Solfrizzi ha inizio nel 1995, con il film corale di Carlo Vanzina dal titolo “Selvaggi”, il quale ottiene un considerevole successo di pubblico. Qui Emilio ha modo di lavorare con artisti già affermati come Leo Gullotta, Ezio Greggio e Antonello Fassari. Il film propone situazioni ultrastereotipate e soprattutto già sviluppate dalla televisione, ma si salva per alcune saporite caratterizzazioni, su tutte quelle di Emilio Solfrizzi e di Carmela Vincenti, con il quale Emilio aveva già lavorato nella sit-com “Melensa”. Per la verità, quello di “Selvaggi”, non è il primo lavoro cinematografico di Solfrizzi. Aveva già debuttato, in una piccola parte, nel 1990 partecipando all’opera prima dell’amico Sergio Rubini, ne “La stazione”. Certo quello di “Selvaggi” è il primo ruolo da co-protagonista, dopo il quale seguiranno “Fratelli coltelli”(1997), farsa niente affatto sgradevole sulle faide familiari, “Matrimoni”(1998), in cui recita al fianco di Stefania Sandrelli e “Besame mucho”(1999).

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Emilio Solfrizzi in coppia con Antonio Stornaiolo in una foto di inizio anni ’90, quando formavano il duo comico di “Toti e Tata”.

Dopo di che, pur non rinnegando i film precedenti, Emilio si smarca dal genere macchiettistico, in favore di testi meglio scritti, cesellando ruoli particolarmente graditi a pubblico e critica. Emilio, all’alba degli anni 2000 diventa un attore a tutto tondo, mostrando una varietà di registri interpretativi davvero sorprendenti, e issandosi come uno dei migliori attori cinematografici del panorama nazionale. E’ in questi anni infatti che Solfrizzi confeziona interpretazioni memorabili: in “Liberate i pesci!”(2000) è il marito di Laura Morante, opera corale che si eleva ben al di sopra delle produzioni italiane dell’epoca; mentre in “Se fossi in te”(2001) è un cabarettista mancato che fa il travet. Specialmente quest’ultima pellicola merita più di una fugace citazione, sia per l’originalità del soggetto, sia per il perfetto gioco di squadra dei protagonisti. “Se fossi in te” è una favola sull’avverarsi dei desideri e sull’incapacità di far fronte alla responsabilità che ne conseguirebbero, ma è anche una piccola riflessione sulla immutabilità dell’indole umana. Puntando su un cast di interpreti di livello, tra i quali spiccano proprio Emilio Solfrizzi e Fabio De Luigi, il film fa di tutto per sfuggire alla prevedibilità e conferma la qualità del regista Giulio Manfredonia, esperto commediografo specializzato nell’evitare accuratamente i soliti cliché dei quali il cinema italiano ne è pieno. Ma la più bella interpretazione di Solfrizzi nei primi anni 2000 è quella del tenente Fiore in “El Alamein-La linea di fuoco” di Enzo Monteleone. Quì Solfrizzi ondeggia magistralmente tra il drammatico e il grottesco, in un film storico di estrema efficacia sociologica. A dir la verità, il film paga un debito evidente a “Il deserto della Libia”, di Tobino, ma la sua rievocazione della battaglia di El Alamein, l’episodio italiano forse più scomodo di tutta la seconda guerra mondiale, è lucida e storicamente ineccepibile. Non cede alla tentazione di lasciare che il messaggio politico soverchi lo spettacolo, e non si concede lussi autoriali. Il film è avvincente, di sincerità palpabile e ottimamente servito dal cast, dove oltre ad Emilio Solfrizzi spicca il sempre bravo Pierfrancesco Favino, nei panni di un soldato semplice di gran cuore.

