Le coppie storiche del cinema italiano: Tognazzi-Vianello

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1. L’incontro tra Tognazzi e Vianello

E’ il 1951. Ugo Tognazzi si prepara a mettere su una nuova compagnia, ed è incuriosito da una coppia di giovani autori, Giulio Scarnicci e Renzo Tarabusi. Lo stile dei due “folli” autori teatrali è moderno, goliardico, surreale. Tognazzi li contatta e chiede loro un copione. Per la parte comica vorrebbe essere affiancato da un attore alto, biondo e segaglino che ha visto recitare in altre occasioni; ha l’aria compassata di un lord inglese, sempre misurato ma caustico. Si chiama Raimondo Vianello.

“Tra noi c’era una complicità continua- racconta Vianello in un’intervista televisiva- che ci faceva rischiare, anche perché noi scoppiavamo a ridere mentre l’interlocutore ci parlava. Ci bastava la sciocchezza di un inciampo, di una cravatta messa storta. Ugo cercava sempre di fare quello serio, ma gli usciva la lacrima dal ridere. La nostra fu davvero una bella coppia, e una solida amicizia.”

L’operazione è ambiziosa, perché l’intento di Tognazzi e degli autori è quello di costituire una grande compagnia di rivista come la leggendaria Osiris-Dapporto. Quando debutta, “Dove vai se il cavallo non ce l’hai?”, ha esiti incerti. La critica è unanime nel definirlo uno degli spettacoli più deboli della stagione 1951/52, mentre, nello stesso tempo, si issa come uno dei maggiori successi dell’annata. Al pubblico piacciono le folli e moderne idee di Scarnicci e Tarabusi, ma piacciono anche quelle due maschere di attori, così diverse, ma che insieme si fondono alla perfezione. Dunque, la squadra Scarnicci-Tarabusi-Tognazzi-Vianello funziona. Fra i quattro c’è grande sintonia, perciò l’esperienza prosegue. Tognazzi e Vianello continuano a proporre le proprie caricature sulla società, disegnando macchiette memorabili, e continuano a piacere al pubblico. E arrivati a questo punto, val la pena ricordare come i due autori siano stati gli sceneggiatori della celebre coppia, sia per i 22 film interpretati insieme, sia per il programma televisivo Un, due, tre, che ha fatto epoca. Infatti, proprio nel 1954 avviene qualcosa di epocale. Un evento che segna la storia italiana della seconda metà del XX secolo. Nasce la televisione.

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Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi a metà anni ’50 in una delle loro innumerevoli riviste. Qui Raimondo Vianello è vestito da donna: una delle prerogative del successo della coppia erano proprio le gag connesse ai travestimenti.

2. L’esperienza televisiva di “Un, due, tre”

Il 19 gennaio 1954, appena sedici giorni dopo l’inizio ufficiale delle trasmissioni, debutta il varietà televisivo Un, due, tre. Gli autori sono ovviamente loro, Scarnicci e Tarabusi, mentre la conduzione è affidata a Mario Carotenuto, che qualche puntata dopo lascerà il testimone a Riccardo Billi e Mario Riva. Il programma ha un impatto comico fortissimo, è un mix perfetto di sketch satirici e numeri di attrazione. Ma Tognazzi e Vianello dove sono? Ce lo dice Vianello, nel corso di un’intervista televisiva di qualche tempo fa:

“Nel ’54, io e Tognazzi venimmo chiamati a presentare Un, due, tre, ma all’inizio facevamo solo cinque o sei scenette a puntata, nulla di più. Poi diventammo noi l’attrazione principale del programma. Ebbe un gran successo anche per il nuovo tipo di comicità che rappresentavamo: io odio il patetico, il convenzionale, e per reazione divento cinico. Tra l’altro Scarnicci e Tarabusi erano toscani, e si sa come sono cattivi i toscani; ci siamo trovati d’accordo su tutto con questo modo di sfottere e scherzare. Io sono una persona che ama l’umorismo nero, le cattiverie: ero io che proponevo questa comicità e la sviluppavo, non mi ha creato nessuno. I dirigenti televisivi a volte inorridivano, ma questa comicità è una cosa che sento, che è mia.”

Quando il 28 luglio 1954, Tognazzi e Vianello subentrarono a Billi e Riva per tutte le edizioni successive, la trasmissione ha uno scarto improvviso. I due attori, complice l’affiatamento messo a punto in teatro, sono spudorati nella loro impertinenza, non hanno riguardi per nessuno, agiscono quasi come dei provocatori. Hanno la battuta salace, e creano situazioni dove l’atteggiamento più aggressivo e sanguigno di Tognazzi si contrappone all’aplomb anglosassone ma sferzante di Vianello.

“Non ho mai avuto una spalla– racconta Tognazzi in un’intervista- perché il genere di comicità che praticavo era dispersivo e non era fissato in sketch con battute e controbattute. Per lo stesso Vianello non si può parlare di spalla. Si esprimeva con una sua comicità un pò rarefatta, all’inglese, e non era un porgitore di battute, faceva il suo personaggio e le sue caratteristiche evidenziavano la mia comicità più grassa, più spontanea. Da questo rapporto scaturiva un binomio efficace e divertivamo in egual misura, mentre normalmente il compito della spalla è quello di far sì che l’altro faccia ridere il più possibile.”

