I film italiani agli Oscar

MASTROIANNI FELLINI MASINA
Il cinema italiano nel corso della sua centenaria storia, è stato tra i grandi protagonisti degli Academy Awards, meglio conosciuti come Oscar. Ci siamo aggiudicati ben 14 statuette come miglior film straniero a fronte di 31 nomination, che già di per sé costituiscono un prestigioso riconoscimento. In foto tre dei massimi protagonisti italiani ad Hollywood: Federico Fellini, Giulietta Masina e Marcello Mastroianni.

L’Academy Award, comunemente conosciuto come Oscar, è il premio cinematografico più antico al mondo, giacché venne assegnato per la prima volta il 16 maggio 1929, tre anni prima che il Festival di Venezia cominciasse ad assegnare i propri premi. I premi vengono conferiti dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences (AMPAS), un’organizzazione professionale onoraria costituita da personalità (per lo più statunitensi) che hanno portato avanti la loro carriera nel mondo del cinema quali attori, registi, produttori, critici cinematografici, e che al 2007 contava circa 6.000 membri votanti. La Notte degli Oscar è una cerimonia molto elaborata che si tiene generalmente dal 2004 l’ultima domenica di febbraio o la prima di marzo. Fino ad allora, generalmente avveniva il primo lunedì di primavera (in Italia nella notte tra lunedì e martedì), nella quale gli invitati fanno sfoggio delle creazioni dei più celebri stilisti, e viene trasmessa dalle televisioni di tutto il mondo. Come per tutti i premi nazionali, che sono differenti dai festival, sono ricomprese le nominations, in tre o cinque candidati. Ovviamente il premio più atteso,che ci ha dato enormi soddisfazioni nel corso della novantennale storia degli Oscar, è quello che viene assegnato al miglior film straniero. Quì l’Italia la fa da padrona: 14 statuette assegnate a fronte di 31 nominations, che già di per sè, sono da considerarsi riconoscimenti di estrema importanza e di estremo valore. Proviamo ora, a ricostruire, in rigoroso ordine cronologico, la storia di questi 31 film italiani che hanno conquistato Hollywood, con la classe cinematografica che ci ha sempre contraddistinto.

-1948: “Sciuscià”, regia di Vittorio De Sica (Oscar speciale)

Ritenuto tradizionalmente il terzo capolavoro del neorealismo (dopo i rosselliniani “Roma città aperta”, 1945, e “Paisà”, 1946), un brusco film-verità dominato dall’inconfondibile surrealismo fiabesco di Cesare Zavattini, autore del soggetto e della sceneggiatura; mentre l’idea è dello stesso Vittorio De Sica, che si ispirò a due bambini conosciuti durante la guerra. Il regista carica il film di intensità emotiva e cerca il coinvolgimento dello spettatore raccontando la difficile sopravvivenza di due ragazzini inevitabilmente sconfitti dalla società. Proprio in questa situazione, si riconosce il coraggio dell’innovativa poetica di De Sica, se un tempo si è criticato come “moralista” l’approccio umanistico e sentimentale del regista, va anche detto che non potrebbe essere più coraggiosa la denuncia delle strutture repressive: il riformatorio, gestito da ex fascisti, appare come un focolaio di ingiustizie e distrugge l’innocenza dei due protagonisti. Piacque talmente tanto all’estero, che gli venne conferito l’Oscar speciale come miglior film straniero nel 1948. Allora ancora non esisteva questo premio come ordinario, ma veniva conferito a film stranieri, particolarmente innovativi e meritevoli di essere premiati. Il premio sarà poi istituito, come ordinario a partire dal 1957.

vittorio de sica- sciuscià
Vittorio De Sica istruisce i giovani protagonisti di “Sciuscià”(1946), il primo film italiano in assoluto ad aggiudicarsi l’Oscar come migliore film straniero.

-1950: “Ladri di biciclette”, regia di Vittorio De Sica (Oscar speciale)

E’ il film che consacra il neorealismo ai vertici del cinema mondiale, “Ladri di biciclette” venne definito dalla rivista americana “Sight e sound” il miglior film di tutti i tempi, e ad oggi considerato il massimo capolavoro del neorealismo: “il centro assoluto attorno al quale orbitano le opere degli altri neorealisti”. Inutile dire che il film si aggiudicò una marea di premi nazionali e internazionali, il più importante dei quali l’Oscar come miglior film straniero, ancora nella sua versione “speciale” e non ordinaria. Ciò che colpisce ancora oggi è la lucida e profonda analisi della dura realtà di quegli anni, il punto più alto della collaborazione tra De Sica e Zavattini, dove si armonizzano sia la loro poetica del quotidiano e del pedinamento, sia il loro amore per i personaggi, che quì si fa vero senso di pietà.

-1951: “Le mura di Malapaga”, regia di René Clement (Oscar speciale)

Il francese Jean Gabin e l’italianissima Isa Miranda incantano in un curioso e suggestivo ibrido della tematica del cinema francese prebellico (il destino, un amore impossibile) con quello italiano derivato direttamente dal neorealismo. Incetta di premi internazionali: a Cannes vennero premiati Isa Miranda e la regia; agli Oscar il film si aggiudico il premio speciale come miglior film straniero.

