I Corti di Nino Manfredi

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Nino Manfredi, uno dei quattro “mostri” della commedia all’italiana, ha vissuto intensamente la sua carriera artistica anche nel prestigioso genere dei film ad episodi. Numerosi sono infatti i ruoli magistrali interpretati nel genere cinematografico più tecnico e più “antico” della storia del cinema. 

Gli anni ’60 sono il decennio in cui, non solo si afferma e si sviluppa la “commedia all’italiana”, ma anche quello in cui, la “riscoperta” del genere dei film ad episodi, operata dal regista Alessandro Blasetti, raggiunge l’apice e il massimo risultato. Questi anni ’60 sono gli anni d’oro della commedia all’italiana. O per meglio dire, sono gli anni in cui la scoperta fatta da Sordi e Sonego, da Zampa e Brancati, e poi da Monicelli, da Germi, da Gassman, da Manfredi, da Salce e dai loro scrittori- la scoperta che gli italiani amavano sentir parlare dei loro difetti, delle disfunzioni del loro sistema, delle bugie dei loro manuali di storia e di altri argomenti scomodi o imbarazzanti, solo a patto di poterci ridere sopra- venne sfruttata su ampia scala; non è esagerato dire che la commedia all’italiana acquistò stabilmente una posizione di primissimo piano nella produzione nazionale. In questo contesto sociale e cinematografico, si inserisce prepotente il genere del film ad episodi, che diventa fin da subito una vera e propria branca della commedia all’italiana, ovvero diventa una tipologia di commedia all’italiana. Vi si cimentano un pò tutti i grandi interpreti italiani degli anni ’60, dai quattro grandi specialisti, ossia Manfredi, Sordi, Gassman e Tognazzi, a Mastroianni e Chiari, più proteiformi dei loro colleghi e meno disponibili al type-casting. Specialmente Nino Manfredi, sempre oculato amministratore di sé stesso e della sua carriera, vivrà gran parte degli anni ’60 in questo determinato genere, riuscendo, e non sporadicamente, a ritagliare interpretazioni memorabili e corti che rasentano il capolavoro. A questo punto val la pena dire, che nella dilagante domanda per la commedia e per i suoi quattro esponenti D.O.C., e non essendo sempre a portata idee “lunghe” come quelle di Divorzio all’italiana o della Grande Guerra, i produttori ricorsero ora spessissimo ai film a sketch ( di uno o più registi, e di solito con un tema comune ), specialità tipicamente italiana, che oltre a sfruttare spregiudicatamente spunti validi ma troppo brevi per il peso di un intero film, consentiva di cumulare nomi di presa sicura. Si diceva sopra, di come Nino Manfredi sia stato uno dei più assidui frequentatori di tale genere. Genere che, proprio negli anni ’60 si arricchisce di quella descrizione comica, ma amara e malinconica, tipica della migliore commedia all’italiana. Proviamo a fare una selezione dei migliori cortometraggi interpretati da Nino Manfredi, considerando che ce ne sono almeno una mezza dozzina, che per la qualità della storia, nonché per la verve deliziosa dell’attore ciociaro, rasentano la perfezione, e sono dei piccoli capolavori, talvolta misconosciuti, quindi meritevoli di riscoperta.

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Nino Manfredi e Virna Lisi nel cortometraggio “La telefonata”, dal film corale “Le bambole”(1965).

