Anna Magnani: la diva delle dive del cinema italiano.

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Anna Magnani, diva delle dive del cinema italiano, passionale, tormentata, veracemente romanesca è il simbolo della “donna” italica del ‘900. Nannarella ha dato vita a storie di donne indimenticabili, forti e sensibili, sfrontate e genuine, ironiche e grintose, con la risata fragorosa, lo sguardo che fulmina, sullo sfondo di un’Italia che cambiava radicalmente.

Jean Renoir scrive di lei: “La Magnani è la quinta essenza dell’Italia, ed anche la personificazione più completa del teatro, del vero teatro con scenari di cartapesta una bugia fumosa e degli stracci dorati, dovevo logicamente rifugiarmi nella commedia dell’arte e prendere con me in questo bagno la Magnani, le sono grato per aver simboleggiato nel mio film tutte le altre attrici del mondo”.

A pochi giorni dal suo arrivo in America la stampa dichiara: “In confronto a lei le nostre attrici sono manichini di cera paragonate ad un essere umano”.

Il Time la definisce: “Divina, semplicemente divina”

1. La carriera internazionale: l’Oscar e i film ad Hollywood.  

Era il 1955 quando Anna Magnani aveva appena finito di lavorare al suo primo film in terra americana, ovvero “La rosa tatuata”, di Daniel Mann, quando il Time la definì “Divina, semplicemente divina”. Hollywood aveva colonizzato Cinecittà, però si era innamorata di questa figura veracemente romana, italica dal primo all’ultimo capello, che era diventata il simbolo mondiale della donna stessa, in antitesi al simbolo di femminilità al quale aspiravano tutte le altre dive. Era lei l’antidiva del cinema mondiale, intensa e magnifica, popolare e vera, complessa e indecifrabile: nessuna più di lei ha interpretato meglio il suo essere una donna di Roma e del mondo. Questa predilezione americana per Nannarella, sfociò nell’assegnazione, praticamente a furor di popolo, dell’Oscar come miglior attrice protagonista, nel 1956, per la stupenda e sofferta interpretazione di Serafina Delle Rose, nel film “La rosa tatuata”. Quel 21 marzo 1956 la «Divina» – così la chiamava il Time – non era in America a ritirare la statuetta, ma dalle foto nei giorni successivi, con il prestigioso riconoscimento in mano, si vede una gioia fiera in quei suoi occhi intensi. L’Oscar infatti, venne ritirato da Marisa Pavan, anche lei candidata come migliore attrice non protagonista per lo stesso film, dalle mani di uno dei più grandi attori comici di quegli anni, Jerry Lewis. Nonostante il film non fosse certo il migliore dei 40 interpretati dalla Magnani, infarcito di tutti i luoghi comuni con cui gli americani etichettavano gli italiani, la stella di Nannarella brilla intensa. La Magnani riempiva lo schermo con i suoi sguardi e soprattutto con i suoi silenzi arrivando ad oscurare non solo lo stesso Burt Lancaster, suo partner sul set, ma anche le evidenti lacune del film. Fu un trionfo, tanto che l’anno seguente Los Angeles le dedicò la stella nella celebre Hollywood Walk of Fame, la famosa strada di Hollywood dove sono incastonate oltre 2000 stelle a cinque punte che recano i nomi di celebrità onorate per il loro contributo – diretto o indiretto – allo star system e all’industria dello spettacolo. L’attrice continuava a ricevere proposte dall’America. Tennesee Williams l’avrebbe voluta protagonista con Marlon Brando a Broadway in Battle of Angels, moderna rielaborazione del mito di Orfeo, e ancora del musical Auntie Mame. Interpretò, invece, Selvaggio è il vento, regia di George Cukor. Con lei erano Antony Quinn e Antony Franciosa, allora marito di Shelley Winters. Con il secondo Anna intrecciò un’affettuosa amicizia. Il film non ottenne un grande successo. Sugli schermi italiani apparve solo nel settembre 1958. Povera e grande Magnani, scrisse qualcuno della nostra critica, costretta nei panni stretti di un personaggio convenzionale. Questo film le portò, comunque, una nomination all’Oscar, il BAFTA Film Award, il Davide di Donatello e le consentì però di conquistare anche Berlino, con l’assegnazione dell’Orso d’argento come miglior attrice protagonista. L’ennesimo riconoscimento della critica mondiale alla nostra diva più amata. La carriera internazionale continua nel 1959 con il suo terzo film in terra americana, dove quasi le si concede più spazio che in patria, Pelle di serpente di Sidney Lumet, con Marlon Brando, fresco vincitore dell’Oscar come miglior attore protagonista per Il fronte del porto di Elia Kazan, e Joanne Woodward altro Oscar come miglior attrice. Brando a Tennesse Williams che gli chiedeva se la Magnani gli incutesse timore rispose di no. Riteneva che fosse una donna di una forza inusuale che non riusciva a trovare nessuno disposto a sopraffarla e in ciò trovava la sua sconfitta. Il che combaciava con quanto dichiarato da lei stessa a chi la riteneva difficile, piena di pretese, invadente. «Qualche volta può anche essere avvenuto ciò di cui mi si rimprovera perché mi sono trovata con gente che non aveva né preparazione, né forza morale e artistica per imporsi su di me, e mi sentivo più forte di loro». Pelle di serpente non fu il miglior film di Sidney Lumet e i due protagonisti non si intonavano tra loro ma la sequenza in cui lei gli descriveva la propria confetteria resta un pezzo di vera bravura. Sul set peraltro la Magnani si innamorò follemente di Marlon Brando, per la gioia dei giornali scandalistici dell’epoca.

