Sketch tratto da “Arrangiatevi!”(1959), con Peppino De Filippo e Totò

“Arrangiatevi!”, di Mauro Bolognini, è a ragione ritenuta una delle migliori pellicole e delle migliori commedie degli anni ’50: “fertilità d’invenzione, dialogo sagace, ritmo scorrevole e coraggioso impegno sociale”. Ma questo bel film, ambizioso e importante, non si limita ad affrontare il problema delle case che non ci sono ancora: affronta anche il problema di quelle che non ci sono più: le case chiuse, o case di piacere, o case di tolleranza. Fu girato infatti nell’ex bordello di via Fontanella Borghese a Roma chiuso da pochi giorni per effetto di una legge falsamente progressista, e che ha fatto epoca: la famosa “Legge Merlin”. Durante le riprese vi fu anche un litigio autentico di Totò e Peppino con un deputato missino che reputava scandaloso girare una pellicola in quei luoghi e farli dunque conoscere ai pochi che non li conoscevano. “La più divertente e importante commedia che il cinema italiano ci abbia dato negli ultimi anni” la definì un critico solitamente prudente come Morando Morandini. E per il tema trattato e per il coraggioso impegno sociale, la pellicola è anche una delle primissime commedie all’italiana. Un film triste, crepuscolare, vagamente malinconico, un estremo tentativo, riuscitissimo, di commedia neorealista, di una delle ultime immagini cinematografiche di un’Italia povera, sofferente, a testa bassa. I protagonisti del film sono Peppino De Filippo nei panni del capo famiglia Peppino Armentano, e la bravissima Laura Adani, che interpreta sua moglie Maria. Totò, in regime di partecipazione straordinaria, interpreta il ruolo del nonno Illuminato, padre di lei e suocero di Peppino. Infatti, per quanto siano insieme nel film, qui Totò e Peppino non sono una vera coppia comica come nelle altre loro pellicole, Peppino ha infatti un ruolo più importante di quello di Totò ( che nonostante ciò amava moltissimo il film). Splendido il finale, in cui la famiglia al completo trova il coraggio di reagire, in un’epica scena finale, in cui dalla finestra dello stabile Laura Adani grida al mondo intero che quella dove abitano è una casa come tutte le altre e che la rispettabilità di un luogo dipende dalla gente che lo abita e non dal suo passato. Un finale moralizzatore, con una presa di coscienza e una riconquista della dignità, quasi commovente.

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