Tognazzi-Ferreri: storia di un sodalizio artistico grottesco e straordinario.

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Quello tra Ugo Tognazzi e Marco Ferreri è un sodalizio artistico, professionale, personale, destinato a rimanere nella storia del cinema mondiale. Tanti film memorabili, con la perla de “La Grande Abbuffata”, tanto discusso, ma anche tanto amato film: il più radicale atto d’accusa contro il consumismo della società del XX secolo. Un sodalizio unico ed irripetibile: grottesco, discusso…ma straordinario.

Siamo nei primi anni ’60, quei magici anni della storia d’Italia e del nostro cinema, anni splendidi, in cui emerge prepotentemente la figura di Ugo Tognazzi, destinato in breve tempo a diventare uno dei “mostri” della commedia all’italiana. Dopo il successo de “I mostri”, Tognazzi viene definito dalla critica “un interprete sempre più bravo e sorprendente”. Col senno di poi è stato anche definito, a ragione, il più “vero” interprete della commedia all’italiana. Perché Tognazzi ha una peculiarità bene definita , una caratteristica che lo distingue pienamente dagli altri colonnelli della commedia all’italiana. Sordi è una maschera aliena, un italiano medio così metafisico da lambire l’irreale, l’incorporeo, l’asessuato. Manfredi è più umano di Sordi, con la sapienza vagamente meschina del ciociaro sbarcato nella capitale in eterna ricerca di espedienti. Sempre poggiato su una tecnica comica molto evidente, per quanto efficace. Gassman è un eroe alfieriano sceso dal monumento equestre, un mattatore ottocentesco dal fisico imponente. Per accedere alla commedia all’italiana, alla sua popolarità, ai suoi straordinari emolumenti, ha dovuto ingaglioffirsi, abbassarsi la fronte da nobile con le parrucche, insistere sulla sua aria trombonesca. Deridere al cinema l’attore classico incarnato a teatro, degradandolo a maschera cialtronesca. Tognazzi, a differenza di tutti, è il più distante dalla maschera e dall’esibizione tecnica, perciò il più vero, il più autentico. E’ infatti un corpo, non una maschera, ha una fisiologia esibita, evidente, che ritornerà nei momenti più felici della sua carriera cinematografica. Un’umanità palpabile, per quanto gaglioffa. Immediatamente credibile nel suo essere , dentro e fuori dai set, protagonista di una compulsiva vita sessuale, condita da una raffinata fame di cibi elaborati e da una smaniosa gioia di vivere. Da uomo, non da marionetta. Una consapevolezza accresciuta dal rapporto con Marco Ferreri, che considera l’incontro con Tognazzi il più importante della sua vita professionale. Quando incontra Ferreri, Tognazzi si imbatte in una rivoluzione copernicana. Si conoscono i Spagna. Tognazzi sta girando una pochade leggere, con Vianello: “I tromboni di Fra DIavolo, vagamente ispirato al quasi omonimo film di Stanlio & Ollio. Ha già fatto con l’amico Luciano Salce “Il federale”“La voglia matta”. Aveva quindi, già assaggiato, il cinema cosiddetto di “serie A”, due commedie amare, in cui Tognazzi, può dare vita a personaggi umani, più sommessi interiormente, lontani dal filone parodistico che gli veniva costantemente offerto.

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Ugo Tognazzi insieme a Catherine Spaak in una scena del film “La voglia matta”(1962), una delle sue prime grandi interpretazioni.

