Silvana Mangano, stile, glamour e raffinatezza: l’attrice dal “Riso amaro”

silvana mangano- copertina
Stile, glamour e raffinatezza, ovvero Silvana Mangano, la “diva” italiana dell’eleganza.

Tornando da Parigi, dove aveva presentato Caccia tragica, nel 1947, il regista Giuseppe De Santis assistette allo smistamento di un gruppo di mondine (lavoratrici stagionali delle risaie vercellesi) alla stazione di Milano. La massa di ragazze vocianti e la malinconia dei loro canti ricordarono al regista la sua inclinazione per le rappresentazioni corali di fatti sociali, e gli suggerirono dunque un film sull’argomento. Quel film sarebbe stato Riso amaro, uno dei massimi capolavori del cinema italiano, che pone al centro della scena le classi popolari e ad esse si rivolge in un dialogo ideale, denunciando lo sfruttamento della manodopera femminile e minorile, nell’ambito di un rispetto inossidabile per il mondo del lavoro. Intanto, una giovane ragazza di 16 anni vince il titolo di Miss Roma, bella, elegante, dalla bellezza scultorea. Il suo nome è Silvana Mangano. Nel 1948 legge che il regista neorealista Giuseppe De Santis, sta cercando un’attrice giovane e bella da affiancare a Vittorio Gassman, non ancora re della commedia all’italiana e a Doris Dowling. L’attrice si presentò al provino in mezzo a una folla di ragazze, ma il regista non ne scelse nessuna: nemmeno lei, che era troppo truccata e vestita in modo vistoso. Tempo dopo, passeggiando per via Veneto a Roma si scontrò col regista sotto la pioggia. Senza trucco, coi capelli bagnati e un aspetto dimesso, colpì De Santis che la sottopose a un secondo provino. Così lei ottenne la parte della protagonista Silvana Meliga. La Mangano, giovanissima mannequin, scalzò ai provini sia Gina Lollobrigida, che Lucia Bosè. La sua immagine fiera e indolente della mondina, con la maglietta attillata e le calze nere a metà coscia, diventa un’icona del cinema italiano. Così, con questa interpretazione la Mangano assurse allo status insindacabile di diva e anticipò con maggior gusto e finezza la figura della “maggiorata”, il modello di bellezza femminile che si sarebbe imposto di lì a poco, con Gina Lollobrigida e con Sophia Loren. Sul set di Riso amaro, Silvana Mangano conosce il futuro marito, il produttore cinematografico Dino De Laurentiis, e già l’anno successivo, nel 1949, con Il brigante Musolino, arriva il grande successo a livello internazionale, tanto che in America la soprannomineranno la “Rita Hayworth italiana”. Si sposa con Dino De Laurentiis e riceve numerose proposte da Hollywood, mentre decide di gestire attentamente la sua carriera cinematografica, ma non apparve mai sul palcoscenico o in lavori di prosa televisivi. Scelse buoni soggetti e si allontanò gradualmente dalla fisicità erotica dei suoi primi film a favore dell’eclettismo interpretativo, come per la ballerina di night-club che prenderà i voti nel film Anna di Alberto Lattuada (1951), primo film italiano a toccare il miliardo di lire d’incasso, nel quale balla il famoso El negro Zumbon (ricordato da Nanni Moretti a distanza di quarant’anni nel film Caro diario). Nella sua prima co-produzione ad alto budget, Ulisse(1954) di Mario Camerini con Kirk Douglas e Anthony Quinn, l’attrice interpretò due personaggi, Penelope e la Maga Circe, e questo rappresentò la consacrazione definitiva a diva del cinema internazionale, confermata quello stesso anno dall’essere stata musa del maestro De Sica, nel film L’oro di Napoli.

silvana mangano foto 2
Silvana Mangano, mondina di De Santis, entra nell’immaginario comune con “Riso amaro”(1949) e si afferma come sex symbol italiana del dopoguerra.