-1957: “La strada”, regia di Federico Fellini (Oscar come miglior film straniero)

Con “La Strada” Fellini getta le basi di quel mondo ricco di suggestioni immaginifiche che caratterizza la sua affascinante poetica, discostandosi dal modello neorealista per virare in direzione di una sorta di “realismo magico”, primo passo verso la costruzione di un modo personalissimo di fare cinema, che ritrae la società attraverso il ricorso ai costumi sognanti della caricatura, del fumetto, del circo e del mondo dello spettacolo. “La strada” dunque, non è solo una zingaresca escursione attraverso un’Italia ancora fortemente rurale, ma anche una parabola sulla condizione umana e l’incomunicabilità tra individui. Al successo del film contribuirono, non poco, le magnifiche performance di Anthony Quinn e soprattutto Giulietta Masina, moglie e musa di Fellini, la cui Gelsomina, vittima predestinata è una creatura sottomessa e dolcissima, che però sovrasta e domina tutto il film. Primo Oscar della storia come “miglior film straniero”, nella sua versione ordinaria e non speciale.

-1958: “Le notti di Cabiria”, regia di Federico Fellini (Oscar come miglior film straniero)

La storia di Cabiria(Giulietta Masina), prostituta ingenua e atipica, che vorrebbe cambiare vita e trovare qualcuno disposto ad amarla, ma che di fronte alle difficoltà non perde mai la gioia di vivere. Personaggio molto vicino alla Gelsomina de “La strada”, la Cabiria interpretata da Giulietta Masina ha il volto di un pierrot malinconico, e resta a metà strada tra la maschera di Charlot e il Candido voltairiano: una donna-bambina preda della malvagità degli uomini eppure sempre pronta a credere nella bontà del prossimo e nella possibilità di una vita migliore. Il film ha una struttura ariosa e aperta, dove l’elemento fiabesco- ora più cupo, ora giocoso- affiora in armonica simbiosi con la parabola, intrisa di una semplice religiosità. “Le notti di Cabiria” diedero a Giulietta Masina un’enorme popolarità in Italia e all’estero, e all’Italia cinematografica il secondo Oscar consecutivo come miglior film straniero. Nota doverosa all’indimenticabile prova di Amedeo Nazzari che, nella parte di un divo, schernisce se stesso e il mondo del cinema. Simpaticamente e con autoironia.

le notti di cabiria
Un collage di foto che ritrae la straordinaria Giulietta Masina nel film “Le notti di Cabiria”. Certo, Fellini è Fellini, ma senza di lei il film non sarebbe stato quel capolavoro riconosciuto ancora oggi. Si disse , infatti che Giulietta fosse l’Oscar di Federico.

-1959: “I soliti ignoti”, regia di Mario Monicelli (Nomination all’Oscar come miglior film straniero)

Il miglior film di Monicelli e la migliore commedia all’italiana di sempre. Un bel ritmo, piccole annotazioni gustose e una serie di personaggi sbozzati alla perfezione, e che sono entrati a far parte della memoria collettiva. Gassman ( vincitore del Nastro d’argento) per la prima volta aveva una parte comica o brillante; la Cardinale e Murgia erano esordienti; Mastroianni si confermò a livelli altissimi, come uno dei talenti più splendenti del nostro cinema; e Totò memorabile nel ruolo dello scassinatore in pensione. Campione di incassi in Italia, e splendido successo anche negli Usa. Concorse inoltre all’Oscar come miglior film straniero. Due seguiti, uno immediato, con Manfredi al posto di Mastroianni; e uno trent’anni dopo nel 1986, con superstiti della squadra storica, soltanto Gassman, Mastroianni e Murgia.

-1960: “La grande guerra”, regia di Mario Monicelli (Nomination all’Oscar come miglior film straniero)

Prendendo spunto da un racconto di Guy de Maupassant ( “Due amici”), rielaborato da Age, Scarpelli e dallo stesso Monicelli, questo film contamina la tragedia storica con i moduli della commedia all’italiana dissacrando un tema- gli inutili massacri della Grande Guerra- fino ad allora tabù per il cinema nazionale. Nonostante la presenza di due grandi mattatori della comicità ( Sordi e Gassman), l’andamento collettivo della storia permette di sbozzare una quantità di figurine memorabili- l’umano tenente Gallina ( Romolo Valli), il prolifico soldato Bordin ( Folco Lulli), il “fidanzato” di Francesca Bertini ( Tiberio Murgia), la prostituta Costantina ( una splendida Silvana Mangano)- che riempiono il film di umorismo sarcastico ed equilibrano la retorica un pò patriottarda del finale. In questo modo il tema più politico della “sporca guerra” finisce col perdere gran parte della sua virulenza ( nonostante lo straordinario utilizzo in chiave drammatica del formato scope e della profondità di campo), ma resta- e non è poco- un approccio non eroico al soggetto e il rifiuto di molti miti militari e patriottici, che allora sembravano intoccabili ( De Laurentiis subì infatti molte pressioni affinché abbandonasse la produzione del film). Confezione di gran classe, con musiche di Nino Rota, e Leone d’oro meritatissimo al festival del cinema di Venezia. Uno dei massimi capolavori del cinema italiano che ottenne anche la nomination all’Oscar come miglior film straniero.

la grande guerra
Un’immagine di scena del film “La grande guerra”(1959), con Alberto Sordi e Vittorio Gassman.