«Non so se sono un’attrice, una grande attrice o una grande artista. Non so se sono capace di recitare. Ho dentro di me tante figure, tante donne, duemila donne. Ho solo bisogno di incontrarle. Devono essere vere, ecco tutto.»

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La gioia per la statuetta ottenuta il 21 marzo del ’56, prima attrice italiana a vincere il riconoscimento.
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Un momento di pausa sul set de “La Rosa tatuata” il film di Daniel Mann con cui la Magnani vincerà l’Oscar per l’interpretazione femminile del personaggio di Serafina Delle Rose. Qui, l’attrice sul set con Bart Lancaster.

2.Storie di donne indimenticabili.

La Magnani porta con sè storie di donne indimenticabili, forti e sensibili, sfrontate e genuine, ironiche e grintose, con la risata fragorosa, lo sguardo che fulmina, quelle occhiaie vive e mute che addensano il senso della tragedia anche nell’unica Mamma Roma pasoliniana possibile, e la vitalità che seduce. Insieme alla spontaneità verace della fruttivendola Elide di Campo de’ Fiori, la resistenza della Sora Pina di Roma Città Aperta, la determinazione della popolana Maddalena Cecconi di Bellissima, l’ostinazione de L’onorevole Angelina, o ancora la popolana fiera di Abbasso la ricchezza!. Indubbiamente il primo ritratto di donna importante, imponente, nella futura virata neorealista di Roma città aperta, è quello della fruttarola Elide di Campo de’ Fiori (1943), peraltro recitato al fianco proprio di Aldo Fabrizi, simbolo come lei, non solo delle romanità verace, ma anche dei successi neorealisti. E’ la storia del tormentato amore tra un pescivendolo e una fruttarola proprio di Campo de’ Fiori, in cui si avvertono i primissimi scampoli di neorealismo, a guerra ancora in corso. Che lo stile di entrambi toccasse una nota che era nell’aria, e che il pubblico ci si riconoscesse, sembra confermato più che dalle recensioni pur benevoli dei critici, dall’aumento vertiginoso delle loro quotazioni cinematografiche. E’ indubbio, infatti, che il film consacrò cinematograficamente i due protagonisti, ed è indubbio che Nannarella capì che la strada da percorrere per sfondare nel cinematografo era quella, in fondo la più adatta alle sue corde. Poi arriva il 1945, giro di boa importante per lei, e quella sora Pina, destinata a consegnare la Magnani alla leggenda.“Roma città aperta”, di Roberto Rossellini diventa fin da subito il film simbolo del Neorealismo e conquista un immediato successo all’estero. In seguito alla grande accoglienza e alla vittoria al Festival di Cannes, il film ebbe successo anche in Italia, dove in precedenza era stato accolto freddamente. La critica internazionale arrivò a dire:

“la storia del cinema si divide in due ere: una prima e una dopo Roma città aperta”

