Isa e Silvana: le dive del cinema umoristico.

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Isa Barzizza e Silvana Pampanini, le dive del cinema umoristico italiano del dopoguerra: la bionda e la bruna. Stile, bellezza e fascino in copertina.

Nell’Italia dell’immediato secondo dopoguerra emergono Isa Barzizza e Silvana Pampanini, le due principali soubrette italiane del cinema umoristico, nato come naturale evoluzione del neorealismo puro. Lo svilupparsi della commedia brillante corrispose in tutto e per tutto con la grande ripresa del cinema italiano. Fu un boom che per quanto riguarda gli incassi vide il cinema leggero e leggerissimo in prima fila; contemporaneamente, effetto correlato, il neorealismo come genere autonomo si estinse. Gli ultimi scampoli di anni ’40 e il decennio cinematografico successivo iniziarono insomma nel segno del disimpegno, dell’allegria e della superficialità. Lo mostra la voga di costruire pellicole a basso costo, ma di sicuro successo, su di un comico prelevato dal teatro, dalla rivista o dall’avanspettacolo. Così sorsero, con variabile rapidità, gli astri di Totò, Macario, Nino Taranto, Renato Rascel, Carlo Dapporto, Tino Scotti, Aldo Fabrizi e altri ancora. In questo contesto di film chiaramente basati sull’estro funambolico del protagonista di turno, serviva una presenza femminile, non banale, che potesse coadiuvare il comico prescelto sul set. E dunque, i due migliori prodotti femminili della commedia brillante furono, senza alcun dubbio, Isa Barzizza e Silvana Pampanini, perfettamente a posto nei limiti delle parti sempre uguali loro affidate: più vivace, elegante e piccante la prima; più sensuale e sapientemente ammiccante la seconda, che in qualche caso si tentò di utilizzare anche in situazioni drammatiche ( “La tratta delle bianche”, “Un marito per Anna Zaccheo” ), sempre come la vittima di un fascino irresistibile esercitato quasi senza volerlo. Entrambe vennero utilizzate prevalentemente come co-protagoniste o spalle femminile del primo attore di turno, perfette nel loro ruolo di dive nostrane, sfrontate e moderne, il cui divismo non varco mai i confini nazionali, se non riguardo una certa fama acquisita nella vicina Francia. Sia Isa che Silvana rispondevano ad uno stereotipo preciso e consolidato, ovvero quello della donna, che all’epoca, veniva impiegata con la funzione principale di fornire materia ai sogni erotici del protagonista. La prima a rompere gli schemi fu ovviamente Nannarella, seguita a ruota da Sophia Loren, Gina Lollobrigida e Silvana Mangano, che intanto muovevano i loro primi timidi passi. E’ chiaro che però la Barzizza e la Pampanini, sono comunque rimaste nell’immaginario comune, come le prime dive spregiudicate e spigliate dell’Italia democratica, che si affaccia al boom economico. Isa Barzizza, fu tra le partner preferite di Totò, con il quale lavoro in un congruo numero di film, ben 11 (“Fifa e Arena” 1948, “Totò al giro d’Italia” 1949, “Le sei mogli di Barbablù” 1950, “Totò a colori” 1952, “Un turco napoletano” 1953, solo per citare i più importanti. Isa era figlia del famoso direttore di musica leggera Pippo Barzizza, compositore delle musiche di quasi tutti i film italiani dell’epoca. Totò la ammirava molto, anche per le sue abitudini da ragazza di buona famiglia, nonché da una certa finezza nei modi e nei gusti. In una simpatica foto dell’epoca è ritratto Totò mentre si improvvisa coiffeur, curando con galanteria l’acconciatura dell’affascinante attrice. Eppure il merito del successo della Barzizza, fu soprattutto di Macario, per il quale lei fu musa prima in rivista e poi anche al cinema.

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Isa Barzizza insieme a Macario nel film in costume “Adamo ed Eva”(1950), definita a tal proposito “diva per tutte le epoche”.

