Il Medioevo nel cinema italiano.

cinema italiano e medioevo 1
La foto è tratta dal film “L’Armata Brancaleone”(1966) di Mario Monicelli, il più importante film italiano ambientato nel Medioevo. Il ruolo del cavaliere errante Brancaleone da Norcia è reso con grande ironia da Vittorio Gassman, quì in uno dei ruoli della “vita”.

Fin dalle sue origini il cinema ha tratto dal passato, dalla storia, materia per i suoi film, anche per quelli la cui durata, come accadeva ai primordi, non superava pochi minuti. Possiamo dire a tal proposito che il film storico è stato il primo fra i “generi” cinematografici. Il francese Georges Méliès, uno dei padri della settima arte, ne fu l’antesignano, visto che era solito inframmezzare fra un film e l’altro di pura fantasia (questi costituiscono infatti gran parte della sua sterminata filmografia) anche alcuni altri che oggi noi definiamo appunto come “film storici” su avvenimenti del passato: nacque così con lui un modello cinematografico che si fonda sulla rievocazione di eventi lontani nel tempo, il cui potere di suggestione sul pubblico sarebbe rimasto intatto nei decenni successivi, fino ai nostri giorni. In linea generale possiamo intendere in due sensi il rapporto cinema-storia: da un canto il cinema (non quello di fiction, ma quello che si definisce di attualità) è documento storico, che capta un avvenimento nel flusso continuo della realtà e lo tramanda a futura memoria, sicché gli storici che studieranno il Novecento avranno un’occasione preziosa per cogliere dal vivo molti aspetti delle società odierne così come si sono manifestati effettivamente (altro, ovviamente, il problema legato all’attendibilità dei documenti che li testimoniano). Perché il cinema è “storico” anche come documento, registrazione di quell’incessante moto della realtà che costituisce appunto l’oggetto della storia nel suo farsi: una vasta mole di materiale di cui lo storico di domani potrà disporre attingendo allo sterminato archivio audiovisivo venutosi a creare col tempo a partire dalla nascita del cinema e della televisione. Modi di vita, costumi e abitudini dell’uomo del Novecento (e anche dell’ultimo Ottocento se si considera tutto il materiale impresso sulla pellicola negli ultimi anni del XIX secolo), grandi eventi epocali, personaggi illustri del secolo scorso, tutti tramandati dall’evidenza irrefutabile dell’immagine cinematografica. Non sarà necessario, almeno in grande misura, affidarsi a congetture, interrogarsi intorno alla realtà fenomenica dei fatti evidenziati da tanto materiale documentario che si è venuto accumulando nel tempo. Tutto sarà lì, descritto sulla pellicola per soddisfare la curiosità e l’interesse non soltanto degli studiosi della storia. Da un altro canto, e questo riguarda il film narrativo (fiction), abbiamo il cinema appartenente al “genere” storico vero e proprio, quello che rievoca vicende vere o immaginarie ambientate nel passato, rappresentate con gli strumenti della fantasia e con un insieme di riferimenti necessari a dare una precisa fisionomia storica alla narrazione. Uno dei problemi centrali del film storico – che esso condivide però con tutte le opere di finzione appartenenti ad altri campi artistici, come il romanzo, il melodramma, i drammi teatrali – è quello che attiene per così dire alla sua rispondenza esatta al passato, alla sua precisa documentazione. E’ chiaro che un film storico ambientato nella prima o nella seconda guerra mondiale, girato ad inizio anni ’60, come La Grande Guerra Tutti a casa, corrisponde ad una testimonianza anche visiva di chi aveva vissuto quei momenti, perché d’altronde rappresentava un preciso momento storico non certo remoto. Viceversa appare chiaro, che rappresentare cinematograficamente un periodo storico che andasse a ritroso dall’800 in poi, non poteva essere basato a niente altro che non fosse la letteratura dei maggiori scrittori del passato, che possiamo senza dubbio indicare come modelli narrativi del cinema storico.