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Paola Cortellesi ed Emilio Solfrizzi nel film “Se fossi in te”(2001), di Giulio Manfredonia.
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Pierfrancesco Favino ed Emilio Solfrizzi in una drammatica scena del film storico “El Alamein-La linea di fuoco”(2002)

Continuano le interpretazioni memorabili di questi anni. Nel 2004 Solfrizzi è al cinema con “Agata e la tempesta”, di Silvio Soldini, in una commedia corale dai toni magico-surreali, che conserva un retrogusto di malinconica dolcezza di fondo. Il trio di protagonisti (Licia Maglietta, Emilio Solfrizzi, Giuseppe Battiston) è molto affiatato e ben amalgamato da una regia sempre presente ma mai oppressiva. E’ la storia di Agata( Licia Maglietta) e del fratello Gustavo(Emilio Solfrizzi), la cui esistenza è sconvolta dall’arrivo del piazzista romagnolo Romeo (Giuseppe Battiston), che rivela all’uomo di essere suo fratello: inevitabile che la vita di tutti sia sconvolta, in una tempesta di sentimenti e di ideali che alla fine porterà non alla disgregazione della famiglia, ma ad unirla ancora di più. Molto apprezzato da pubblico e critica:

“…delizioso, divertente, leggermente surreale, situazioni in continua evoluzione senza mai perdere di credibilità, recitazione perfettamente aderente, perfetto incastro di vernacolare ed europeo. Finalmente un film italiano che rifugge dalla volgarità per farsi apprezzare”.

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Foto di scena tratta dal film “Agata e la tempesta”(2004), che Emilio Solfrizzi recita insieme alla brava Licia Maglietta.

Altro film che rasenta il capolavoro è “La terra”(2006), diretto da Sergio Rubini, un film intrigante e salace, in cui il regista sa raccontare un Sud lontano dal facile folklore e dal mito di quei valori contadini e patriarcali che il Nord corruttore avrebbe cercato di cancellare. Rubini trasforma una possibile lettura meridionalistica de I fratelli Karamazov in un thriller antropologico, in cui ognuno dei quattro fratelli (Bentivoglio, Venturiello, Solfrizzi, Briguglia), a proposito tutti e quattro azzeccati, si misura con il rapporto di amore/odio che ha con la propria terra e con la propria cultura. Ne esce un film drammatico, che evita cliche e stereotipi classici. La scrittura adottata è quella del thriller, di cui il regista si serve per una storia di più sicura e facile accessibilità. Interessante la chiusura del film, un apparente happy end, in cui però, nulla è più come prima o come sembra, ciascun personaggio ha perso e ritrovato sé stesso nel momento in cui si confronta con gli altri e dove la verità, per chi la vuole sapere, ha il valore di parole sussurrate all’orecchio. A far da sfondo alla vicenda, ma a tutti gli effetti presente al pari di un altro personaggio, è il paesaggio della Puglia, coi suoi maestosi scenari, che alternano alla solarità delle spiagge, la bellezza delle piazze dei piccoli centri urbani con le chiese barocche e le suggestioni di processioni notturne.

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La locandina originale del film di Sergio Rubini, “La terra”(2006), con uno splendido Emilio Solfrizzi.

