“La quadrilogia della fuga” di Gabriele Salvatores e Diego Abatantuono, un sodalizio da Oscar: la cosiddetta “banda Salvatores”.

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Il sodalizio artistico tra il regista napoletano Gabriele Salvatores e l’attore milanese Diego Abatantuono, incentivata anche dalla co-fondazione della casa cinematografica della “Colorado Film”, è uno dei più compiuti risultati della storia del cinema italiano. La quadrilogia della fuga, ideata da Gabriele Salvatores, nasce proprio da questo sodalizio artistico. In tutte le 4 pellicole, il comune denominatore è Diego Abatantuono, con la perla di “Mediterraneo”(1991), premio Oscar acclamato, nel 1992. Ma intorno a loro tutta una serie di talentuosi attori, che periodicamente lavorano con e per Salvatores: Claudio Bigagli, Claudio Bisio, Giuseppe Cederna, Fabrizio Bentivoglio, Laura Morante…

Tutti li guardano, lì sul grande schermo, e sospirano d’invidia: «Beati loro, che hanno trovato il modo di lavorare divertendosi». Li chiamano “la banda Salvatores” e per molti trenta-quarantenni, ma non solo, sono diventati un cult. Hanno cominciato negli anni Settanta in cabaret e in teatro («Era il nostro modo di fare politica»), hanno attraversato gli Ottanta con furbizia ma senza perdersi né “pentirsi”, e nei Novanta sono approdati all’Oscar. «Fate come i soldati di Mediterraneo: fermate la guerra», ha detto Gabriele Salvatores tra i lustrini del Chandler Pavillion. Poi da Hollywood lui e Diego Abatantuono sono volati in Messico, per terminare le riprese del nuovo film, Puerto Escondido, storia di un viaggio-metafora, come già Marrakech Express e Mediterraneo, che parla di fuga, amicizia, solidarietà, della ricerca di un altrove, di diserzione dal conformismo e dall’omologazione. Gabriele Salvatores, Diego Abatantuono, Giuseppe Cederna, Claudio Bisio e gli altri di Mediterraneo sono il simbolo della crisi di un’intera generazione, alle prese con il crollo di certezze e ideologie degli anni ’90.

1986, un’annata turbolenta nella spensierata Italia di metà anni ’80, segna l’incontro e l’inizio del sodalizio artistico tra Gabriele Salvatores e Diego Abatantuono. Il regista napoletano, che già da anni si era trasferito a Milano, era ancora a caccia del grosso successo cinematografico, dopo il poco riuscito esordio di Sogno di una notte d’estate (1983). Ispirata, neanche troppo velatamente, all’opera di William Shakespeare, la pellicola è un ibrido di cinema, teatro, musica e danze dalla cadenze fiabesche, che non ottenne il successo sperato. Abatantuono, invece, in quello stesso anno, avverte l’esigenza di smarcarsi dalla maschera del “terrunciello”, che lo aveva lanciato nel cinema comico brillante, con cult-movie come I fichissimi (1981) e soprattutto Eccezzziunale…veramente (1982). La prima possibilità nel cinema cosiddetto “impegnato” gliel’aveva data Pupi Avati, con il suo Regalo di Natale (1986), una delle parabole più amare del nostro cinema sulla falsa amicizia e sulla solitudine. E’ proprio con questo film che Abatantuono si rende conto delle sue enormi capacità di attore a tutto tondo, dotato di enormi potenzialità drammatiche. Siamo dunque alla svolta artistica di Abatantuono, acuita anche dal fatto, che in quello stesso anno, conosce Gabriele Salvatores, e quì siamo in uno di quegli incontri, che col senno di poi, diventano epocali. Insieme fondano la Colorado Film, un’azienda di produzione cinematografica a capo di un complesso sistema d’impresa che sviluppa la propria attività trasversalmente nei settori della produzione cinematografica e televisiva, del management artistico, dell’editoria e della musica. Uno strumento importante per i futuri successi di entrambi. La società è dunque creata e iniziano ad entrare nell’entourage tutti quegli artisti che sono anche amici comuni di entrambi. Salvatores ad esempio, aveva già lavorato con Claudio Bisio in Sogno di una notte di mezza estate e nel 1987 gira Kamikazen- Ultima notte a Milano del 1987 in cui viene descritta una metropoli alternativa negli anni dell’illusorio splendore della Milano da bere, con la vicenda di sei giovani comici convinti a recitare da un agente sul lastrico che gli ventila la possibilità di un ingaggio per il Drive In, nota trasmissione comica dell’ epoca. L’ opera porta sullo schermo una serie di vicissitudini personali dei diversi protagonisti che consacrano Salvatores come attento osservatore della realtà che lo circonda. Il film rappresenta l’ esordio assoluto per Silvio Orlando ed Antonio Catania, spalleggiati da Claudio Bisio e Bebo Storti, con una gustosa comparsata di Diego Abatantuono. La cosiddetta “banda Salvatores” inizia a crearsi. Una definizione di questa banda che arriverà a conquistare Hollywood, ce la dà proprio Diego Abatantuono, a suo modo esplicativa del clima instaurato in tutte le produzioni della “quadrilogia della fuga”:

«La squadra. Come il Milan: nucleo centrale di titolari e una panchina forte. Il gruppo costante siamo io, Salvatores, Ugo Conti, Petriccione, Panni, la Salomon e tutti i tecnici. E poi ci sono Bisio, Cederna, Bentivoglio, Catania, Alberti…: tutti elementi assolutamente di prim’ordine e decisivi, che entrano ed escono dal campo a seconda della partita da giocare. Quanto al successo del nostro cinema, semplice: è un cinema concreto, parte dalla vita, da quello che sentiamo e che succede dentro e attorno a noi. Il pubblico risponde perché le nostre storie riguardano anche lui» (Diego Abatantuono).

Lo stesso disse Gigio Alberti in un’intervista riguardo all’Oscar vinto per Mediterraneo: “Ci chiamano “i ragazzi di Mediterraneo”. Qualcuno se la prende perché dice che anche quando vinciamo l’Oscar ci trattano come degli eterni principianti. A me le definizioni non interessano, dicano un po’ quello che gli pare, ma il cosiddetto “gruppo Salvatores”, in realtà, non funziona come una vera e propria classe, è piuttosto una scuola a libera frequenza, un sistema satellitare: chi entra, chi esce, chi ritorna, chi va. Includerei anche David Riondino, Paolo Rossi, Silvio Orlando: non sempre si lavora insieme ma c’è un senso comune in quello che si fa”(Gigio Alberti).

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Gabriele Salvatores e Diego Abatantuono in una pausa del film “Mediterraneo”(1991). Il loro è stato un sodalizio da Oscar e un’amicizia collaborativa ancora oggi.

 Siamo qui, con Salvatores ad un ritorno imperioso del Neorealismo, adattato alle esigenze e allo stile degli anni ’90. Ma questa è ancora una volta la prova, che, per creare qualcosa di grande, di epocale, nell’ambito cinematografico italiano, niente funziona meglio che parlare di noi stessi, della nostra società, dei nostri tanti difetti e dei nostri pochi pregi. Nel 1989 tutte le caselle sono al posto giusto: Salvatores aveva maturato pienamente il suo stile registico; Abatantuono si era già affermato anche nel genere più impegnato; e tutta la schiera di attori, che giravano intorno a loro era di grande livello e rappresentava un pò la nuova generazione pronta a caricarsi sulle spalle il cinema italiano d’autore. Il successo arriva nel 1989 con Marrakech express, prima opera della cosiddetta “quadrilogia della fuga”. L’ opera vede la presenza di Fabrizio Bentivoglio, Ugo Conti, Giuseppe Cederna, Gigio Alberti e Diego Abatantuono ed è caratterizzato da un nostalgico recupero delle origini e del significato del nostro passato scappando per un certo periodo di tempo dalla nostra quotidianità. L’ opera ha il merito di rivolgersi a una generazione in balia di un mondo che sta cambiando e l’ idea di Fabrizio, personaggio interpretato da Bentivoglio, è quella di creare un nuovo momento di unione dei vecchi amici. Il viaggio renderà meno cinico il personaggio di Ponchia, venditore di auto usate senza scrupoli che ritroverà il significato dell’ amicizia, ma paradossalmente renderà più disilluso Fabrizio che, partito con tanto entusiasmo, si renderà conto che anche loro sono cambiati insieme al mondo che li circonda e che senza accorgersene sono finiti in balia di tante abitudini che li hanno resi sempre più distanti. Marrakech Express racchiude alcune delle tematiche più care a Salvatores: l’amicizia virile, la fuga da una realtà estranea ai personaggi, la crisi generazionale dei tardo-trentenni, la ricerca di evasione verso l’esotico e il viaggio. La traversata delle terre aride in bicicletta, le partite a calcetto, le frizioni e le riconciliazioni sono il modo per ricostruire l’amicizia logorata dal tempo e dalle intermittenze della vita. Il ritratto generazionale di Salvatores ha i toni della commedia, mostra una certa indulgenza nei confronti dei personaggi, ma è sostenuto da una buona dose di gag e battute, corroborate dalla verve dell’intero cast.