cinema italiano e medioevo 2

Accade spesso di verificare, ad ogni apparire di film storico viene riproposto il problema della sua validità anche sul piano “scientifico”, particolarmente quando si tratti di opere rilevanti sul piano artistico. Discorso che verte sulla rispondenza o meno della creazione artistica alla storia così come la professano gli storici stricto sensu. È inevitabile che il confine fra i due territori riveli tutto il carattere problematico del rapporto fra verità scientifica e verità artistica. Rapporto che non andrebbe mai considerato in termini di opposizione, dove la storia rivendichi un’autonomia assoluta, col risultato di sconfessare alla radice ogni film che si discosti dalla verità per finalità varie e che noi dobbiamo necessariamente riferire all’intenzionalità artistica dell’autore. Il fatto è che il ripensamento del passato attraverso il linguaggio dell’immaginazione si sviluppa nel processo messo in moto dalla fantasia, che assorbe in sé la verità storica ma la rielabora secondo finalità sue proprie che, fino a un certo punto, possono non coincidere con quelle riscontrabili da una rigorosa verifica documentale. Di qui le “smagliature” rispetto alla storia che osserviamo spesso in alcuni film appartenenti a questo genere, anche in quelli maggiori. Appare chiaro quindi, che più il film in costume è ineccepibile dal punto di vista storico, maggiore sarà la sua rilevanza e la sua importanza, proprio perché questo genere ha una complicanza in più rispetto ad un film ambientato nel presente o nel passato più prossimo. Il remoto viceversa è mistero, ma è anche fascino, e in tal senso uno dei periodi storici più sfruttati dai nostri autori cinematografici, anche per l’audacia di tanti modelli letterari, su tutti il Decameron, di Giovanni Boccaccio, è il genere storico ispirato al Medioevo. Epoca misteriosa, di passaggio, ma che ci ha lasciato numerosissime testimonianze artistiche della sua presenza: castelli, documentazioni storiche, dipinti e qualche libro d’autore, Dante, Boccaccio, Petrarca in primis. Il Medioevo risulta essere, soprattutto in Italia, uno dei periodi più sviluppati dal nostro cinema. Dagli anni ’30 ad oggi, si contano oltre 400 titoli, ambientati appunto nel Medioevo, molti trascurabili anche perché inattendibili dal punto di vista storico; ma anche svariati ineccepibili storicamente e che sono, a ragione, rimasti nella storia del nostro cinema. Questi film d’altronde, hanno una qualità in più, andrebbero ( e negli ultimi anni finalmente si è capita l’importanza) utilizzati nelle scuole, in appoggio alle lezioni di Storia, anche perché la memoria visiva ha da sempre avuto molta più presa nell’uomo, rispetto a quella meramente mnemonica. Nella raffigurazione storica del Medioevo, non solo vi si sono cimentati tutti i più grandi autori del cinema italiano, ma anche tutti i più grandi attori. Almeno una volta infatti, sono passati tutti da questa affascinante epoca storica, a cavallo tra l’antico e il nuovo mondo, quest’epoca di passaggio durata quasi un millennio. Da un primo modello puramente letterario, si è passati ad un modello che trae spunto anche dal film in costume stesso, basti pensare a due capostipiti e pietre miliari indiscutibili, come L’Armata Brancaleone(1966) di Mario Monicelli, e il Decameron (1971) di Pier Paolo Pasolini, che hanno innovato il genere sia dal punto di vista linguistico che da quello visivo.

cinema italiano e medioevo 3
Una scena tratta dal “Decameron secondo Pasolini”(1971), uno dei due modelli cinematografici italiani del film di ambientazione medioevale, insieme all’Armata Brancaleone.

