Sergio Castellitto: l’attore dal talento sopraffino e i suoi best films

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Un primo piano di Sergio Castellitto, probabilmente l’attore più completo e poliedrico del panorama cinematografico italiano contemporaneo.

Attore dal talento sopraffino, ancora relativamente giovane (classe ’53), Sergio Castellitto è probabilmente l’artista più completo e poliedrico del panorama italiano contemporaneo. Incisivo ed efficace come pochi in ruoli drammatici, ma costantemente a proprio agio anche nella commedia – con preferenza per quella grottesca – grazie ad un volto serioso che esprime però immediata simpatia e una recitazione nervosa non disgiunta da sottile ironia, l’attore romano ha avuto modo di essere diretto dai più grandi registi italiani e stranieri. Ad oggi Castellitto ha superato i 50 film interpretati e si è scoperto anche grande regista. Applausi, ha infatti riscosso all’ultima edizione del Festival di Cannes, il suo film “Fortunata”, che ha permesso alla protagonista femminile, Jasmine Trinca, di aggiudicarsi la Palma d’oro come migliore interprete della prestigiosa kermesse francese. Nonostante un indubbio talento autoriale, quello che ha permesso a Castellitto di emergere è la sua carriera di attore, perfetto per ogni registro, dal comico al drammatico, ma sempre saldamente ancora al cinema d’autore, senza mai cadere nel mero commerciale. I film da lui interpretati si elevano sempre una spanna sopra gli altri, grazie alla caratterizzazione che l’attore romano è in grado di effettuare. Il suo nome è sempre sinonimo di una qualità superiore, i suoi lavori continuano a fare selezione e i più grandi autori, italiani e non, si affidano a lui quando le ambizioni si fanno alte. In mezzo a tali grandi interpretazioni, è utile, selezionare i migliori film dell’attore, quelli che più compiutamente realizzano il suo stile raffinato, popolare e a tratti grottesco. I film selezionati rappresentano le vette cinematografiche dell’attore romano, che nel corso di quasi trent’anni di carriera all’apice del successo ha ottenuto, al momento, 3 David di Donatello, 5 Nastri d’argento e 1 Oscar europeo, sintomo inequivocabile di un alto gradimento anche da parte della critica specializzata.

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Sergio Castellitto sul set di uno dei suoi innumerevoli film.

Tre colonne in cronaca (1990)

Efficace giallo thriller all’italiana, che si ricollega al film politicamente impegnato tipico degli anni ’70, “Tre colonne in cronaca” è tratto dall’omonimo romanzo di Corrado Augias e Daniela Pasti.  Il film parla di una scalata finanziaria finalizzata all’acquisizione di un giornale,”l’unico libero e indipendente”, assai ostico nei confronti della classe dirigente al comando. Ci sono di mezzo banchieri, giornalisti assai scaltri e finanche il terrorismo internazionale in questa storia. Il trio di protagonisti è eccezionale e dà dignità e grazia stilistica all’intera opera: Massimo Dapporto è un solerte commissario di polizia che insieme ad uno scaltro giornalista, Sergio Castellitto, cercano di incastrare un corrotto e poco ortodosso direttore di un giornale, uno straordinario Gian Maria Volontè, sempre perfettamente mimetico ed ermetico, nei passi di Eugenio Scalfari. Film impegnato, che forse in mano ad un Petri o a un Damiani sarebbe potuto diventare davvero un capolavoro, ma la regia dei Vanzina, nonostante qualche piccola caduta di stile non è malvagia. Primo David di Donatello a Sergio Castellitto come miglior attore non protagonista.