E si continuò così fino al 1959, per cinque stagioni e 77 puntate di un’ora e un quarto l’una. Si andava in onda inizialmente il giovedì e poi la domenica alle 21.20, rigorosamente in diretta. Il successo della trasmissione fu qualcosa di epocale, tanto che tutti i locali, i bar in primis, non perdono tempo nel dotarsi di apparecchi televisivi che arrivano a costare anche 250.000 lire. I proprietari dei bar, infatti, sono i primi a intuire lo straordinario ritorno economico che possono ottenere dalla televisione, anche perché la maggior parte dei cittadini, non possiede un apparecchio in casa e guardano le trasmissioni al bar, come guardano i film al cinema. La scatola magica, incantatrice, attira il pubblico, che intanto avverte i primi effluvi di “boom economico”. E Vianello e Tognazzi diventano i personaggi più popolari della televisione italiana.

 “La trasmissione ebbe un grande successo, al punto che i protagonisti eravamo noi e non più i numeri d’attrazione internazionale, che pure erano di alta qualità: ad esempio, venne il grandissimo clown Grock, che era noto in tutto il mondo, ma evidentemente fra il personale della televisione italiana no, perché nessuno se lo filava. Io gli dicevo: «Ma guardate che questo è un dio, nel suo mestiere», ma non se lo filava nessuno. Abbiamo cominciato al teatro del Parco, e poi ci siamo spostati alla fiera, un teatro da settecento persone (pubblico vero, non di comparse semiprofessioniste come adesso). Ricordo che feci un’entrata dal fondo addirittura dentro la vasca da bagno (piena d’acqua fresca, eh?, perché faceva un caldo torrido) e che Ugo s’ingelosiva perché l’idea della vasca, avendola avuta prima io, lui non la poteva più utilizzare.” (Raimondo Vianello)

Anche la critica attuale è unanime nel ritenere Un, due, tre, la prima grande trasmissione di varietà della storia della televisione italiana. “Come scoprire l’America senza volerlo”, così titolò, nel 1980, un suo intervento Giovanni Buttafava, critico cinematografico e televisivo, dei più attendibili. Proponiamo qui un raro estratto dalla celeberrima trasmissione della coppia, in cui Tognazzi e Vianello sono impegnati in due esilaranti sketch. Il primo si intitola Sopprimeteli, ed è la storia di due ubriachi; il secondo si chiama Quì Monte Bianco ed è la storia di un gregario del Giro d’Italia, ovvero Tognazzi, che giunge sul traguardo montano, una settimana dopo il resto del gruppo, e quì è accolto da Vianello.

3. Un, due, tre: “come scoprire l’America senza volerlo”

Se c’è una trasmissione italiana che corrisponde a una trasmissione di varietà televisiva americana, sostanzialmente, quasi naturalmente, questa è Un, due, tre (sul versante americano c’è Your Show of Shows). Sicuramente gli ideatori e i realizzatori della rivista italiana non sospettavano, e non sospetterebbero neppure oggi, una simile parentela, ma nondimeno l’impianto e il genere di comicità espressi dal programma condotto da Tognazzi e Vianello, specie nelle ultime stagioni (lo si può verificare sulle uniche tre puntate registrate e conservate nell’archivio RAI), erano gli stessi, o quasi. E il successo, i risultati erano simili: Un, due, tre è certamente la migliore rivista televisiva italiana degli anni Cinquanta, vivacissima, piena di impertinenze persino (passavano certe battute satiriche anche politiche che suscitavano scandalo o autocensure altrove), con il talento dei due comici squadernato senza ritegno, al vivo, trascinante anche nelle volgarità. Una volta c’era un filo conduttore, fragile ma divertente, la settimana dopo, il filo conduttore veniva abbandonato, e Tognazzi per farsi perdonare raccontava qualche barzelletta in più. Le attrazioni a volta erano nomi notevoli, a volte oscure scartine, subito dimenticate nel ritmo frammentato e affannosamente sghignazzante dello spettacolo: quel che contava, e che è rimasto nel ricordo, è la coppia Tognazzi-Vianello, che, si lasciavano andare con una genuinità totale, derivata dalla precedente e contemporanea attività sulle tavole del palcoscenico minore, all’epicità senza freni del contatto diretto con il pubblico, a travestimenti oltraggiosi, a parodie di film e spettacoli televisivi di successo come non si è mai più fatto, a caldo, fuori da ogni cautela alla Noschese. La qualità del divertimento offerto da Un, due, tre derivava dal modello della rivista teatrale, così come Your Show of Shows: anzi, mentre lo spettacolo della NBC si rifaceva a un genere in estinzione, del quale prolungava l’ultima variante con predominio del comico, Un, due, tre più direttamente prendeva vigore da un genere che viveva la sua stagione d’oro e che fin da principio si era basato sull’importanza attribuita al comico rispetto al quadro “lussuoso” in cui si inseriva (soubrette, balletto eccetera). Era certamente l’ultima stagione d’oro della rivista teatrale italiana (la televisione contribuì a sferrare il colpo di grazia), e il progressivo inaridimento di quella “scuola” a poco a poco influirà anche sullo spettacolo leggero TV. Ma per intanto i comici più “epici” della rivista, come Tognazzi e Vianello, trovavano uno sbocco perfetto nella diretta dei primi anni, come, in altre trasmissioni di varietà, Walter Chiari, che riproponeva pari pari la debordante vitalità dei suoi sottofinali (mezz’ora di chiacchiere, proiettato in platea).