Il suo primo cortometraggio, corrisponde curiosamente con il suo esordio da regista, ovvero L’avventura di un soldato, tratto da L’amore difficile(1962). Peraltro si tratta di un esordio ammiratissimo da pubblico e critica, tanto che la vera e propria sorpresa del film è, infatti, proprio Nino Manfredi. Quì l’attore ciociaro è alle prese con uno spunto tratto da un racconto di Italo Calvino, rielaborato da Manfredi stesso, insieme ad Ettore Scola, che allora si dedicava soltanto alla sceneggiatura. A L’avventura di un soldato riesce perfettamente l’elaborazione di un discorso narrativo autenticamente visivo: tutto quello che Manfredi raffigura, lo esprime cinematograficamente. Una scelta, che come lo stesso Manfredi conferma, risponde a una determinazione fortissima: “Quando diressi L’avventura di un soldato, ero arrivato a un punto, nella mia carriera, in cui volevo vedere che cosa realmente avessi capito del cinema. In quell’episodio, per il grande amore che avevo per il cinema, ho voluto attenermi all’essenza stessa del cinema, alle immagini. Niente dialoghi, niente parole. Uno studio dei sentimenti, trattati cinematograficamente, come immagini e come ritmi. E dopo, così, mi sono fidato di fare un film intero come Per grazia ricevuta”. Film, che per inteso, vinse la Palma d’oro a Cannes, nel 1971 per la miglior regia. L’amore difficile, qui, è quello, raccontato quasi in tempo reale, del soldatino (Manfredi) che, in uno scompartimento ferroviario, indirizza con irriducibile testardaggine infiniti approcci alla vedova prosperosa (ma scultorea e taciturna), interpretata da una stupenda Fulvia Franco, che gli siede ora di fianco ora di fronte, e che riesce infine a possedere sul posto, giusto prima che lei scenda dal convoglio senza degnarlo d’uno sguardo. Risolto in un frammento spazio-temporale estremamente ridotto, il film stupisce per la modernissima perizia tecnica che rianima il boccaccesco realismo dell’intreccio: la macchina da presa effettua una vera e propria ricognizione prossemica sulle posture via via più contorsionistiche e improbabili assunte dal militare per ridurre con discrezione ( nello scompartimento i due non sono soli ) la distanza che lo separa dalla donna; il montaggio alterna efficacemente primi piani, dettagli anatomici, particolari “analitici” e piani d’insieme che puntualmente documentano gli effetti della strategia di avvicinamento. La volontà di costruire il racconto affidandosi ai mezzi peculiari del cinema si impone: l’episodio annovera non più di una dozzina di battute, appannaggio dei personaggi secondari ( un anziano e una donna con una bambina ) e totalmente ininfluenti sulla narrazione; il corteggiamento è rigorosamente muto, interamente devoluto all’arsenale di gesti, sguardi, smorfie del milite che s’infrange contro l’impassibile austerità della vedova statuaria, che però è consenziente. Questo breve e misconosciuto sketch è sicuramente uno dei piccoli gioiellini del nostro cinema, ed uno dei rari esempi di “erotismo”, in epoca in cui questo non era ancora consentito dalla morale democristiana e dalla censura cinematografica. E il corto fa anche di più, è talmente di qualità che lo spettatore non sente mai il bisogno di un rimando al testo originale: anzi, semmai è portato a chiedersi come questa novella potesse avere una forma diversa da quella cinematografica.

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Nino Manfredi e Fulvia Franco nel corto “L’avventura di un soldato”, piccolo capolavoro muto diretto proprio da Nino Manfredi.

Nel 1963 Manfredi dà un’altra ottima prestazione nell’episodio …E vissero felici, diretto da Gianni Puccini, del film corale I cuori infranti, come marito di una prostituta, ineccepibile uomo di casa, massaia, bambinaia ecc ecc. Insomma il ménage familiare funziona perché mentre lei lavora sul marciapiede lui pensa ai problemi domestici. Ma se lei sta male, occasionalmente, lui è pronto a sostituirla. Evidentemente amorale, ma splendido nella surrealtà della vicenda, la grandezza dell’episodio sta proprio nella convinzione dei due protagonisti, Nino Manfredi e Norma Benguell, che la loro impostazione familiare non abbia nulla di anormale e soprattutto di condannabile dal punto di vista morale. In fondo anche nell’Italia del boom economico per mantenere il proprio tenore di vita, bisogna adeguarsi, ieri come oggi. L’episodio si eleva dunque, come un quadretto satirico dell’Italia che fu, che ironizza, con audacia inusuale per l’epoca, sul tema dell’amore e della società. Utilizzando un evidente schema da pochade, il regista Gianni Puccini, che si avvale tra l’altro dell’apporto in sceneggiatura proprio di Nino Manfredi, pone sullo sfondo della storia surreale, evidenti raffigurazioni da Italia della commedia all’italiana, ravvisabile nella lunga sequenza della gita al mare, sullo stile o sulla falsariga delle commedie firmate “Dino Risi”. Un episodio da ricordare, davvero. Ma sopra tutto rimane la bravura di Manfredi: uno spasso vederlo impegnato nelle faccende domestiche o nel tentativo di tenere a bada il pestifero figlioletto. Il titolo Un marito ideale, con il quale è anche conosciuto il corto, è quello della riedizione del 1965.

nino manfredi un marito ideale
“Un marito ideale” episodio del film “I cuori infranti”, vede un Nino Manfredi sublime nel ruolo del marito che pensa alle faccende domestiche, mentre la moglie lavora facendo la prostituta. Il finale in cui lui la sostituisce, perché lei è malata, è di un surrealismo quasi epico. Un film da vedere.

