Le tre pellicole memorabili del grande Renato Rascel

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Il grande Renato Rascel è stato un personaggio unico nel panorama dello spettacolo italiano, che ha avuto tanti comici ma non ha avuto mai un altro attore completo come lui.

Teatro, cinema, rivista, canto e ballo, forse nessuno è riuscito a fare di più. Ma soprattutto forse nessuno è riuscito a fare tutto così bene.

Il cappotto(1952)/ Policarpo, ufficiale di scrittura(1959)/ Il corazziere(1961)

Renato Rascel ha vissuto gran parte del suo successo nel cinematografo, dove ha interpretato quasi 50 film, che gli diedero grandissime soddisfazioni. Ma per lui il cinema non è stato, come accaduto a molti altri artisti di teatro, una parentesi, ma un continuo successo e una continua sperimentazione, un pò come Totò. La sua filmografia è, infatti, piena zeppa di titoli di successo e di alcune pellicole che rasentano il capolavoro. Su tutte ne vanno segnalate almeno tre, che per tanti motivi, tra cui la valenza artistica e l’importanza che rivestono nella storia del cinema italiano, sono da annoverarsi tra i migliori prodotti del cinema nazionale. Il cappotto(1952), ottenne applausi scroscianti a Cannes e permise a Rascel di aggiudicarsi il prestigioso Nastro d’argento per la migliore interpretazione; Policarpo, ufficiale di scrittura(1959), che vinse a Cannes il premio come miglior commedia dell’annata, fece conseguire all’attore romano il David di Donatello come miglior attore protagonista; Il corazziere(1961), che si basa sull’omonima macchietta rasceliana, è uno degli ultimi grandi film di Rascel, che ripercorre con intelligente ironia, la strada dei contemporanei film comici “impegnati” come Tutti a casa, rivisitando momenti di storia patria. Andiamo ora a ripercorrere la storia di queste tre pellicole, gioiellini indiscussi del nostro cinema.

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48 film, 60 lavori teatrali, 30 programmi televisivi, 100 trasmissioni radiofoniche, 300 incisioni ed esecuzioni musicali: i numeri della strepitosa carriera di Renato Rascel, l’artista più completo del panorama nazionale.

• Il cappotto(1952), regia di Alberto Lattuada. Con Renato Rascel, Yvonne Sanson, Giulio Stival, Antonella Lualdi, Giulio Calì.

Nel 1952 esce Il cappotto, forse il suo miglior film, di certo è il film che dà la massima notorietà internazionale all’attore romano, insieme al “Policarpo de Tappetti”, di qualche anno più tardi. Tratto dal racconto omonimo di Gogol, grande narratore russo, la sua creazione deve essere andata più o meno così: si dice che sia stato un ammiratore siciliano a regalare a Rascel il racconto di Gogol, sostenendo che il personaggio di Akai avesse in comune con lui molti tratti. Rascel, pur impegnato in quel periodo nella rappresentazione in giro per lo stivale della commedia musicale Attanasio cavallo vanesio, rimane colpito dal racconto e contatta il produttore Turi Vasile, il quale ha prodotto molti altri suoi film, per metterne in atto una versione cinematografica. La regia viene affidata inizialmente a Luigi Comencini (che di lì a poco avrebbe girato Pane, amore e fantasia), ma poi passa ad Alberto Lattuada, grande maestro crepuscolare del nostro cinema, che porta nella sceneggiatura nomi come Cesare Zavattini, Luigi Malerba, Giorgio Prosperi, Giordano Corsi, Enzo Curreli e Leonardo Sinisgalli. L’aver affidato la regia ad una personalità come Lattuada, è una grande fortuna per tutti, e l’intuizione di girare il film a Pavia, a causa dei contemporanei impegni teatrali di Rascel nella città lombarda, fu una mossa promossa a pieni voti. La pellicola si può considerare una delle più riuscite di Lattuada che, liberatosi dall’influenza neorealista, rivela tutto il suo pessimismo venato di malinconia, ancor più sottolineato dall’ironica e amara descrizione del mondo in cui si muove De Carmine/Rascel: i discorsi del sindaco, la seduta del consiglio comunale, i dialoghi surreali della burocrazia («Chiami il cancelliere». «E’ morto! ». «Morto? ».«Morto, morto». «Lo sostituisca»). Il cappotto è il primo film italiano d’autore a svincolarsi dal nodo neorealista, raffreddando la dimensione patetica e melodrammatica del racconto gogoliano e accentuandone razionalmente quella ironica e satirica in equilibrata coesistenza tra realistico e fantastico. Al successo enorme del film contribuisce non poco l’interpretazione di Rascel, qui al suo primo ruolo drammatico, che oscilla magistralmente tra il patetico e il grottesco.