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Un’altra immagine di scena tratta da “Un, due, tre”, il primo grande varietà della storia della televisione italiana.

E il cinema? Nonostante due/tre apparizioni a metà degli anni ’50, sembra non accorgersi di loro. O forse sono loro a non essere interessati. O ancora, probabilmente, con i corposi impegni in teatro e in tv, semplicemente non c’era tempo per il cinema. D’altronde questa breve testimonianza di Raimondo Vianello, sembra esplicativa in tal senso:

 “Si lavorava solo d’estate, d’inverno avevamo la compagnia. Non c’era tempo, almeno fino al 1958/59 per il cinema.”

Ma poi accade qualcosa, anche questa epocale, e il successo nel cinematografo arrivò per caso, o comunque per coprire il buco lasciato dalla chiusura di Un, due, tre nel 1959. Il cinema fu dunque la naturale prosecuzione della carriera della premiata ditta Tognazzi-Vianello. Ma cosa accadde di preciso? Perché un trasmissione seguitissima come Un, due, tre, venne chiusa, così all’improvviso?

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Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi nei panni di due marinai, ancora in una foto tratta da “Un, due, tre”.

4. Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello via dalla Rai, tra satira e censura democristiana

Nonostante la grandissima popolarità di Tognazzi e Vianello e nonostante che il successo della loro “Un due tre”, dopo sei anni, non fosse minimamente in calo, la trasmissione fu bruscamente interrotta nel 1959. La causa ha dell’incredibile. Il 22 giugno 1959, un lunedì diverso nella sempre attiva Milano. Fervono i preparativi per l’arrivo del presidente francese Charles de Gaulle. Lo spiegamento di forze disposto dal ministero dell’Interno è enorme. Alle 9 in punto di martedì 23 giugno, l’aereo presidenziale francese atterra a Malpensa. Ad accogliere De Gaulle e consorte sulla pista c’è il presidente della Repubblica Italiana Giovanni Gronchi, con lui, la moglie, Giulio Andreotti, Giovanni Leone, Mario Segni e vari rappresentati governativi. Giornata ricca di impegni, ma alle 21 è prevista una serata di gala alla Scala di Milano. Per un’occasione di tale portata, si mobilita anche la televisione, che trasmette l’evento in diretta. Fattasi l’ora, i due capi di Stato fanno il loro ingresso nel palco reale; si affacciano dalla balconata per salutare il pubblico plaudente, uno di fianco all’altro. Come da programma, l’orchestra attacca gli inni nazionali, dopodiché i presidenti indietreggiano per prendere posto. Ma mentre De Gaulle si siede senza problemi, a Gronchi accade ben altro: lo staffiere che aveva allontanato la poltrona per consentirgli di accomodarsi con agio, dimentica di rimettergliela sotto il posteriore, e il presidente della Repubblica Italiana finisce ignominiosamente per terra, risucchiato nel fondo del palco reale, subito aiutato a rialzarsi dallo stesso De Gaulle. Le telecamere, impietose, riprendono tutto e lo rimandano nelle case, nei bar, nelle parrocchie, ovunque ci sia un televisore acceso.

“A ‘Un, due, tre’– racconta Tognazzi a Enzo Biagi- non facevamo altro che ripetere parodiando, satireggiando qualunque tipo di avvenimento, soprattutto televisivo. E lo ripetevamo anche a un giorno di distanza. E siccome il martedì avevamo assistito a quella cosa, ovvero la caduta di Gronchi, che ci aveva molto divertito e di cui si era tanto parlato, la ripetemmo al sabato successivo facendo un pò di satira sulla faccenda.”