Stasera a casa di Alice (1990)

Commedia dolce/amara, che racconta di un impossibile “triangolo” sentimentale, si basa tutto sulle interpretazioni di Carlo Verdone e Sergio Castellitto, cognati sposati, sedotti da un’affittuaria tutto pepe. Ne seguono gag ed equivoci esilaranti e vagamente erotici, grazie alle curve di Ornella Muti, che si denuda senza parsimonia. Oggi si direbbero, vecchie macchiette da commedia all’italiana e nuove volgarità da anni ’90, ma nonostante tutto il film si smarca dalle beceraggini di tante commedie di quegli anni, grazie ad un soggetto fluido e alla caratterizzazione dei due protagonisti, emblema di ipocrisia e perbenismo borghesi, che non riescono neppure a consumare l’adulterio. Un film simpatico, divertente, che rimane grazie ad uno spigliato humor a tratti pruriginoso.

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Sergio Castellitto, Ornella Muti e Carlo Verdone in una scena del film “Stasera a casa di Alice”(1990).

• Il grande cocomero(1993)

Ispirato all’esperienza del neuropsichiatra infantile Marco Lombardi Radice, con un titolo preso in prestito dai fumetti ( il “grande cocomero” è lo spirito che Linus aspetta invano di vedere ogni notte di Halloween), il film si issa come una delle migliori opere italiane degli anni ’90. Prova d’autore, matura di Francesca Archibugi, “Il grande cocomero” è un lavoro di altissima qualità, con una delicata storia di malattia (mentale) e disagio. Vero punto di forza del film, la prova degli attori, con interpretazioni ricche di sfumature, ma tra i quali emergono le straordinarie prove dei due protagonisti, di Sergio Castellitto e della giovanissima Alessia Fugardi. E’ la storia della  dodicenne Pippi, preda di crisi epilettiche fin dall’infanzia, approda al reparto di neuropsichiatria infantile diretto dal giovane Arturo (Sergio Castellitto). Questi si rende presto conto che il problema è riconducibile all’ambiente familiare, costituito da genitori arricchiti e assenti, privi di ogni capacità di ascolto e slancio comunicativo. Decide perciò di tentare una terapia analitica. Il rapporto, intenso e non sempre facile, con la ragazzina sarà un’occasione anche per lui – reduce da una crisi coniugale – per ritrovare un senso alla propria esistenza. Il film affronta, con delicatezza, la complessità del mondo infantile e racconta il problematico rapporto con il mondo degli adulti con un occhio appassionato ma non mistificatorio. Dosando sapientemente i momenti di commozione e quelli tragici, con scene decisamente divertenti, da commedia all’italiana, la Archibugi cammina sul filo delle emozioni con lucida intelligenza, grazie anche alla prova di Castellitto, alter-ego della regista in scena, e parla agli spettatori con un rispetto che pochi suoi colleghi dimostrano di avere. Valanga di premi nazionali, tra cui i David di Donatello al miglior film, alla miglior sceneggiatura e al miglior attore protagonista, il secondo della carriera di Castellitto.

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Sergio Castellitto e la piccola Alessia Fugardi nel film di Francesca Archibugi, “Il grande cocomero”(1993)

L’uomo delle stelle (1996)

Giuseppe Tornatore, dopo il trionfo di “Nuovo cinema Paradiso”, torna a girare un altro commosso omaggio al Cinema come motore dei sogni e delle illusioni. E stavolta lo fa riflettendo sulla cattiveria del cinema e sulle illusioni che da essa si generano. Splendido il protagonista, Sergio Castellitto (primo Nastro d’argento della sua carriera come miglior attore protagonista), nei panni di un imbroglione, che gira la Sicilia, organizzando falsi provini a pagamento, ma che alla fine si redime pensando agli imbrogli compiuti. Il suo è un personaggio complesso, che vende sogni e illusioni, ma che in fondo dà agli aspiranti attori cinque minuti di felicità. Premio speciale della giuria a Venezia e candidato all’Oscar come migliore film straniero. Riuscita la ricostruzione storica della Sicilia negli anni del secondo dopoguerra, nonostante sia stato girato in larga parte a Matera, in Basilicata.