-1961: “Kapò”, regia di Gillo Pontecorvo (Nomination all’Oscar come miglior film straniero)

Un dramma di guerra, di cruda efficacia, su un argomento spesso rimosso, che vuole raccontare come la paura e la miseria rendano le persone criminali. La sceneggiatura affronta con coraggio l’insita “cattiveria” dell’Uomo, e nello stesso tempo controbilancia il tutto con lezioni sull’ideologia ed una spruzzata di sentimentalismo (la redenzione attraverso l’amore). E’ la storia di Edith, una giovane prigioniera ebrea in un lager nazista, che si schiera per sopravvivere dalla parte dei nemici e accetta di diventare “kapò”, cioè guardiana-aguzzina delle altre recluse. Un bel film crudo e realista, che convinse la critica, infatti ottenne la candidatura all’Oscar come miglior film straniero.

-1963: “Le quattro giornate di Napoli, regia di Nanni Loy (Nomination all’Oscar come miglior film straniero)

Realizzato in quella particolare stagione del cinema italiano in cui si rielaborava l’esperienza bellica dopo l’assordante silenzio degli anni ’50, “Le quattro giornate di Napoli” è il film più bello ed importante di Nanni Loy. Rapsodico affresco civile consacrato al popolo napoletano, è una straordinaria tragedia popolare che contamina i codici drammatici della sceneggiata, con elementi quasi brechtiani, lo stile secco e quasi cronachistico delle parti più storiche e il pathos straziante delle scene madri. Nel film Nanny Loy descrive la rivolta popolare scoppiata a Napoli spontaneamente a seguito della fucilazione di alcuni marinai italiani il 28 settembre del 1943 e che in quattro giorni sconfisse e mise in fuga le truppe tedesche dalla città prima dell’arrivo degli Alleati. Il film è corale e vi si mescolano singoli episodi e personaggi popolari protagonisti della rivolta. Vincitore di tre Nastri d’argento e candidato al premio Oscar come miglior film straniero nel 1963, il film descrive un momento esaltante della nostra storia ed emoziona come pochi. Ottima coralità anche dei grandi attori coinvolti, con la scelta sapiente di non farne primeggiare nessuno proprio per rendere omaggio alla tenacia del popolo napoletano, che è il vero protagonista del film: su tutti Gian Maria Volontè, Lea Massari, Aldo Giuffrè, Jean Sorel. “Le quattro giornate di Napoli” è dunque il capolavoro di Nanni Loy, stupendo affresco di quattro giorni eroici che portarono alla liberazione della città partenopea. Dopo più di cinquant’anni dalla sua uscita è ancora oggi attualissimo, e permette di capire a fondo a quale prezzo è stata conquistata la libertà di cui oggi godiamo.

-1964: “Otto e mezzo”, regia di Federico Fellini (Oscar come miglior film straniero)

Sorretto da un Marcello Mastroianni stratosferico, nei panni dell’alter-ego del Maestro Fellini, il film è un gioco di specchi pirandelliano, esempio di modernità cinematografica, grande omaggio all’universo del cinema e ai film come metafora dei sogni. Il capolavoro felliniano afferma una volta e per sempre l’incontenibile creatività del cineasta riminese, che però mai come con Mastroianni, si trova particolarmente a suo agio. Modello dal quale molti altri autori hanno tratto opere simili, tra cui Francois Truffaut, Woody Allen, Wim Wenders, Nanni Moretti, “Otto e mezzo” ha avuto un’influenza incredibile nel cinema moderno internazionale e rimane uno dei film più importanti e influenti della storia del cinema mondiale. Si narra delle avventure e disavventure di Guido Anselmi (Marcello Mastroianni) che è un regista in crisi. Cerca di ritrovare se stesso attraverso un periodo di riposo in una struttura termale. Mentre riflette su un suo nuovo film, Guido viene assillato da attori, attrici e produttori. La sua testa vaga tra ricordi, sogni, fantasie e deliri. Il film fruttò a Fellini il terzo premio Oscar della sua carriera, oltre che decine di allori guadagnati nei festival di tutto il mondo.

otto e mezzo
Sul set di “Otto e mezzo”(1961), Marcello Mastroianni e Federico Fellini, durante una pausa.