Arrivati a questo punto, val la pena fare una piccola precisazione, ovvero che tutti i film che andrò a citare nel prosieguo del saggio, sono quelli che per la validità storica, per il successo di pubblico, per la qualità dei suoi interpreti e dei suoi autori, si ergono rispetto all’anonima mediocrità di tanta cinematografia coeva. Il Medioevo è un arco di tempo abbastanza lungo e pieno di novità, ma anche di contraddizioni evidenti. Come si è già detto sopra, spesso il riferimento al Medioevo è tratto dalla letteratura, anche ottocentesca. Un esempio su tutti i romanzi di avventura picareschi di Emilio Salgari, che vengono presi fin da subito come modelli cinematografici, per descrivere il magico mondo dei pirati. Un Medioevo fantastico, quasi leggendario, che piacque fin da subito tanto al pubblico di bocca buona, che a quello più esigenti. Uno dei primi film in costume di ambientazione picaresca degni di nota, è Il pirata sono io!(1941), con il grande Macario. Una girandola di invenzioni comiche di eccelso valore, che riesce a restituire in pieno l’ambientazione fantastica del mondo piratesco. Macario è infatti l’attore perfetto per incarnare il mondo picaresco, nei panni del timido Jose, con magiche trovate, gag fulminanti e un pizzico di follia, che incantano la platea. E per una volta il suo personaggio, non è solo ingenuo e sognatore, ma anche un eroe. Il mondo dei pirati, insomma, visto in piena libertà, e con grande irriverenza, tipica del più surreale Macario e del regista Mario Mattoli. L’elemento fantastico del termine continua poi, con Renato Rascel e il suo Alvaro piuttosto corsaro (1954), una favola dagli effetti comici e dal fascino irresistibili, arricchito dal suggestivo uso del technicolor e dai suoi sgargianti e luminescenti colori. La trama si basa sulle peripezie del corsaro Alvaro (Rascel) alle prese con una ciurma di pirati che vuole sottrargli una preziosa pergamena e a cui gioca brutti scherzi grazie alla complicità di uno scimpanzé che si porta sempre dietro. Lo scenario è dunque suggestivo, le scenografie sono scintillanti e di cartapesta, lo spettatore lo sa, si accorge che sono solo fondali, ma è proprio questa atmosfera fiabesca e magica a conquistarlo e a farne decretare il trionfo. Per concludere il discorso sul mondo picaresco val la pena almeno citare Totò contro il pirata Nero (1964), Franco, Ciccio e il pirata Barbanera (1968) e I picari (1987) con Giancarlo Giannini ed Enrico Montesano.

cinema italiano e medioevo 4
Il pirata bizzarro e surreale di Renato Rascel, nel film “Alvaro piuttosto corsaro”(1954).

E poi c’è soprattutto il Medioevo tratto dai capolavori della letteratura, che riveste un’importanza fondamentale nel cinema in costume ispirato a tale epoca storica. C’è il Don Chisciotte e Sancho Panza (1968), ispirato alla celebre opera di Miguel de Cervantes. Il film rimane una delle migliori interpretazioni della coppia comica. I due infatti, si si superano, rispettivamente Ciccio nei panni del cavaliere errante, e Franco in quelli del suo fido scudiero. E’ il più bel film italiano ispirato alla leggendaria opera di Cervantes, pulito, lineare, divertente, concepito con un certo spirito libertario che lascia il segno (Sancio/Franchi che diventa governatore e legifera a favore del popolo, l’incitamento finale di Don Chisciotte/Ingrassia a “combattere contro il vento” come inevitabile destino di una vita non omologata). Riuscito e storicamente ineccepibile anche Le piacevoli notti (1966), pochade goliardica in puro stile boccaccesco, di chiaro stampo Rinascimentale. Il punto di partenza è Boccaccio che passa attraverso Steno, come sceneggiatore. Gassman, Tognazzi e la Lollobrigida sono i protagonisti: sembra un’operazione tra amici, divertente e spiritosa. Toccato indirettamente Giovanni Boccaccio, ora diventa utile arrivarci ufficialmente grazie al maestro Pier Paolo Pasolini, che prende a modello proprio il Decameron, il libro più famoso e più libertino del Medioevo. La rilettura di Pasolini, che porta l’omonimo titolo del celebre libro, mira ad esaltarne il lato comico-popolare ( da cui la scelta dell’ambientazione napoletana e dell’uso del dialetto ) e a far emergere la naturale fisicità e la sessualità gioiosa insite nella grande tradizione della narrativa popolare. Un piccolo-grande riassunto della poetica cinematografica di Pasolini, volta a rimarcare l’intento progressista delle sue opere cinematografiche, nel tentativo di superare gli arcaici tabù, in direzione di una “liberalizzazione sessuale” post sessantottina. Il riferimento “ufficiale” al Boccaccio, dà seguito a tutt’una serie di pellicole coeve, destinate ben presto a cadere nel pecoreccio. Prima del “salto nel buio”, si salvano Boccaccio (1972) di Bruno Corbucci, in cui c’è Noschese, il quale interpreta Lambertuccio da Cecina, vittima degli scherzi di Montesano e di Pippo Franco, che però a fine film si prende la sua rivincita sposando una bella e desiderata fanciulla; e gli altri due film di Pasolini rientranti in tale genere, ovvero “Racconti di Canterbury”(1972) e “Il fiore delle mille e una notte”(1974).