Il cappotto (1952)
La locandina originale de “Il cappotto”(1952).

Renato interpreta l’umile scrivano comunale Carmine De Carmine, oppresso dalla miseria, dalla timidezza, da una sorta di complesso di inferiorità che lo rende lo zimbello dei suoi colleghi e gli vieta ogni considerazione da parte dei superiori. Un giorno realizza un antico sogno: comprarsi un cappotto nuovo, bello, caldo e di buona stoffa, che sostituisca la logora e sdrucita palandrana che porta da anni. Una volta indossato il cappotto, Carmine si sente trasformato: euforia, spirito di rivincita, vanità, lo inducono a fare cose strane. Viene invitato alla festa di capodanno del sindaco, solo per timore che egli sia a conoscenza di un oscuro traffico di appalti che si svolge da anni negli uffici comunali. Carmine finalmente spera in un avanzamento nella scala sociale, ma quando il cappotto gli verrà rubato da un balordo, ne morra di freddo e crepacuore. Entrata nella storia, la scena finale sul ponte, quando a Rascel viene rubato il cappotto, il suo viso terrorizzato vale il prezzo del biglietto: un’interpretazione memorabile. In una cornice grottesca, capace di muovere insieme riso e commiserazione, il team di sceneggiatori di lusso, rivisita la storia italianizzando luoghi e situazioni, sulla scia delle trasposizioni cechoviane in Totò e i re di Roma, e del surrealismo realista di Miracolo a Milano. Dell’opera testuale il regista recupera gli elementi essenziali, come il carattere intimo ed esteriore del protagonista, ma il copione deve aspettare ben sette versioni prima di essere trasferito sul set. Quindi Rascel con la magistrale interpretazione del “Cappotto”, dimostra oltre ogni dubbio di essere un attore completo, probabilmente il più completo di tutto il panorama dello spettacolo italiano. Rascel, in seguito al successo della pellicola, dichiara: «Sono un personaggio russo. Potrei fare tutti i personaggi russi che esistono: dalle anime morte a quello che prende gli schiaffi. I miei stessi personaggi astratti nascono dalla popolarità, da personaggi che non sanno mai bene cosa dire, ma farfugliano sempre qualcosa e comunque alla fine si dichiarano vinti: il corazziere o la bufera sono veri e propri drammi. Si tratta comunque di personaggi crepuscolari, a me non è mai piaciuto il personaggio vincente: uno può essere anche un eroe, ma non si deve dare troppe arie. A me il cappotto andava bene di taglia e di cervello ».
Il film è talmente tanto applaudito, da mettere d’accordo pubblico e critica (spesso, troppo spesso, in disaccordo) e unanime è l’apprezzamento per l’interpretazione di Rascel, che dal film riceve ampia notorietà e fama internazionale. Il film presentato in concorso alla quinta edizione del Festival di Cannes, riceve sonori e scroscianti applausi sia per la sua confezione che per l’interpretazione dell’attore protagonista; leggenda vuole che i giurati stiano per dare la coppa per la miglior interpretazione proprio a Renato Rascel, il film come detto piace molto, ma Marlon Brando con Viva Zapata gliela porta via. Rascel denuncia una pastetta, un imbroglio, denuncia pressioni sulla giuria. Poco male, l’attore romano si consolerà ben presto con la vittoria del prestigioso Nastro d’argento come miglior attore protagonista della stagione 1953, proprio per l’interpretazione del “Cappotto”, con la motivazione della «estrosa collaborazione data al regista Alberto Lattuada nel comporre il personaggio principale del film». Nessun altro Nastro d’argento sarà mai più vinto con tale, quasi completa, unanimità di giudizio da parte della giuria.

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Il regista Alberto Lattuada con Renato Rascel alla presentazione del film “Il cappotto”- Festival di Cannes 1952.