-1965: “Ieri, oggi, domani”, regia di Vittorio De Sica (Oscar come miglior film straniero)

“Ieri, oggi, domani”(1964) del trio De Sica-Loren-Mastroianni firma un altro capolavoro assoluto del nostro cinema, dopo “Matrimonio all’italiana” e conquista il mondo. Enorme successo di pubblico per questi tre episodi che si basano soprattutto sulle grazie della Loren e sulle qualità comiche di Mastroianni ( irresistibile nell’episodio intitolato “Mara”, nel ruolo del cliente bolognese vessato dal padre). Il négligè con cui la Loren si mostra nell’ultimo episodio ha lasciato il segno nell’immaginario popolare, nella celebre scena dello spogliarello che lei e Mastroianni hanno rifatto con molta ironia in “Prèt-à-porter”, trent’anni dopo. E’ il film che regala all’intuizione avuta da Blasetti, dieci anni prima, il massimo riconoscimento internazionale: il premio Oscar come miglior film straniero.

-1966: “Matrimonio all’italiana”, regia di Vittorio De Sica (Nomination all’Oscar come miglior film straniero)

Dalla commedia di Eduardo De Filippo “Filumena Marturano”, De Sica smorza in una bonaria ironia i toni quasi pirandelliani del testo originale, e confeziona uno dei suoi film più riusciti in formato esportazione. Lasciatosi alle spalle la fase neorealista, lo stesso De Sica decise infatti, di muoversi nella direzione di un cinema più commerciale, riuscendo nella scommessa economica ma inimicandosi la critica. Inoltre l’uso sapiente dello star system nostrano e del folklorismo italiano giovarono al successo della pellicola. Alla quale comunque, contribuì, e non poco, la forte presenza scenica dei due protagonisti, Loren e Mastroianni, la cui interpretazione è da allora divenuta leggenda.

matrimonio all'italiana
Sophia Loren e Marcello Mastroianni in “Matrimonio all’italiana”, candidato all’Oscar nel 1966.

-1967: “La battaglia di Algeri”, regia di Gillo Pontecorvo (Nomination all’Oscar come miglior film straniero)

Film dalla forte vena documentaristica, rievoca l’assedio della città algerina tra il 1954 e il 1957, nonchè il moto di indipendenza del popolo algerino, dall’occupazione francese. Si tratta di un film complesso, costruito su più piani temporali, che termina con la prima fallita rivolta rivoluzionaria. La rivolta sembra sedata, ma tre anni più tardi, nel 1960, rinascerà spontanea, portando l’Algeria a ottenere l’autonomia dalla Francia. Dallo stile asciutto e sobrio nel rievocare una vicenda dolorosa e sanguinosa, “La battaglia di Algeri” è un’opera corale, quasi interamente interpretata da attori non professionisti che contribuiscono ad aumentare il potere di testimonianza e di rievocazione dei fatti del film. Schierato a favore della resistenza il fil tuttavia non si infervora esageratamente restando, alla fine dei conti, piuttosto freddo nei confronti dei temi che tratta. Leone d’oro a Venezia e candidato agli Oscar come miglior film straniero, il film ebbe vasta risonanza internazionale ed è tutt’ora una delle pellicole più amate della grande stagione del cinema politicamente impegnato.

-1969: “La ragazza con la pistola”, regia di Mario Monicelli (Nomination all’Oscar come miglior film straniero)

Ci fu un film nel 1968, che a sorpresa si era issato come la vera rivelazione dell’annata, risultando essere la pellicola campione di incassi, il suo titolo era La ragazza con la pistola, per la regia di Mario Monicelli, che ottenne anche la candidatura all’Oscar come miglior film straniero. Fu la consacrazione per una giovane rivelazione, ovvero Monica Vitti, l’unica vera star comica nazionale. Con La ragazza con la pistola, Monicelli aveva infatti ripetuto il miracolo dei Soliti ignoti, ossia la rivelazione-trasformazione del talento comico di un attore noto ma, prima, poco popolare. Interprete dei non amati (dalle masse) film serissimi di Michelangelo Antonioni, la Vitti come già Gassman ai suoi tempi dovette in qualche misura cambiarsi i connotati, nella fattispecie occultare i caratteristici e molto bei capelli biondo-rosso sotto una parrucca corvina. Il film, divertente grazie alla scoperta di una Monica Vitti brillante, sviluppa le convenzioni sui pregiudizi sessuali del Meridione: una siciliana sedotta e abbandonata insegue in Scozia l’uomo che l’ha disonorata (Carlo Giuffré) allo scopo di lavare l’onta col sangue, ma quando alla fine lo trova, i contatti con quel mondo tanto diverso e nel quale bene o male è riuscita a cavarsela, le rivelano l’assurdità dei suoi propositi.