Il 1964 è l’anno di uno dei più divertenti film ad episodi dell’epoca, ovvero Controsesso, che è composto da tre episodi, in cui il primo e il terzo vedono come protagonista Nino Manfredi, il secondo invece, Ugo Tognazzi. I registi sono Franco Rossi e Renato Castellani per gli episodi interpretati da Nino Manfredi, Marco Ferreri per Ugo Tognazzi. In prima analisi risalta subito all’occhio l’episodio diretto da Marco Ferreri, un piccolo capolavoro di psicopatologia e di umorismo nero disturbante ed angosciante; ma anche gli altri due episodi, in apparente mezzo servizio, sono piuttosto cattivi nello smontare sogni e ossessioni del maschio italico. E non solo, in ogni caso i due episodi interpretati da Nino Manfredi, sembrano più addentrati in quella che è la commedia all’italiana, mentre Ferreri veleggia, come sempre, nel suo paradosso ai limiti della moralità. L’episodio da tesaurizzare è comunque quello intitolato Cocaina di domenica, con Nino Manfredi e Anna Maria Ferrero, stupenda partner femminile, qui alla sua ultima apparizione sullo schermo. L’episodio scritto da Cesare Zavattini, affonda il suo humus culturale nei cliché della commedia basata sull’accumulazione di impedimenti esterni: il fascino del proibito, cui si arrende l’annoiata coppia borghese al ritrovamento di una generosa quantità di cocaina. Impedimenti che rinviano indefinitivamente la “soddisfazione del piacere” di personaggi “disperatamente” normali. Tanto normali, da non riuscire a realizzare alcuna trasgressione, ma piuttosto scenette casalinghe di pseudo-allucinazione collettiva, davvero esilaranti, e che dimostrano la bravura di due attori di immenso talento. La tesi suggerita è quella velatamente “reazionaria” della trasgressione, tipica del miglior Zavattini, come antitesi di ogni soddisfacente “normalità” borghese. Cocaina la domenica per la sua notevole verve comica, rimane come uno dei migliori episodi della commedia all’italiana e fa rendere al meglio una coppia di attori dotati di una carica comica veramente notevole. Un piccolo capolavoro dei sogni e delle ossessioni della famiglia italiana del benessere economico.

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Anna Maria Ferrero e Nino Manfredi, coppia borghese dell’Italia del boom economico, nel corto “Cocaina la domenica”, dal film corale “Controsesso”(1965).