le-piacevoli-notti-1966
La locandina originale del film “Le piacevoli notti”(1966), con Vittorio Gassman, Gina Lollobrigida e Ugo Tognazzi, in tre gustosissimi episodi dal vago gusto rinascimentale.

Ma “Medioevo” è sinonimo anche di Crociate in Terra Santa, e anche in questo caso il cinema è stato lì, pronto a sfruttare questo filone. C’è I due crociati (1967), con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia; c’è Il prode Anselmo e il suo scudiero (1972), con Alighiero Noschese ed Enrico Montesano nei panni del prode Anselmo e del suo scudiero Gian Puccio Senza Terra; ma è chiaro che la posizione di egemonia tocca tutta al capolavoro di Mario Monicelli, L’Armata Brancaleone(1966), che rimane il miglior film di ambientazione medioevale della storia del cinema italiano. L’Armata Brancaleone è una delle più importanti commedie all’italiana di tutti i tempi, e racconta la storia di Brancaleone da Norcia (Vittorio Gassman), un pomposo e spiantato cavaliere duecentesco “ardito, senza macchia e senza palanche” che, entrato in possesso di una pergamena che gli assegna il titolo di Signore, parte alla volta del feudo pugliese di Aurocastro. Sulla sua strada recluta personaggi strampalati e improbabili: l’anziano notaio Abacuc ( Carlo Pisacane), ebreo successivamente costretto al battesimo, lo scudiero Mangold ( Ugo Fangareggi), l’irsuto Pecoro (Folco Lulli) e il giovane Tacconi ( Gianluigi Crescenzi), con i quali attraversa l’Italia, imbattendosi in nobili bizantini decaduti, città in preda alla peste, monaci invasati in cammino verso la Terra Santa e fanciulle in pericolo, fino all’arrivo ad Aurocastro, non esattamente il luogo che si aspettava. Il Brancaleone di uno scatenato Vittorio Gassman è l’ennesimo perdente, ingenuo e sbruffone, mentre attraverso il suo viaggio vengono ritratti corrosivamente la cialtroneria, gli egoismi, la pompa e la miseria dell’Italia e degli italiani, ma anche, con affetto, la forza dei legami amicali e comunitari, l’arte di arrangiarsi, la capacità di sorridere o reagire di fronte alla sventura. Il suo seguito Brancaleone alle Crociate (1970), ripropone il medesimo mondo popolaresco e fanfarone, con un Gassman sempre amabilmente gigionesco e costantemente sopra le righe. Sulla falsariga dell’Armata Brancaleone, nel 1976 Pasquale Festa Campanile dirige Il soldato di ventura che tratta in chiave comico/grottesca la disfida di Barletta ( 13 settembre 1503 ). Nel film vengono narrate le avventure picaresche di Ettore Fieramosca, interpretato con sagacia da Bud Spencer, e del suo manipolo di 13 bizzarri cavalieri, che affrontano e sconfiggono altrettanti francesi che avevano offeso loro e l’onore degli italiani. Esilarante la disfida finale in spiaggia, dove tra atti di valore, gag e qualche simpatica scorrettezza, gli italiani riescono ad avere la meglio sul manipolo francese. Sempre prendendo come esempio da seguire L’Armata Brancaleone, che per tutti diventa il “nuovo” modello cinematografico del genere, val la pena citare Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno (1984), diretto curiosamente sempre da Mario Monicelli e tratto dagli scritti di Giulio Cesare Croce, ma anche di Fedro, Boccaccio, Geoffrey Chaucher. Erano passati quasi vent’anni da quel capolavoro che fu L’armata Brancaleone quando Mario Monicelli portò sul grande schermo quest’altro film, a cui, inevitabilmente, l’epopea stracciona di Brancaleone da Norcia si ricollega. E il film segna tanti punti a favore: la pertinente e precisa ricostruzione d’epoca, il cast di lusso con Ugo Tognazzi e Alberto Sordi sugli scudi, l’atmosfera medievale anticonvenzionale, il linguaggio brullo e ruspante. Siamo agli inizi del ‘500 e quella narrata nel film è la storia di Bertoldo (Tognazzi), contadino povero e ignorante, che giunge alla corte di Re Alboino, con il figlioccio Bertoldino e Fra’ Cipolla (Sordi), un curioso religioso imbroglione e cialtrone. Un grande film, al di là delle apparenze e delle numerose rozzagini volontarie del quale è pervaso.