Quella sera di sabato 27 giugno 1959, la trasmissione va in onda, come sempre, rigorosamente in diretta. Finito il balletto che precede il loro numero, la telecamera inquadra Tognazzi e Vianello dietro un bancone: si apprestano a leggere le lettere all’interno di una rubrica intitolata “L’angolo della posta”. In genere in questo quadro stanno seduti, ma stavolta si fanno trovare in piedi; al momento di sedersi, Vianello si accomoda senza problemi, mentre Tognazzi casca per terra perché gli levano la sedia da sotto. -Ma chi ti credi di essere?– è la battuta che gli rivolge Vianello, aiutandolo a rialzarsi. –Tutti possono cadere– gli risponde Tognazzi. Senza nemmeno provarla, hanno eseguito la scenetta in cui si prendeva bonariamente in giro l’incidente occorso all’allora Presidente della Repubblica Italiana Gronchi. Il teatro esplose in una risata irrefrenabile. Fu il trionfo, ma nello stesso tempo anche la fine di Un, due, tre. Infatti, immediatamente dopo il termine della puntata si scatenò il putiferio. Tognazzi e Vianello vanno in camerino, dove li aspetta una busta azzurra con il logo della Rai. “Raccomandata a mano”, c’è scritto sopra. La aprono. Solo poche righe: poiché i signori Tognazzi e Vianello hanno aggiunto al copione delle battute non previste, li si avvisa di restare in attesa di provvedimenti. La prima testa a saltare è quella di Renzo Puntoni, direttore del centro Rai di Milano e responsabile del programma. Le prossime dovrebbero essere le loro, ma una mano potente cala dall’alto a bloccare tutto. “Niente provvedimenti immediati– impone lo stesso Gronchi ai dirigenti- mi renderebbero impopolare”. Il presidente della Repubblica dispone che Un, due, tre vada avanti per le rimanenti cinque puntate, cioè fino a conclusione del contratto, ma pretende che le prove vengano registrate in audio e trasmesse subito a Roma, per essere sottoposte al vaglio di zelanti censori di Stato. Così il 2 agosto 1959 va in onda l’ultima puntata di Un, due, tre. La vena degli autori e degli interpreti non si era però esaurita, e chissà per quanto tempo quel varietà sarebbe andato avanti se i censori non ne avessero imposto la chiusura. Oggi risulta a tutti incomprensibile, ma dobbiamo pensare a cosa era la TV anni Cinquanta, timorata e paurosa, controllatissima, dove si arrivava al ridicolo di imporre mutandoni neri alle gambe delle gemelle Kessler o di cambiare titoli a film e canzoni, se compariva la parola “amante”, sempre sostituita da “moglie”. Sul piano del costume era moralista, per non dire bigotta; e sul piano politico era completamente appiattita su posizioni governative, ergo democristiane. La caduta di Gronchi fu vista in diretta da milioni di Italiani e quindi il loro piccolo sberleffo riportava immediatamente ad una realtà che era bandita dai teleschermi, dove si potevano solo raccontare favole edulcorate e rappresentare mondi inesistenti. Ricordando, anni dopo, nella gag con Gianni Agus l’episodio e il clima di quegli anni e quell’ambiente, Tognazzi dirà: L’uomo compone, la RAI dispone!”. Di fatto, fu la rottura dei due comici con la RAI. E la fine di un periodo, in cui sembrava che tutto fosse facile e il successo assicurato. Non che Ugo e Raimondo si preoccupassero più di tanto dell’ostracismo decretatogli dalla Televisione. E la stessa cosa valeva per Scarnicci e Tarabusi. C’era infatti il cinema ad attenderli. A braccia aperte. Casomai, più tardi, sarà la Televisione a preoccuparsi della loro assenza, ad esempio quando nel 1961 viene inaugurato il Secondo canale della Rai. I dirigenti credono bene di tornare a bussare alla porta di Tognazzi e Vianello, ora più che mai star comiche del cinema italiano, per coinvolgerli in un nuovo progetto. -Per caso avete già qualcosa di pronto?- chiedono loro durante una riunione.

Io-racconta Vianello- tanto per dire una battuta, visto che eravamo stati cacciati per via del presidente della Repubblica, alzai il tiro all’unico bersaglio più ambizioso e dissi: ‘Sì, avremmo una scenetta sul papa’. Che allora era Giovanni il buono: un bergamasco. Allora Tognazzi, che non sapeva che avrei detto questa battuta, colse la palla al balzo, improvvisò una scenetta nel suo solito, maccheronico dialetto similbergamasco, e attaccò: ‘Mi sun bergamasco, orcu…’ Ma bestemmiando fra i denti, trascinato dall’abitudine delle tante macchiette di rozzo villico bergamasco che faceva in televisione e in teatro. Calò un gran gelo. Si alzarono, e indicandoci la porta ci dissero: ‘Prego…’ Così per amore di una battuta, perdemmo la scrittura.”

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Charles De Gaulle Giovanni Gronchi alla Scala di Milano. Era il 23 giugno 1959. Di lì a poco il presidente della Repubblica Italiana cadrà dalla sedia e qualche giorno dopo Tognazzi e Vianello riproporranno la ormai epocale parodia, rimasta nella storia dello spettacolo italiano.