Appare fin da subito chiaro, la grandezza dell’interpretazione della Magnani, memorabile sopra ogni previsione. E’ entrata nella storia del cinema la scena della morte di Pina, modellata sulla figura reale di Teresa Gullace, una popolana incinta del sesto figlio uccisa dai tedeschi in viale Giulio Cesare mentre tentava di opporsi all’arresto del marito. La Magnani ebbe la meglio su Clara Calamai, oltre che su Isa Miranda e Assia Noris, altre dive dell’epoca però scalzate dalla sua popolare veracità. Lei divenne l’icona del neorealismo. Moltissimi anni dopo, in un’intervista ad Enzo Biagi per «Il Corriere della sera», Aldo Fabrizi raccontò che la famosa caduta della Magnani mentre inseguiva il camion che le portava via il marito era stata casuale. Ci fu anche chi, malignamente, insinuò che in realtà lei cercava di raggiungere la macchina di Massimo Serato. La loro storia d’amore si era chiusa allora miseramente e Anna avrebbe cresciuto il figlio Luca, dandole anche il suo cognome. Il film fu presentato fuori concorso nel 1946 al Festival di Cannes. La Magnani ebbe il Nastro d’argento come migliore attrice non protagonista. Era la prima volta che questo riconoscimento veniva attribuito dal Sindacato Nazionale dei Giornalisti Cinematografici Italiani. Il suo urlo finale ispirò a Pier Paolo Pasolini i seguenti versi:

Quasi emblema, in noi l’urlo della Magnani
sotto le ciocche disordinatamente assolute,
rinnova nelle disperate panoramiche,
e nelle occhiate vive e mute
si addensa il senso della tragedia.

L’amore tra la Magnani e Rossellini scoppiò a film terminato mentre, nell’agosto 1946, andavano in vagone letto al Festival di Venezia. Per il carattere impossibile, passionale ed estremo di lei, il legame fu molto litigioso sia in pubblico che in privato: «ma perché tutto questo? – dirà De Sica – Perché Anna aveva bisogno di dare, di dare, di dare. E riteneva di non riuscire a dare mai abbastanza e di non ricevere mai abbastanza. Dopo Roma città aperta la Magnani fu contesa da registi cinematografici impegnati come Luigi Zampa, Alberto Lattuada, Luchino Visconti. In particolare la Magnani, continuando a rappresentare la donna non più sottomessa all’uomo, ma che vive il periodo di forte rivalsa sociale, è tra le massime artefici del cosiddetto filone della “commedia neorealista”, nata come alternativa al Neorealismo crudo e duro di Roma città aperta. La commedia neorealista, in qualche modo progenitrice della commedia all’italiana degli anni ’50 e ’60, presentava dei tratti completamente divergenti rispetto al Neorealismo puro: l’osservazione di un aspetto o di un fenomeno appartenente alla realtà contemporanea, partendo talvolta addirittura da un fatto di cronaca; il trattamento in chiave comica o leggera di un tema che si potrebbe benissimo immaginare svolto in chiave drammatica, o comunque seria. In questo senso risulta assolutamente esplicativo il film di Luigi Zampa dal titolo L’Onorevole Angelina (1947). Un film sorretto dall’interpretazione travolgente della Magnani, ancora una volta memorabile quando si tratta di dipingere un ritratto di donna fuori dagli schemi, emancipata, che ha voglia di rivalsa nella società, senza però scordarsi delle sue origini popolane. Il film, fu come si dice in inglese un “veicolo” per Anna Magnani, quì battagliera popolana alle prese con le ristrettezze del dopoguerra- disservizi, disfunzioni, inerzia e corruzione della burocrazia- che si mette a capo di un piccolo movimento di casalinghe esasperate. L’indignazione della sua Pina e della sua Angelina, nei confronti dei governanti in