Cinema italiano, ladri, furti e rapine: il genere dell’action movie all’italiana

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Foto tratta dal film “Scuola di ladri”(1986), con Massimo Boldi, Paolo Villaggio e Lino Banfi, imbranati apprendisti ladri.

Nella storia del cinema italiano, tante sono le pellicole che hanno trattato argomenti legati ai furti, alle rapine, alle truffe, insomma alla preparazione di colpi epocali. Certo, il tutto, a differenza dei gangster movie all’americana, si svolge alla maniera italiana, quindi contaminando il genere con elementi da commedia, comici, esilaranti. Per cui alla proverbiale precisione degli amici di oltreoceano, fa da contraltare la superficialità degli italiani, brava gente, ma confusionari e caciaroni, quando si tratta di organizzare qualcosa nei minimi dettagli. L’action movie all’italiana dunque, come sottogenere della commedia, vede la partecipazione di tutti i migliori attori brillanti della storia del nostro cinema. Il film più importante e più famoso del genere è ovviamente “I soliti ignoti”(1958), che non solo dà l’avvio ufficialmente alla commedia all’italiana, ma si issa come precursore di tutta una serie di film della stesso genere. Quella dei “Soliti ignoti” è la storia di cinque poveracci- il fotografo Tiberio ( Mastroianni), il pugile Peppe ( Gassman), il ladro Mario ( Salvatori), il siciliano Ferribotte ( Murgia) e lo stalliere Capannelle ( Pisacane)- che riescono a farsi dare la soffiata di un colpo sicuro al monte di pietà. Vanno a lezione dallo scassinatore in pensione Dante Cruciani ( Totò) ma finiranno, anziché nella stanza della cassaforte, nella cucina di un appartamento, dove si consoleranno con una pentola di pasta e ceci. Il miglior film di Monicelli e la migliore commedia all’italiana di sempre. Un bel ritmo, piccole annotazioni gustose e una serie di personaggi sbozzati alla perfezione, che sono entrati a far parte della memoria collettiva. Gassman ( vincitore del Nastro d’argento) per la prima volta aveva una parte comica o brillante; la Cardinale e Murgia erano esordienti; Mastroianni si confermò a livelli altissimi, come uno dei talenti più splendenti del nostro cinema; e Totò memorabile nel ruolo dello scassinatore in pensione. Campione di incassi in Italia, e splendido successo anche negli Usa. Concorse inoltre all’Oscar come miglior film straniero. Due seguiti, uno immediato, con Manfredi al posto di Mastroianni (“L’audace colpo dei soliti ignoti“-1959); e uno trent’anni dopo nel 1986, con superstiti della squadra storica, soltanto Gassman, Mastroianni e Murgia (“I soliti ignoti vent’anni dopo).

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“I soliti ignoti”(1958) è il film che non solo inaugura la commedia all’italiana, ma è anche il precursore dell’ action movie all’italiana.
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L’immediato seguito dei “Soliti ignoti” si intitola “L’audace colpo dei soliti ignoti”(1959) e vede la conferma del cast del primo film. Unico cambio: Nino Manfredi nei panni di Pied’amaro, genio dei motori, sostituisce Marcello Mastroianni.