5. Il cinema di Tognazzi e Vianello: 22 film di coppia

Nel solo quinquennio che va dal 1958 al 1962 Tognazzi e Vianello arrivarono ad interpretare in coppia, ben 20 pellicole cinematografiche, alle quali ci sono da aggiungere i primi due esperimenti della metà degli anni ’50, ovvero Ridere, ridere, ridereLa moglie è uguale per tutti. Numeri da record, coincidenti quasi totalmente, con la fine del rapporto televisivo con la Rai. Il cinema, dopo il famoso fattaccio della parodia su Gronchi, fu subito pronta ad accogliere la celebre coppia televisiva, che ebbe immediatamente un enorme successo. Le pellicole interpretate in coppia da Tognazzi e Vianello, avevano un filo conduttore, di sicura riuscita, ovvero erano scritti dai loro fidi autori Scarnicci e Tarabusi. Pellicole divertenti, scanzonate, spesso irriverenti, ma sempre divertenti. La cifra del successo della coppia non era cambiata, nonostante il trasferimento, quasi forzato, dal piccolo al grande schermo. Noi siamo due evasi(1959), di Giorgio Simonelli, è il primo film incentrato totalmente sulla coppia Vianello-Tognazzi, il tutto fino al 1963, anno in cui Tognazzi compie il grande salto nella commedia all’italiana d’autore. Quello di Noi siamo due evasi, bisogna riconoscerlo, non è un cattivo debutto come coppia comica autonoma, anche se il loro miglior film insieme rimane Le olimpiadi dei mariti, girato l’anno successivo, contemporaneamente alle Olimpiadi di Roma ’60. Come coppia cinematografica Vianello e Tognazzi erano molto ben assortiti. Vianello aveva un tipo di umorismo più inglese, calmo e cerebrale, non privo di una certa eleganza; Tognazzi era più vicino ai vecchi comici dell’avanspettacolo. Ma aveva di suo un’aria intelligente, che talvolta giustificava attribuendo al suo personaggio, nella svaporatezza convenzionale del comico, almeno una dote eccezionale ( in “Noi siamo due evasi” ha il talento dei numeri ). Dava insomma ai suoi personaggi farseschi delle letture un pò distaccate, ironiche; in questo il suo stile era moderno e non ricorreva mai al dialetto. Tognazzi e Vianello in coppia, eccellevano nelle imitazioni, cercando non tanto la mimesi quanto la caricatura. Tale specialità era stata ereditata dal loro impegno televisivo e questa peculiarità, una volta fatto il grande balzo nel cinema, venne sfruttate immediatamente sul grande schermo. In Noi siamo due evasi, quando vengono scambiati per due pericolosissimi evasi, si travestono da ufficiali Usa, da maratoneti, da frati. Insomma in tutti i loro film in coppia ci sono occasioni per travestimenti folli, che sono state una delle prerogative fondamentali del loro successo. Noi siamo due evasi è dunque uno dei film più belli di quegli anni, divertente e spensierato, oggi davvero consigliabile. Ebbe uno straordinario successo di pubblico: quinto incasso della stagione 1959-60. L’anno prima c’era stato Mia nonna poliziotto, al fianco della grande Tina Pica; e soprattutto Marinai, donne e guai, goliardica e divertente commedia all’italiana costruita sul mito del marinaio sciupa femmine che finisce irrimediabilmente col cacciarsi nei guai, con un cast di assoluto valore: Maurizio Arena, Lauretta Masiero, Ugo Tognazzi nei panni di un ironico sottotenente della Marina italiana, e Raimondo Vianello in quello del comandante.

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Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi in una scena del film “Noi siamo due evasi”(1959), uno dei campioni di incassi della stagione.

Poi, nel 1960 venne quello che è il miglior film interpretato in coppia da Tognazzi e Vianello, ovvero Le olimpiadi dei mariti, girato proprio in contemporanea con le Olimpiadi di Roma ’60. Il film risulta essere un piccolo capolavoro comico ravvivato da un cast molto ben assortito. Tognazzi e Vianello sono due mariti infedeli che spediscono le mogli in villeggiatura ( Sandra Mondaini e Delia Scala) per potersela spassare con due turiste giunte a Roma appunto per le Olimpiadi. A coprire le loro scappatelle ci pensa il direttore del loro giornale, un grande Gino Cervi, che copre per solidarietà maschile le avventure dei suoi due dipendenti. Lo spunto delle Olimpiadi è un pretesto per sviluppare la storia da pochade francese, però la commedia fila via senza momenti morti, grazie alla comicità più popolaresca e sanguigna di Ugo e quella più raffinata e “inglese” di Raimondo, che si compenetravano a vicenda con ottimi risultati comici. Un bel film di coppia, una bella commedia anni ’60, garbata, colorita, divertente, pulita, da vedere, che ebbe anche una genesi piuttosto curiosa. Per bocca dello stesso Vianello, quel film poteva essere definito come “Le olimpiadi dell’improvvisazione”.

“Era il 1960. Eravamo partiti con l’idea di fare una parodia della Dolce vita; e non era affatto una parodia facile o corriva, anzi, il copione di Scarnicci e Tarabusi era assai ben scritto; iniziava, come il film di Fellini, con il trasporto in elicottero di una grande statua… però quando Fellini seppe della parodia non gradì, e lo fece sapere al nostro produttore, che era in stretti rapporti di lavoro con i produttori di Fellini, e non ebbe altra scelta che abbandonare il progetto. Però la troupe era già scritturata, e mancavano pochi giorni all’inizio delle riprese. Che fare? Per fortuna, c’erano le Olimpiadi a Roma, e su questa felice coincidenza improvvisammo il film giorno per giorno. Ugo e io eravamo due giornalisti che vogliono darsi al bel tempo, e come scusa di copertura per le mogli s’inventano che a Roma c’è una cellula nazista sulla quale devono investigare. Naturalmente si scopre che la cellula c’è davvero. Francis Bianche, che aveva avuto un grande successo nel ruolo del comandante hitleriano in un film con la Bardot, rifece anche lì il nazista pazzo; poi, sempre in cerca di spunti per questo copione improvvisato, ci chiedemmo: «E adesso come si finisce?». Allora io dissi: «Facciamo che passa Hitler». Conoscevo un esule russo, persona assai civile, che per sbarcare il lunario rivendeva a un drugstore molto chic di via Veneto certi dolci russi che sapeva fare solo lui. L’esule era praticamente identico a Hitler: lo scritturammo e lo facemmo apparire. Girato con nulla, diventò uno dei maggiori incassi dell’anno, sopra quasi tutti i film d’autore dell’annata.”

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La locandina originale de “Le olimpiadi dei mariti”(1960), quello che è ritenuto il miglior film della coppia Tognazzi-Vianello.