In questo periodo Solfrizzi, comincia ad alternare la carriera cinematografica, con quella televisiva. Tralasciando le serie tv, anche di successo come “Sei forte maestro”“Tutti pazzi per amore”, quel che è rilevante, in un saggio come questo, circa i lavori televisivi di Emilio Solfrizzi, sono i film tv, che tratterrò come fossero film cinematografici, ma che in pratica lo sono. E quindi risultano molto riuscite le interpretazioni di Paolo Borsellino in “Giovanni Falcone, l’uomo che sfidò Cosa Nostra”(2006); e dell’avvocato Guido Guerrieri nei due film tv incentrati sulla figura di un avvocato tutto d’un pezzo, tratto dai romanzi dello scrittore barese Gianrico Carofiglio (“L’avvocato Guerrieri”-2008). Ma sopra tutti, qui val la pena citare ed analizzare il thriller-noir psicologico “La doppia vita di Natalia Blum”, uno dei gialli più belli, ma anche più sottovalutati girati in Italia. Sorretto da un Emilio Solfrizzi da applausi, teso e cupo al punto giusto, il primo film tv della seconda ondata di Crimini riflette sul rapporto tra vita e scrittura, aspetto particolare del binomio realtà/finzione. Qui non si parla di bugie, né di inganni ad alto rischio. Ciò che illude o appare – per rivelarsi qualcos’altro -, è tutto scritto, messo nero su bianco. Non sono menzogne cattive, ma in qualche modo giustificate dall’amore per la parola (e quindi per il racconto): la forza della narrazione, supportata dalla carta bianca sulla quale scrivere, ha un valore intrinseco di testimonianza. Nell’atto dello scrivere c’è la dura volontà di rendere, anche attraverso la fantasia, la vita reale; raccontarla agli altri per emozionarsi insieme e ricordare, mettere in funzione la memoria. Il soggetto ci porta con ardore nella città di Bari, facendoci sentire, prima degli estranei (come accade al protagonista), poi parte del paesaggio sociale. Tra il vento che scompiglia i capelli, i tavolini di un bar con vista e il mare in burrasca, la regista Anna Negri sceglie di mostrarci gli angoli più nascosti, culle di tormenti e squilibri interiori. Il protagonista, interpretato da Emilio Solfrizzi, è un’anima persa, bloccata e inerte di fronte a un muro fittizio che non gli permette di oltrepassare il confine dell’apatia. Sarà il racconto ambiguo di Natalia, immerso in un mondo ai margini, fatto di povertà e rassegnazione, rappresentato dal degradato microcosmo di “via delle Acacie” (la via delle prostitute), a far risorgere nel protagonista pulsioni ataviche, soffocate dal tempo e da scelte troppo rigide. Più Natalia scrive, più Marco ritorna alla vita. Un prodotto di qualità sopraffina che assembla tra loro attori molto bravi, coinvolti a recitare una storia forte e inquietante che porta la firma dello scrittore Gianrico Carofiglio. Ogni personaggio è ben caratterizzato (anche quelli più marginali come la presentatrice dell’incontro in libreria), si scopre attraverso tic e frasi illuminanti. Un film che ha da dire – e insegnare – molto su quello che significa essere un “grande attore” e su come si scrive e si gira un’opera che poteva benissimo uscire per il cinema e non per la televisione.

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Emilio Solfrizzi nei panni dello story editor Marco nel thriller-noir psicologico “La doppia vita di Natalia Blum”(2010), sottovalutato capolavoro.

Altri due film sottovalutati meritano ben più di un’occhiata e confermano il talento di Solfrizzi anche nella commedia malinconica: “Piede di Dio”(2009), di Luigi Sardiello; e “Se sei così ti dico sì”(2011), di Eugenio Cappuccio. Entrambe le commedie sono girate in Puglia, ed entrambe sono avvolte da un alone di malinconia, in cui Solfrizzi ci sguazza a meraviglia. E’ lui la vera ragion d’essere di entrambi i film, che sono inebriati dalla sua presenza, nonostante nel secondo ci sia una certa Belén Rodriguez, bella e sfuggente, a fargli da partner. “Piede di Dio” è una favola amara, ma niente affatto banale sul mondo del calcio e sull’umanità che lo circonda. Emilio Solfrizzi è talent-scout in cerca di giovani promesse e cesella una sofferta interpretazione, poetica e straziante, degna delle più amare commedie all’italiana dell’epoca d’oro. Sembra quasi un Sordi d’annata del “Boom” o di “Una vita difficile”, per la qualità della sua interpretazione e per la sua capacità di creare volti “italici” autentici e reali. Il film lieve e di poetica semplicità, analizza il periodo storico del nostro calcio, e le tante contraddizioni ad esso collegate.