• Concorrenza sleale (2001)

In un’ideale prosecuzione de “Una giornata particolare”, Ettore Scola ventitrè anni dopo, ritorna a porre la sua attenzione sulle leggi razziale e pone l’occhio sulla Roma del 1938, all’alba della seconda guerra mondiale. E stavolta si serve di due grandi attori del nostro tempo, come Diego Abatantuono e Sergio Castellitto, che in un film serio, drammatico, dimostrano grande affiatamento e grande disponibilità ad essere diretti da un mostro sacro del cinema italiano, come Scola. L’idea era ottima: raccontare le persecuzioni antisemite (una vergogna che spesso viene rimossa dalla memoria collettiva) dal punto di vista di un italiano medio. E’ la storia di un raffinato sarto milanese (Abatantuono) in competizione con il merciaio ebreo Leone (Castellitto). Ma quando vengono promulgate le leggi razziali, disgustati da violenze e ingiustizie, finiscono per solidarizzare e diventare grandi amici. Struggente finale, con gli ebrei e il personaggio di Castellitto, costretti a rifugiarsi nel ghetto della città, per evitare persecuzioni. Bravi, straordinariamente bravi tutti gli attori, in un film in costume di grande originalità nel panorama italiano contemporaneo.

• Ricette d’amore (2001)

Di coproduzione italo-tedesca, il film narra della storia delle abitudini solitarie di una cuoca depressa (Martina Gedeck), che ritrova la gioia di vivere, dopo un grave lutto, grazie all’esuberante cuoco italiano Mario (Sergio Castellitto). Al di là di una trama semplice, lineare, romantica, a tinte drammatiche, il vero protagonista del film, come si evince anche dal titolo è il rapporto tra cibo e amore. Il cibo come metafora dei sentimenti dei personaggi: il cibo elaborato e tecnicamente perfetto della protagonista, ma privo di sapore perché freddo e non coinvolgente, ostinatamente rifiutato della nipote, che cerca amore e affetto, cose che trova nel cibo offertole dal cuoco italiano, un cibo semplice ma caldo e saporito. Il cibo come seduzione ed espressione reale di amore verso quello per cui lo si confeziona e al quale lo si offre. Il cibo con i suoi odori, sapori e colori coinvolge•tutti i nostri sensi ed è inevitabile quindi che ispiri la nostra sessualità: così accade per la protagonista femminile conquistata dall’apparente rozzezza e semplicità dei cibi del cuoco italiano.

«Non c’è dubbio che i profumi, i sapori, gli assaggi nel piatto dell’altro, sono tutti movimenti di seduzione, infatti la prima cosa che si chiede a una donna è quella di andare a cena insieme» (Sergio Castellitto sul film).

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Lo splendido ruolo del cuoco italiano che fa ritrovare la voglia di vivere a Martina Gedeck, nella co-produzione internazionale di “Ricette d’amore”.

• L’ora di religione (2003)

Uno dei migliori film italiani degli ultimi trentanni, L’ora di religione, sorretto da un Sergio Castellito da applausi, getta lo sguardo sul presente e sulla società italiana contemporanea. Il regista Marco Bellocchio, riprendendo idealmente i temi del suo primo film, I pugni in tasca, del 1965, si interroga sul senso e sulla forza di scelte che si danno per scontate e che invece devono essere quotidianamente ribadite: proprio come è costretto a fare il protagonista, che vede riemergere un passato che credeva superato e che invece tutti sembrano disposti a tradire. La chiave scelta è quella del grottesco, che aggira i limiti del racconto realistico e permette di affrontare tutti i temi sul tavolo- le azioni dettate dal tornaconto, l’arroganza delle istituzioni, le ambiguità della Chiesa- senza cadere nel cinismo o nell’autoconsolazione. Incetta di premi nazionali e internazionali: menzione speciale a Cannes, Oscar europeo a Sergio Castellitto, Nastri d’argento a Bellocchio e Castellito, David di Donatello a Piera Degli Esposti. Capolavoro.

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La locandina originale del film “L’ora di religione”(2003).