Quello stesso anno esce anche Tu che ne dici?, altro grosso successo targato Tognazzi-Vianello. Frizzante e piacevole, è la storia di due imbroglioni specializzati in travestimenti, che sfrutta l’abilità dei due comici nei travestimenti e nelle imitazioni ( riuscite quelle di Vianello- De Gaulle e Tognazzi-Fidel Castro). Aperto e chiuso da un curioso mise en abìme con i due protagonisti che guardano al cinema il loro film, Tu che ne dici? bissa il successo dei precedenti film. La serie prosegue poi, con Psycosissimo, splendida parodia di Psycho, in cui l’atmosfera da thriller-comico permane per tutto il film, con un humor nero che dà modo a Vianello di dare sfogo alla sua comicità noir, mentre a Tognazzi dà modo di spadroneggiare in un personaggio a lui incline, ovvero quello dello sciupafemmine. Siccome la coppia funziona, si sceglie di affiancarli a due vecchi “pezzi da 90”, ovvero Peppino De Filippo e Totò, curiosamente in due farse ambientate in epoca fascista. A noi piace freddo con Peppino De Filippo, e Sua eccellenza si fermò a mangiare con Totò. La prima fa il verso al celebre film di Billy Wilder ( la frase in codice con cui Radio Londra dà l’ordine dell’attentato ) e si poggia tutto sulla vervè della celebre coppia, con un’esilarante scena in cui Tognazzi travestito da donna per sfuggire alle Ss, sposa il barone Vianello. Curiosità: a riprova della popolarità raggiunta dalla coppia, per la prima volta dopo quattordici film, Tognazzi e Vianello interpretano personaggi che hanno i loro stessi nomi. E poi c’è Sua eccellenza si fermò a mangiare, che si inserisce invece, nel filone che rievoca il ventennio con toni burleschi.  In questo film la presenza dominante di Totò ha distolto l’attenzione della critica dall’interpretazione di Tognazzi e di Vianello, pur presenti in ruoli di rilievo. E anni dopo sarà proprio lo stesso Tognazzi a rendere noto nel corso di un’intervista televisiva quel rancore nei confronti di un cinema che vedeva gli attori come oggetti, prendendo come esempio il film interpretato con Totò. Ma il successo prosegue, e a questo punto è utile definire come la coppia Tognazzi-Vianello, fosse cinematograficamente una coppia piuttosto aperta, sullo stile di quella futura di Bud Spencer e Terence Hill, meno ossessivamente chiusa in sè rispetto a Franchi & Ingrassia, tanto per fare un esempio. Entrambi interpretavano anche svariati film l’anno singolarmente, prima che Tognazzi con Il federale La voglia matta, entri nell’Olimpo della commedia all’italiana d’autore. Ma continuiamo a citare qualche altro film. Nel 1961 escono Pugni, pupe e marinaiI magnifici tre. Il primo film è praticamente il seguito di Marinai, donne e guai, stesso cast, stessa trama, stessi ruoli: Tognazzi è il sottotenente Campana e Vianello il comandante. Proprio Vianello, ci racconta un aneddoto esilarante del film:

“Pugni, pupe e marinai lo girammo a La Spezia in piena estate. Giravamo sulla coperta di una nave della Marina militare. La coperta è di metallo, e perché non s’arroventi viene riparata dal sole con grandi tende bianche, ma noi per esigenze tecniche non potevamo coprirla, e la coperta si trasformava in una padella infuocata; così che vestivamo solo la parte superiore della divisa bianca da ufficiali della Marina militare, e sotto restavamo in costume da bagno e zoccoli. Dalle altre navi che passavano in rada ci guardavano con gli occhi fuori della testa: tra l’altro non è che ci fosse sempre la macchina da presa, in coperta…”

Del film rimane strepitoso lo sketch “Tito, te tu hai ritinto il tetto”, in cui Tognazzi e Vianello interpretano se stessi, intenti a preparare il loro nuovo numero per la tv.