genere può apparire qualunquista, ma non si può scordare la carica magnetica impressionante della Magnani, che arriva a rendere credibili i due ritratti di donne e a diventare il simbolo stesso della donna, chiamata a ricostruire ciò che gli uomini avevano distrutto in 6 anni di guerra. E’ il rinnovato ruolo della donna nella società italiana, quello che rende la Magnani immortale e l’attrice italiana più conosciuta di tutti i tempi. In Roma città aperta, la Magnani muore da eroina per l’essersi opposta all’oppressore nazi-fascista; in L’Onorevole Angelina, sorretta da un temperamento passionale e dall’avversione per le ingiustizie, la Magnani diventa la paladina della povera gente, delle donne in generale, che combattono i piccoli e grandi soprusi della vita quotidiana. Un film importante nella denuncia della corruzione dell’Italia del dopoguerra e di quella che sarà la politica e la burocrazia dei decenni a venire. Profetico oltre ogni misura, piccolo -borghese nelle intenzioni, il film consegna il premio come miglior attrice protagonista alla Magnani, nell’edizione del Festival di Venezia del 1947. Continuano i ritratti di donna memorabili: l’anno dopo seguì, infatti L’amore di Roberto Rossellini. Un “omaggio alla grande arte di Anna Magnani”, si leggeva nei titoli di testa, composto da due episodi. Del primo, Una voce umana, da La voix humaine di Jean Cocteau, la sceneggiatura era dello stesso Rossellini e si trattava sostanzialmente di un lungo monologo al telefono. Il soggetto del secondo, Il miracolo, era di Federico Fellini. Il film nell’agosto venne presentato al Festival di Venezia. Inevitabile Nastro d’argento. Un critico accreditatissimo per lei parlò addirittura di eccesso di bravura.Il 20 febbraio 1949 il “Comitato di difesa del cinema italiano” indisse una manifestazione contro la nuova legge sul Cinema promossa da Giulio Andreotti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che gestiva allora le sovvenzioni e non amava il neorealismo. Il cinema, nonostante la sua promettente rinascita, vedeva avanzare l’invadenza straniera, particolarmente dei film americani e una censura sempre più sospettosa e incompetente. Il corteo con alla testa Giuseppe Di Vittorio e una rappresentanza della C.G.I.L. raggiunse Piazza del Popolo. Quando la Magnani salì sul palco a parlare fu accolta con il grido “Vogliamo l’onorevole Angelina”. Questo per chiarire il successo epocale che ebbe il film e la sua strepitosa protagonista. Intanto il rapporto sentimentale tra lei e Rossellini, dopo tre anni, era diventato sempre più burrascoso. Nella vita di lui era entrata Ingrid Bergman che nel 1950 sposò e diresse in Stromboli. Come contraltare la Magnani interpretò Vulcano con Rossano Brazzi, uno dei più famosi “uomini fatali” del cinema italiano. Sulla stessa, memorabile scia, anche Abbasso la ricchezza, di Gennaro Righelli, che mette al centro della scena ancora la Magnani, più verace che mai, quasi caricaturale nei gesti, nella voce troppo grossa e negli abiti borghesi portati con una certa goffaggine. Ma l’attrice non veste soltanto i panni di una popolana fiera e disposta a tutto pur di sopravvivere; più in generale, rappresenta la situazione umana del particolare momento storico, dove niente è più importante del cibo portato in tavola e della possibilità, anche poco onesta, di guadagno. Anna Magnani è infatti, una caciarona trasteverina che grazie alla borsa nera ha fatto fortuna durante la guerra, e utilizza questo metodo “disonesto” come rivalsa sociale, all’ombra di un’Italia uscita dilaniata dal conflitto mondiale.