Con l’Ulisse di Mario Camerini, avviene la sua consacrazione cinematografica. Ma la sua inusuale raffinatezza, nei modi, nei gesti, nel vestire e nello stile interpretativo la issano come la diva più “raffinata” del panorama cinematografico mondiale. Con questo film, la fisicità erotica dei suoi primi lavori, lascia spazio ad uno stile “glamour”, che di certo testimonia la grande intelligenza dell’attrice. Sempre molto attenta all’evoluzione della sua immagine, è soprattutto negli anni ’60, che l’attrice dà prova della sua versatilità, in ruoli complessi, attentamente selezionati, anche in collaborazione con il marito Dino De Laurentiis, produttore cinematografico dei suoi massimi capolavori. Gli anni ’60, sono quelli della piena maturità artistica di Silvana Mangano, che con grande intuito, sceglie ritratti di donne multiformi, diversi l’una dall’altra e non racchiudibili in un unico preciso cliché. Quel che è sempre uguale, è il suo stile “raffinato”, ravvisabile sia nei film interpretati che quando è presente alle serate di gala delle più importanti kroisette nazionali e internazionali: Cannes, Venezia, Taormina. Nel 1960 è una popolana, moglie di Vittorio Gassman, nel giallo-comico di Mario Camerini, dal titolo Crimen; ma è anche una donna slava che lotta contro le forze naziste in Jovanka e le altre (1960) di Martin Ritt, accettando di tagliare a zero i suoi lunghi capelli per la parte e finendo sulla copertina della rivista americana “Life”.

silvana mangano 4
Silvana Mangano con i capelli corti, nell’intensa interpretazione del film “Jovanka e le altre”(1960)

E’ dal 1961 al 1967, però, che Silvana Mangano interpreta i suoi ritratti di donna più riusciti, quelli memorabili, raffinati, intensi, tormentati, introspettivi, che la rendono unica nel panorama cinematografico, non solo nazionale. Profonda e intensa, quasi sopra ogni previsione, la sua interpretazione di Edda Ciano Mussolini, nel film di Carlo Lizzani, Il processo di Verona(1961), che le valse il suo primo David di Donatello, come miglior attrice protagonista e il suo secondo Nastro d’argento per la stessa categoria. Altro ritratto di donna memorabile degli anni ’60 è quello de La mia signora(1965) una delle più importanti commedie all’italiana degli anni ’60. Diviso in cinque episodi, il film, è un magnifico assolo a due, di Alberto Sordi e Silvana Mangano, protagonisti in coppia di tutti gli sketch che compongono la pellicola. Silvana Mangano e Alberto Sordi, grandi amici anche fuori dal set, sfoderano tutta la loro enorme bravura in quasi due ore di film. Assolutamente strepitosi nell’episodio intitolato Eritrea, quello in cui per ottenere un appalto un industrialotto ingaggia una prostituta da spacciare come propria moglie a un ministro donnaiolo. Un episodio capolavoro, una spanna al di sopra degli sketch in voga in quegli anni, ma che è allo stesso tempo uno dei migliori ritratti di donna della storia del cinema italiano: emancipata, sensuale, raffinata, Silvana Mangano supera se stessa. Un gioiello. E due anni dopo, nel 1967, quasi ad omaggiare un’ incredibile diva come Silvana Mangano, il fior fiore dei maestri del cinema italiano, si fanno letteralmente in “cinque” per lei. In questo anno esce nelle sale italiane ed europee il capolavoro corale Le streghe, secondo monumento alle doti interpretative della grande Silvana Mangano dopo La mia signora di due anni prima. Uno dei film a episodi più interessanti dell’epoca, stavolta a dirigere la strepitosa attrice romana, vi sono ognuno a turno, cinque maestri indiscussi del cinema italiano: Visconti, Bolognini, Pasolini, F.Rossi e De Sica. E non solo, a far da spalla, a turno vi sono attori di fama nazionale ed internazionale come Alberto Sordi, Clint Eastwood e il grande Totò. Strepitosa, davvero strepitosa la Mangano: isterica ed elegante nel primo episodio, divertente nel secondo, bamboleggiante e stralunata nel terzo, bellissima nel quarto e fellineggiante nel quinto. Un riassunto di tutte le doti di una vera “diva”: immensa. E meritatamente, si aggiudicò il David di Donatello come miglior interprete femminile della stagione 1967. Negli anni seguenti fu Musa prediletta di maestri come Pasolini e Visconti. Per il regista romano, fu una splendida Giocasta nel film Edipo re (1967), interpretò una madre borghese e disorientata in Teorema (1968) con Massimo Girotti e Terence Stamp, quindi una partecipazione straordinaria nelle vesti della Madonna nel Decameron (1971) (il suo cameo in questo film si può considerare come una sorta di “risarcimento affettivo” da parte dell’amico Pasolini per la delusione della Mangano in seguito alle dure critiche ricevute da Teorema). E’ poi con Morte a Venezia(1971), di Luchino Visconti, che la Mangano raggiunge il massimo del suo divismo raffinato e malinconico, in un film perfetto che rievoca e contempla la fine di un mondo aristocratico, colto, elegiaco, come quello dell’Italia Umbertina di inizio ‘900. Ma a breve verrà la guerra e spazzerà via quel mondo decadente, artistico, raffinato descritto deliziosamente da autori come Thomas Mann e Gabriele D’Annunzio.