-1971: “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, regia di Elio Petri (Oscar come miglior film straniero)

“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”(1970) è il primo film di una trilogia di cui fanno parte “La classe operaia va in paradiso”(1971)“La proprietà non è più un furto”(1973). Il film narra la storia del capo della squadra omicidi di Roma (un superbo Gian Maria Volontè) che nel giorno della sua promozione all’ufficio politico uccide l’amante (Florinda Bolkan). Con la tecnica dei flashback, la narrazione prosegue spiegando in parte la relazione sadica tra i due, e in parte gli avvenimenti successivi al delitto. Dapprima il dirigente di polizia depista le indagini, poi affinché vinca l’ordine, cerca di punirsi, spargendo prove e indizi che lo incastrano per scoprire però che la sua posizione lo rende immune da qualsiasi accusa. Il finale, aperto, moltiplica l’ambiguità su quest’uomo che incarna ogni vizio del potere in Italia (e non solo). Un giallo alla rovescia dalle tinte psicoanalitiche, intriso di riferimenti kafkiani e toni grotteschi. Anche Brecht fu considerato un modello per il timbro surreale della pellicola e per la tensione tra avvenimenti sempre più paradossali e discorso critico nei confronti della società. In tal senso, la colonna sonora di Ennio Morricone fece epoca, proprio per la combinazione ardita di elementi popolari e ricerca espressiva. Grande impressione destò anche l’interpretazione di Gian Maria Volontè, grazie alla costruzione di un personaggio che è un fascio di nervi, con muscoli tesi ed espressioni dure, a metà tra l’onnipotenza e lo smarrimento di fronte all’insensatezza delle forme astratte del potere, con significative metafore sessuali. Meritatissimo Oscar come miglior film straniero.

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Gian Maria Volontè sul set di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, premio Oscar 1971 al miglior film straniero.

-1972: “Il giardino dei Finzi Contini”, regia di Vittorio De Sica (Oscar come miglior film straniero)

La nemesi di una famiglia di ebrei agiati, i Finzi Contini, che si erano allineati al regime e avevano sempre ostentato costumi aristocratici, fino ai primi segni della persecuzione e alla deportazione. Languori decadenti, rimpianti sulla giovinezza perduta,amicizie più o meno particolari e, sullo sfondo, gli orrori della Storia. C’è un pò di tutto in questo piccolo film, tratto dal celebre romanzo omonimo di Giorgio Bassani, che però è divenuto grande grazie anche al lavoro di regia di Vittorio De Sica, che ne smorza i toni, puntando a commuovere il pubblico. Esangue ed elegante, piacque infatti, molto al pubblico, ma anche alla critica, soprattutto estera, che lo premiò con il quarto Oscar della sua incredibile carriera, nonché con l’Orso d’oro al festival di Berlino.

-1975: “Amarcord”, regia di Federico Fellini (Oscar come miglior film straniero)

Oscar come miglior film straniero, “Amarcord”(1973) è uno dei film più riusciti della storia del cinema italiano. Un film intriso di lirismo e di poesia, una struggente elegia per un passato con il quale in fondo non si smette mai di fare i conti, fra desideri intramontabili e paure mai sopite, sullo sfondo, anch’esso fugace, della storia collettiva. In “Amarcord”, Fellini ripensa alle sue origini disegnando una Rimini irreale e fascinosa, completamente ricostruita a Cinecittà, mescolando amore, odio, distacco, nostalgia, giudizio e complicità. E tra personaggi memorabili, come lo zio matto di Ciccio Ingrassia, e il leggendario passaggio del transatlantico Rex, apparizione fugace e mistica; Fellini realizza quello che è il capolavoro della sua vita. Anche questa volta coadiuvato dalla marcetta di Nino Rota, rimasta nella storia delle colonne sonore cinematografiche.

-1976: “Profumo di donna”, regia di Dino Risi (Nomination all’Oscar come miglior film straniero)

Il film narra la storia del capitano Fausto Consolo ( Gassman), diventato cieco dopo un incidente, nasconde il proprio dolore dietro la maschera del cinico donnaiolo che rifiuta la pietà altrui. Un soldatino ( Momo) lo accompagna in un viaggio da Torino a Napoli, al termine del quale ha progettato il suo suicidio: ma l’amicizia del giovane e l’amore di una ragazza disinteressata ( Belli) gli faranno cambiare idea. E’ uno dei film che segnarono il passaggio alla commedia drammatica di alcuni maestri della commedia all’italiana ( Risi, Monicelli, Comencini) in un sagace cocktail di sarcasmo e pietà, ironia e amarezza. Attori sublimi, specialmente Gassman, che sarebbe da Oscar, dà una delle migliori interpretazioni del suo itinerario cinematografico. Infatti vinse meritatamente la Palma d’oro al festival di Cannes. Il film fu candidato all’Oscar come miglior opera straniera, e ha avuto un remake a Hollywood.

profumo di donna
“Profumo di donna” e la splendida interpretazione di Vittorio Gassman, probabilmente la migliore della sua carriera.

-1977: “Pasqualino Settebellezze”, regia di Lina Wertmuller (Nomination all’Oscar come miglior film straniero)

La storia di un cinico e conformista guappo napoletano, a cavallo tra fascismo, guerra, campo di concentramento e ricostruzione, che si dimostra disponibile a qualsiasi trasformismo e nefandezza pur di rimanere a galla. Una commedia da camera della morte altalenante tra farsa e tragedia, dove il gusto del grottesco della regista si fonde perfettamente con la materia trattata per realizzare il ritratto di un viscido opportunista a tutto tondo, interpretato con efficacia da Giancarlo Giannini. Confuso spesso con un atto d’accusa contro l’immoralità qualunquista (“sono vivo” dice soddisfatto alla fine della sua odissea Pasqualino che in nome della sopravvivenza ha ucciso, stuprato, tradito e fatto ogni ignominia), il film è invece un’opera contraddittoria, nichilista, violenta e inquietante che giustifica il male insinuando la comoda convinzione che nulla avrebbe cambiato le cose e cancella ogni riferimento morale per esaltare solo le primordiali esigenze del corpo: fame e sesso. Perfetto esempio dell’ideologia ambigua che sta alla base dell’opera della Wertmuller, il film ebbe un grande successo ovunque, anche negli Usa dove ottenne 4 nomination all’Oscar, tra cui quella al miglior film straniero.