” La Magnani ha una recitazione piena d’istinto popolare, che non ha niente a che fare con il teatro di mestiere. Sa mettersi al livello degli altri, e in un certo modo sa portare gli altri al suo”. ( Luchino Visconti )

Con queste parole e con un delizioso soggetto di Cesare Zavattini, il Maestro Luchino Visconti realizzò il suo sogno di lavorare con Nannarella. Il Maestro del Neorealismo, con la donna del Neorealismo, un binomio di caratura mondiale. E difatti “Bellissima” ottenne un’accoglienza trionfale a New York, a Boston, a Los Angeles, insomma in tutta l’America, dove crebbe il divismo fuori dagli schemi di Anna Magnani. Quello di Maddalena Cecconi è un ritratto di donna disperante, grottesco sul falso mito del cinema, ma è anche un ritratto di donna impietoso di chi sa che i sogni sono destinati a infrangersi di fronte alla ferocia della realtà. Una favola sulla filosofia del neorealismo, di cui si dichiara l’illusione e si decreta il tramonto. Visconti ebbe il merito di esaltare l’istinto popolare e il divismo artigianale della Magnani, all’apice della carriera e ormai pronta al grande salto oltre-oceano. D’altronde il celebre drammaturgo americano Tennessee Williams era rimasto affascinato dall’attrice tanto da sperare di interpretare al cinema la sua commedia La rosa tatuata, progetto che si realizzerà qualche anno dopo. Ancora diretta da Visconti, si chiude il capitolo dedicato ai ritratti di donna, con l’episodio di Siamo donne, di Franciolini, Rossellini, Zampa e Visconti (quattro episodi “veri” nella vita di altrettante dive che interpretano se stesse: Alida Valli, Ingrid Bergman, Isa Miranda e Anna Magnani). Un film a episodi ideato da Cesare Zavattini, che intendeva applicare la poetica del quotidiano a personaggi famosi: tutte le protagoniste infatti interpretano se stesse. Il migliore e il più smaliziato risulta essere quello della coppia Visconti-Magnani, ma è curiosa la presenza nello stesso film anche della coppia Bergman- Rossellini, dato che il regista aveva lasciato proprio la Magnani per legarsi sentimentalmente con Ingrid Bergman. La critica, come ritratto di donna, decretò vincitrice la Magnani e questo le regalò profonda soddisfazione, considerato che la Bergman era la sua “nemica” numero uno e non solo sul lato professionale del termine.