Già prima del film di Monicelli, c’era stato qualche timido abbozzo a trattare storie di ladri, furti e rapine. Nell’Italia moralizzante e moralizzatrice degli anni ’50, però, dove la censura asfissiante impediva qualunque azzardo, i tentativi di furti e rapine erano destinati ben presto a naufragare, o comunque nei protagonisti nel corso del film doveva instaurarsi una sorta di mutazione interiore, che potesse far capire i loro sbagli. Il più fulgido esempio di questo genere è “Anema e core”(1951), di Mario Mattoli, con Riccardo Billi e Mario Riva. Il film è cesellato per la celebre coppia, letteralmente cucito addosso alle loro qualità comiche, più l’apporto del tenore Ferruccio Tagliavini, che qua e là incanta il pubblico con le sue doti canore. I personaggi di Billi & Riva sono particolarmente riusciti, quelli dei due ladri per forza, che mentre tentano un colpo in casa di un impresario, rimangono folgorati dalla voce dell’elettricista ( Tagliavini), e decidono di investire tutti i loro risparmi per farlo esordire come tenore. La rapida metamorfosi ‘morale’ dei personaggi di Billi e Riva, da ladri a impresari musicali, è la cosa più bella del film e rende positivamente i loro personaggi, considerato anche l’Italia moralizzante e moralizzatrice di quegli anni, per cui neppure le commedie potevano permettersi di presentare stereotipi negativi, di malfattori, se non per punirli esemplarmente. Ci sarà il lieto fine per tutti, anche per i nostri eroi, che diventeranno ricchi facendo i manager del nuovo tenore. Sulla stessa falsariga, ma condotta con toni più drammatici, nel 1952 esce “Un ladro in paradiso”, che ha Nino Taranto come protagonista del film. E’ la storia di un ladruncolo che vive di imbrogli, e che quando finalmente trova un lavoro onesto, cade da un’impalcatura e deve essere operato: sotto anestesia incontrerà San Giuseppe che gli farà capire i suoi errori. L’umanità di questo ladruncolo, amabilmente interpretato da Nino Taranto, che usa i soldi delle refurtive per accendere ceri a San Giuseppe, che è andato a “scuola di aria: di pioggia quando pioveva e di sole nella bella stagione”, condannato ad un destino di fame e povertà, però redento di fronte al pericolo della morte, è la cosa più bella del film, e soprattutto ineccepibilmente “democristiana”, in regola con la morale dell’epoca.

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Riccardo Billi e Mario Riva, ladri per forza nel film “Anema e core”(1951).
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Nino Taranto e l’attrice francese Hélène Remy nel film “Un ladro in paradiso”(1952).

Un’ulteriore livello umano del rapporto tra ladro e guardia, peraltro ripreso anche dalla coppia composta da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia 17 anni dopo con “Franco e Ciccio ladro e guardia”, è “Guardie e ladri”(1952), da molti ritenuto il capolavoro della coppia composta da Totò e Aldo Fabrizi. E’ la storia, a tratti commovente, di un ladro perbene (Totò), inseguito da un brigadiere (Fabrizi), che deve acchiapparlo entro tre mesi, pena la radiazione dal corpo di polizia. I due finiranno per stringere amicizia, comprendendo le reciproche ragioni. Amabile spaccato di un’Italia ancora da ricostruire e che si arrangia come può: il pubblico vi si identificò e il successo fu enorme. Sulla stessa scia di umanità e descrizione dell’Italia dell’epoca, con Peppino De Filippo al posto di Aldo Fabrizi, esce nel 1956, “La banda degli onesti”, quasi una prove generale dei “Soliti ignoti”: un’elegia dei poveracci, che cercano di arrangiarsi ma non riescono neanche ad essere disonesti.

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Totò ladruncolo e Aldo Fabrizi guardia, fraternizzano in “Guardie e ladri”(1951), il loro capolavoro.

Dopo “I soliti ignoti”, Gassman è ancora protagonista di un film dedicato ai furti e alle rapine, e stavolta è mattatore assoluto della pellicola, così come il titolo che è proprio “Il mattatore”. La pellicola che tolse ogni dubbio, se mai ce ne fossero stati, circa la star quality comica dell’attore, consacra il talento comico e camaleontico di Gassman, il quale esibisce in maniera perfetta una serie infinita di travestimenti sciorinando atleticamente tutto il suo vasto repertorio. Nei panni di un attore drammatico diventato truffatore, Gassman da il meglio di se e può sciorinare tutta la sua istrionica bravura. Il film che segna l’incontro di Gassman con Dino Risi è un ritratto cinico e spassoso della voglia di arricchirsi alle spalle dell’ingenuità nazionale, alle soglie del Boom. La moglie di Gassman nel film, è la splendida Anna Maria Ferrero: i due ebbero anche una relazione che durò dal 1954 al 1961, e per un certo periodo si parlò anche di matrimonio. Nello stesso anno esce il delizioso “Ladro lui, ladra lei”, con uno strepitoso Sordi, ladro figlio di ladri e incapace di pensare ad altro che al furto, sullo sfondo di una Roma che si affaccia prepotentemente al boom economico.