cinema italiano e medioevo 5
Bud Spencer nei panni di Ettore Fieramosca nella famosa disfida di Barletta del 1503, dal film “Il soldato di ventura”(1976). L’eroismo di un manipolo di 13 italiani che sconfiggono altrettanti francesi alle porte della cittadina pugliese. Precisione storica ineccepibile.

Ci sono poi, una serie di film, che pur non ascrivibili a nessun sottogenere specifico, sono tra i migliori prodotti del Medioevo cinematografico. C’è ad esempio Non ci resta che piangere (1984), l’unico film in coppia di Massimo Troisi e Roberto Benigni, in uno dei capitoli medioeval-cinematografici più famosi del nostro cinema. Non ci resta che piangere (1984) è ricco di gustose citazioni storiche ed è rimasto nell’immaginario collettivo per le invenzioni e le gag di Troisi e Benigni. Mario (Troisi) e Saverio (Benigni), trovato chiuso un passaggio a livello, passano la notte in una locanda, ma la mattina scoprono di essersi risvegliati a “Frittole”, nel 1492. Devono adeguarsi alla vita dell’epoca pur sperando di rientrare nel loro mondo. Meno conosciuto, ma non meno riuscito, va citato Io, Amleto(1952), gustosissima parodia dell’Amleto di Shakespeare, con Macario nei panni del protagonista. Io, Amleto non era altro che la trasposizione cinematografica di un vecchio spettacolo di Macario, Follie d’Amleto, che nel 1946 aveva spopolato sui palcoscenici di tutta Italia, che ebbe quindi, la sua trasposizione cinematografica. Di elevato valore storico-artistico Francesco, giullare di Dio (1950), di Roberto Rossellini, tratto dai Fioretti e dalla La vita di frate Ginepro. Si racconta la vita di frate Francesco e dei suoi compagni religiosi impegnati a predicare l’amore per ogni piccola cosa terrena e a sopportare le umiliazioni del prossimo. Ancora una volta Rossellini va controcorrente, rifiutando ogni falsità ideologica e ogni artificio estetico, sia sulla santità intesa come anticonformismo, sincerità, ribellione e follia, e sia sul Medioevo inteso come periodo storico. Dato che siamo nel Medioevo, non mancano episodi legati alla Divina Commedia. Celebre risulta infatti il vecchio film di Esodo Pratelli, Pia de’ Tolomei (1941), un discreto melodramma storico d’ispirazione dantesca (Purgatorio, canto V), con nobili straziati dalla sofferenza per colpa di un cattivo loro pari e popolani tutti felici, buoni e partecipi della tragedia della contessa. Curiosità: Germana Paolieri nei panni della “storica” protagonista letteraria. Proseguendo il nostro viaggio nelle commedie medioevali meno conosciute, possiamo citare Le notti di Lucrezia Borgia (1959), con Belinda Lee nei panni di una delle figure femminili più controverse del Rinascimento italiano; Le meraviglie di Aladino (1961), modesta variazione sul racconto delle Mille e una notte, condotta però con garbo invidiabile, più l’apporto di Aldo Fabrizi nei panni del sultano; Una vergine per il Principe (1965), spiritosa commedia di costume ambientata nel XVI secolo e precisamente alla corte dei Gonzaga, nel Ducato di Mantova. Una commedia fuori dagli schemi, spiritosa, briosa, girata con dovizia di particolari e con un insolito spiegamento di mezzi e comparse. L’episodio, storicamente documentato, come si legge anche nella didascalia iniziale del film, narra delle avventure del principe Vincenzo Gonzaga (Gassman) il quale è costretto, per ottenere in moglie una Medici, a dar prova di virilità, in presenza di quattro testimoni, con una vergine di nome Giulia ( V.Lisi ), fanciulla ingenua, povera, illibata e graziosa.