“Era l’incapacità di realizzarsi come donna nella vita che le dava questo assatanamento, e che le permetteva perciò di realizzarsi su un altro piano. E infatti lei ha cercato di prendere le sue vendette nel lavoro. E c’è riuscita. Ma ha pagato tutto questo duramente. Il lavoro le ha sottratto la vita. Anna poi era una donna fragile, debole, piena di dubbi e di incertezze. Avrebbe avuto bisogno di un uomo che si imponesse e la sottomettesse. Ma lei era anche, ormai, Anna Magnani e come si fa a imporsi ad un personaggio del genere? Insomma era due donne diverse e gli uomini di fronte a questo enigma, a questo Giano bifronte sbarellano, non reggono. In fondo il dramma di tutta la vita di Anna sta proprio lì. La cosa più vera, più sincera, più commovente.” ( Franco Zeffirelli )

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Con Aldo Fabrizi, nel celebre ruolo della verduraia romana di “Campo de’ Fiori”.
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La scena-icona di “Roma città aperta”: la corsa di Anna Magnani dietro la camionetta tedesca e l’urlo di dolore della sua Sora Pina sono diventate parte della storia del cinema.
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La “Bellissima” di Luchino Visconti. Quello di Maddalena Cecconi è un altro dei memorabili ritratti di donna, disperati, fieri, popolani, dipinti dalla Magnani, in maniera sopraffina.

3. Donna di carattere, donna di sofferenze. 

Il talento di attrice, il suo successo così fiero, popolaresco, affonda le radici nell’humus culturale in cui è cresciuta la giovane Nannarella. Donna amabile, ma non facile, soprattutto in amore, era piena di insicurezze che copriva con la forza del suo animo e con il suo spirito fiero e popolare. Tullio Kezich di lei scrisse che era una grande attrice trascurata o quantomeno sottoccupata. Era stata un prototipo inimitabile per qualità e difetti che grazie al suo talento partorivano un risultato irripetibile non solo perché era stata l’ultima gloriosa incarnazione di quel naturalismo interpretativo che per decenni era stata la forza del teatro italiano ma perché raccontava un’Italia che non esisteva più. Fece anche qualche scelta sbagliata, su tutte la rinuncia al ruolo della Ciociara, che andrà alla Loren e le varrà l’Oscar nel ’62, ed ebbe alcune tormentate storie sul set. La sua relazione con Roberto Rossellini, che con Roma città aperta, nel ’45, siglò il capolavoro del Neorealismo Italiano e cucì addosso alla Magnani il personaggio della Sora Pina “mater dolorosa del Dopoguerra”, vale da sola un romanzo. I rotocalchi dell’epoca si contendevano le battute e le foto del tira-e-molla tra l’attrice e il regista ormai invaghito, sul set di Stromboli, di Ingrid Bergman. E se ad alcuni grandi uomini Anna Magnani deve il riconoscimento del suo talento – Totò, ad esempio, con cui a lungo lavorò e poi Vittorio De Sica, primo a capire che a quella ragazzetta bruna dagli occhi enormi andava data una parte drammatica – da molti uomini Anna Magnani è stata colpita nella vita privata. A parte il plateale voltafaccia di Rossellini, anche il padre del suo unico figlio Luca, l’attore Massimo Serato, l’abbandona quando è ancora in dolce attesa. Ma Anna Magnani è una che cade in piedi: sarà una delle pochissime donne della sua generazione a pretendere e ottenere di dare il suo cognome al bambino. Anni prima, nel 1908, alla sua nascita, sua madre aveva fatto lo stesso con lei. La Bellissima di Luchino Visconti, sola attrice della sua generazione a non voler nascondere le rughe, non ebbe un’infanzia facile: cresciuta dalla nonna mentre la madre cercava di rifarsi una vita ad Alessandria d’Egitto, non riuscì mai davvero a recuperare il legame materno. Nell’età adulta questo bisogno di farsi accettare, un misto di possessività e tenerezza, non le ha risparmiato incomprensioni, anche sul set: come quelle con l’amico Pier Paolo Pasolini durante le riprese di Mamma Roma (’62) per non parlare delle ripicche con Giulietta Masina nel film Nella città l’inferno di pochi anni prima. Epocali furono infatti i litigi sul set del film di Renato Castellani, tra le due massime attrici del nostro cinema, lei era la Magnani e l’altra era Giulietta Masina, musa e moglie di Federico Fellini. Una coppia d’oro, in cui nessuna delle due era disposta a darla vinta all’altra, sia sul piano professionale che su quello divistico. Inutile dire che riempirono le pagine dei giornali. Era il 1958, e l’humus culturale era quello dell’Italia della Dolce Vita, dei gossip e dei paparazzi di Via Veneto.