-1978: “Una giornata particolare”, regia di Ettore Scola (Nomination all’Oscar come migliore film straniero)

Il 6 maggio del 1938, mentre Hitler fa visita di stato nella Capitale e la paura della guerra ormai si fa sentire, in un condominio romano, una casalinga (Sophia Loren) insoddisfatta e oppressa da un marito-padrone, incontra Gabriele (Marcello Mastroianni), ex annunciatore dell’EIAR in attesa di essere accompagnato al confino a causa della sua omosessualità. Dentro l’Italia fascista e dietro lenzuola bianche stese ad asciugare, ed un tenero ballo di rumba ( lo sketch qui proposto), due vuoti si scambiano la consapevolezza della propria malinconica marginalità. Tutto questo è “Una giornata particolare”, il capolavoro del Maestro Ettore Scola, un’amarissima commedia di costume che sfuma nei toni del dramma, rovescia il comico nel tragico quotidiano, e smaschera l’intolleranza verso il diverso e la subalternità della donna in un regime oppressivo. Nel contesto storico delle imminenti leggi razziali, “Una giornata particolare” è un film sublime nella capacità di mordere la realtà e la Storia, come nessun altro. Pochi o nessuno sono i film che come questo, senza essere un film di politica militante, hanno espresso mediante le immagini l’inganno sotteso alla farsa mussoliniana. Ne sono memorabili protagonisti, Mastroianni e la Loren, che, sfuggendo ai loro soliti cliché, sfoderano un’interpretazione da applausi, da Oscar, e infatti Mastroianni otterrà la sua seconda nominations ad Hollywood, come miglior attore protagonista. Oltre alla nominations per Mastroianni, il film ottenne una sfilza di altri premi nazionali e internazionali: nominations all’Oscar come miglior film straniero; Golden Globe come miglior film straniero; due David di Donatello (miglior regia a Ettore Scola, miglior attrice protagonista a Sophia Loren); due Nastri d’argento ( miglior attrice protagonista a Sophia Loren, miglior sceneggiatura a Maurizio Costanzo, Ettore Scola e Ruggero Maccari); tre Globi d’oro ( miglior film, miglior attore protagonista a Marcello Mastroianni, miglior attrice protagonista a Sophia Loren); nominations alla Palma d’oro a Cannes.

una giornata particolare
Sophia Loren e Marcello Mastroianni nel capolavoro firmato Ettore Scola: “Una giornata particolare”(1978).

-1979: “I nuovi mostri”, regia di Ettore Scola, Dino Risi e Mario Monicelli (Nomination all’Oscar come migliore film straniero)

Quattordici brevi episodi sulle piccole e grandi meschinità dell’italiano medio: a quindici anni di distanza dai Mostri, Risi ci riprova, in compagnia di Scola e Monicelli, e con l’aggiunta di Sordi al fianco di Gassman e Tognazzi. Lo sguardo è ancora una volta cinico al punto giusto, le situazioni appaiono divertenti e paradossali, ma si ride amaro, in linea con la commedia all’italiana tipica degli anni ’70. Forzandone un pò il senso si potrebbe leggere come una metafora della fine della commedia all’italiana, così come è perfettamente sintetizzata nell’ultimo episodio, quello intitolato “Elogio funebre”, con Alberto Sordi, in cui un gruppo di comici di varietà improvvisa uno sketch davanti alla bara del collega. Ma la perla del film, rimane “Hostaria” (qui proposto in versione integrale), con Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman, nei panni di una coppia gay, che litigano nella cucina della loro trattoria romana. Nomination all’Oscar come migliore film straniero.

-1980: “Dimenticare Venezia, regia di Franco Brusati (Nomination all’Oscar come migliore film straniero)

La critica, all’uscita, gridò quasi al capolavoro (e per poco non arrivò anche l’Oscar come migliore film straniero). A distanza di tempo, nonostante la straordinaria prova di Mariangela Melato, sono evidenti i limiti di un cinema letterario ed esangue: volenteroso nei rimandi a Visconti e a Bergman, inutilmente prezioso nei dialoghi, scontato nella costruzione a flashback, spesso pruriginoso dietro la confezione perbene. Nel complesso, comunque accettabile melodramma a tinte veneziane.