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Splendido il personaggio di Sordi, ladro figlio di ladro, quindi ladro per forza nel film “Ladro lui, ladra lei”(1959), qui in scena con la bella e sensuale Sylva Koscina.

Arrivano gli anni ’60 e le maglie della censura, iniziano ad indebolirsi inesorabilmente. Si può osare di più, dal punto di vista sessuale, con i dialoghi, ma anche con la creazione di storie, più audaci in tutti i sensi. E allora anche i film dedicati alle truffe, iniziano ad essere più articolati e più intensi, più simili ai cosiddetti gangster movie all’americana. Nel 1962 esce nelle sale “Colpo gobbo all’italiana”, con Mario Carotenuto e Aroldo Tieri. Sorta di “Soliti ignoti” al contrario, “Colpo gobbo all’italiana” è una delle più belle commedie all’italiana del nostro cinema e rientra tra quelle pellicole meritevoli di un’ampia rivalutazione, ma oggi poco conosciute. La pellicola nacque da una geniale idea di Mario Carotenuto, presenza fissa del cinema italiano, dagli anni ’50 agli anni ’80, che proprio in quegli anni viveva il suo momento di massimo splendore. Da caratterista era stato promosso a “primo attore” sul campo e fioccavano per lui le parti di rilievo nella nascente commedia all’italiana. “Colpo gobbo all’italiana” mischia un pò di tutto: è un giallo, è una commedia all’italiana, è un action movie stile “Soliti ignoti”, è una commedia amarognola. C’è un pò di azione, di comicità, di romanticismo, di surrealismo. Insomma non manca proprio nulla, compresa l’estrema originalità della storia. Essa racconta del metronotte Orazio (A.Checchi ) che è un amico di tutti nel quartiere in cui svolge il proprio lavoro. Quando viene fatto un furto in una banca, il che accade proprio sotto la sua giurisdizione territoriale,Orazio per non cadere in disgrazie,si rivolge,per recuperare il maltolto, proprio ad alcuni lestofanti di bassa leva i quali,a loro volta,chiedono l’aiuto di un “professionista” di grande fama nel quartiere, ovvero Nando Paciocchi, un carismatico e frizzante Mario Carotenuto. E’ lui la vera forza della pellicola, qui anche autore del soggetto e co-sceneggiatore. L’innata capacità, più unica che rara di rendere credibile qualsiasi personaggio, soprattutto quando si tratta di un borgataro romano, è la chiave del suo successo. Ma la pellicola, furba e schietta, funziona anche perché ruota tutta su un efficace gioco di squadra, da parte di un’affiatata schiera di caratteristi e attori di eccelso livello: da macchietta Aroldo Tieri nei panni di Titillo, scassinatore che tratta le casseforti come fossero belle donne da corteggiare. Un film che riesce a farci riassaporare un’Italia che non esiste più, in puro stile da commedia all’italiana, ed anche delle più pregiate. Il maestro Lucio Fulci, grazie alla bravura dei caratteristi di contorno e ad un ispirato Carotenuto racconta di una Roma che non c’è più, di vizi e debolezze del “popolino” e di una solidarietà (non sempre spontaneamente sincera) tra reietti, che fa sempre il suo effetto (anche comico). Nello stesso anno “I quattro monaci” si issa tra i campioni di incassi della stagione. D’altronde il “poker d’assi” di protagonisti è stellare, ed è quanto di meglio il cinema italiano ha saputo offrire: e quanta roba! Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo, Nino Taranto e Macario nei panni rispettivamente di Frà Crispino, Frà Giocondo, Frà Gaudenzio e Frà Martino, trainano una pellicola che diverte con spensieratezza dal primo all’ultimo minuto. Il regista è Carlo Ludovico Bragaglia, che dirige il film con la consueta competenza e gestisce al meglio i tempi comici e la compresenza dei quattro leoni del palcoscenico, che invece di alternarsi davanti alla macchina da presa vivono le loro avventure perennemente e pericolosamente insieme. Un bella lezione di misura e di collaborazione comica per tempi, come i nostri, in cui spesso i film comici di cassetta non sono che vetrine per commedianti vanitosi, magari di estrazione televisiva, che si concedono col bilancino e non rischiano più di una scenetta in tandem, diciamo quella finale. “I quattro monaci” è un film fresco e pimpante, per famiglie e per cultori di una comicità popolare ma non volgare, che il tempo non ha inficiato. La pellicola è vagamente ispirata ad un fatto vero, accaduto qualche mese prima nel paesello siciliano di Mazzarino, in provincia di Caltanissetta. L’ operazione riuscì splendidamente, tanto dal punto di vista commerciale, per via di tutti quei nomi di richiamo; che da quello prettamente artistico, che anche se ottiene la solita negativa presa di posizione della critica, registra un ottimo affiatamento di squadra, tra i quattro grandi mattatori dello spettacolo, che poi erano anche molto amici nella vita di tutti i giorni. Infatti, è molto difficile non divertirsi quando sono in scena tutti i quattro protagonisti, e cioè quasi sempre. La pellicola fu girata in meno di un mese, da vero “instant movie”, per approfittare dell’eco suscitato in Italia dalla vicenda dei finti frati di Mazzarino. I quali, diversamente da quelli del film, erano frati veri, accusati di essere i capi mafia del paese e di avere compiuto una serie impressionante di estorsioni e delitti. La scena più divertente è quella della tentata fuga dal convento cui sono ospitati i quattro protagonisti, che poi decideranno di rimanerci, per mettere in atto i loro piccoli ricatti alla gente del luogo ed estorcere loro vettovaglie e piccole somme di denaro.

