Peppino De Filippo: cinema, ricordi e pensieri in libertà

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Foto di scena che ritrae il grande Peppino De Filippo in “Le tentazioni del dottor Antonio”, episodio del film corale “Boccaccio ’70″(1962), di Federico Fellini.

•Il Peppino pensiero. Far piangere è meno difficile che far ridere; per questo preferisco e ammiro il genere farsesco da qualsiasi parte derivi, purché abbia stile e insegnamento. Io sono sicuro che il dramma della nostra vita, di solito, si nasconde nel convulso di una risata provocata da un’azione qualsiasi che a noi è sembrata comica. Sono convinto, insomma, che spesso nelle lacrime di una gioia si celino quelle del dolore. Allora la tragedia nasce e la farsa, la bella farsa si compie.


•Ricordi. Non direi che l’erede moderno della Commedia dell’Arte sia Eduardo De Filippo. Si sente che le sue opere sono completamente scritte, molto strutturate, che tendono verso qualche cosa. Al cinema, ma anche al teatro, si può ritrovare questa atmosfera di improvvisazione soltanto in Peppino De Filippo. (Raffaello Matarazzo)


•Ricordi. Gli attori sono dei mostri, pieni di sé, ci sono quelli come Totò, cioè un fenomeno, o Peppino, che fa schiattare dal ridere, o Tina Pica, che era un’ignorante spaventosa, però dietro aveva la forza di tutto il teatro: infatti era la figlia di Pica, che era “don Anselmo Tartaglia”, quindi era in lei la comicità, perché era nata sul palcoscenico. (Vittorio Metz)


•Ricordi. Nelle prove Peppino sembrava che non facesse niente, se ne stava lì sornione e annoiato, poi al ciak si scatenava. Era un artista di grande professione e, anche, una persona che amava scherzare nella vita. Ricordo che una volta, su suo suggerimento, telefonammo a Fabrizi facendogli credere che la Faldini, la compagna di Totò, fosse un’ammiratrice che ci stava e che gli dava un appuntamento. Sul lavoro, aveva dei tempi comici fantastici che gli venivano dal teatro napoletano. Tempi che oggi chi ce li ha più? Secondo qualcuno, come attore e non come autore, era più bravo del fratello. E nel cinematografo proabilmente è stato così. (Steno)


•Ricordi. Peppino? Un uomo adorabile, elegante nei modi e nell’animo. Un artista di grande intelligenza, oltre che un autore di farse e commedie tuttora di grande freschezza. Come comico il più grande. Lui era l’estro, la fantasia, l’invenzione. Nel camerino di Totò, dove si provavano le scene, le migliori gag erano le sue. Quando entrava in scena lui, gli altri sparivano. Eduardo compreso. (Aroldo Tieri)


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Peppino De Filippo insieme a Giulietta Masina in una scena del film “Luci del varietà”(1950), di Alberto Lattuada e Federico Fellini.

•Ricordi. Io non sono napoletano, ma di fronte a Peppino, non so come, mi capita sempre di diventarlo. (Indro Montanelli)


•Ricordi. La comicità di Peppino era esplosiva come una forza della natura. Chi non l’ha visto non può immaginare cosa fossero i suoi lazzi, le sue improvvisazioni, le sue uscite: cambiava battute da una sera all’altra, come un attore del vecchio San Carlino. Al solo vederlo in scena il pubblico scoppiava a ridere fragorosamente. Aveva la faccia impassibile dei grandi comici: ed era dalla sua faccia che partiva quella forza dirompente che provocava nello spettatore la risata liberatrice di tutti i pensieri. (Gaetano Afeltra, Corriere della Sera, 24 marzo 1990)


•Il Peppino pensiero. Se potessimo nascere vecchi e morire giovani…moriremmo tutti felicemente perché, mano a mano che ringiovaniremmo, dimenticheremmo rimorsi e pentimenti, dimenticheremmo tutto e moriremmo senza neanche avvedercene nella più perfetta incoscienza, lieti e felici senza paura di perdere l’anima.


•Ricordi. Una metà del volto di Peppino De Filippo è coperta dal buio, come in un’eclisse della tristezza dell’uomo, e attraverso questa contemplazione del silenzio e della morte si arriva all’altra metà, quella del sorriso, della risata senza ostacoli. (Salvatore Quasimodo)


•Cinema: Luci del Varietà. Quando parlammo di questa idea, di un film sull’avanspettacolo a Carlo Ponti, ci disse che il soggetto non andava, era un argomento che non funzionava. Noi andammo avanti lo stesso, a scrivere la sceneggiatura. Poi venimmo a sapere che Ponti aveva messo in cantiere un film con lo stesso argomento, “Vita da cani”. Torniamo da Ponti e ci dice: “Ma cosa volete fare? Sul mio ci sono Fabrizi e la Lollobrigida! Non farete una lira”. Effettivamente il film in Italia non ottenne il successo sperato, ma piacque molto all’estero, e soprattutto alla critica, che lo ha ritenuto fin da subito superiore al similare film di Ponti. Il film lo girai in collaborazione con Federico Fellini, però il carattere di Peppino, che quì è straordinario, lo impostai io. (Alberto Lattuada)