I magnifici tre è invece uno dei western più squinternati della storia del cinema italiano. Il titolo fa il verso a I magnifici sette di John Sturges, ma quello che è rilevante è il terzetto di protagonisti/amici, ovvero Walter Chiari, Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello. I primi due erano stati protagonisti di un altro western all’italiana l’anno precedente, Un dollaro di fifa, e dato il grande successo di pubblico, si pensò di arruolare anche Vianello e creare un terzetto di lusso. Il film venne girato in Spagna, perché la Titanus aveva intenzione di sfruttare il villaggio costruito per girarci la Maja desnuda con Ava Gardner e Anthony Franciosa. Il film comunque è una compiuta e coerente parodia dei western classici, le trovate sono spesso felici e il trio di “lusso” funziona e fa ridere. L’importanza del film risiede appunto nel fatto di essere all’origine dello spaghetti-western, con un debito ancora evidente verso schemi e ritmi del varietà e del cinema comico degli anni ’50. Il film fu uno dei maggiori incassi della stagione, ma ciò non bastò certo ad intenerire la critica che lo stroncò ferocemente, salvando solo i tre protagonisti. Curiosità: il film venne riscoperto da un altro maestro del demenziale come John Landis che ne I tre amigos fa più di un riferimento al film di Simonelli, rinfrescandone il culto dopo oltre 30 anni. Poi, mentre Tognazzi iniziava a prendere parte a qualche commedia all’italiana impegnata, i due avrebbero continuato a lavorare insieme per altri due film. Entrambi del 1962, in cui i film in coppia sono soltanto due, anche perché Tognazzi quell’anno girò ad esempio La marcia su Roma, con Gassman e Risi in regia, e dunque aveva già compiuto quel famoso salto di qualità, che l’aveva portato a diventare il quarto mostro della commedia all’italiana. Con Vianello gira Una domenica d’estate, farsa balneare di ottimo livello, e soprattutto il film in costume I tromboni di Fra Diavolo, che si issa quasi a sorpresa come uno dei migliori affreschi dell’occupazione napoleonica del Regno di Napoli. Siamo all’alba del 1800, e la storia di due soldati della Repubblica Cisalpina, Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello si intreccia con quella di Fra Diavolo, il celebre militare e brigante italiano, che ordiva agguati agli invasori francesi e che era sempre dalla parte dei più poveri. La produzione del film è insolitamente ricca e ambiziosa, e i due comici utilizzati come corpo estraneo vagamente surreale, riducono le gag a base di smorfie e gesticolazioni a favore di situazioni più complesse e studiate, in una cornice ineccepibile dal punto di vista storico. Per l’ormai consolidata coppia Tognazzi-Vianello era questo il ventesimo e ultimo film insieme e la scelta risultò quantomai appropriata anche per recitare un film in costume in un chiaro remake del celebre film con Stanlio & Ollio del 1932. Del resto i loro ruoli vennero cuciti addosso ai due personaggi: il primo, alto e slanciato, è chiaramente assimilabile al nobile (anche se decaduto) ufficiale d’esercito vecchio stampo, che non manca di portamento ed intelligenza, mentre Tognazzi ovviamente è nella parte del contadino semplice ma furbo.

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L’ultimo film di Vianello e Tognazzi in coppia è anche uno dei più riusciti. Film in costume, dei più apprezzati riguardo il periodo napoleonico, si evidenzia per l’affiatamento tra i due, qui ai massimi storici.

6. Separazione consensuale, ma l’amicizia continua

“Mi seccava un pò che nessuno tenesse presente, proponendo a me e a Vianello “I baccanali di Tiberio” e “Un dollaro di fifa”, il nostro lavoro in “Un, due, tre”. In quella trasmissione avevamo lavorato esclusivamente sull’attualità, sui tipi che si vedono alla televisione o nelle strade o negli uffici, sulle cose che succedono in Italia, e avevamo avuto un grosso successo. Al cinema, invece, dovevamo rimetterci a fare i buffoni e a interpretare storie assurde. Ripeto, era scocciante, ma d’altra parte ci davano un bel pò di milioni” (Ugo Tognazzi)

Senza dubbio, Tognazzi esagera nell’essere eccessivamente critico, verso di sè e verso una serie di film comunque dignitosi, ma si sa, nessuno è peggior critico di se stesso. Nelle sue parole è ben evidente il senso di un’ambizione legittima, della paura che il proprio lavoro, fatto con estrema professionalità non potesse essere valorizzato appieno. E in questo senso si deve intendere il salto di qualità che ad un certo punto Tognazzi ha deciso di compiere, ovvero quello di uscire dalla farsa, seppur di successo, per entrare in una dimensione di personaggi a tutto tondo, capaci di diventare sociologicamente rappresentativi della società dell’epoca. Il federale(1961) di Luciano Salce, è lo spartiacque della carriera di Ugo Tognazzi. Ci descrive tutto Raimondo Vianello, il quale testimonia anche la correttezza dell’amico/collega:

“Nel 1961 Ugo fece “Il federale”, il film che gli ha fatto fare il salto di qualità nella carriera, perché prima aveva fatto solo i film con me, che erano filmetti senza pretese. Non vorrei sbagliarmi, ma mi sembra che il film fosse stato scritto per la coppia, e si intitolasse “Io e il federale”. L’avevano scritto Castellano e Pipolo. Ugo però capì che facendolo con un altro avrebbe potuto uscire dallo schema della nostra comicità; e me lo disse, non mi fece la cosa di nascosto. Mi disse: «Se la faccio con te, rifacciamo uno dei soliti film, se la faccio con un altro» (e alla fine quell’altro fu l’attore francese di teatro e di cinema Georges Wilson) «ho la possibilità di fare qualcosa di nuovo». Ma non solo fu sincero, mentre un altro l’avrebbe fatto di nascosto: «… Scusa, sai, ma mi hanno chiamato, faccio un altro film…», ma mi chiamava a vedere il girato sul quale era pieno di dubbi, perché Ugo era così, passava dall’esaltazione senza fine al pessimismo più enorme; e io gli dicevo: «Ma guarda che è molto carino; adesso lo vedi così, con la colonna sonora provvisoria, senza il montaggio…» insomma lo incoraggiavo, e a ragione, perché il film fu poi quel successo meritato che fu.”

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“Il Federale”(1961), rappresenta il salto di qualità tanto desiderato da Ugo Tognazzi. Che da lì in poi, entra nell’olimpo della commedia all’italiana d’autore.