La stessa Isa Barzizza ricorda infatti con affetto Macario, scopritore di talenti al femminile come pochi altri: “Il mio ingresso nel mondo dello spettacolo fu del tutto casuale. Avevo 17 anni e a Torino frequentavo, oltre al liceo, una scuola di recitazione e di ballo, quando si presentò a casa nostra Macario per chiedere a papà una base musicale per il suo prossimo lavoro. Probabilmente l’attore rimase colpito dal mio viso sbarazzino: fatto sta che il giorno seguente chiese a papà il permesso di scritturarmi. I miei genitori dapprima risposero decisamente picche e dopo, viste le accorate insistenze, acconsentirono che firmassi un contratto per una sola stagione ad un’unica condizione: che con me ci fosse sempre e ovunque una governante. Non potei fare altro che accettare quel piccolo ricatto: ma per tre anni ho odiato quella terribile zitella figlia di un generale in pensione la quale non mi toglieva mai gli occhi di dosso. E guai se qualche uomo mi avvicinava. Era consentito soltanto a Macario o a Totò. Diventai così una delle leggendarie donnine di Macario, che tanto hanno fatto epoca”. Successivamente papà Pippo, rassicurato dalla fidata e integerrima governante, non pose più alcun ostacolo al proseguimento della carriera artistica della promettente figlia, che diventò una delle soubrette più famose dell’epoca, lavorando cinematograficamente sia per Totò che per Macario. A tal proposito risulta deliziosa la pellicola “Adamo ed Eva”, una curiosa cavalcata attraverso i secoli e le epoche storiche, dalla guerra di Troia ai giorni nostri. Isa Barzizza è splendida, unisce ad un fisico avvenente, uno spigliato senso dell’umorismo, non egualmente riscontrabili in altre attrici o aspiranti dive dell’epoca.

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Isa Barzizza, diva indiscussa del cinema italiano, in copertina su “Oggi”, nel numero del 9 agosto 1951.

Dal canto suo la Pampanini era profondamente diversa, forse meno simpatica, ma più appariscente, una di quelle bellezze ribattezzate “maggiorate fisiche”, con fianchi e seni prosperosi, che ad esempio piacevano tanto a Totò. Per alcuni anni, quelli dei primi anni ’50, poco prima che arrivassero Sophia Loren, Gina Lollobrigida e Silvana Mangano, a rompere gli schemi, la Pampanini fu il simbolo più rappresentativo della bellezza italiana a livello mondiale. Come già detto sopra, i suoi film non varcarono quasi mai i confini nazionali, piuttosto il suo divismo, anche grazie alle numerose copertine sui settimanali illustrati, ebbe ampia risonanza anche all’estero. Soprattutto in Francia, dove fu soprannominata Nini Pampan. Fu la prima diva italiana, alla quale ogni settimana, la stampa scandalistica, attribuiva un flirt diverso, dall’ereditario afgano Ahmed Shah Khan a Tyron Power, da William Holden ad Orson Welles e altri. Lei con sbarazzina furbizia lasciò credere tutto quanto, senza mai smentire, pienamente consapevole che questa estrema attenzione mediatica, non era altro che pubblicità importante per la sua carriera, ma soprattutto per il suo mito divistico, sopravvissuto al passare delle epoche. D’altronde oggi nominare la Pampanini è sinonimo di divismo, quello con la D maiuscola. E di questo lei non se n’è mai dispiaciuta, tutt’altro. Anche quando si parlò dell’assiduo corteggiamento e della proposta di matrimonio di Totò, datato 1951, lei non smentì ne confermò la notizia, facendo altresì credere per parecchi decenni, che la struggente”Malafemmena”, fosse stata scritta da Totò, dopo il suo effettivo rifiuto.

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Silvana Pampanini fu una delle attrici italiane più seducenti di sempre. Il suo charme arrivò anche a Parigi e si racconta che ebbe “più proposte di matrimonio che mal di testa”.

