La moderna commedia all’italiana: 3 esempi memorabili

la moderna commedia all'italiana
“Il nome del figlio”, “Noi e la Giulia”, “Perfetti sconosciuti”: tre esempi di “nuova” commedia all’italiana corale, che rappresentano la base di una concreta identità cinematografica inserita nel realismo della società dei tempi attuali.

Nell’ultimo biennio si concretizzano e si sviluppano i risultati della “nuova” commedia all’italiana adattata e sviluppatasi sulla scia dei cambiamenti sociologici dei tempi attuali. Si è scelto, a ragione, la strada della commedia corale, un pò come quella creata da Monicelli e dai “Soliti ignoti”, 60 anni fa. E’ un gruppo di attori giovane, o al più di mezz’età, ma quello di oggi è un gruppo di attori di alta classe, che se non rappresentano una generazione “d’oro”, perché il nostro passato cinematografico è difficilmente raggiungibile, di certo sono una generazione “d’argento”. E i nomi, e i talenti sono tanti: Edoardo Leo, Marco Giallini, Rocco Papaleo, Alessandro Gassman, Valerio Mastrandrea, Stefano Fresi, Giuseppe Battiston, Luigi Lo Cascio. E non mancano nomi importanti neanche al femminile: Micaela Ramazzotti, Anna Foglietta, Violante Placido…Di certo però, questa spinta alla commedia corale, di chiaro stampo da “commedia all’italiana”, ha ottenuto la definitiva consacrazione proprio nell’ultimo biennio. Tre film su tutti si ergono a rasentare il capolavoro, in questo determinato genere, che con ambizioni rinnovate puntano ad essere il punto di partenza verso uno sviluppo evolutivo di tale genere negli anni futuri. Parliamo de Il nome del figlio(2015) di Francesca Archibugi; Noi e la Giulia(2015) di Edoardo Leo; Perfetti sconosciuti(2016) di Paolo Genovese. Tre commedie corali, tre modi uguali e diversi di rappresentare la nostra società, alle prese con i falsi miti attuali, smartphone, droni, social, e con la perdita dei valori fondanti della società, come il matrimonio e l’amore. Eppure è proprio nella coralità, nel gioco di squadra, nell’amicizia, che si possono superare i muri esistenziali che ci siamo creati noi stessi, con l’invenzione delle attuali diavolerie elettroniche, figlie di quel progresso scellerato che già Einstein aveva previsto cento anni fa. Le tre commedie si sviluppano con più protagonisti, equiparati come importanza e sempre insieme in scena. Il nome del figlio conta un quintetto di extra-lusso: Valeria Golino, Alessandro Gassmann, Rocco Papaleo, Luigi Lo Cascio e Micaela Ramazzotti. Noi e la Giulia esordio registico di Edoardo Leo, annovera nel cast Luca Argentero, Stefano Fresi, Anna Foglietta, Claudio Amendola, Carlo Buccirosso, oltre al regista stesso. Perfetti sconosciuti allarga ancora di più il concetto di coralità tanto caro al suo regista, nel cast si annoverano infatti ben sette protagonisti: Giuseppe Battiston, ancora Anna Foglietta e Edoardo Leo, Marco Giallini, Valerio Mastrandrea, Alba Rohrwacher, Kasia Smutniak. E i tre film proseguono sulla stessa lunghezza d’onda sia come successo di pubblico, che come consenso di critica. I premi vinti, in tal senso, contribuiscono ad issarli, come i migliori prodotti cinematografici italiani, e che parlano degli italiani, dell’ultimo biennio. Il nome del figlio si aggiudica due Nastri d’argento, ad Alessandro Gassmann come miglior attore protagonista, e a Micaela Ramazzotti come miglior attrice non protagonista. Noi e la Giulia vince invece, due David di Donatello (attore non protagonista a Carlo Buccirosso, David Giovani ad Edoardo Leo), due Nastri d’argento (miglior commedia, attore non protagonista a Claudio Amendola), due Globi d’oro (rivelazione dell’anno ad Edoardo Leo e attore non protagonista a Claudio Amendola). Perfetti sconosciuti si aggiudica due David di Donatello (miglior film e miglior sceneggiatura), tre Nastri d’argento (migliore commedia, miglior canzone originale, e un Premio speciale a tutto il cast), un Globo d’oro (migliore commedia).

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Una scena tratta dal film “Il nome del figlio”(2015), con Alessandro Gassmann, Rocco Papaleo, Valeria Golino, e di spalle Luigi Lo Cascio.