Rascel accompagna il film a Londra, dove conosce il mito Charlie Chaplin, che si sarebbe commosso di fronte alla confezione scenica del film e di fronte all’interpretazione struggente di Rascel. E quì riceve i complimenti vivissimi da parte di Charlie Chaplin, e questo per l’attore romano, vale più di mille riconoscimenti, anche più di quella Palma d’oro soltanto sfiorata, che in fin dei conti, non fa neanche troppo male. Il film, prima di essere distribuito in Italia è stato presentato in diversi palcoscenici internazionali, tra cui il Festival di Cannes, nel maggio del ‘52. In una corrispondenza apparsa su “La (nuova) Stampa” si dà notizia di una «caldissima accoglienza da parte di un pubblico vibrante al delicato umorismo elegiaco di questa nuova opera, tra le più alte sinora realizzate dal regista». E’ il critico Guido Aristarco, anch’egli presente a Cannes per conto della rivista “Cinema” , a svelare alcuni retroscena, in base ai quali si desume che il film e Rascel sfiorarono la premiazione: «Per Lattuada si batterono André Lang ed altri membri della giuria. Visto vano ogni loro tentativo, ottennero in cambio che all’Italia fosse assegnato il diploma per la migliore selezione». E, sempre secondo Aristarco, Rascel «dovette cedere all’ultimo momento di fronte a Marlon Brando, attore di straordinaria forza in “Viva Zapata!”, ma ciò non tolse nulla a Rascel e al successo che ottenne la sua interpretazione ad una rassegna così prestigiosa». Oltre che a Cannes, Il cappotto partecipò con successo a numerose altre rassegne cinematografiche. Fu segnalato come «migliore film presentato» alla “Quindicina del film italiano” che si tenne nella località belga fiamminga di Knokke le Zoute nel mese di agosto 1952, ed ancora prima era stato «molto ammirato ed applaudito» nel corso di una proiezione a Londra, alla presenza del regista. Scrive Cosulich, uno dei maggiori critici cinematografici dell’epoca, «Ne “Il cappotto” la tiritera ingarbugliata, labirintica per cui Rascel andava famoso si attagliano perfettamente al personaggio che egli deve interpretare». Curiosamente lo stesso Rascel raccontò di essere stato vittima, durante uno spettacolo teatrale cui prendeva parte, del furto di un cappotto nuovo. «Ho voluto io Renato Rascel – dirà poi Lattuada molti anni dopo – perché aveva l’aria di un topolino furbo, per questo ho deciso di provarlo con un paio di baffetti (…) il mio modello, nell’usarlo come attore comico, era un po’ Chaplin, ma soprattutto Buster Keaton; Rascel era abbastanza libero (fu lui a proporre la scena del valzer con la Yvonne Sanson), ma anche controllato da me nella recitazione». Il richiamo a Chaplin sarà poi evocato da diversi commentatori. Secondo Ettore Zocaro «Lattuada lo chiamò intuendo le sue possibilità drammatiche. (…) Il successo filmico fu confortato dagli applausi di Cannes e dagli elogi della maggior parte della critica, che lo salutò come una rivelazione definendolo “creatura charlottiana”, un “Candido” della nostra era che si aggira alla maniera di un eroe di Cervantes. Altri, dopo Lattuada, hanno cercato di mettere a frutto questo suo filosofeggiare». E fu lo stesso Rascel, l’anno successivo, cimentandosi per la prima (ed ultima) volta con la regia, a cercare il “bis” de Il cappotto quando diresse ed interpretò La passeggiata, ma senza riuscirne a replicare il successo. Il film di Lattuada registrò un ottimo incasso di circa 500 milioni di lire. Questo esito commerciale situò il film nelle prime quindici pellicole, quanto ad incassi, tra le 143 prodotte in Italia ed immesse in circolazione nelle sale cinematografiche durante il 1952.

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Il cappotto nuovo che il povero travet si fa fare su misura. Simbolo di rivalsa sociale, gli durerà poco. Glielo ruberanno in una fredda notte d’inverno e ne morrà di crepacuore.

• Policarpo, ufficiale di scrittura(1959), regia di Mario Soldati. Con Renato Rascel, Carla Gravina, Peppino De Filippo, Renato Salvatori, Ernesto Calindri.