Dopo la rottura con la moglie Diana Rogliani, sul set di “47 morto che parla”(1950), Totò rimane attratto dalle forme prorompenti di Silvana Pampanini, allora la diva italiana più ammirata e coperti nata. Totò perde la testa per questa donna sensuale e attraente, alla quale tutte le sere fa trovare in cioccolatini e mazzi di fiori freschi nel camerino. Al culmine del suo innamoramento travolgente, nello stesso modo precipitoso con cui si era dichiarato a Diana e ad altre donne, arriva a chiederla in moglie. Questa volta però Silvana Pampanini, al contrario di quanto avevano fatto le varie donne che aveva conosciuto e sedotto, gli resiste e rifiuta la sua proposta di matrimonio, umiliandolo fino al punto di dirgli che, all’età di 52 anni, poteva essere suo padre. “Silvana, ci pensi”, le sussurra Totò, prima di uscire dal suo camerino. Ma Silvana ha l’ingenua crudeltà di rispondere: “Totò, io ti voglio bene, ma come ad un padre”. Al rifiuto di Silvana Pampanini si aggiunge anche la ferrea opposizione dei genitori della ragazza, preoccupati dalla differenza di età tra i due, della situazione familiare di Totò, incerta e ambigua per l’Italia clericale di quegli anni, e del fatto che un attore comico, avvertito da tutti come un clown, non si addiceva ad una ragazza di buona famiglia quale era e voleva rimanere la Pampanini. Il padre di Silvana taglia corto: “Totò, guardi, Silvana è una ragazzina, non ci pensa proprio a queste cose”. Da questo flirt mancato con la Pampanini nacque la leggenda che la canzone più famosa di Totò, “Malafemmina”, fosse stata scritta proprio per lei. Ma qui è arrivata l’ora di sciogliere la matassa una volta per tutte. La vera destinataria di quella canzone appassionata, disperata e crudele era invece la moglie Diana. Quest’ultima, informata da una telefonata anonima che Totò si era invaghito follemente della Pampanini, ritenne che la misura fosse colma. Affronta Totò di petto e gli chiede se è vero che vuole sposarsi. Totò non conferma, ma nemmeno smentisce, e da qui nasce un violento litigio, culminato con la frase minacciosa di Diana che anche lei si sarebbe presto sposata con un uomo che l’aveva già chiesta in moglie. Diana, è vero, non era più ufficialmente sua moglie, già dal 1939, ma secondo il patto che avevano stabilito di comune accordo, ella non aveva il diritto di impegnarsi prima che Liliana, la loro figlia, si fosse sposata. Nonostante il patto, Diana aveva davvero un altro amore e Totò non poté far altro che prenderne atto. E’ dunque in questo contesto di amarezza, di rancore nei confronti della moglie, di solitudine e desiderio di vendetta, che nasce “Malafemmina”, indirizzata a Diana con una dedica personale, nella quale si esprimeva il suo disprezzo e la sua ammirazione verso la donna cui la canzone era diretta. I giornali scandalistici dell’epoca però, ci marciarono sulla notizia, a posteriori falsa, che la canzone di Totò fosse dedicata alla Pampanini. In fondo si trattava dell’attore italiano più popolare e della diva del momento. Quale colpo giornalistico, che documentare l’amore respinto e mai sbocciato? La rivista “Settimo giorno” pubblica nel giugno 1951 un articolo dal titolo “Totò poeta”, con il sottotitolo “Ha messo in versi la storia del suo amore infelice per Silvana Pampanini”, che si concludeva con l’affermazione che a Silvana Pampanini, Totò aveva fatto recapitare uno straordinario quanto raro mazzo di rose nere, accompagnate da un biglietto con le parole di “Malafemmina”. Ormai la “versione” che la famosa canzone fosse stata scritta da Totò per Silvana Pampanini, pienamente accreditata dai giornali, circolava presso il grande pubblico.

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Prima di conoscere e innamorarsi di Franca Faldini nel 1952, Totò corteggiò in maniera serrata, ma inutilmente, la giunonica diva dell’epoca Silvana Pampanini, che però rifiutò la sua proposta di nozze. All’epoca eravamo nel 1950, poco dopo la fine delle riprese del film “47 morto che parla”.

A lato di questo episodio con Silvana Pampanini, molto reclamizzato dai giornali e dai rotocalchi dell’epoca, si inserisce la rottura tra Totò e il regista Carlo Ludovico Bragaglia. E Silvana in questo, svolge ancora un ruolo fondamentale, suo malgrado, quasi inconsapevolmente. Quando ella chiese a Bragaglia come fosse la moglie di Totò, il regista, non sapendo nulla del suo nuovo amore, rispose ingenuamente che era una donna bellissima. Poiché Totò aveva invece detto alla Pampanini che la moglie Diana era brutta, andò su tutte le furie e ruppe ogni rapporto con Bragaglia, col quale non volle più girare nemmeno un film. Questa è stata grosso modo, la “vera” storia di “Malafemmina” e dell’amore mai sbocciato tra Silvana Pampanini, prima diva “maggiorata” del cinema italiano, e il principe Antonio De Curtis, in arte Totò.

Domenico Palattella

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