cinema italiano e medioevo 6
Roberto Benigni e Massimo Troisi nel Medioevo, ai tempi di Leonardo Da Vinci e di Cristoforo Colombo, nel leggendario film “Non ci resta che piangere”(1984).

A chiudere il ritratto di mille anni di storia medioevale italiana, ho lasciato per ultime due pellicole, che rappresentano, ognuna a modo suo, due modi diversi di intendere la storia, e che sono tra i capolavori del film in costume all’italiana. Il primo dei due film è La cena delle beffe (1941), dramma in costume che si svolge nella Firenze dei Medici e che lancia Amedeo Nazzari, come “divo” del cinema. Tratto dall’omonimo poema di Sem Benelli, riscuote un enorme successo di pubblico e rimane nella memoria storica degli spettatori italiani per una serie di motivi: innanzitutto perché contiene la prima scena di nudo femminile (un’inquadratura di pochi secondi di Clara Calamai a seno nudo che varrà il divieto ai minori e la condanna delle autorità ecclesiastiche), poi perché riunisce nel cast due giovani amanti, Osvaldo Valenti e Luisa Ferida che di lì a pochi anni andranno incontro ad un tragico destino accusati dai partigiani di collaborazionismo; infine per l’interpretazione intensa, e oggi diremmo anche un po’ gigionesca, di Nazzari, che in questo film recita la sua battuta più celebre: «…e chi non beve con me, péste lo cólga!». Ripetuta da tutti esasperando l’accento sardo del protagonista, diventerà col tempo un tormentone. E per ultimo va citato Il nome della rosa (1986) di Jean-Jacques Annaud, tratto dall’omonimo bestseller di Umberto Eco. Il film riprende la struttura narrativa del giallo e ne sfrutta la suggestiva ambientazione medioevale, narrando la storia del frate Guglielmo di Baskerville, che, nell’autunno del 1327, si trova implicato in una serie di misteriosi delitti, all’interno di un tenebroso monastero francescano. Il ruolo del frate-detective è impersonato da Sean Connery, grandioso come sempre, anche sotto la tunica.

il nome della rosa
Il clima di inquisizione del film “Il nome della Rosa”(1986), tratto dall’omonimo capolavoro letterario di Umberto Eco. In foto il protagonista, impersonato da Sean Connery.

Queste dunque, sono le pellicole più importanti del cinema italiano, tra quelle ambientate nel Medioevo. Ci saranno state alcune dimenticanze, certamente, senza però scordare che ogni selezione di film, non può prescindere dai gusti e dalle preferenze di chi scrive, e perciò chiaramente opinabili. E’ pur vero che, per quanto possibile, ho cercato di essere quanto più oggettivo possibile, al fine di donare al lettore una piccola enciclopedia del film medioevale italiano. D’altronde il fatto che il più antico e longevo dei generi cinematografici, come s’è detto, sia proprio il film storico, deve far riflettere sull’importanza che il cinema può e deve rivestire nell’educazione e nella formazione culturale delle più giovani generazioni.

Domenico Palattella 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...