Dopo aver raccontato “l’incanaglirsi di un paese” con I mostri, Risi smorza i toni caustici e impietosi e ripiega sul racconto dolce-amaro, delicato, ma non meno efficace dei precedenti, incentrato sulle dinamiche di coppia. La recitazione fine e misurata di Nino Manfredi, a fronte dello straripante virtuosismo della coppia Tognazzi-Gassman, è funzionale a questa “normalizzazione”. E’ l’attore romano, infatti, il protagonista di un piccolo capolavoro, divenuto grande anche per le polemiche che gli sono girate intorno, parliamo de La telefonata, dal film corale Le bambole. L’anno è il 1965, quando non solo la commedia all’italiana, ma anche la carriera di Nino Manfredi, ha raggiunto ormai l’apice. Al suo fianco una meravigliosa Virna Lisi, reduce tra l’altro, dai successi oltre-oceano. La storia è semplice, ma efficace e divertente. Un marito tradisce la moglie con la vicina , che anziché fare l’amore preferisce leggere “La cognizione del dolore” di Gadda e telefonare alla madre. Tra i migliori film a episodi dell’epoca, impietoso nel mettere a nudo vizi e voglie basse di tutte le classi sociali, tuttora divertente e girato con eleganza, l’episodio con Nino Manfredi e Virna Lisi, è una spanna sopra gli altri episodi dell’epoca, e tra i migliori cortometraggi del genere, degno de I mostri per l’abilità di cogliere tanti tic borghesi. Avvolto da uno splendido profumo delle estati italiane degli anni ’60, il cortometraggio in questione, e più in generale il film di cui fa parte, venne premiato da un grande successo di pubblico. Ai tempi Manfredi in mutande e Virna Lisi seminuda furono all’origine di guai con la censura. E infatti, La telefonata è l’episodio risiano più avverso dalla censura. Mario Soldati, vecchio maestro di Risi, dalle colonne de “L’Europeo” si scaglia contro il film inalberando una vera e propria crociata contro quello che definisce, senza mezze misure, “film pornografico”. Oggetto dello scandalo è qui la discinta bellezza di Virna Lisi, letteralmente confiscata da un’interminabile telefonata della madre logorroica alla libidinosa impazienza del marito Manfredi (il quale, esasperato, rivolge infine le proprie attenzioni alla provocante, e ben più compiacente, signora della porta accanto). La telefonata, in realtà, altro non è che un acuto bozzetto di annoiata “routine” domenicale: la giovane moglie distolta dai doveri coniugali dal periodico “bilancio” comparativo della propria agiatezza borghese; il marito focoso, sempliciotto e volubile. Lo schema ripropone, ribaltando i ruoli, quello de L’oppio dei popoli, dal film I mostri, con Tognazzi occhialuto ipnotizzato dal televisore mentre la Mercier consuma l’adulterio sotto il suo naso; con l’unica differenza che qui, nonostante l’inversione, la donna rimane astuta e consapevole e l’uomo ignaro e alla mercé delle pulsioni. Ciò conferma l’immagine di quell’Italietta benpensante, ipocrita e perbenista sbeffeggiata ne I mostri: moralista, bigotta, repressiva verso l’intollerabile tabù della sessualità, ma condiscendente verso una quantità di bassezze e meschinità (perché, evidentemente, queste sì le appartengono e la identificano). Le reazioni censorie di fronte all’esibizione delle nudità ammiccanti della Lisi somigliano molto a quelle del dottor Antonio dell’omonimo episodio felliniano per Boccaccio ’70, ma anche a quelle dei tanti altri paladini della morale satireggiati dal filone ad episodi. “Per lo sketch de Le bambole– ricorda Manfredi- ho subìto un processo per aver attentato al comune senso del pudore: recitavo in mutande…”. E ancora: “Fui l’unico ad andare al processo; e fui assolto solo perché il Pubblico Ministero disse di essere sicuro che non l’avrei fatto mai più. Avrei voluto imbracciare un mitra. L’episodio era innocentissimo. Lo dissi ai giudici: ‘Ma come, si tratta di uno che vuol fare l’amore con la moglie! Bisognerebbe dargli una medaglia, non condannarlo’ “. 

Nello stesso 1965, esce nelle sale “Made in Italy”, kolossal, diretto dal Maestro Nanni Loy, che si divide in una miriade di episodi: cinque sezioni ( Usi e costumi, Il lavoro, La donna, Cittadini Stato e Chiesa, La famiglia) e in undici episodi, talvolta molto brevi, componenti una rassegna di difetti degli italiani piena di attori famosi e stelle del cinema ( Sordi, Manfredi, Fabrizi, Peppino De Filippo, Chiari, Magnani…) e in alcuni casi veramente incisiva. Sopravvive nella memoria l’episodio di Nino Manfredi, che si reca all’anagrafe per ritirare un certificato di residenza, e ossessionato e schiacciato da una burocrazia dilagante, ne uscirà ore dopo, dopo essere passato di ufficio in ufficio e con la macchina sequestrata dal carro-attrezzi : sketch esilarante e attualissimo, ma che fa riflettere, anche e soprattutto sui dilaganti cavilli burocratici del nostro Paese e sulla lentezza della Pubblica Amministrazione, cinquant’anni fa, come oggi: tutto uguale. Comunque grande, grandissimo Manfredi. L’elenco delle interpretazioni memorabili di Nino Manfredi, strettamente nell’ambito del film a episodi, si arricchisce nel 1969, di un film Vedo nudo, diretto da Dino Risi, che rimane, come film corale, uno dei migliori assoli dell’attore romano. Vedo nudo, diviso in sette episodi, tutti interpretati da Nino Manfredi, è un vero e proprio one-man show dell’attore romano, che, assoluto mattatore del film, vince infatti il David di Donatello come miglior attore protagonista. Il film ottenne uno strepitoso successo di pubblico ( più di due miliardi di incassi) : un tentativo riuscito di innovare la commedia all’italiana, con un argomento per anni tabù in Italia, il sesso. L’ultimo episodio, quello che dà il titolo al film, è rimasto nella memoria collettiva e rimane tra i migliori cortometraggi nella storia del cinema italiano. E’ la storia di un pubblicitario che vede senza veli tutte le donne che incontra, ma quando crede di essere guarito lo stesso fenomeno si manifesta con gli uomini. L’episodio, il più divertente del film corale, si basa tutto sulla prova del grande Nino Manfredi e sulle sue espressioni facciali alle prese con le visioni “nude”, che sono da antologia della risata e da scuola di recitazione. Un cortometraggio molto conosciuto anche all’estero, dato anche il grande successo commerciale del film, tanto che pare sia stato preso ad esempio, quando nel 2000 la regista Nancy Meyers ad Hollywood firmò la pellicola “What women want”, con Mel Gibson. Anche quella è la storia di un pubblicitario alle prese con l’altro sesso, ma stavolta invece di vederle nude, acquista il potere “magico” di ascoltare il loro pensiero. Una prova in più del fatto che il cinema americano, ha spesso tratto spunto da quello italiano, sempre precursore dei tempi.