“Se sei così ti dico sì”, pur avendone una storia completamente diversa, continua sulla falsariga del precedente film, sia solo nella malinconia di fondo che avvolge la pellicola. Eppure il film è un piccolo gioiello, sorretto dall’interpretazione monstre di Emilio Solfrizzi, che all’età di quasi 50 anni, è ormai un piccolo maestro nel confezionare personaggi veri che sembrano usciti da un mondo pugliese fatto di realtà locali, mare, microcosmi, accenti e volti salaci e più espressivi di mille frasi nella loro “tipicità” e unicità, molto più realistici e vicini allo spettatore dei prodotti francamente un pò superficiali e di maniera del Checco Zalone nazionale. Di tutt’altro livello artistico, Solfrizzi si rivela ad ogni nuova opera un attore straordinario capace di rendere quell’amarezza tipicamente agrodolce degli sconfitti, ma condita alla sua maniera con l’ironia irripetibile di una Bari, stavolta in salsa “mare del sudbarese”, e bagnata dei sogni che duri a morire rendono il vero senso della vita. Magistrale il suo personaggio, che con la sua ironia e la sua concretezza, oltre alla vera e propria determinazione, riesce persino a fare breccia e insegnare qualcosa di vero della vita alla superstar bellona di turno impersonata da una Belen, bella e tutto sommato anche brava come attrice. Decisamente toccante il finale in cui l’artista cinico che s’era prestato al gioco della vecchia star riesumata solo per soldi, alla fine sfodera la sua “vera” canzone, quella d’arte che viene dal cuore, dinanzi ad un pubblico molto più maturo di quello italiano e che saprà apprezzarla veramente dandogli il riscatto cercato per tutta la vita (“che deve dire la gente… voleva fare il cantante e fa il cameriere…”) e finalmente ottenuto con un nuovo inizio. Curiosità: la canzone del “riscatto” “Amami di più: proprio quando cado” è stata scritta dallo stesso Emilio Solfrizzi, che proprio per questa musica ha vinto il suo unico Nastro d’argento, a fronte comunque di altre due nominations. “Se sei così ti dico si” si issa come una commedia d’autore atipica, pervasa di amara ironia, nostalgia e un fondo di malinconia. Era del tempo che il cinema nostrano non rifletteva, seppur in maniera leggera, sullo scomodo mondo dello spettacolo, sulle sue croci e sulle sue delizie. E con sapienza e buon gusto “Se sei così ti dico si” mette in scena questo mondo fatto di fenomeni, successi presunti e successi sciupati, consacrazioni troppo veloci e già dimenticate. Un film davvero da ricordare.

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Emilio Solfrizzi in “Piede di Dio”(2009), di Luigi Sardiello.
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La locandina originale del film “Se sei così ti dico si”(2011), di Eugenio Cappuccio.

Più leggeri, ma che confermano la capacità poliedrica più unica che rara di Solfrizzi, è la partecipazione dell’attore barese ai due film corali di Fausto Brizzi, girati in un’unica soluzione: “Maschi contro femmine”“Femmine contro maschi”, entrambi del 2011. Il secondo film è lo spin-off del primo, nel senso che riprende situazioni del prequèl sviluppando le storie che erano state tenute in disparte nel primo. Infatti, Solfrizzi, che nel primo film ha una parte marginale, nel secondo è protagonista, dividendo la scena con sua “moglie” Luciana Littizzetto e coadiuvandosi sul set con Ficarra & Picone e Claudio Bisio, protagonisti degli altri due episodi della pellicola. L’episodio della strana coppia Solfrizzi-Littizzetto è quello grottesco e surreale del film. E’ uno spasso vedere un Solfrizzi “senza memoria” cercare di parlare torinese ed una Luciana Littizzetto che cerca di ricostruirlo a sua immagine e somiglianza, ma ne tira fuori un mostro, che viene poi pianto dagli amici increduli. Siccome una prima botta in testa gli aveva fatto perdere la memoria, una seconda lo fa rinsavire, e Solfrizzi ritorna il gretto pugliese emigrato al nord, che guarda i culi delle ragazze e va allo stadio con gli amici. Come dire, dalla compostezza di film come “Se sei cosi ti dico si” alla farsa di dilagante comicità di “Femmine contro maschi“, confermano il talento interpretativo non comune dell’attore barese.

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Emilio Solfrizzi e Luciana Littizzetto in coppia nel film “Femmine contro maschi”(2011).

Negli anni seguenti Emilio Solfrizzi viene utilizzato in parti da protagonista o co-protagonista in commedie corali, dove fuoriesce la sua vena più surreale e dove non mancano sprazzi di poesia, ad esempio il corteggiamento nei confronti di Sabrina Impacciatore in “Sei mai stato sulla luna?”(2015) è di una delicatezza disarmante. Se la storia principale è affidata a Liz Solari e Raul Bova, è però il segmento di Emilio Solfrizzi, Sergio Rubini e Sabrina Impacciatore a suscitare la maggiore attenzione. I due sono rivali di bar nella piazzetta del paesino nel cuore della Puglia, però quando il primo (Emilio) si innamora della sorella(Impacciatore) del secondo(Rubini), quest’ultimo lo aiuterà a dichiararsi. “Sei mai stato sulla luna?” si regge sul lavoro di squadra di un bel gruppo di attori, in cui nessuno è protagonista e comprimario, ma tutti sono volontariamente caratteristi e si impegnano per il buon esito della pellicola. Liz Solari e Raul Bova sostengono il loro improbabile ruolo con grazia, ma sono Emilio Solfrizzi e Sabrina Impacciatore, Paolo Sassanelli, Dino Abbrescia e Sergio Rubini a farsi carico della dimensione umana della storia. Anche Neri Marcoré, nel suo ennesimo ruolo di “diverso”, riesce a non strafare e a suscitare simpatia. E dunque con queste premesse il film fila liscio fino alla fine, e si solleva dalla mediocrità dilagante della commedia attuale.