Due film l’anno successivo, poi la coppia si sciolse. Ugo era stato promosso definitivamente in serie A, e curiosamente non farà più nessun film con chi l’aveva diretto nei 40 film precedenti. Si sciolse la coppia cinematografica, ma l’amicizia è rimase. Per sempre. I due si sentivano o si vedevano settimanalmente, ricordando magari i vecchi tempi, o facendosi una partita a tennis, o una scorpacciata culinaria, nella villa di Ugo a Torvajanica, dove era solito invitare gli amici di sempre. Vogliamo quì raccontare un aneddoto? A un certo punto Tognazzi aveva deciso di istituire ogni venerdì sera “la cena dei dodici apostoli”. Partecipavano dodici amici, fra cui Villaggio, Monicelli, Vianello e gli sceneggiatori Benvenuti e De Bernardi. Funzionava così: lui preparava una cena in pompa magna; a fine serata si sarebbe proceduto con una votazione segreta per ogni piatto. C’erano solo sei possibilità di giudizio: straordinario, ottimo, buono, sufficiente, cagata, grandissima cagata. Racconta Piero De Bernardi, il quale impersonava l’apostolo Tommaso “che ci metteva il naso”, che una sera si era svolta una cena con un menu dagli esiti catastrofici. Tognazzi, vestito da cuoco con tanto di cappello, spiava le facce dei commensali dalla porta della cucina. A fine pasto, era passato a raccogliere con un vassoio d’argento le schede di voto, rigorosamente anonime. Era stato Leo Benvenuti a leggere ad alta voce i risultati, dice Villaggio. Primo piatto: tre insufficienze, cinque cagate e quattro grandissime cagate. Secondo piatto: dodici cagate. Terzo piatto: due cagate e dieci grandissime cagate. Tognazzi, in rigoroso silenzio, aveva raccolto le schede e le aveva infilate in una busta da lettere. –Che devi farci?-gli aveva chiesto curioso Villaggio. –Domani le porto da un grafologo-era stata la risposta secca. Nel frattempo Monicelli, che dei dodici apostoli era Giuda, girava intorno alla tavola raccogliendo gli avanzi e riponendoli in un sacchetto di plastica.-Dove li porti?-gli aveva domandato sospettoso Tognazzi. E Mario Monicelli, perfido:-All’istituto italiano di criminologia!

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Metà anni ’70: Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi a “Villa Tognazzi”, tra una mangiata e un rovescio di tennis.

Questo anche per testimoniare l’amicizia fraterna che legava Tognazzi a Vianello, sopravvissuta alla separazione cinematografica, che per altri è risultata spesso deleteria. E se Tognazzi viene promosso nella commedia all’italiana di serie A; Vianello continua ad essere uno dei massimi interpreti del film comico puro all’italiana. Per tutti gli anni ’60 il suo è un nome fisso, spesso insostituibile della comicità italiana, sia al cinema che in televisione, e spesso in coppia con la moglie Sandra Mondaini, con la quale firmerà un’altra delle magiche coppie dello spettacolo italiano. Ma questa è un’altra storia…

7. I Caroselli di Tognazzi e Vianello

Negli anni ’70 la Stock commissionò una serie di spot a Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello e con la partecipazione di Sandra Mondaini. Questi spot riprendendo lo spirito delle loro prime trasmissioni televisive, rappresentavano il ritorno in coppia di Tognazzi e Vianello, stavolta per la famosa trasmissione televisiva di Carosello. Brevi scenette umoristiche e giochi di parole audaci, facevano rivivere agli italiani i fasti di Un, due, tre. Tognazzi era il sempliciotto, mentre Vianello quello aristocratico e un poco snob dell’uomo raffinato e colto. Gli spot per la Stock ottennero un grande successo di pubblico ed erano coincidenti con gli ultimi anni di programmazione di Carosello. I due avevano già interpretato innumerevoli spot per il Carosello nei primi anni ’60, quando facevano coppia fissa anche al cinema.

8. L’elenco dei 22 film in coppia di Tognazzi e Vianello

1. Ridere, ridere, ridere (1955), di Edoardo Anton

2. La moglie è uguale per tutti (1955), di Giorgio Simonelli

3. Mia nonna poliziotto (1958), di Steno

4. Marinai, donne e guai (1958), di Giorgio Simonelli

5. Guardatele, ma non toccatele (1959), di Mario Mattoli

6. La duchessa di Santa Lucia (1959), di Roberto Bianchi Montero

7. Assi alla ribalta (1954, distribuito nel 1959), di Ferdinando Baldi

8. Noi siamo due evasi (1959), di Giorgio Simonelli

9. La cambiale (1959), di Camillo Mastrocinque

10. Tu che ne dici? (1960), di Silvio Amadio

11. Il mio amico Jekyll (1960), di Marino Girolami

12. A noi piace freddo! (1960), di Steno

13. Le Olimpiadi dei mariti (1960), di Giorgio Bianchi

14. Psycosissimo (1961), di Steno

15. Gli incensurati (1961), di Francesco Giaculli

16. Sua Eccellenza si fermò a mangiare (1961), di Mario Mattoli

17. Cinque marines per cento ragazze (1961), di Mario Mattoli

18. La ragazza di mille mesi (1961), di Mario Mattoli

19. Pugni, pupe e marinai (1961), di Daniele D’Anza

20. I magnifici tre (1961), di Giorgio Simonelli

21. Una domenica d’estate (1962), di Giulio Petroni

22. I tromboni di Fra Diavolo (1962), di Giorgio Simonelli

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Domenico Palattella

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