L’incontro con l’ancor poco noto regista Marco Ferreri è effettivamente per entrambi, un sodalizio artistico di notevole importanza, anche dal punto di vista personale. Ferreri a metà degli anni ’50 si era trasferito in Spagna per intraprendere una carriera da pubblicitario, poi nel 1958, a Barcellona, aveva conosciuto lo sceneggiatore Rafael Azcona dando vita ad una lunga collaborazione. Insieme avevano girato tre film, la cosiddetta “trilogia spagnola”, dopodiché Ferreri aveva fatto le valigie ed era tornato in Italia.nel 1963, quando si presenta da Tognazzi con in testa un progetto, ha appena compiuto 35 anni. Glielo illustra con la sua parlata strana, “una poltiglia di romanesco e dialetto del lago di Lecco, dove era nato”, la descrive Paolo Villaggio. “Ho una storia de uno co’ na moglie che gli fa fare l’amore finché mòre. T’interessa?”Non gli dice molto di più, ma a Tognazzi quell’uomo ispira simpatia. Qualcosa nel suo modo di fare lo attira inspiegabilmente, gli fa intuire che dietro l’estrema concisione si cela una certa genialità. Il soggetto, scritto da Ferreri insieme ad Azcona e intitolato L’Ape regina, narra la vicenda di Alfonso ( Ugo Tognazzi ), uno scapolone 40enne e benestante deciso a prendere moglie. Si fa consigliare una moglie vergine da un padre domenicano, suo direttore spirituale. La ragazza, una splendida quanto diabolica Marina Vlady, con dolcezza implacabile pretende continue prestazioni sessuali a fini riproduttivi, che logorano il personaggio interpretato da Tognazzi. Una volta nelle sale, L’Ape regina è subito attaccato per i contenuti acattolici. La censura interviene imponendo pesanti tagli, ampie modifiche ai dialoghi e , chissà perché, un’aggiunta al titolo originario, che da allora sarà Una storia moderna: l’ape regina. Malgrado ciò, il film è uno dei maggiori successi della stagione: frutta a Tognazzi il Nastro d’argento come miglior attore protagonista, e a Marina Vlady il premio per la miglior interpretazione femminile al Festival di Cannes.

” Il film mi ha consentito di entrare in un mondo cinematografico che amo. Il cinema che avevo fatto fino ad allora si basava su personaggi estremamente popolari; dei film divertenti, facili, che piacevano al pubblico ma che sono, a conti fatti, delle operazioni prefabbricate. Amo il cinema, non in se stesso, ma in quanto rappresenta la possibilità di raccontare delle storie che riguardano la nostra vita, i nostri problemi: mi piace inserirmi in questi problemi e analizzarli. Sono molto riconoscente a Ferreri di avermi offerto questa possibilità di conoscere, per mezzo del cinema, la vita” ( Tognazzi a Jean A.Gili nel 1973, in un’intervista all’ Ecran )

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“L’ape regina”(1963), il primo film del sodalizio Tognazzi-Ferreri. Una scena del film con Marina Vlady, vincitrice della Palma d’oro come miglior interprete femminile a Festival di Cannes. Tognazzi Nastro d’argento.

Non gli manca certo il coraggio, la voglia di sperimentare. E Ferreri in tal senso è un ottimo compagno di viaggio. Sarà per Tognazzi, un pò quello che era e sarà Fellini per Mastroianni: una sorta di alter-ego cinematografico sempre disponibile a trasformare in immagini, le idee fuori dal comune, a volte dissacranti, dei loro autori. Nemmeno un anno dopo, il regista torna da Tognazzi con un’altra idea balzana. E ancora una volta Tognazzi ne è entusiasta. “Ho ‘na storia de uno che se sposa co’ una piena de peli. T’interessa?”. Il soggetto si avvale nuovamente della vena grottesca di Rafael Azcona e porta il titolo de La donna scimmia, girato nel 1964. Tognazzi stavolta interpreta un disgraziato che vive di espedienti, nella Napoli contemporanea. Un giorno, in un ospizio, individua in un’Annie Girardot dal volto coperto di peli l’occasione della sua vita. La esibirà come fenomeno da baraccone. Per legarla a sé, decide di sposarla. Riemerge, ancora una volta, la specificità di Tognazzi, la chimica perfetta creata col mondo di Ferreri: l’attore è l’unico, per la curiosità nei confronti della vita che gli si legge negli occhi, a risultare credibile, umano, in un contesto così estremo. Non è impossibile immaginarlo davvero a letto, con una donna barbuta, abbandonato a tenerezze sospese in un’intima zona d’ombra. Concedendosi un momento in cui le ambiguità del cinismo calcolatorio, da impresario spregiudicato, sfumano nell’attrazione, autenticamente perversa, per ogni sfaccettatura della sessualità. Tognazzi riesce a fornire al personaggio anche tutta l’ambiguità dell’ometto, né buono né cattivo, che asseconda l’inerzia di un sistema, apatico attraversatore di ogni orrore, per continuare a vivacchiare sottraendosi al lavoro. Ferreri, emulo bunueliano, trasfigura nel corpo di Tognazzi un carattere ancora inedito nel cinema italiano. Il film è cattivo, grottesco, cinico, nel più puro stile del regista. Il produttore Carlo Ponti però, impone un finale diverso: il bambino che sopravvive e la madre che perde tutti i peli come conseguenza del parto, costringendo Antonio/Tognazzi a lavorare onestamente. Ferreri, arrabbiato, obbedisce, ma riuscirà a ripristinare la versione originale della pellicola, ovvero quella in cui madre e figlio muoiono durante il parto e l’uomo decide di esporre i due corpi facendoli imbalsamare, continuando a tirare a campare. Finale tragico e grottesco, difficile da far digerire alla censura democristiana dell’epoca. C’è però da dire, che grazie all’insistenza di Ferreri, la versione modificata sarà riservata soltanto per la sola edizione francese. L’opera però non viene capita, né dal pubblico nè dalla critica, che si limita ad elogiarne l’interpretazione. L’Unità scrive di un Tognazzi “forse alla sua prova più alta”; mentre su Ferrania si parla di un Tognazzi “arrivato alla sua maturità artistica, geniale nel controllo delle sue risorse espressive”.