Siamo nel 1959, eccoci arrivati a quello che è da molti ritenuto il più bel film della carriera di Rascel, ed uno dei migliori film in assoluto della storia del cinema italiano, tanto da essere ricompreso nella lista dei 100 film italiani da salvare, lista nata con lo scopo di segnalare le “100 pellicole che hanno cambiato la memoria collettiva del Paese tra il 1942 e il 1978”. Policarpo, ufficiale di scrittura è il capolavoro del grande regista e scrittore Mario Soldati, al suo ultimo film, magistralmente interpretato da Renato Rascel e da tutto il resto del cast. Policarpo, ufficiale di scrittura è un film di straordinario valore artistico e culturale, girato da Mario Soldati negli ultimi mesi del 1958 e uscito nelle sale nel marzo del 1959. Benché sia ispirato al romanzo “La famiglia De Tappetti” di Luigi Arnaldo Vassallo, in arte Gandolin, Soldati lo gira dichiarando di non conoscere il libro e di aver letto soltanto la sceneggiatura che ne hanno tratto, con molta libertà, gli esperti Age e Scarpelli. La storia del piccolo impiegato ministeriale superato dai tempi e minacciato nel lavoro (ma soprattutto nella dignità) dalla diabolica invenzione della macchina da scrivere appartiene a quel filone impiegatizio che è inaugurato da un altro bel film di Mario Soldati, Le miserie del Signor Travet (1946), e che ha una certa rilevanza nel cinema italiano dei primi anni ’50, da Totò e i Re di Roma (Steno e Monicelli) al Cappotto (Alberto Lattuada), e poi negli anni successivi con opere come L’impiegato, Il posto, Fantozzi, Impiegati. Ma il film di Soldati resta soprattutto una gustosa rievocazione della Roma umbertina, il ritratto divertito e malinconico di un’epoca di passaggio che infatti passa come un baleno, di tempi lontani ma non troppo che alla nostra moderna sensibilità rischiano di sembrare soltanto vecchi senza sembrare ancora antichi: quando non stava bene che le figlie degli impiegati statali andassero a lavorare («Lasciate fare a vostro padre» è il motto della famiglia De Tappetti, che infatti fa la fame) e la macchina da scrivere era più o meno quello che è oggi il computer, un’infernale necessità a cui, volenti o nolenti, bisogna adeguarsi per stare al passo con i tempi. Gli abiti sono lunghi, le domeniche pomeriggio colorate e tranquille, l’esercito una gloria e un vanto nazionale, il triciclo coperto da un invidiabile e raro status-symbol ( ciò che domani saranno le moto di grossa cilindrata, le fiammanti spider rosse); chi s’azzardi a levarsi la giacca in pubblico è da considerarsi uno sfrontato e a Roma, intanto, i numeri di telefono sono arrivati addirittura a tre cifre ( al 421, pensate un po’!); mentre “cretino” è una parola irripetibile che non si deve assolutamente pronunciare in presenza di bambini e i costumi da bagno che lasciano scoperte soltanto le caviglie vengono definiti «un po’ troppo spinti». Nonostante tutto questo falso perbenismo, a malapena ridimensionato dalle prime lotte operaie e dalle prime rivendicazioni femministe, sono però gli ultimi anni di una visione aristocratica ma al tempo stesso anche umanistica, romantica, pretecnologica della vita: per cui Soldati tenta la critica sociale, l’ironia del senno di poi, ma non riesce a nascondere una grande nostalgia ( e questo è un grande pregio). Anche perché tutte le epoche, le più buie come le più luminose, sono destinate a scomparire, a diventar prima vecchie e poi antiche, a lasciare dietro di sé soltanto una debole traccia, qualche libro, qualche film, il vago ricordo di cose che non sembrano nemmeno essere mai esistite.

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La locandina originale del film “Policarpo, ufficiale di scrittura”(1959), splendido ritratto della Roma Umbertina di inizio ‘900.