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Emilio Solfrizzi in scena con parte del cast di “Sei mai stata sulla luna?”(2015). Da sinistra a destra: Neri Marcorè, Sergio Rubini, Paolo Sassanelli e Dino Abbrescia.

Meno riuscito risulta invece essere il precedente “Un matrimonio da favola”(2014), ennesima commedia corale vanziniana, in cui manca la cattiveria del film d’autore e punta tutto sulle solite reciproche infedeltà più che su dinamiche narrative originali. Gli attori, intendiamoci, sono tutti bravi e di livello, a cominciare da Emilio Solfrizzi, simpatico marito fedifrago e traditore. Di ben altra fattura invece, l’ancora precedente “Mi rifaccio vivo”(2013), diretto da Sergio Rubini e interpretato da Emilio Solfrizzi, Neri Marcore e Lillo Petrolo. Quella di “Mi rifaccio vivo”  è una bizzarra commedia surreale, che gioca sul confine sogno-realtà, vero-falso. Con “Mi rifaccio vivo” Rubini sembra trovare la misura di un discorso che evidentemente gli sta a cuore ma a cui il regista non sacrifica il piacere del racconto e la centralità del punto di vista assegnato a Emilio Solfrizzi, uno dei volti più duttili ed empatici della nostra cinematografia, usato con una parsimonia che sfiora l’avarizia. Protagonista per la seconda volta dopo La terra nel cinema di Rubini, l’attore barese è il corpo agente di Lillo, ‘suicidatosi’ nel prologo e ridiveniente per fallire vita e azienda dell’invincibile uomo di affari di Neri Marcorè, fortunato e abbigliato al modo di Gastone. Acrimonioso come Paperino, il Bianchetti di Lillo incarnato da Solfrizzi e afflitto da un nemico elevato a persecutore si assumerà le proprie responsabilità coltivando una dimensione più etica della vita. Narciso capriccioso, il protagonista si specchia un’ultima volta nelle acque del lago e nel rancore che lo ha consumato, decidendo di fare il Bene dell’altro. Pur nelle imperfezioni non si può non riconoscere al cinema di Rubini un’innegabile magia che converge nella sequenza sul cornicione, realizzando un pezzo di cinema (comico) di straordinaria efficacia, anche grazie alla prova dei tre protagonisti.

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La locandina originale del film di Sergio Rubini “Mi rifaccio vivo”(2013), con Emilio Solfrizzi, Neri Marcorè e Lillo Petrolo.

Arrivati alla fine di questo saggio, emerge di Emilio Solfrizzi, la grandezza di un attore che non si limita dentro un unico cliché recitativo, ma acquista linfa dalla realtà, dai fatti e dai volti della vita quotidiana, perfettamente sintonizzato sulla stessa lunghezza d’onda dei grandi della commedia all’italiana del passato. E facendo questo Solfrizzi ha acquisito di diritto un posto nell’Olimpo dei più importanti interpreti della commedia all’italiana moderna, piena di volti “italici” e nello stesso tempo ( e che pregio) non ha mai svenduto la propria dignità d’attore in progetti raffazzonati e in poco onorevoli cinepanettoni. E poi di Emilio rimane la sua faccia, che è il volto della Puglia, di quella terra tanto amata dall’attore (e da me, ma questo poco conta), così poetica e ispiratrice di cose belle, quale può essere anche un bel progetto cinematografico.

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Una bella foto che ritrae Emilio Solfrizzi, sorridente, all’apice della sua carriera.

Domenico Palattella 

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