” Tognazzi rappresenta il mio periodo più importante e la mia giovinezza. Ho fatto con lui tutti i miei primi film di successo, che senza di lui sarebbero stati impossibili. Perché era il mio ideale: uomo e personaggio prima, e solo poi veniva l’attore. Proprio il tipo di lavoro che aveva fatto prima, la sua carriera di comico, lo rendeva ai miei occhi fresco, qualcuno con cui era facile e bello lavorare. Pronto per affrontare un tipo di cinema differente.” ( Marco Ferreri il 30 ottobre 1990 in un’intervista a La Repubblica )

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Marco Ferreri, Annie Girardot e Ugo Tognazzi alla prima de “La donna scimmia”(1964).

Intanto Tognazzi continua a macinare film e a scalare le vette del cinema italiano. E’ però, proprio del trio Tognazzi-Ferreri-Azcona, uno dei vertici espressivi dell’intero cinema italiano. Il professore, episodio del film corale Controsesso. Cortometraggio memorabile, un piccolo capolavoro di psicopatologia e di umorismo nero, interpretato da Tognazzi,  che in maniera memorabile tratteggia un voyeur professore di scuola femminile il quale fa installare in classe un gabinetto per poter ascoltare i rumori prodotti dalle scolare che lo adoperano. Tognazzi rende benissimo la sessualità repressa del suo personaggio. In epoca presessantottina ( siamo al 1964), ne tratteggia l’autoritarismo deviante, vischiosamente comico: per evitare che le proprie allieve ricevano aiuti esterni durante i compiti in classe, fa installare nell’aula una toilette portatile che gli consenta di ascoltare, fremente e deliziato, la colonna sonora di ogni deiezione, per poi godersi la voluttuosa contrizione del pentimento, sbollentando la testa sotto il gelo di una fontanella pubblica. Tognazzi è credibile persino nell’ultimo episodio di Marcia nuziale, del 1966: Ferreri, Azcona e Tognazzi in uno strano Blade Runner farsesco. In un futuristico 1999, Tognazzi è viscidamente avvinghiato a una bambola di silicone, che assolve ad ogni funzione coniugale. L’arrivo di un altro uomo, con un modello femminile più sofisticato, lo getta in uno sconforto frustrato. La sua bambola sembra accorgersene, e lo fissa con orbite cave. Poi le sfugge una lacrima. Beffarda anticipazione avveniristica condita con un pizzico di surrealismo, Famiglia Felice è uno degli episodi più aberranti del cinema italiano, in puro stile Ferreri: crudele, amorale, disumano. Ma perciò una perla, un episodio che si fa vedere per la sua lucida critica all’istituto del matrimonio, ormai in decadenza. Tognazzi illuminante, incanta. Riuscito risulta essere anche uno degli altri tre corti di Marcia nuziale, tutti diretti da Ferreri e interpretati da Tognazzi, quello intitolato Igiene personale. L’episodio è ambientato a New York. Frank ( Tognazzi ) partecipa con la moglie a una sorta di terapia di gruppo con altre coppie sposate, tra cui un sacerdote che ribadisce più volte la necessità di avere una vita sessuale fantasiosa per “salvare il matrimonio”. Dapprima imbarazzato, Frank finirà per consumare un adulterio con la padrona di casa. Efficace apologia sulla degradazione del matrimonio e sulle aberrazioni causate dall’uso rituale e strumentale di questo istituto, di cui non si sanno più perseguire i fini.