-1982: “Tre fratelli”, regia di Francesco Rosi (Nomination all’Oscar come migliore film straniero)

Ispirato al racconto “Il terzo figlio”, di Andrej Platonov, quello di Rosi è un film sulla memoria che si sviluppa a flashback intrecciando tre storie emblematiche attorno al tema della morte della società contadina: apologo molto efficace sull’Italia degli anni ’80, ha i suoi momenti migliori nelle scene più liriche, dove una riflessione di tipo etico prende forza sull’analisi più direttamente politica. Grande prova dei tre protagonisti: Philippe Noiret, Michele Placido e Vittorio Mezzogiorno. Candidato all’Oscar come migliore film straniero.

-1988: “La famiglia, regia di Ettore Scola (Nomination all’Oscar come migliore film straniero)

Attraverso il racconto di otto decadi in un appartamento romano, chiuse tra due foto di gruppo (1906-86) e intervallate da uno stesso carrello lungo il corridoio centrale, conosciamo Carlo (Vittorio Gassman), suo fratello Giulio (Carlo Dapporto), il cugino Enrico, le tre zie nubili, la cameriera Adelina e via via tutta la famiglia. E’ la storia di una agiata famiglia italiana qualunque, che Scola rende straordinaria senza forzare mai la mano né verso il comico né verso il patetico, aiutato da un cast monstre: Gassman, Dapporto padre e figlio, la Sandrelli. Il film di Scola è dunque impastato di una malinconia molto ben dosata: l’emozione intensa è tenuta a bada, persino la forza del ricordo è coscientemente controllata, fermata nel passato, sotto il trucco e sotto la polvere, e allo stesso tempo eternata dall’iterazione dei dettagli, dei gesti e dei luoghi. Il film sembra denunciare l’impossibilità di sottrarre gli affetti allo sperpero e di fissare davvero il senso dell’esperienza umana, o la vita e nient’altro che essa. “La famiglia” è insomma la fenomenologia della quotidianità e si erge come una perla nel deserto della crisi di idee del cinema italiano dell’epoca. Nomination all’Oscar come migliore film straniero.

-1990: “Nuovo cinema Paradiso, regia di Giuseppe Tornatore (Oscar come migliore film straniero)

Una rassegna di storia e costumi patri dal punto di vista di una sala di provincia, e soprattutto la fenomenologia di un modo di consumare il cinema che si è perduto: quando i preti tagliavano le scene dei baci, e il pubblico rideva e piangeva con i film di Totò, John Ford e Matarazzo. La prima parte, quella più cinefila, è molto più riuscita della seconda, dedicata agli amori infelici del protagonista e al suo ritorno al barocco paesello siciliano. “Nuovo cinema Paradiso” è dunque un amarcord dolceamaro, accattivante e coinvolgente, da cui si finisce, volenti o nolenti, con l’essere catturati. Grandissimo successo di pubblico e Oscar meritatissimo, come miglior film straniero. Scatenato Ennio Morricone, in una delle sue colonne sonore più roboanti e fortunate.

nuovo cinema paradiso
“Nuovo cinema Paradiso”: la magia del cinema, con Philippe Noiret splendido protagonista.

-1991: “Porte aperte”, regia di Gianni Amelio (Nomination all’Oscar come migliore film straniero)

Dal libro di Leonardo Sciascia, ispirato a un fatto realmente accaduto, una riflessione asciutta e pessimista sul tema del delitto e del castigo, e un atto di fede nella ragione malgrado tutto: Amelio rimane distante da ogni stereotipo sulla Sicilia e sul fascismo, e riesce a fare un cinema di pensiero che sarebbe piaciuto a Rossellini. Ogni banale suspence da film giudiziario è bandita, ma l’emozione non è assente, grazie anche alla passione con la quale gli attori si calano in personaggi ricchi di sfumature e contraddizioni. Ottimi i protagonisti: Gian Maria Volontè, Ennio Fantastichini, Renato Carpentieri. Candidato agli Oscar come migliore film straniero.

-1992: “Mediterraneo”, regia di Gabriele Salvatores (Oscar come migliore film straniero)

Può un film ambientato in Grecia e collocato storicamente nel 1941 raccontare l’identità di una nazione anche nei suoi risvolti contemporanei? Di fronte a “Mediterraneo” di Gabriele Salvatores critica e pubblico hanno risposto di sì. Anche gli spettatori internazionali hanno risposto con entusiasmo, tanto è vero che il lungometraggio è stato premiato con l’Oscar al miglior film straniero nel 1992. Splendida commedia malinconica di grande efficacia, sull’amicizia virile, sull’inutilità delle guerre e sul valore del mare come elemento naturale intriso di poesia e portatore di comunanze di popoli, quella di “Mediterraneo” è la storia di un piccolo contingente italiano di otto soldati, sbarcati a presidiare un’isola semi-deserta dell’Egeo nel giugno del 1941, che lì vi rimangono isolati per alcuni anni, senza essere al corrente dei risvolti della Storia, tra caduta del Fascismo, Armistizio con le Forze Alleate, la Liberazione e la fine della guerra. Tra zingarate e gesti di solidarietà verso gli isolani, gli otto militari, sospesi in un luogo e in un tempo irreali, vivono un’avventura senza precedenti, che segnerà profondamente le loro vite. Quando è giunta l’ora di lasciare l’isola, dopo oltre tre anni di sereno e felice isolamento, qualcuno deciderà di restare e qualcuno se ne andrà a malincuore. Azzeccato e affiatato il gruppo di protagonisti, tra i quali spiccano le caratterizzazioni dei tre personaggi principali del film: il mite Tenente Montini, comandante della variegata truppa di soldati, interpretato da Claudio Bigagli; il sergente LoRusso interpretato da Diego Abatantuono, che prima ligio al dovere militare, si abbandona ben presto agli ozi dell’isola; e infine il timido attendente Farina (Giuseppe Cederna), amante della poesia classica e innamorato della bellissima prostituta dell’isola Vassilissa. I tre si ritrovano trent’anni dopo sulla stessa isola, in un finale da groppone in gola, con la stessa ormai invasa dal turismo di massa. Gli ozi a cui i protagonisti si dedicano sull’isola sono il pretesto ideale per riflessioni esistenziali, e sono metafora della crisi di un’intera generazione, alle prese con il crollo di certezze e ideologie degli anni ’90. Strepitosa colonna sonora, con vaghe melodie “orientali”, scritta da Giancarlo Bigazzi e Marco Falagiani.