Il primo dei tre film, Il nome del figlio  è un vaudeville sociologico, visto che la prosa è alternata da strofe cantate e conosciute, che si tuffa nel cuore dei suoi personaggi portando il film verso territori nuovi e riportandolo dentro i confini nazionali, dentro la nostra storia, le nostre vite cariche di preconcetti e pregiudizi. La commedia amicale dell’Archibugi è un viaggio, lungo una cena, verso un incerto domani e la riconquista di un’oggettività di giudizio sul mondo e sulle persone. Sempre empatica nei confronti dei propri personaggi, la regista romana dirige un gruppo di attori intelligenti che, come ‘canta’ Dalla nel film, sono arrivati “alle porte dell’universo ognuno con i suoi mezzi e ognuno in modo diverso, magari arrivando a pezzi”. Attori-autori, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Rocco Papaleo e Alessandro Gassmann contribuiscono alla creazione del film, intrecciando una tensione emotiva ed estetica che raggiunge l’acme sulle note di “Telefonami tra vent’anni”. Con loro ma fuori campo, fuori tempo rispetto al flusso di musica e di coscienza, fuori salotto e al di là della finestra, si (ri)leva Micaela Ramazzotti, davvero brava in un ruolo di rimessa, al cospetto degli altri colleghi. Più farsesco, ma comunque efficace, soprattutto nel lavoro di squadra dei protagonisti, Noi e la Giulia è l’altro film, che segna un solco fra la “nuova” commedia all’italiana e tutto ciò che è venuto negli anni precedenti. E lo fa basandosi sul romanzo “Giulia 1300 e altri miracoli” di Fabio Bartolomei, con il regista Edoardo Leo che prosegue il suo percorso di regista-autore (oltre che di interprete) e soprattutto di cantore dei nostri tempi precari e disillusi. Chi un giorno vorrà ricordare quest’epoca dovrà confrontarsi con la sua filmografia, tanto dietro quanto davanti la cinepresa. Del film comunque funziona soprattutto quell’alchimia fatta di improvvisazioni che vanno da sempre ad arricchire il ricco filone della commedia all’italiana. E poi c’è Perfetti sconosciuti, il film rivelazione del 2016, ma soprattutto la pellicola che realizza più compiutamente, più concretamente, il significato abbozzato dalle altre due pellicole. Il concetto del film di Paolo Genovese si riassume tutto in questa frase: “Quante coppie si sfascerebbero se uno dei due guardasse nel cellulare dell’altro?” È questa la premessa narrativa dietro la storia di un gruppo di amici di lunga data che si incontrano per una cena destinata a trasformarsi in un gioco al massacro. E la parola gioco è forse la più importante di tutte, perché è proprio l’utilizzo “ludico” dei nuovi “facilitatori di comunicazione” – chat, whatsapp, mail, sms, selfie, app, t9, skype, social – a svelarne la natura più pericolosa: la superficialità con cui (quasi) tutti affidano i propri segreti a quella scatola nera che è il proprio smartphone (o tablet, o pc) credendosi moderni e pensando di non andare incontro a conseguenze, o peggio ancora, flirtando con quelle conseguenze per rendere tutto più eccitante. I “perfetti sconosciuti” di Genovese in realtà si conoscono da una vita, si reggono il gioco a vicenda e fanno fin da piccoli il gioco della verità, ben sapendo che di divertente in certi esperimenti c’è ben poco. E si ostinano a non capire che è la protezione dell’altro, anche da tutto questo, a riempire la vita di senso. Paolo Genovese affronta di petto il modo in cui l’allargarsi dei cerchi nell’acqua di questi “giochi” finisca per rivelare la “frangibilità” di tutti: e la scelta stessa di questo vocabolo al limite del neologismo, assai legato alla delicatezza strutturale di strumenti così poco affidabili e per loro stessa natura caduchi come i nuovi media, indica la serietà con cui il team degli sceneggiatori ha lavorato su un argomento che definire spinoso è poco, visto che oggi riguarda (quasi) tutti. Per una volta il numero degli sceneggiatori (cinque in questo caso, fra cui lo stesso Genovese, senza contare l’intervento importante degli attori che si sono cuciti addosso i rispettivi dialoghi) non denota caos e debolezza strutturale, ma sforzo corale per raccontare una storia che è intrinsecamente fatta di frammenti (verrebbe da dire di bit, byte e pixel), corsa ad aggiungere esempi sempre più calzanti tratti dal reale. Il copione lavora bene sugli incastri e sugli snodi narrativi che rimangono fondamentalmente credibili, instilla verità nei dialoghi (che certamente verranno riecheggiati sui social e nelle conversazioni da salotto, perché questo fanno certe “conversazioni”: l’eco), descrive tipi umani riconoscibili. Il cast, anch’esso corale, fa onore al testo, e ognuno aggiunge al proprio ruolo una parte di sé, un proprio timore reale. Perché questa società così liquida da tracimare di continuo, sommergendo ogni nostra certezza, fa paura a tutti, e tutti ne portiamo già le cicatrici, abbiamo già assunto la posizione del pugile che incassa e cerca di restare in piedi (o sopravvivere, come canta il motivo di apertura sopra i titoli di testa). Il tono è adeguato alla narrazione: non farsesco (alla Noi e la Giulia), non romanticamente nostalgico (alla Il nome del figlio), non cinico, ma comico al punto giusto, con sfumature sarcastiche e iniezioni di dolore. Questa “cena delle beffe” attinge a molto cinema francese e americano, ma la declinazione dei rapporti fra i commensali è italiana, con continui riferimenti a un presente in cui il lavoro è precario, i legami fragili e i sogni impossibili. La scrittura è crudele, precisa, disincantata, e ha il coraggio di lasciare appese alcune linee narrative, senza la compulsione televisiva a chiudere ogni scena. C’è anche una coda alla Sliding Doors che mostra come il “gioco” (prima che diventi al massacro) sia gestibile solo con l’ipocrisia e l’accettazione di certe regole non scritte: ed è questa la strada che più spesso scelgono gli esseri “frangibili”.

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Il cast di “Perfetti sconosciuti”(2016). Da sinistra a destra: Kasia Smutniak, Edoardo Leo, Marco Giallini, Alba Rohrwacher, Anna Foglietta, Giuseppe Battiston e Valerio Mastrandrea.

Descritti i tre film, appare certa una cosa comunque, ovvero che tutte e tre le opere rappresentano tre momenti fondamentali nella storia della moderna commedia all’italiana; e senza dubbio sono le tre pellicole con le quali dovranno confrontarsi in futuro, sia gli storici che vorranno giudicare e scrivere della commedia all’italiana dei tempi nostri, sia gli addetti ai lavori che vorranno realizzare pellicole coeve o evolutive di queste.

Domenico Palattella

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