Con la sua comicità discreta, in punta di penna, con il suo umorismo intenerito e commosso, Policarpo, ufficiale di scrittura è un film splendido, malinconico, reazionario, come sono del resto quelli dell’ultimo Visconti del “Gattopardo”. Ma il punto di vista non è quello di un aristocratico che critica e rimpiange l’aristocrazia, bensì quello di un piccolo borghese che critica e rimpiange la piccola borghesia, che la celebra e la canta nei suoi aspetti perdenti ma non abietti, il pudore, la sensibilità, la rassegnazione, la malinconia. E i riferimenti iconografici e culturali non sono i capolavori della pittura o della musica, ma le tavole di Achille Beltrame sulla “Domenica del Corriere” (come nella travolgente, entusiasmante sequenza finale del carabiniere che ferma il cavallo imbizzarrito), le canzoni che gli organetti piagnucolano per la strada e le persone d’età strimpellano sulla chitarra tra la frutta e il caffè. Nonostante l’antica illusione che il presente sia tutto, che nulla vada mai perduto, la vita è come quelle stampe d’epoca che si ripescano nei bauli in soffitta dopo la morte dei nonni, come quelle canzoni che tutti sapevano e di cui poco per volta, giorno dopo giorno, anno dopo anno, nessuno si ricorda più («E cosa resterà dei nostri ricordi quando nessuno più se li ricorderà? », sembra chiedersi Soldati, anticipando il Pupi Avati del film Una gita scolastica). Il film è piacevole, divertente, vivace, colorito, spiritoso, intonato, nostalgico, poetico, malinconico, colto: una splendida miniatura ispirata, una riuscitissima illustrazione brillante di concetti un po’ tristi. Ne è eccellente protagonista assoluto Renato Rascel, che torna a fare il minuscolo travet come nel Cappotto di Lattuada. E qui tuttavia sembra più consapevole di sé, cerca in ogni modo di salvaguardare la piccolezza non solo della propria statura ma anche dei propri orizzonti, della propria dignità (non è poi molto ciò che esige dagli altri, dalla società, dal mondo: «un minimo di garbo, se non di rispetto»). Ma a forza di onestà, di impiegatizia sottomissione, di caparbia irriducibilità soltanto nelle questioni marginali, di accettazione del perbenismo come filosofia di vita, s’è ridotto, con tutta la famiglia, alla fame: così continua a tener nascosta l’età del figlioletto per non dovergli fare il regalo di compleanno; e va a finire che di fronte ad un carciofino e ad una fettina di prosciutto è disposto a tutto, persino a perdonare alla figlia la fuga di casa. Ci sono almeno due scene memorabili, entrate nell’ immaginario collettivo nazionale e nella storia del cinema italiano. La prima è una scena molto intima, molto toccante, che ben definisce il personaggio di Rascel e l’intero film: Policarpo è a tavola con il futuro genero e famiglia, in quel momento del dopopranzo quando ci si compiace della propria pienezza dei sensi e di stomaco e si esita a sparecchiare per evitar di turbarla. Accompagnato da una chitarra, Policarpo canticchia la sua canzone leit-motiv, uno di quei valzer della bella époque in cui il presente sembra già un tempo irrimediabilmente perduto. La canzone in questione è la malinconica e struggente “Il mondo cambia così”, scritta proprio dallo stesso Rascel. «Il mondo cambia così, un po’ alla volta ogni dì, e ogni cosa che scompare, che passa e muor, mi si porta via un pezzetto di cuor». La canzone continuerebbe («Vecchie canzoni di allor…»), ma Policarpo è ubriaco, non ricorda più le parole. «Me le dimentico sempre» dice, sapendo di mentire, e chiede aiuto alla figlia. «…Nate col mio primo amor…» gli suggerisce lei, e allora lui riprende a cantare, col bicchiere in mano, ma si modifica il testo di quel tanto che basta a cambiarlo completamente: «…nate coi miei primi amor…». E’ soltanto un singolare che diventa plurale, ma rappresenta un attimo di straniamento assoluto: a pronunciare quelle parole non è più l’impiegatuccio statale, l’omino che in tutta la vita non ha mai alzato gli occhi e forse nemmeno il pensiero dalle gonne della consorte, ma l’attore Rascel, con il proprio passato di uomo che ha molto vissuto e molto amato, che sa benissimo come il primo amore esista solo nelle canzoni, come le cose assolute non esistano e comunque non valgano un centesimo di quelle relative. La scena molto malinconica, commovente e un po’ amara è di forte presa sul pubblico e Rascel la esprime in maniera sublime e delicata, quasi come fosse una fragile opera d’arte di inestimabile valore. La seconda è la scena famosissima e molto divertente di Renato Rascel che scrive a macchina nella sua esibizione davanti al ministro. Infatti Policarpo, calligrafo diplomato ed acerrimo nemico della macchina per scrivere, dovrà trasformarsi in dattilografo per ordine del Ministero, altrimenti perderà il posto. Farà quindi – con sorpresa di tutti – sfoggio di questa novità tecnica in occasione della visita del ministro inaugurante il nuovo sistema di dattilografia, battendo rapidamente e in maniera impeccabile a macchina l’atto II della tragedia di Alessandro Manzoni “Il Conte di Carmagnola”: “S’ode a destra uno squillo di tromba; a sinistra risponde uno squillo: d’ambo i lati calpesto rimbomba da cavalli e da fanti il terren. Quinci spunta per l’aria un vessillo; quindi un altro s’avanza spiegato: ecco appare un drappello schierato; ecco un altro che incontro gli vien”. E’ un po’ la scena della rivincita del poveretto contro i poteri forti, del poveraccio contro il ricco, resa con grande vitalità e tanta tanta ironia da Rascel, che tassello dopo tassello è riuscito a costruire un’interpretazione da applausi: chapeau!