-1996: “L’uomo delle stelle”, regia di Giuseppe Tornatore (Nomination all’Oscar come migliore film straniero)

Giuseppe Tornatore, dopo il trionfo di “Nuovo cinema Paradiso”, torna a girare un altro commosso omaggio al Cinema come motore dei sogni e delle illusioni. E stavolta lo fa riflettendo sulla cattiveria del cinema e sulle illusioni che da essa si generano. Splendido il protagonista, Sergio Castellitto, nei panni di un imbroglione, che gira la Sicilia, organizzando falsi provini a pagamento, ma che alla fine si redime pensando agli imbrogli compiuti. Il suo è un personaggio complesso, che vende sogni e illusioni, ma che in fondo dà agli aspiranti attori cinque minuti di felicità. Premio speciale della giuria a Venezia e candidato all’Oscar come migliore film straniero. Riuscita la ricostruzione storica della Sicilia negli anni del secondo dopoguerra, nonostante sia stato girato in larga parte a Matera, in Basilicata.

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Sergio Castellitto è “L’uomo delle stelle”, nel film di Tornatore, che sfiora l’Oscar come miglior film straniero nel 1996.

-1999: “La vita è bella”, regia di Roberto Benigni (Oscar come migliore film straniero)

Il film Premio Oscar “La vita è bella”(1997), getta la luce sulla vita nei campi di sterminio e consegna un impatto visivo di straordinario effetto, quale può essere il cinema, alle nuove generazioni, affinché non dimentichino, quello che hanno appreso sui libri di scuola o dalle testimonianze dei nonni che l’hanno vissuta. Quello de “La vita è bella” e di Roberto Benigni, è un ritratto struggente di un padre e di un figlio piccolo, al quale cerca in tutti i modi di tenergli nascosto le assurde e terribili atrocità dei campi di concentramento e dei nazisti. Strepitoso successo internazionale.

-2006: “La bestia nel cuore”, regia di Cristina Comencini (Nomination all’Oscar come migliore film straniero)

La regista e figlia d’arte, racconta una famiglia dove il decoro borghese non può cancellare violenze e dolori. La struttura del film intreccia diverse storie e ne esce fuori un ritratto efficace della famiglia italiana del nuovo millennio, con i suoi pregi, i suoi difetti, i suoi drammi, i suoi vissuti. Splendida per intensità drammatica Giovanna Mezzogiorno, angosciata dai ricordi dell’infanzia, che infatti vince a Venezia la Coppa Volpi come migliore interprete femminile. Il film entrò a far parte della cinquina delle candidature all’Oscar come migliore film straniero.

-2014: “La grande bellezza”, regia di Paolo Sorrentino (Oscar come migliore film straniero)

Il film che riconsegna l’Oscar come miglior film straniero all’Italia, 16 anni dopo La vita è bella, è quello che consegna il sodalizio Sorrentino-Servillo alla storia del cinema mondiale. Forse l’opera più ambiziosa di Sorrentino fino ad oggi, La grande bellezza è un film che vive delle stesse contraddizioni che racconta, di eccessi barocchi e intimità commoventi, momenti di un surrealismo concretissimo come di puro e cristallino godimento estetico essenziale, di una crepuscolarità costante e ininterrotta perfino dalla luce del giorno e momenti di straordinaria lucidità su sé stessi e sul mondo. Un film opulento per ragionata necessità, ma nel quale il regista trova perfino, niente affatto paradossalmente, lo spazio per calmierare la scalmatezza della sua vorticosa macchina da presa. Strepitoso Toni Servillo e ottimi i co-protagonisti a partire da Sabrina Ferilli e Carlo Verdone. Pletora di premi nazionali e internazionali.

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Toni Servillo è il protagonista del capolavoro di Paolo Sorrentino, “La grande bellezza”, che riconsegna all’Italia il premio Oscar come miglior film straniero.

Domenico Palattella

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