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Gino Bramieri, Nino Terzo e Mario Carotenuto in una scena del film “Colpo gobbo all’italiana”(1962), action movie in piena regola.
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Aldo Fabrizi, Nino Taranto, Erminio Macario e Peppino De Filippo nel film “I quattro monaci”(1962): poker d’assi della risata in un ballo di ladri. Ci si diverte!

E in questo pullulare di action movie, come già detto sopra contaminata da elementi tipici della commedia all’italiana, non può mancare la coppia comica per eccellenza del cinema nostrano, ovvero quella composta da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Quello che è ritenuto il miglior film della coppia, fa parte proprio di questo genere e si intitola “Come svaligiammo la Banca d’Italia”(1966). Il film narra dell’impresa di due fratelli pasticcioni, che riescono tra mille esilaranti peripezie a svaligiare il caveau della banca d’Italia, il tutto complicato dall’ingaggio di uno squinternato gruppo di ladruncoli da strapazzo. Indimenticabile l’abbigliamento dei due protagonisti, che sfoggiano improbabili maglioni in puro stile optical-geometrico. La stessa coppia cinque anni più tardi è protagonista del film “Il clan dei due borsalini”, altra parodia degli action movie americani, con la partecipazione di un giovanissimo Lino Banfi, allora “allievo” di Franchi e Ingrassia. Queste due pellicole della coppia, non erano altro che le parodie di un film che, quasi inaspettatamente, era stato campione di incassi assoluto della stagione 1965. Il titolo in questione è “Sette uomini d’oro”, di Marco Vicario e interpretato tra gli altri da attori del calibro di Philippe Leroy e Gastone Moschin. Il film di Vicario si pone esso stesso come satira dei più fortunati filoni spionistici e delle commedie giallorosa d’oltreoceano, ma ha al suo interno alcuni spunti chiaramente thriller, che lo pongono davvero come un unicum nella storia del cinema nostrano. Si narra la storia di una rapina meticolosissima, studiata nei minimi dettagli, da effettuare ai danni di una banca svizzera. Tutto è studiato fin nei minimi particolari, tanto che lo spettacolare colpo ha successo e i sette specialisti riescono a trafugare la refurtiva in Italia, fino a Napoli. Come si sottolineava poco fa, il film ha un grande successo, tanto da dar vita a un vero e proprio genere giallo-rosa italiano, un piccolo filone cinematografico che, con gli occhi puntati alle più rigorose produzioni americane, ne imita le strutture di base sfornando grandi quantità di lungometraggi per lo più a basso costo. Lo stesso Vicario gira l’anno successivo “Il grande colpo dei sette uomini d’oro” e produce nel 1968 “Sette volte sette”, diretto da Michele Lupo e interpretato ancora una volta da Gastone Moschin, con la new entry Raimondo Vianello. Il film si issa come un godibilissimo derivato dei “Sette uomini d’oro”, con invenzioni davvero innovative per l’epoca.