Di poco meno importante il ruolo di Peppino De Filippo, che per questo film ottiene la “Grolla d’oro” al Festival di Saint Vincent; lui interpreta il cavalier Cesare Pancarano di Rondò, un capufficio in apparenza molto severo («Si metta sugli attenti quando parla con il suo capufficio» ordina agli impiegati), che tuttavia non ha poi tutta questa voglia di lavorare e va intimamente in bestia quando un’idea del suo sottoposto lo costringe ad entrare in ufficio un’ora prima, svegliandosi sul far dell’alba («Adesso sarà contento quel nano maledetto» mormora fra sé, augurando in cuor suo al povero De Tappetti quel che potete immaginare). Anche in famiglia il cavalier Pancarano, fervido anticlericale che tiene i santini nel portafogli, ha i suoi guai: è costretto a montare una tagliola per topi, per poter smascherare il figlio mariuolo che gli porta via i soldi durante la notte; e piuttosto che vederlo sposato con una brava ragazza povera («E pensare che nostro figlio poteva aspirare alla mano di una Colonna, di una Orsini…Invece va a finire in mezzo ai Tappetti, in mezzo ai Tirabusciò…»), lo getta fra le braccia di un’astuta divetta del varietà («Io ho paura, soprattutto per la razza» le aveva detto nel pagarla perché gli seducesse il fatuo rampollo). La sua monomania, la sua vera passione, è infatti la nobiltà: non per niente si è fatto aggiungere al nome e cognome quel “di Rondò” che lo imparenterebbe fra l’altro anche al futuro barone rampante di Calvino. E adesso passa il tempo a cercarsi antenati nobili, e potete immaginare come ci resta quando una lettera del “Consiglio delle Ricerche Araldiche” lo avverte che il Biancamano suo avo è soltanto un imbianchino. A questo punto però, dal vortice della delusione, riemerge la sua dignità di impiegato capo, la sua umanità di napoletano disingannato ma non annichilito; e nell’ultima sequenza eccolo addirittura in amicizia con il suo impiegato De Tappetti: la rassegnazione li accomuna, il senso del tempo che passa li affratella (come l’aumento di nove lire al mese che riceveranno entrambi ma che non servirà a niente, giacché il costo della vita, nel frattempo, è aumentato molto di più). Policarpo, ufficiale di scrittura incassa molto, moltissimo, 700 milioni di lire di incassi al botteghino, ottenendo quindi un considerevole successo di pubblico: anche perché, sull’esempio dell’americano Il giro del mondo in ottanta giorni, può contare su una serie di brevissime apparizioni di attori famosi, da Alberto Sordi (un riparatore di concoline che non ha voglia di salire fino al terzo piano) a Vittorio De Sica (un prestigiatore a cui fanno sparire la colomba, un po’ come accadeva a Eduardo e Peppino De Filippo nel film “Quei due”), da Ugo Tognazzi (un professore che va in giro con le mutande inamidate) ad Amedeo Nazzari (il carabiniere che blocca eroicamente il cavallo imbizzarrito dell’ultima inquadratura). Il film fa incetta di premi nazionali ed internazionali: presentato alla dodicesima edizione del Festival di Cannes, nel 1959, il film di Soldati sbaraglia la concorrenza e vi ottiene il premio nella categoria “miglior commedia”; durante il Festival, poi viene acclamata l’interpretazione perfetta e misurata di Renato Rascel, che vincerà meritatamente il David di Donatello come miglior attore protagonista della stagione 1958/59; non da meno l’interpretazione di Peppino De Filippo, che al Festival di Saint Vincent vince la Grolla d’oro come miglior attore non protagonista della rassegna; e infine nel 1960 il costumista del film, Piero Tosi vince il Nastro d’argento nella categoria “miglior costumi”. Il film, destinato a fare epoca, piace tanto al pubblico quanto ai critici, persino a quelli italiani. “Film amabilmente delicato, malinconico e intransigente, ha la grazia di un’opera di Renoir” (Morando Morandini).”Film straniante, che spiazza noi e il pubblico, soprattutto nella sfilata di varie star del momento in una serie di deliziosi camei, quasi come se fossero figurine d’epoca ingiallite dal tempo, ma che acquistano il sapore di antico e di autentico”( Paolo Mereghetti). “Spiritoso il quadro, l’album che Mario Soldati ha tratto dall’epoca gandoliniana, e in cui civettuoli quadretti di genere all’acquarello si alternano con maliziose vignette a penna da giornale umoristico” (Filippo Sacchi). “…Non staremo a ripetere gli elogi rivolti ai principali collaboratori del film: a Rotunno, geniale operatore; a Mario Chiari, scenografo colto; ad Age e Scarpelli, sceneggiatori che lavorano troppo ma che, di tanto in tanto, rivelano gusto e immaginazione non comuni; agli interpreti tutti, a Renato Rascel, a Peppino De Filippo e a Romolo Valli in modo particolare” (Morando Morandini). Ne si mancò di sottolineare per l’appunto l’apporto fondamentale dell’attore romano, “…è la stagione felice di Rascel, e di un certo tipo di cinema nel quale eccelle una spanna sopra gli altri” (Giuseppe Marotta). La pellicola è una co-produzione a tre, la italiana “Titanus” ( la casa di produzione più antica d’Italia), una francese ed una spagnola. Proprio in origine è solo una co-produzione italo-spagnola, e la casa di produzione iberica sta esercitando pressioni, sulla “Titanus” per modificarne il cast ed ingaggiare un folto numero di interpreti stranieri, tra cui molti attori spagnoli al posto di Renato Salvatori, di Luigi De Filippo e Romolo Valli (inizialmente la richiesta era di addirittura sedici presenze spagnole). In seguito al decisivo intervento della terza produttrice francese si scende a compromessi riguardo al cast e Tony Soler nel ruolo di Eufemia, la moglie di Rascel nel film, riesce a spuntarla nei confronti di Abbe Lane, Lauretta Masiero e Isa Pola. Alla “Titanus”, che delle tre fu quella maggioritaria nella produzione del film, toccano quasi tutti i ruoli importanti e i deliziosi camei di qualche secondo interpretati dai più grandi attori italiani dell’epoca.