silvana mangano foto 1
Silvana Mangano sul set di uno dei suoi tanti film. Siamo negli anni ’50 e lei è la diva italiana più elegante e sofisticata.

Ma Silvana, dotata di questa raffinatezza inusuale, quasi d’altri tempi, era anche una donna piuttosto controversa. Fin dal primo rumoroso successo che l’aveva proclamata diva a diciott’anni, aveva odiato il proprio corpo come segno ingovernabile di una femminilità troppo esplicita, e che la iscriveva, di diritto, tra le “maggiorate fisiche” allora in gran voga (Gina Lollobrigida, Sophia Loren, Silvana Pampanini, e le altre). E, dal primo momento, si era tenacemente applicata a distruggere, innanzitutto, I’elemento materiale, naturale, per dir così, del suo stesso successo: mangiava sempre di meno, fumava sempre di più. E tuttavia la sua bellezza, come osserva Pasolini nella lettera accorata con cui le si rivolge, intuendo quanto lo scandalo di Teorema l’avesse ferita, non aveva fatto altro che accrescersi.

“Nell’amarezza che provo, e che mi investe tutto – le scrive – ha un ruolo importante la sensazione che il tuo lavoro con me non ti abbia dato la soddisfazione che io speravo. (Tu, infinitamente più ‘amara’ e più saggia di me, non avevi di queste speranze, lo so). Ma forse su questa amarezza si fonda la nostra collaborazione, così magicamente solidale. Siamo egualmente puntuali e ligi come ragazzini bravi a scuola, non è vero? E abbiamo un ben radicato senso del nostro dovere. Non mi era difficile contemplare tutti questi aspetti della tua natura: puntualità, senso del dovere, lealtà mentre lavoravamo insieme, nel Marocco, a Roma, a Milano. Ed è tutto questo, strano a dirsi, che produce il mistero della tua bellezza. La tua bellezza amara: che si offre, incombente, come una teofania, uno splendore di perla. Resta la realtà della tua lontananza, come una lastra di vetro fra te e il mondo. Anche se non ce lo siamo mai detto (dato il selvaggio pudore), la mia anima era spesso con te, dietro quel vetro”. (Pier Paolo Pasolini)

z- silvana mangano 6
Silvana Mangano con Vittorio Gassman e Alberto Sordi nel capolavoro di Mario Monicelli, “La grande guerra”(1959).