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Franco Franchi e Ciccio Ingrassia nel film “Come svaligiammo la banca d’Italia”(1966), parodia riuscita degli action movie americani.
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La locandina originale dell’action movie “Sette uomini d’oro”(1965), di Marco Vicario.

Nel 1966 il genere si arricchisce con uno dei film più celebrati della commedia all’italiana, ovvero “Operazione San Gennaro”, interpretato da Nino Manfredi e diretto da Dino Risi. Con la collaborazione dello stesso Manfredi alla sceneggiatura Dino Risi rimette in funzione la struttura dei “Soliti ignoti”, a partire dalla presenza, quasi fosse una benedizione, di Totò nel ruolo del vecchio ladro esperto che agisce dietro le quinte. Gradevole mistura di commedia ladresca con venature rosa, “Operazione San Gennaro”, è una deliziosa commedia giallo-rosa di ambientazione napoletana. Il film folkloristico e colorato è uno dei massimi successi degli anni ’60, ed uno dei film più famosi ancora oggi. Nino Manfredi ne è lo splendido protagonista, al fianco di un mirabile Totò a fine carriera. Tutto in mano ad un Manfredi, come sempre ineccepibile, il racconto procede lungo una traiettoria piacevole e divertente, con l’apoteosi finale dell’inseguimento in aeroporto, entrato nell’immaginario popolare. La scelta delle facce e dei tipi, i momenti di veracità napoletana e di folclore, nella descrizione di un preciso modo di intendere la vita, superano lo stato del cliché, rivelandosi più efficaci di tanti sociologismi da cinema impegnato. Una commedia all’italiana in grande stile. Da ricordare! E ovviamente soltanto qualche mese dopo, ne venne preparata l’immancabile, ma niente affatto spregevole, parodia, dal titolo “Operazione San Pietro”, interpretato da Lando Buzzanca, allora in auge nel genere parodistico e nella nascente commedia erotica.

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Nino Manfredi e Senta Berger in una scena del film “Operazione San Gennaro”(1966), action movie in salsa napoletana di estrema efficacia.

Negli anni ’70 ci sono ancora altri film del genere action movie da ricordare. Fra i principali, vanno ricordati “Il furto è l’anima del commercio”(1971), di Bruno Corbucci, con la trovata di provocare a Napoli una finta eruzione del Vesuvio allo scopo di aumentare le giocate al lotto; autori dello stratagemma sono una scalcinata banda di truffatori che si propongono di svaligiare un botteghino tra cui Alighiero Noschese barone spiantato ed Enrico Montesano il suo ingenuo nipote, Lino Banfi ed Enzo Cannavale. E ancora, menzione speciale merita “Febbre da cavallo”(1976), cult incontrastato del cinema italiano, interpretato da Enrico Montesano e Gigi Proietti, una delle ultime commedie all’italiana vecchia maniera, scevra da volgarità gratuite stile “Pierino”, con una coppia di interpreti rimasta nella memoria collettiva. Splendida la celebrazione dei perdenti e dell’arte di arrangiarsi, servita con un sense of humor irresistibile, che è la quintessenza della romanità cialtrona e bonaria di una volta. Infine va citato “Passi furtivi in una notte boia”(1976), con Walter Chiari e Carmen Villani. Il film ha un cast interessante, una vicenda intrigante, un’atmosfera provinciale: le carte in regola per un action movie di sicura riuscita. La storia si basa su un gruppo di ladruncoli che cerca di svaligiare la banca del paesello romagnolo in cui abitano e in cui è ambientata la vicenda. Capitanati dalla coppia composta da Chiari e dalla Villani, il colpo tra mille peripezie riesce, ma ciò che più colpisce, e per il cinema più popolare dell’epoca è una novità, è che il film è completamente scevro dalle volgarità dilaganti che in quegli anni andavano per la maggiore.