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L’aberrante, ma splendido episodio del film “Marcia nuziale”, intitolato “Famiglia felice”, ambientato in un avveniristico futuro.

E’ nel 1973, però, che il connubio tra Tognazzi e Ferreri giunge alle estreme conseguenze. Il film è La grande abbuffata. A Tognazzi piaceva più il titolo francese, La grande bouffe, per l’assonanza con il buffo, utile a restituire il clima da farsa tragica. Ferreri gli ha sintetizzato, a modo suo, la trama: “Ugo, ho ‘na storia dove se magna, se caga, se scopa e se mòre. T’interessa? L’ho già detto a Mastroianni, a Piccoli, a Noiret, loro hanno risposto di sì. Te che fai?”. In realtà Ferreri ha millantato le già ottenute adesioni degli altri tre, parlando con ognuno degli attori scelti. Alla fine accettano tutti e quattro. Ferreri ha così a disposizione due divi internazionali, Mastroianni e Piccoli, e due star nazional-popolari, Tognazzi e Noiret, per narrare le vicende di un quartetto di amici, prossimi ai 50 anni, prestigiosamente inseriti nella società parigina. Tognazzi, filologicamente autobiografico, è un cuoco provetto. Piccoli è un regista televisivo. Mastroianni è un brillante pilota civile, Noiret è un magistrato. Quello dei quattro attori è il il poker dei migliori attori italiani e francesi all’epoca in circolazione. Ma è anche uno dei più radicali atti d’accusa contro il consumismo mai stati fatti, un saggio da manuale sugli intrecci tra eros, thanatos, il cibo e gli escrementi. Ma nello stesso tempo è anche la storia di una grande amicizia che va all’estremo, fino all’autodistruzione. La trama è quella di quattro romantici goliardi che hanno scelto di morire in un’orgia di cibo e di sesso, in una villa fuori Parigi. Fischiato a Cannes, il film ebbe uno straordinario successo di pubblico e rappresenta una tappa fondamentale nel lungo e controverso rapporto tra cinema e alimentazione. Il film è comunque, prima di tutto un incontro fra amici, i quattro attori e il regista trovano una sintonia totale in questo progetto estremo, tanto che i personaggi si chiamano come loro, e viene loro consentito di improvvisare intere scene fuori copione. Un film dove non c’è finzione artistica, forse un caso unico nel panorama cinematografico mondiale, ci si ingozza sul serio; e non v’è neanche un vero e proprio montaggio, perché le scene vengono recitate a getto continuo e seguendo l’ordine cronologico della sceneggiatura. Consapevoli del film epocale destinato a restare nella storia, nonostante le critiche ricevute a Cannes, il quartetto, ancora diretto da Ferreri, si ritrova soltanto qualche mese dopo per girare Non toccare la donna bianca, incredibile western metropolitano ambientato tra le macerie del quartiere Les Halles di Parigi, storico mercato in demolizione.

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La grande abbuffata: il capolavoro di Marco Ferreri. Poker italo-francese delle meraviglie: Philippe Noiret, Ugo Tognazzi, Michéle Piccoli, Marcello Mastroianni.

Tognazzi nella sua carriera, continuerà a fare film e pellicole, più di 130 in totale, con i più importanti registi italiani, tipo Elio Petri, Mario Monicelli, Dino Risi; ma continuerà per tutta la vita, a sentirsi più in sintonia, molto ricambiata, con Ferreri. Il duo ha rappresentato un caso unico di cinema politico viscerale, germinato dalla fisiologia e non dalla sovrastruttura ideologica. Vissuto sul corpo, incerto tra bonarietà e putrescenza, di un anomalo italiano medio.

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Bibliografia

  • Hollywood sul Tevere, di Giuseppe Sansonna
  • La Quarta T, di Valentina Pattavina
  • Altre documentazioni varie

Domenico Palattella

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