Federico Fellini, tra sogno e realtà: il Picasso del Cinema

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«Per me sono più vere le cose che mi sono inventate»

Questa definizione di Federico Fellini, racchiude il senso della filosofia del suo cinema, sempre sospeso tra sogno e realtà. Il maestro riminese è infatti definito il Picasso dell’immagine in movimento, un macchinista di illusioni create e demolite tutte in una volta, un demiurgo che, nella sospensione del sogno, dà giustificazione di sé, conducendo il cinema verso soluzioni ultimative. Le sue pellicole si nutrono spesso della dinamica onirica e del rimaneggiamento del ricordo. Il sogno è l’universo circolare, il magnifico tendone, il contenitore del mistero e della bizzarria della creatività semi-controllata dall’Io, la piazza nella quale si allena il contatto voluto a tutti i costi con i ricordi e le fantasie personali. Nel sogno è, per definizione, abolito l’arbitrio. Nel sogno l’azione avviene e basta, senza mediazioni. Questo giustifica, da un lato, la diversità felliniana rispetto a film dalla struttura palesemente narrativa, la cui base letteraria fa prevalere la parola sul vedere e, dall’altro, il rapporto del regista con i suoi attori: un patto dichiarato e condiviso tra un burattinaio e le sue marionette, preparate a mostrarsi nei messaggi dei corpi, annullando introspezionismi e sovrastrutture: non può pensare chi è già frutto di un pensiero. Partito ed esercitatosi con temi di carattere neorealistico (“Luci del varietà”, “Lo sceicco bianco”, “I vitelloni”), Fellini si era poi impegnato a rappresentare le difficoltà intervenute nei rapporti umani in una società guastata nelle sue componenti morali e sentimentali (“La strada”, “Il Bidone”, “Le notti di Cabiria”, “La dolce vita”), per approdare ad una personalissima concezione di vita e d’arte che nei film della maturità, da “Otto e mezzo” ai più recenti “Amarcord” e “La voce della luna”, avrebbe trovato larga espressione. Aveva egli assistito alla trasformazione di quella realtà che prima lo aveva interessato ed entusiasmato, l’aveva vista svilupparsi in modo diverso dalle attese del suo spirito e questo si era verificato soprattutto quando dalla provincia si era trasferito nella capitale. Qui era venuto a contatto con quanto disturbava la primaria inclinazione a fare del vero l’oggetto del suo cinema. Roma e la sua vita lo avevano reso accorto di ciò che ormai era stato sottratto all’uomo, alla sua autenticità e l’avevano mosso a cercare quanto perduto. Questo l’avrebbe fatto non nei modi del contestatore o del nostalgico inquieto e polemico che si ribella alla corruzione dilagante in nome della perduta innocenza bensì nella maniera dell’artista, del poeta che tende ad evadere, a fuggire nel ricordo, nel sogno, nella fantasia senza trascurare la possibilità di un confronto tra passato e presente, tra la primitiva fede nel sentimento, nella passione, nell’amore, nella virtù, nel bene e l’attuale “male di vivere”.

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Federico Fellini sul set di uno dei suoi tanti film. In questa foto, che risale al film “Otto e mezzo”(1963), è presente al suo fianco anche Giulietta Masina, la moglie di Federico e splendida attrice, la quale spesso faceva capolino sui set.

Da questa difficile e complicata combinazione tra passione e ragione, istinto e coscienza, anima e corpo, derivano tutte le opere della maturità felliniana. Da qui proviene pure la creazione di figure particolari, di quei “tipi” volti a rappresentare tanta e tale complessità che spesso lasciano perplesso lo spettatore, strani nei movimenti e nei discorsi, nelle azioni e nei pensieri. Quello che Fellini ha voluto esprimere tramite tali personaggi era un desiderio soffocato, un’ambizione sconfitta, un bisogno di continuare a credere nell’uomo pur in un ambiente definitosi ormai contrario all’umanità. Un dramma ha sofferto e rappresentato il migliore Fellini, un dramma che lo ha avvicinato agli artisti decadenti impossibilitati a partecipare della vita, della realtà, dell’azione a causa di una spiritualità e sentimentalità che non potevano comunicare con esse. Con il regista assistiamo, però, ad un’operazione nuova e più articolata rispetto a quella della poetica del Decadentismo poiché anche la realtà da questa rifiutata trova accoglienza in lui, nella sua mente e nel suo cinema. Succede così di assistere, soprattutto negli ultimi film, a delle strane “atmosfere” nelle quali si muovono strani “tipi”. Sono “atmosfere” evanescenti, indistinte che riflettono la vaghezza, l’indeterminazione dell’animo del protagonista-autore, la sua interiorità complessa e contraddittoria. Fellini amava dire che, alla vita, preferiva i sogni. Di più: sosteneva di filmare i propri sogni; come se la vera attività creativa, in lui, consistesse nel sognare. Fellini era un genio e un incallito mentitore; però in questo caso credeva in quel che diceva, tanto che amava schizzare i suoi sogni in appunti disegnati, che poi entravano nei suoi film come sceneggiature vere e proprie. Come quando il regista aveva in mente un film molto ambizioso, che con il senno di poi, sarebbe diventato il più importante della storia del cinema italiano, ovvero “La Dolce Vita”. Diede appuntamento sulla spiaggia di Fregene a Marcello Mastroianni, che sarebbe poi diventato il suo alter-ego. Ebbene sulla spiaggia, Fellini aspetta Marcello sotto un ombrellone insieme allo sceneggiatore Ennio Flaiano. “Ohoo caro Marcellino…sono contento di vederti. Ho un progetto di film, il produttore è Dino De Laurentiis. Però De Laurentiis vorrebbe Paul Newman nel ruolo del protagonista…ma è troppo importante. A me serve una facci qualsiasi”. Mastroianni per darsi un tono chiede di poter leggere il copione: “Ennio Flaiano, con quell’aria scanzonata, mi portò una cartella. Io l’aprii. Non c’era mica niente dentro. Solo una delle solite caricature che Fellini disegnava in continuazione nella quale era rappresentato un uomo che nuotava in mezzo al mare, con un pene lungo fino al fondo; e attorno a questo pene girava un balletto di sirene…Eh, certo, mi sembra molto interessante. Pronto: dov’è che devo firmare?”.