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La locandina originale del film “Vedo nudo”(1969), one man-show di Nino Manfredi, protagonista di tutti e sette gli episodi che compongono il film. Splendido nell’ultimo, che dà l’omonimo titolo al film, nei panni di un pubblicitario che vede ovunque donne nude.

A chiudere l’elenco dei corti memorabili di Nino Manfredi, all’alba del ’70 va citato il mediomoetraggio Concerto a tre pifferi, dal film Contestazione generale. Mediometraggio dal sapore postsessantottino, quello di Concerto a tre pifferi è una delle più riuscite commedie all’italiana sul capitalismo dilagante di quegli anni. Il film corale di riferimento è Contestazione generale(1970), originariamente composto da tre episodi, che però in realtà nel tempo diverranno solo due; inspiegabilmente infatti l’episodio che vede protagonista Vittorio Gassman, La bomba alla televisione, viene tagliato via dal film e non verrà mai più reintegrato. Sopravvivono, invece, gli episodi di Sordi e di Manfredi. Concerto a tre pifferi ha come protagonista uno strepitoso Nino Manfredi alle prese con un figlio rivoluzionario che non vuole assolutamente seguire le sue orme di schiavo del capitalismo, infatti pur essendo un abile affarista capace e poliglotta è completamente soggiogato dal suo capo: un impresario tessile vecchio ignorante e rozzo interpretato dal grande Michel Simon. Il dubbioso Beretta accompagna il suo insopportabile boss in un viaggio d’affari nella grande mela e in un momento di ribellione cerca di abbracciare il pensiero del figlio affermando le proprie capacità ma il rimorso gli giocherà un brutto tiro ed il suo odiato capo avrà la sua rivincita al momento opportuno, ma in fondo forse ne è valsa la pena. Una pellicola sui generis che riflette il periodo turbolento che in quel momento si viveva in Italia. Da poco trascorso il ’68 la società’,e quindi anche il cinema, è in pieno subbuglio e ovunque si sperimenta, si fantastica, si crea, e alcune volte si distrugge. Non c’è che dire, stavolta, la sperimentazione ha dato buoni frutti, l’episodio è veloce, godibile, divertente, grazie ad un Manfredi al massimo della forma e ad una sceneggiatura (di Benvenuti e De Bernardi) agile e scattante. Tra i campioni di incassi della stagione 1970: quasi un miliardo e settecento milioni di lire.

Di seguito l’elenco dei 7 cortometraggi memorabili della carriera di Nino Manfredi, temporalmente circoscritti tra il 1962 e il 1970, in piena commedia all’italiana. A corredo dell’elenco le relative schede tecniche dei film.

1. “L’avventura di un soldato” (24 min.1962), da “L’amore difficile”. Con Nino Manfredi e Fulvia Franco. Regia di Nino Manfredi.

2. “…E vissero felici” (37 min.1963), da “I cuori infranti”. Con Nino Manfredi e Norma Benguell. Regia di Gianni Puccini.

3. “Cocaina di domenica” (36 min.1964), da “Controsesso”. Con Nino Manfredi e Anna Maria Ferrero. Regia di Franco Rossi.

4. “La telefonata” (18 min.1965), da “Le bambole”. Con Nino Manfredi e Virna Lisi. Regia di Dino Risi.

5. “La burocrazia” (14 min.1965), da “Made in Italy”. Con Nino Manfredi. Regia di Nanni Loy.

6. “Vedo nudo” (30 min.1969), da “Vedo nudo”. Con Nino Manfredi, Umberto D’Orsi, Marcello Prando. Regia di Dino Risi.

7. “Concerto a tre pifferi” (47 min.1970), da “Contestazione generale”. Con Nino Manfredi, Michel Simon. Regia di Luigi Zampa.

Domenico Palattella

 

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