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Una scena familiare tratta da “Policarpo, ufficiale di scrittura”(1959), un film che “ha la grazia di un’opera di Renoir”.

• Il corazziere(1961), regia di Camillo Mastrocinque. Con Renato Rascel, Tino Buazzelli, Claudia Mori, Giacomo Furia.

E’ il 1961 e Renato Rascel è uno degli attori cinematografici più importanti del panorama nazionale. Proprio in questa annata Rascel torna nelle sale, dopo aver vinto Sanremo con “Romantica”, con quello che è uno degli ultimi suoi grandi film, Il corazziere. Nel film canta la canzone “Il piccolo corazziere”, composta nel 1948, suo cavallo di battaglia. Per questo film, tappa obbligata del suo repertorio, Rascel percepisce un congruo cachet di 25 milioni (segno ancor più inequivocabile di quanto fosse stabilmente una delle massime star dell’epoca: i produttori si contendono il “Piccoletto nazionale” a peso d’oro) a fronte di 150 mila lire di Carlo Giuffrè e 13 milioni del regista Camillo Mastrocinque. La pellicola offre una seria ma ironica disamina dell’Italia tra il 1940 e il contemporaneo 1960, attraverso le disavventure di Urbano Marangoni (Rascel), che nell’Italia fascista ambisce di poter diventare Corazziere, come il suo defunto padre, ma si tratta di un sogno destinato a non avverarsi a causa della sua bassa statura. Lavora come batterista in una orchestra di locale notturno, ma un giorno entra senza volerlo in urto con i capi locali del regime e viene licenziato. Conosce Mirella (Claudia Mori), una giovane vicina di casa, ed i due entrano in simpatia, ma lei è proprio la figlia del locale capo fascista( Tino Buazzelli), che lo segnala come elemento indesiderato e lo fa arruolare. Dopo essersi fatto tutte le guerra dell’Italia fascista – la conquista dell’Etiopia, la Spagna, l’ Albania, la Russia ed il nordafrica – torna e chiede di riavere la tessera del Fascio, ma la ottiene proprio il giorno della caduta di Mussolini, per cui viene malmenato per strada, mentre il suo futuro suocero nasconde in fretta e furia ogni traccia del suo ruolo nel decaduto regime. Quando finalmente riesce a sposarsi, il suo matrimonio si celebra proprio il 7 settembre ed il giorno stesso viene rapito da emissari del Re, i quali gli chiedono, data la sua statura, di fare il sosia di Vittorio Emanuele III, in modo da coprirne la fuga. Gli promettono che in cambio egli potrà finalmente ricevere la tanto sospirata nomina a Corazziere. Ma, scampato anche a questa disavventura e finita la guerra, tutti si dimenticano delle promesse. Lui quindi passerà le giornate ad inscenare proteste conto le ingiustizie subìte, sino a che uno di quelli che gli avevano fatto la promessa lo assumerà per fare la pubblicità alla sua azienda di formaggini. Così Urbano nello spot televisivo potrà finalmente indossare la tanto sospirata divisa.