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Gigi Proietti ed Enrico Montesano nel film “Febbre da cavallo”(1976), diventato ben presto un vero e proprio cult movie.

Negli anni ’80 poi, bisogna citare altri tre titoli. Curiosamente tutti e tre hanno come filo conduttore la presenza di Paolo Villaggio, e sono “Bonnie e Clyde all’italiana”(1982), interpretato insieme ad Ornella Muti; “Scuola di ladri“(1986), interpreto insieme a Massimo Boldi e Lino Banfi; “Scuola di ladri, parte seconda”(1987), con il solo Massimo Boldi al fianco di Villaggio. In particolare gli ultimi due, sia pur inseriti nella farsa, di moda in quegli anni, meritano ben più di una fugace citazione. Il primo “Scuola di ladri” è a dir la verità superiore al secondo, forse perché c’è anche Lino Banfi, forse perché il trio comico è così eterogeneo e affiatato che alla lunga risulta molto simpatico ed anche efficace al punto giusto. E’ la storia di tre cugini spiantati che vengono addestrati e iniziati all’arte del furto, dal loro vecchio zio. Dovranno effettuare un grossissimo colpo in una villa di ricconi, che metteranno a segno non senza difficoltà di ogni tipo. Ci si diverte senza volgarità, come in tanti film dei nostalgici anni ’80.

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Ornella Muti e Paolo Villaggio in una scena del film “Bonnie e Clyde all’italiana”(1982).

In epoca più recente, come action movie colpisce la trilogia di “Smetto quando voglio”, diretto e ideato da Sydney Sibilia. E’ la storia di sette brillanti cervelli, laureati nelle discipline più complesse ma ormai senza lavoro, che hanno un’idea geniale per sconfiggere la (loro) crisi. Il primo film della trilogia è del 2013, e oltre ad essere un film che intercetta una condizione sociale diffusa, il precariato d’eccellenza, è anche un tuffo vertiginoso nel cinema contemporaneo di genere, soprattutto americano. Questa strana combinazione, ovvero una storia tipica della commedia italiana, certo rivista ai tempi della crisi, messa in scena come fosse un film hollywoodiano è il suo elemento di originalità. Per essere all’altezza di questo mandato, ed evitare la figuraccia del “vorrei ma non posso”, “Smetto quando voglio” garantisce sin dalle prime inquadrature aeree su di una Roma notturna, che a momenti sembra la Los Angeles, una qualità rilevante. Parliamo della fotografia (una color correction tipo “flou pop”, acida e satura), degli effetti speciali (misurati), della regia fresca, del montaggio ritmato e vivace. C’è inoltre un lavoro piuttosto riuscito sui personaggi, ben caratterizzati, soprattutto quando si pesca nel coro, nella banda, nelle seconde linee, in cui spiccano Paolo Calabresi e Stefano Fresi. Edoardo Leo, il protagonista, è trascinante, a volte troppo, mentre Valeria Solarino che interpreta la sua fidanzata fa non poca fatica a smussare i caratteri di un personaggio troppo rigido e monocorde. Il gruppo ritorna al completo nel 2017 con “Smetto quando voglio-Masterclass”, seguito del primo film della serie, che bissa lo stesso immutato successo di pubblico e critica. La banda decide di ricostituirsi quando una poliziotta offre al capo, Pietro Zinni (Edoardo Leo), uno sconto di pena e a tutto il gruppo la ripulitura della fedina penale, a patto che aiutino le forze dell’ordine a vincere la battaglia contro le smart drug. Così questi laureati costretti a campare di espedienti in un’Italia che non sa che farsene della loro cultura vanno a recuperare un paio di cervelli in fuga e lavorano insieme per stanare i creatori delle nuove droghe fatte con molecole non ancora illegali. Il terzo film della saga, uscirà tra il tardo autunno del 2017 e l’inverno del 2018, ma è stato girato in contemporanea con il secondo film.

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La locandina originale del film “Smetto quando voglio-Masterclass”(2017), il secondo film della saga ideata dal regista Sydney Sibilia.

Domenico Palattella

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