• Non ti muovere (2004)

Il secondo film da regista e attore per Sergio Castellitto, corrisponde con l’adattamento del best-seller della moglie Margaret Mazzantini. Abile, abilissima operazione produttiva, il film è un melodramma adatto al mercato internazionale, grazie anche ad un cast dove spicca l’interpretazione di Penélope Cruz, che recita direttamente in italiano, e la cui interpretazione venne lodata dalla stampa di tutto il mondo. Castellitto è il chirurgo Timoteo, sposato con una bellissima Claudia Gerini, ma che instaura una relazione clandestina con la derelitta Italia (Cruz, imbruttita ad arte). Da regista riesce a tenere bene le redini del racconto, senza cadute di stile, cercando di rappresentare una società senza più basi morali, toccando le corde del pubblico. Grande successo di pubblico, nonché incetta di premi nazionali ed internazionali, tra cui il David di Donatello sia a Castellitto e alla Cruz come migliori attori protagonisti; Nastro d’argento come miglior sceneggiatura a Margaret Mazzantini e Sergio Castellitto; Oscar europeo a Penelope Cruz come miglior interprete femminile.

• La bellezza del somaro (2010)

Marcello (Sergio Castellitto), e Marina (Laura Morante), sono due genitori cinquantenni particolarmente ansiosi rispetto all’invecchiamento e quindi molto desiderosi di continuare ad apparire giovani. Durante un weekend in campagna nella loro casa in Toscana arriva quella che ai loro occhi appare una buona notizia: Rosa, loro figlia, ha interrotto il fidanzamento con un ragazzo che non era loro gradito. Tuttavia le sorprese non sono finite e i fatti che seguiranno mostreranno da vicino i diversi aspetti del conflitto generazionale. Ci sorprendono Castellitto e Mazzantini, lui dirige e lei scrive con libertà incredibile, sempre sopra le righe, costantemente alzando i toni, non negandosi nulla e non negandoci alcun (pre)giudizio su tutti i mali della nostra società. La commedia italiana riscopre ritmi scoppiettanti alla francese…finalmente!! Ottimo il cast, duetto di nevrotici da manuale quello tra Castellitto e la Morante, interessantissimo il ruolo del “saggio” Jannacci.

• La buca (2014)

 Azzeccagarbugli reattivo Sergio Castellitto, candido attonito Rocco Papaleo, i personaggi costruiscono un’esemplare parabola dello scacco. I due personaggi sono due loser, due perdenti: Papaleo, dopo una rapina mai compiuta, ha smesso di essere e attende invano che qualche vecchio amico gli offra il lavoro che gli prometteva, il secondo, Castellitto, animato da un vitalismo istrionico, rimpiange l’avvocato che probabilmente non è mai stato e si presta a ‘virtuose’ esibizioni in tribunale. La vicenda si struttura intessendo continui incontri e incroci tra i protagonisti che ‘cadranno’ diversamente nella buca, confermando la forma di una tragicomica fenomenologia della sconfitta. Senza piangerci sopra, Ciprì realizza una favola ‘animata’ svolta e conclusa sui titoli di testa, che rivelano allo spettatore il ‘lieto fine’ e lo predispongono alla meraviglia. Scanzonato e leggiadro, La buca si fa nondimeno carico di, e critico verso, quella tolleranza per i vizi collettivi che troppe volte sposa il fastidio per le virtù e l’intelligenza degli individui. Dentro e dietro i traffici di Oscar vige l’illegalità, quell’arte di arrangiarsi in famiglia che in Italia è pratica comune dei ricchi come dei diseredati. Tutti si aiutano tra loro, per cerchi concentrici, fino ad avviluppare in una vischiosa ragnatela di relazioni personali l’intero Paese. Film impegnato, cupo e grottesco. Curiosa la coppia Papaleo/Castellitto, così bizzarra da funzionare.

Sergio Castellitto e Rocco Papaleo durante una scena del film "La Buca", regia di Daniele CiprìRoma-Svizzera 2013-2014
Rocco Papaleo e Sergio Castellitto, bizzarra coppia nel film “La buca”(2014).

Domenico Palattella

 

 

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