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Federico Fellini insieme a Marcello Mastroianni, il suo alter-ego cinematografico. Quì in una foto del 1980 sul set del film “La città delle donne”.

E la chiave onirica è la cifra stilistica di tutti i suoi lungometraggi. Fin da Lo sceicco bianco (1952), che fa apparire come in sogno all’ ingenua protagonista il miserando attore di fotoromanzi Alberto Sordi. Seguono altri film ancora tinti di influenze neorealistiche, fino alle Notti di Cabiria (1957), prima che, negli anni ‘ 60, il sogno faccia il suo ingresso trionfale in opere come La dolce vita, Otto e ½ e Giulietta degli spiriti: dove, progressivamente, le parti sognate e quelle reali sfumano sempre più. L’ apice è raggiunto alla fine del decennio con Fellini Satyricon, ricostruzione magicamente felliniana di una Roma antica piena di esseri bizzarri e mostri marini che paiono usciti dalle fantasie grafiche del regista nel “Libro dei sogni”. Se anche Roma (1972) contiene sequenze omologabili al sogno (le catacombe con i dipinti che, appena ritrovati, svaniscono, il raid notturno dei centauri…), l’ elemento onirico riguarda anche il film più dichiaratamente autobiografico del regista, Amarcord (1974). Pensiamo in particolare alla celeberrima sequenza notturna del transatlantico “Rex”, che appare come dal nulla alla vista dei trasognati, quasi addormentati riminesi venuti ad attenderlo a bordo di barche. A questo punto si può senz’ altro notare che le visioni oniriche del cinema felliniano hanno un rapporto simbiotico con il mare; come sarà sempre più evidente nei successivi film: Il Casanova di Federico Fellini (1976), con la gigantesca testa femminile che emerge dalle acque della laguna veneziana, e ancor più con E la nave va (1983). E questo rapporto con il mare, che si fa ossessione e incanto, nello stesso tempo, raggiunge l’apoteosi ne La città delle donne (1980), dove a un certo punto Fellini ricreò dal nulla il mare. Fece distendere a terra – per una superficie sufficientemente larga – semplici fogli di plastica azzurra e vi nascose sotto dei rulli meccanici, fatti ruotare avanti e indietro, dando così l’illusione del movimento delle onde. Il mare ricavato artigianalmente era divenuto, così, più reale di quello disponibile sin da subito all’occhio. E quì ci si ricollega all’inizio del saggio, ovvero all’idea di Fellini che le cose inventate sono più vere delle cose reali, metafora della sua filosofia di intendere la vita, la filosofia, l’arte, unica al mondo. Il che vuol dire che i sogni possono diventare realtà, o meglio che i sogni sono più reali della vita che viviamo, e che in fondo aiutano a vivere meglio. Unico è Fellini in questo, nessuno, prima di lui, era riuscito a pensare e rappresentare una realtà così doppia, una vita così complessa, un’umanità vissuta e sognata insieme.

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Federico Fellini con Ciccio Ingrassia sul set di “Amarcord”(1974). Proprio l’attore siciliano darà vita ad uno dei personaggi “felliniani” più famosi, ovvero quello dello zio matto, che in cima ad un albero grida “voglio una donnaaaaaa”.

Significa lasciare che il problema continui, che i suoi termini non trovino conciliazione e che la conflittualità divenga un’indicazione, una possibilità, una maniera di essere, di vivere. Non si accetta e nemmeno si respinge, si vuole e si rifiuta. Si approda alla scoperta di un altro modo di essere, di esistere, alla rivelazione di una nuova dimensione umana, si giunge all’arte e quei “tipi”, quelle “atmosfere” divengono emblematici di una più diffusa condizione morale e spirituale, quella dell’uomo moderno diviso tra vecchia e nuova umanità, gli antichi sentimenti e le nuove ragioni, l’infanzia e la maturità, il piacere del ricordo e il dolore della coscienza, il desiderio di abbandono e la necessità dell’impegno. Mancano in Fellini il rigore, l’esattezza di una dottrina, la chiarezza di un preciso procedimento e molta parte della sua opera obbedisce soprattutto all’istinto, all’impulso, all’immaginazione, alla fantasia, che in fondo, per dirla alla Shakespeare, sono “la materia di cui sono fatti i sogni”.

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Una immagine di scena del “genio” Federico Fellini, intento a imprimere su pellicola cinematografica, uno dei suoi innumerevoli sogni, che prima di diventare film, diventavano schizzi a pastello.

Domenico Palattella

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