In un’intervista Marisa Merlini dichiara: “C’aveva dei periodi di dolcezza, di infinita dolcezza e dei periodi in cui era arrabbiata che apriti cielo! Non le risparmiava a nessuno! Quando doveva dire, lei ammazzava con le parole in un modo stupendo”

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Una foto di scena a colori tratta da “Vulcano”, del ’49: è l’anno della rottura con Rossellini che si innamora di Ingrid Bergman.
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Anna Magnani con Marlon Brando sul set del film “Pelle di serpente”(1958). Due “freschi” premi Oscar a confronto.

4.Totò, Pasolini e alcuni progetti mai realizzati. 

Dopo la notorietà americana il cachet della Magnani era lievitato e questo probabilmente le ha impedito di realizzare alcuni progetti, come una versione cinematografica di Madre Coraggio. Anche il cinema era cambiato. Da una parte i registi “intellettuali” che pretendevano, secondo lei, di conoscere tutto e dall’altra il pubblico che rifiutava il dramma e pretendeva intrattenimento. Alla Magnani continuavano a proporre personaggi che secondo lei non erano “creature umane” ma “caricature, pupazzi imbecilli”. Nel 1960 le offrirono di recitare nuovamente a fianco di Totò questa volta in un film tratto da due racconti di Alberto Moravia, Risate di gioia. Dovevano interpretare due squattrinate comparse di Cinecittà. Tra gli sceneggiatori lei ritrovò la sua antica amica Suso Cecchi d’Amico. La regia era di Mario Monicelli. La Magnani aveva allora 52 anni e, pur dichiarando che le sue rughe erano le sue medaglie, impose il velatino per sfumare i tratti del volto, non volle farsi una approssimativa tintura bionda ai capelli, come avrebbe richiesto il personaggio, ma pretese parrucche perfette e abiti di sartoria. Da qui continue tensioni tra lei e il regista. Il film non ebbe molto successo di pubblico ma la scena in cui lei e Totò cantavano “Geppina donna di fumo” riusciva a rendere anche tutta la nostalgia per un mondo, quello del Varietà, che non esisteva più. Tramontato un progetto di fare un film con Rossellini, l’attrice convinse il produttore Alfredo Bini a farla lavorare con Pier Paolo Pasolini: era entusiasta del suo Accattone che aveva visto al Festival di Venezia del 1961. Le riprese di Mamma Roma iniziarono il 9 aprile 1962 con il set invaso dai fotografi. La sceneggiatura era rigorosissima ma Pasolini continuava ad indicare alla Magnani toni e sfumature delle sue battute, in più disegnava su fogli volanti ogni inquadratura. L’attrice non si trovava con il suo metodo di lavoro che non le consentiva mai di recitare una scena per intero. Vi fu un momento in cui avrebbe voluto andarsene, perché, spiegò ad una delle sue più care amiche, Elsa De’ Giorgi, alludendo a Franco Citti e agli altri ragazzi, «quelli là vivono, io invece recito!». Mamma Roma al Festival di Venezia prese il premio della FICC (Federazione italiana dei Circoli del Cinema) ma non ottenne il plauso incondizionato della critica ufficiale. Molti ritennero che la mancata riuscita fosse la scelta della Magnani come protagonista. L’attrice riconobbe che il film era anche commercialmente sbagliato ma rifiutò di addossarsene la colpa. Non andò viceversa in porto, il progetto di Zeffirelli per un Antonio e Cleopatra di Shakespeare con lei. Dall’America le arrivò una proposta favolosa per girare un film con Jerry Lewis e Tony Curtis ma preferì il teatro e la Medea di Jean Anouilh, che andò in scena al Teatro Quirino di Roma a partire dal 24 dicembre 1966. Dopo sei anni di lontananza dallo schermo la Magnani si lasciò convincere dal regista Alfredo Giannini, coproduttore con Silvia d’Amico, figlia di Suso, a girare alcuni mini-film per la televisione che volevano raccontare attraverso figure di donne le varie epoche della storia politica italiana rivivendo contemporaneamente le tappe dell’avventura artistica dell’attrice. Al fianco partner diversi: Enrico Maria Salerno, Massimo Ranieri, Vittorio Caprioli, Marcello Mastroianni. Il primo, La sciantosa, andò in onda il 26 ottobre 1971, il secondo, 1943: Un incontro, il 2 e 3 ottobre, il terzo, L’automobile, il 10 ottobre. L’attrice ebbe un ritorno di notorietà. La fermavano per strada. Dopo questo successo avrebbe voluto riportare in tournée La Lupa in Italia e Spagna. Aveva anche altri progetti che non si poterono realizzare. L’ultima sua apparizione sul grande schermo fu nel 1972 nel film di Federico Fellini, Roma, pochi secondi di pellicola in cui lei era ritratta melanconica per le strade della capitale notturna. Parlava con il regista andando verso il portone di casa sua, si girava e lo guardava e chiudeva il portone, esclamando «Nun me fido». Il film uscì nel marzo. Il 26 settembre lei moriva nella clinica Mater Dei dove era stata operata per un tumore al pancreas. Aveva 65 anni. Proprio quella sera, era programmato in televisione Correva l’anno di grazia 1870…, l’ultimo degli episodi del ciclo di Giannini. «Ho seguito la carriera d’attrice – aveva detto di sé – perché sentivo il bisogno d’essere amata, di ricevere tutto l’amore che avevo mendicato nella vita».