L’incontro con Dino De Laurentiis l’uomo del “Destino” con la D maiuscola, l’Autore, per la mondina di Riso amaro, di un futuro eccezionale razionalmente accettato ed orgogliosamente difeso davanti agli altri: ma, forse, nell’angoscia o almeno nell’inquietudine che avrebbe fin dal principio minato una vita come quella di Silvana, ricca di tutti i privilegi possibili ed immaginabili (ed anche di più), sempre intimamente contestati. Esplicativo in tal senso, il film ad episodi, firmato da Alessandro Blasetti, Io, io, io… e gli altri(1965), in cui il regista racconta, sotto forma di parabola, la vera vita di Silvana Mangano, l’attore Walter Chiari, nel ruolo d’uno scrittore-giornalista che fa un’inchiesta sull’egoismo umano, decide di mettersi nei panni del marito della protagonista, una grande star cinematografica, per riuscire a capire il rancore di lei verso un uomo, “che le ha dato tutto”. E le chiede: “Dimmi che cosa ti ho tolto? Non mi dirai che avevi ideali domestici?”.

silvana mangano foto 6
Lo charme ineguagliabile di Silvana Mangano, definita la diva dalla bellezza aristocratica.

Il matrimonio con Dino De Laurentis, Silvana lo ha accettato soltanto dopo ben sei richieste di matrimonio, e la rivelazione a un giornalista straniero che sui set di Riso amaro lei chiamava il produttore “Er padroncino” fa esplodere le contraddizioni cruciali della donna. Silvana vive in una cornice di fasto che soltanto la sua caparbia ricerca dell’eleganza “nuda”, autentica, può salvare dal cattivo gusto… E la salva, dalla villa sull’Appia Antica, alla villa sulla costa Azzurra, a Roquebrune, infine a Villa Catena, a Poli, dove La regina pentita regna in un isolamento regale. Una pattuglia scelta di amici, Mauro Bolognini, Alberto Lattuada, e Monicelli, Comencini, De Sica, Roberto Cappucci, Vittorio Gassman, testimonierà variamente, nel tempo, l’itinerario del lusso coniugato alla devozione quasi umile per la cultura, che la Diva si stava accanitamente scavando. A un certo punto, Dino finirà col lamentarsi delle letture della moglie che, dice gli fanno venire il mal di testa e cita, ad esempio, “Processo e morte di Socrate”. Tra una gravidanza e l’altra – nascono quattro figli, Veronica, Raffaella, l’amatissimo unico maschio, Federico, ed infine Francesca – Silvana continua a fare film, soprattutto perché è il marito, diventato il Tycoon cinematografico italiano, a chiederglielo. E non solo lui: confesserà infatti, l’attrice, in una delle sue rarissime interviste:

“Da ragazza facevo del cinema e i miei arricciavano il naso. Adesso che non voglio più farne, sono loro che mi spingono. Mi parlano perfino dei doveri che ho verso il pubblico”. (Silvana Mangano)

Pasolini prima, Visconti poi (nel 1971, il grande regista disegnerà per lei il misterioso e affascinante personaggio della madre di Tazslo, in Morte a Venezia), e su un altro piano, l’amicizia di Alberto Sordi, probabilmente l’unica che Albertone avrebbe sposato, che la convincerà a provarsi nel genere comico, non basteranno ad acquietare la sua indole, quella sua aria di insoddisfazione, di amarezza, che contraddistingueranno sempre il suo lato più intimo, più nascosto. E forse, a questo punto, si potrebbe azzardare una ipotesi: che negli anni in cui Silvana Mangano ha vissuto mietendo successi, non esistevano ancora gli strumenti per leggere, in una chiave non esclusivamente “caratteriale”, ma piuttosto storica e culturale, le contraddizioni che insidiavano una esistenza femminile pur eccezionalmente fortunata. E’ per questa ragione, infatti, che la Mangano, oltre ad essere stata la “diva” dell’eleganza, è stata definita l’attrice dal “Riso amaro”.

z- silvana mangano 9
Silvana Mangano con Vittorio De Sica sul set de “Le streghe”(1967). Era tornata a lavorare con lui, tredici anni dopo lo strepitoso successo de “L’oro di Napoli”(1954).

Domenico Palattella

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...