•Cinema: Luci del varietà. Peppino ha qui un’occasione con i fiocchi, il ruolo a cui ogni comico ambisce almeno una volta nella vita, lo stesso che si riserverà Chaplin in un film dal titolo e dalla storia affini realizzato l’anno seguente, “Luci della ribaltà”: con la differenza che il Calvero di Chaplin è stato un grande attore, dunque alla fine non può che morire; il Checco di Peppino grande non lo è stato mai, e allora sopravvive, anche perché la speranza tiene in vita molto più dei ricordi. C’è naturalmente qualcosa di autobiografico in questo personaggio, che dovette ricordare all’attore la seconda metà degli anni ’20, quando batteva le piazze dell’Italia centrale con guitti disposti a tutto, spinti e ispirati molto più dalla fame che dall’arte. E infatti Peppino è bravissimo nel tratteggiare senza eccessi, anzi in modo estremamente sorvegliato, l’artista semifallito che si porta la mediocrità stampata sul volto, che si lascia sopraffare da un amore giovane e crudele. (Enrico Giacovelli)

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Peppino, con il fratello Eduardo. Il loro fu un amore-odio durato tutta la vita. E se Eduardo come autore è stato nettamente più grande del fratello Peppino; come attore cinematografico nettamente superiore è stato Peppino, dall’alto dei suoi 94 film interpretati.

•Cinema: Un giorno in pretura. Il mio amico, notissimo regista, Steno mi venne a proporre di girare “Un giorno in pretura”. Il film avrebbe avuto come protagonisti Silvana Pampanini e io. Il soggetto si sarebbe articolato in alcuni piacevolissimi episodi. Infatti ebbe successo e fu il primo del genere in Italia. 


•Il Peppino pensiero. Io son sicuro che anche un film comico deve essere immaginato, scritto e realizzato con la stessa serietà che si adopera per i film seri. Per me, la comicità è una cosa seria. I produttori, spesso si servono di un attore di teatro solo per sentito dire, mai per averlo seguito personalmente. Il teatro, credete, dovrebbe essere il vivaio del cinema, e non viceversa.


•Cinema: Boccaccio ’70. Dopo “Luci del varietà”, a distanza di parecchi anni, ebbi modo di collaborare ancora una volta con Fellini e precisamente nel film “Boccaccio ’70”. Una storia formata da quattro episodi, ognuno diretto da un regista celebre, tra questi appunto Fellini. Il film ottenne molta notorietà e io, per quello che mi riguardava, ebbi l’occasione di trarne un prestigio artistico personale grazie, soprattutto, a tre coefficienti di importanza capitale: un ottimo testo, la regia di Fellini e (immodestamente) la mia prestazione di interprete principale che volli (e seppi) curare in piena coscienza professionale.


•Ricordi. Venivano dalla tradizione centenaria del teatro dell’arte. Andavano a soggetto, avevano una traccia, due o tre battute fondamentali e su quello ricamavano per le mezz’ore. Erano talmente affiatati che bisognava calmarli, altrimenti andavano avanti all’infinito. Totò era così, ma non soltanto lui, anche Peppino, Aldo Fabrizi e Nino Taranto.   (Mario Monicelli)


•Ricordi. Gli sceneggiatori non si spremevano molto le meningi. Io, che agli stabilimenti della De Paolis me ne stavo sempre attaccato a Peppino e Totò, vedevo che tutte le mattine gli davano dei fogliettini fatti giorno per giorno, senza capo né coda. “Ma noi qui ci roviniamo la faccia” dicevano. E allora cercavano disperatamente una soluzione per non rimetterci troppo. Un giorno sento che Peppino dice a Totò: “Senti, perché non rivoltiamo la situazione che c’è in Miseria e nobiltà, dove al comico veniva dettata una lettera?” (Teddy Reno, tra gli interpreti di Totò, Peppino e la…malafemmina)

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Peppino De Filippo e Totò in una scena del film “Totò, Peppino e i fuorilegge”(1956).

Cinema: Arrangiatevi. “Arrangiatevi!” fu girato in gran parte nella casa di tolleranza d’alto bordo di via Fontanella Borghese, a Roma. Dopo l’avvento della Legge Merlin, le case erano state chiuse da una decina di giorni: quando vi entrammo per cominciare le riprese c’erano ancora le persiane fermate con il lucchetto e tutto l’arredamento intatto, e seduta in un angolo trovai la tenutaria, vestita di nero come se fosse a lutto. Quando, per girare, togliemmo i lucchetti alle persiane accadde il finimondo, perché i vicini non avevano mai visto quelle finestre spalancate. Ci fu persino un violento litigio tra Totò, Peppino De Filippo e l’onorevole Michelini del MSI che abitava nei pressi e sosteneva che era uno sconcio, un vero scandalo, che non si doveva mettere in mostra un ambientaccio simile, e di quel passo dove diamine sarebbe finita la moralità? La gente, invece, e soprattutto quella bene, appariva intrigatissima dal casino. Difatti, siccome nel film c’era Laura Adani, allora duchessa Visconti, avemmo svariate invasioni di blasonati che, con la scusa di farle un saluto, curiosavano in giro, fra i lazzi di Peppino che, dato il luogo, non aveva difficoltà a fare dell’umorismo un pò pesante, pungolato dalle risate di Laura Adani. Allora Totò interveniva per redarguirlo. Diceva alla Adani: “Lei è la duchessa Visconti, non può accettare che in sua presenza si dicano delle cose indecenti”. (Mauro Bolognini)