“Anna Magnani ha incarnato la figura femminile che ha dato agli italiani un motivo d’orgoglio.” ( Federico Fellini )

“Io la ringrazio soprattutto di esistere. Nessuna creatura mi ha mai dato tanto, e così generosamente, quando dà. Per fortuna non se ne accorge e non esige impossibili restituzioni.” ( Indro Montanelli )

“Ti ho sentito gridare Francesco dietro un camion e non ti ho più dimenticato”. ( Giuseppe Ungaretti )

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Una scena di “Nella città l’inferno”, una pellicola del ’59 in cui Anna Magnani recita con Giulietta Masina: la lavorazione non fu facile a causa delle incomprensioni tra le due attrici protagoniste. L’interpretazione le vale il secondo David di Donatello della sua carriera. Siamo nel 1959.
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Un intenso primo piano di Anna Magnani in “Mamma Roma”, la celebre pellicola di Pier Paolo Pasolini del ’62.
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L’amicizia con Totò fu lunga e sincera, a discapito però, di un solo film insieme: “Risate di gioia”(1960), diretto da Mario Monicelli.

5. Nannarella: Diva da prima pagina. 

L’Italia si risolleva dalla guerra, si appassiona alla televisione, frequenta assiduamente il cinema, scopre un nuovo immaginario cui attingere per formulare i propri sogni di vita, consumo e realizzazione. Gli anni ’50 si aprono nel segno di una rinnovata voglia di vivere, che il cinema alimenta con la commedia all’italiana; vicende in cui le persone si rispecchiano o che stimolano a disegnare tracciati per nuove prospettive di vita. E’ il tempo della rinascita di Cinecittà, che vive ora, tra il 1950 e la metà degli anni ’60, il suo boom. Economico, produttivo, narrativo e mitologico. Le storie che appassionano, infatti, non sono solo quelle in celluloide. La città del cinema è profondamente radicata nella città che la contiene, Roma, che a breve si presta a diventare un grande palcoscenico in cui vengono messi in scena la ricchezza, il lusso, i capricci dei divi e delle dive. Nascono nuove celebrità e, con esse, la curiosità di svelare i segreti della loro vita privata e i retroscena delle pellicole di cui sono protagonisti. La Dolce Vita romana sembra un filone inesauribile cui i settimanali attingono in abbondanza, alla ricerca di spunti sempre nuovi da trasformare in notizia. La vivacità dei settimanali a rotocalco, nel raccontare l’Italia della Dolce Vita, testimonia la capacità di essi, di creare una sorta di febbre collettiva per la Dolce Vita stessa, espletandola attraverso le immagini, tra vizi e licenziosità, vita notturna e café-society, in un’inestricabile gomitolo di rimandi, citazioni e racconti in cui rintracciare tutti i fili che connotano la vita mondana della capitale sul Tevere. In copertina, la protagonista è lei: la diva. In posa per la rivista, di solito in primo o primissimo piano oppure, in alternativa, a mezzobusto. I personaggi maschili sono molto rari. Le uniche eccezioni sono concesse ai latin lovers, come Marcello Mastroianni, Walter Chiari o Gregory Peck, a testimonianza di come venga privilegiata, nella scelta, non tanto e non solo la popolarità del personaggio ( abbastanza rare, per esempio, le copertine dedicate a Fellini, sebbene sia un grande protagonista di questi anni ) quanto la bellezza tout court. La bellezza, infatti, vende. E l’Italia, in questi anni, di bellezza ne produce e ne esporta moltissima. Ancora di più se le nostre bellezze sono vittime di qualche scoop, sorprese in un momento particolare, magari privato, su cui è facile costruire una notizia piccante, non raramente priva di contenuti veritieri. I fotografi vanno a caccia di foto incriminanti e i giornali fanno a gara per averle. I settimanali popolari, infatti, contano su un pubblico in larga parte femminile, interessato alle notizie di cronaca rosa e interlocutore privilegiato del gossip. Tra le più “copertinate” in assoluto c’è lei, Anna Magnani, tanto amata dagli italiani quanto dagli americani, anche se la più “copertinata” dell’Italia della Dolce Vita rimarrà la Lollo Nazionale. Nonostante fosse da tempo, una delle nostre Dive più apprezzate, l’exploit della Magnani sulle copertine delle maggiori riviste nazionali ed internazionali coincide con l’assegnazione dell’Oscar come interprete femminile, per La rosa tatuata, nel 1956. Da qui, e per un periodo di tempo piuttosto lungo, le copertine sono tutte per Nannarella, ormai Diva di livello mondiale. Sul Tempo e sull’Europeo si celebra la vittoria dell’Oscar da parte della Magnani, prima attrice italiana a conquistare l’ambita statuetta. Il Tempo le dedica la copertina a colori, con un inserto all’interno che recita “45 domande a Anna Magnani”. Mentre l’Europeo punta tutto su una foto scattata all’anteprima italiana del film, che ritrae la Magnani insieme alla Lollobrigida, presente alla proiezione della pellicola. D’altronde la didascalia in basso recita così: “Anna Magnani ha seguito con molta attenzione l’anteprima del suo film americano La rosa tatuata. Gina Lollobrigida era fra la ristretta cerchia di persone invitate alla proiezione, che è stata data nella versione originale”.

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Si susseguono scandali, inchieste e gossip nell’Italia della Dolce Vita. Sopra si accennava ai continui litigi tra Anna Magnani e Giulietta Masina sul set del film di Renato Castellani, Nella città l’inferno. E puntuali arrivavano le copertine e gli inserti che dedicavano ampio spazio allo scontro tra le due “Dive”.L’inserto all’interno del numero del giugno 1959 di “Oggi”, recita così “Riuscirà il regista a terminare il film e a tenere a bada le due Dive in continuo litigio?”. L’anno precedente, con copertina a colori, invece “L’europeo” celebra l’Orso d’argento vinto a Berlino dalla Magnani, per Selvaggio è il vento”. Altre volte il gossip non esiste, però basta un articolo anche piccolo dedicato alla Diva, che sia la Lollobrigida, la Loren o la Magnani, poco importa, per assicurarsi vendite capillari su tutto il territorio nazionale. E’ il caso del numero di “Gente” del 6 novembre 1959, con una foto che sorprende Anna Magnani in un angolo di un caffè di Via Veneto, mentre con gli occhiali inforcati, sta scrivendo una letteraAnna è da poco ritornata dagli Stati Uniti, dove ha interpretato con Marlon Brando il film Pelle di serpente. La “sorpresa” cui allude l’articolo, praticamente non esiste, considerato che Anna sta tranquillamente scrivendo una lettera e quindi probabilmente è anche consapevole della foto del paparazzo di turno. La caratteristica pretestuosa dell’articolo è evidente, come è evidente che una foto della Diva Magnani è in sè per sè un espediente per vendere copie a iosa. In fondo una Diva è una Diva e lei è la “Regina delle Dive italiane”.

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Domenico Palattella

Bibliografia:

  • Anna Magnani- enciclopedia delle donne, di Teresa Viziano
  • Anna Magnani, 60 anni da Oscar, di Francesca Amè
  • Dolce Vita Gossip, di Aurelio Magistà

 

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