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La locandina originale del film “Il corazziere”(1961). Vi si riconosce una giovanissima Claudia Mori, non ancora signora Celentano.

Il film è carico di battute spiritose, autoironiche e niente affatto volgari, che riescono a far ridere con pochi mezzi e molta arguzia. Riuscita anche la satira sul fascismo e sull’italiani voltagabbana, ma è l’interpretazione di Rascel a dare consistenza al film: quì l’attore romano si dimostra una sorta di Buster Keaton in sedicesimo, che accetta con rassegnazione tutte le prove cui lo sottopone la storia: non vincerà nessuna guerra, ma potrà, alla fine, indossare l’amata uniforme nell’Italia democristiana, seppure in una réclame, e conquista anche l’amore di una deliziosa Claudia Mori, non ancora signora Celentano. Splendido Tino Buazzelli, alla sua seconda esperienza come spalla di Rascel, nel ruolo del suocero, che è anche uno dei capi fascisti della zona. La critica dell’epoca è unanime nel ritenere il film sorretto quasi esclusivamente dalla verve comica di Rascel: “non male, si ripercorrono varie vicende della storia italiana (dalla guerra di Abissinia fino al dopoguerra) in chiave satirica…Rascel in gran forma”; e ancora “Il sacco di Babbo Natale cinematografico – scrisse “Stampa Sera” – ci riserva Rascel, che farà al cinema, come già nella rivista, un film senza problemi e senza sottofondi…”; e infine ”Il film procede con una comicità scontata – è scritto sul ”Corriere Lombardo” del 20 giugno 1961- presentando un’immagine grossolana dei gerarchi e del periodo fascista. Rascel sta magistralmente tra il comico ed il sentimentale, Buazzelli è sciupato nella parte, Claudia Mori, molto carina, si vede volentieri”. La critica odierna, tutto sommato, è d’accordo con il giudizio dato al film da quella dell’epoca: “svariati spunti felici soltanto grazie alla vis-comica dell’attore romano e alla canzonetta («mamma ti ricordi quando ero piccoletto») che dà il titolo al film” (Paolo Mereghetti, “Dizionario dei film”). Il film prodotto da Carlo Ponti, non incassa tanto, si ferma a soli 163 milioni di lire, e rientra appena rispetto alle spese sostenute. Nonostante l’incasso non certo pazzesco, oggi il film è una delle pellicole più apprezzate dell’attore romano ed una di quelle che si lasciano gustare meglio. Quando interpreta Il Corazziere Claudia Mori, la futura signora Celentano, ha soltanto 16 anni.

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Renato Rascel vestito da corazziere, in scena con Claudia Mori e Tino Buazzelli, strepitoso nella parte del suocero di Rascel e capo-locale fascista.

Renato Rascel dal cinema ottenne grandi soddisfazioni, ed anche lauti guadagni. L’attore però era un professionista meticoloso, e quindi si impose di rifiutare certe proposte ripetitive, legate ai soliti cliché di comicità medio-bassa e di considerare l’ipotesi di sceneggiare e dirigere soggetti di sua invenzione. E questo avvenne a metà degli anni ’60, quando Rascel dirada i suoi impegni in campo cinematografico, poiché gli ingaggi non erano equiparati alla qualità dei progetti a lui presentati. Ma, nonostante ciò, il decennio in questione, è stato forse quello più ricco di soddisfazioni per l’attore romano: dalla vittoria al Festival di Sanremo con Romantica nel 1960; ai successi sfolgoranti delle commedie musicali, “Enrico ‘61” e “Il giorno della tartaruga”; allo splendido “Delirio a due”, meravigliosa prosa dell’assurdo di Jonesco, fino ad arrivare agli albori degli anni ’70 con la intrigante serie televisiva dei “Racconti di Padre Brown”, che racconta le avventure di un prete detective e la rivista di successo “Alleluja brava gente”. La prerogativa fondamentale del suo straordinario successo, durato in maniera immutabile, per oltre 50 anni, è dato come già detto, dalla sua poliedricità di attore e dalla innata voglia di sperimentare sempre nuovi generi, senza precedenti, nella storia del cinema, che come già detto non ha mai più avuto un attore così completo come Rascel.

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Un ritratto di Renato Rascel.

Il testo è tratto da “Arrivederci Rascel- vita e miracoli di un vero artista”, di Domenico Palattella

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