•Cinema: Arrangiatevi. La più divertente e importante commedia che il cinema italiano ci abbia dato negli ultimi anni. (Morando Morandini)


•Cinema: Arrangiatevi. In “Arrangiatevi!” tornano assieme Totò e Peppino, bravi come sempre, anche se quì non sono una vera coppia comica come negli altri loro film. Per la prima volta Peppino ha un ruolo più importante di quello di Totò (negli altri l’importanza era pari), il quale nonostante ciò amava moltissimo il film, così come Peppino che lo ha sempre messo in cima alle sue preferenze. (Enrico Giacovelli)


•Ricordi. Fra loro c’era complicità, cameratismo. Sui cani, poi, si intendevano molto bene: Totò aveva per loro un grande amore, li proteggeva tutti, Peppino teneva molto bene i suoi e aveva fatto un cimiterino nella sua villa, devo dire molto commovente. Il rapporto tra Totò e Peppino era quello di vecchi compagni di gioventù che si ritrovano, escono a cena, tu li inviti a casa, loro ti invitano a casa loro… (Franca Faldini, la compagna di Totò)


•Il Peppino pensiero. Il pubblico non considera poeti gli attori comici e questo è un grande errore, un errore enorme, perché nella risata c’è una grande poesia. Quando è fatta bene, quando uno ride convinto o quando credi di trovarti di fronte a un clown o di fronte a un pagliaccio.


•Ricordi. Purtroppo non ho mai conosciuto Peppino De Filippo e lui è sicuramente di quelle persone che ti rammarichi di non aver conosciuto. Però l’ho visto a teatro. Ricordo che la prima volta che l’ho visto davano “A che servono questi quattrini”, e io ho visto lui, Peppino, che passeggiava, co’ ‘e ‘mmane dietro, e m’ha dato l’idea, come forse anche noi diamo agli altri, di una persona molto seria, molto tranquilla. Lui, secondo me, è come ‘o sillabario. Quando io l’immagino, l’immagino puro, immagino cioè una comicità allo stato puro. Si può immaginare che la comicità pura sia anche di Totò, e invece no, Totò è già chella elaborata. Io credo, cioè, che della comicità portata al livello di Peppino non ne può fare a meno nessun comico. Eduardo si è affinato più nel classico, Totò nel surreale, in quello che lui è riuscito a inventarsi come personaggio, Peppino nella normalità era il massimo. Ma è un caso stranissimo che mi ritrovi, proprio ora, a parlare di Peppino, in un momento in cui io, dovendomi calare nel personaggio di Pulcinella (nel film che sto girando con Ettore Scola, “Il viaggio di Capitan Fracassa”), non so per quale mistero, non so per quale spinta interiore, per quale intuizione, che poi è quella che fa fare ogni cosa, ho pensato a Peppino. Ho pensato alla napoletanità trasmessa in un certo modo, io dico, del ritmo, nei tempi, nei tempi comici, nell’inclinazione della voce: la sua comicità irresistibile. Lui, secondo me, è tutto quello che c’è in più prima dell’invenzione. Credo che lui abbia fatto eccezionale quello che si pensa che qualunque comico debba avere come bagaglio naturale: lui l’ha fatto assurgere a eccezionalità. (Massimo Troisi, nel 1990)

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Peppino De Filippo pretore, in “Un giorno in pretura”(1953), tra i campioni di incassi degli anni ’50.

•Ricordi. Come si può parlare di Peppino, di Totò, di Buster Keaton? Sono fenomeni naturali, quasi inspiegabili. Peppino è stato senza dubbio una delle maschere più pure ed entusiasmanti della grande barca dei comici che era la Commedia dell’Arte; un capocomico surreale e imprevedibile che qualsiasi teatro del mondo ci poteva invidiare tanto era particolare e seducente. Peppino mi faceva proprio morire dal ridere; con un’incoscienza totale e una capacità di controllarla altrettanto totale, sapeva mettere in piedi i più irresistibili e paradossali sketch. E’ stato un compagno di viaggio pieno di simpatia e intelligenza anche quando tendeva a essere un pò scontroso: dopo poco tornava a fare le piroette. (Federico Fellini)


•Il Peppino pensiero. Come voglio essere ricordato? Niente, che apprezzino la mia fatica e basta. Io non ho presunzioni di farmi un monumento né come autore né come attore, io voglio fare la mia professione e basta, e non altro. Quelli che sono passati, sono passati e non esistono più. Quando io sono finito, per me è finito tutto. Adesso in bisogna che saluti il pubblico. Io vi ringrazio, auguri a voi, tanto bene, tanto e speriamo di rivederci ancora una volta…

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Un ritratto di Peppino De Filippo, con dedica al lato.

Domenico Palattella

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