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Giuseppe Cederna, Fabrizio Bentivoglio, Gigio Alberti e Diego Abatantuono, la “banda Salvatores” nel film “Marrakech express”(1989).

I rapporti che si modificano con al centro un’ amicizia sempre salda sono presenti anche in Turnè del 1990, una sorta di menage a trois che rimanda nelle tematiche trattate a Jules e Jim di Francois Truffaut e vede come protagonisti ancora Fabrizio Bentivoglio e Diego Abatantuono oltre a Laura Morante. L’ opera è un vero e proprio elogio dell’ amicizia che rimane per sempre a discapito dei legami amorosi che vengono visti come molto più volubili ed indefiniti e pone un interrogativo di fondo su quanto possa essere opportuno nascondere la verità per preservare un legame profondo o per preservare lo stato emotivo di una persona. Anche in questo film è presente il tema del viaggio e, al di là delle citazioni e delle tematiche nostalgiche presenti anche in altre opere dell’ epoca come Compagni di scuola di Carlo Verdone o Italia-Germania 4-3 di Barzini, si può osservare come Salvatores tocca il lato più emotivo dei suoi coetanei, rappresentando l’eterna incompiutezza della sua generazione ed il desiderio di fuga in una realtà alternativa per ripartire da zero e provare a ricrearsi. Questa tematica mette in comune anche Marrakech express e Mediterraneo visto che nel finale di questo film si vede il tenente Raffaele Montini tornare sull’ isola e trovare l’ attempato sergente Nicola Lorusso fuggito dopo essersi reso conto che le cose non potevano essere cambiate in Italia nonostante fosse caduto il fascismo. I tanti temi in comune possono portare a considerare Mediterraneo come una sorta di prequel di Marrakesch express e la presenza di alcune scene in entrambi i film, come quello della partita di calcio, fa capire come il regista immagina i momenti di unione e complicità tra i suoi protagonisti (non a caso infatti Salvatores ed i suoi “attori amici” erano soliti andare a giocare a calcio assieme). In Mediterraneo il cineasta ha il merito di costruire una storia partendo dall’ individualità dei protagonisti e non dal momento storico, mostrando come dietro al dramma di ogni conflitto bellico vi sia un uomo con i suoi sogni e le sue speranze. Tra gli attori oltre alla grande prova di Abatantuono (che interpreta Lorusso) si distinguono anche Claudio Bigagli nel ruolo del tenente Montini e Giuseppe Cederna che interpreta l’attendente Farina. Mediterraneo si è rivelato in generale un grandissimo successo con alcuni sketch memorabili e l’ opera è stata apprezzata anche oltre oceano tanto da conquistare il Premio Oscar come miglior film straniero nel 1992, venendo preferita a un capolavoro come Lanterne rosse di Zhang Ymou. Un Oscar di tutti, un Oscar corale, per bocca dello stesso Abatantuono:

«Chiariamo subito: l’Oscar che ci hanno dato premia il film, nel suo complesso, ed è un premio collettivo. Appartiene a tutti, l’hanno vinto il regista e gli attori così come il direttore della fotografia Italo Petriccione e la sua assistente Silvia Salomon, il costumista Francesco Panni, i tecnici, i montatori. Insomma, sì: credo proprio che dovremmo fonderla quella statuetta!»( DIego Abatantuono).

Purtroppo non ci fu una festa corale, e di questo se ne dispiacque molto Claudio Bigagli, lo splendido tenente Montini, intellettuale, professore di letteratura antica, che ripudia la guerra e le gerarchie, ma che suo malgrado è costretto a farla: “L’unica cosa che è mancata è stata la festa per l’Oscar ricevuto: Diego, Bisio e Gabriele erano in Messico, io e Cederna giravamo Gangster di Massimo Guglielmi a Genova, eravamo tutti sparpagliati. Quando Gabriele e Diego sono tornati erano passati già dieci giorni, ognuno aveva da fare mille cose”.

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Il cast da Oscar di “Mediterraneo”. Da sinistra a destra Gigio Alberti, Claudio Bisio, Ugo Conti, Diego Abatantuono, Giuseppe Cederna e Claudio Bigagli. Tra di loro si instaurò una sincera e profonda amicizia sullo sfondo della splendida isoletta greca di Kastellorizo.

Mediterraneo, girato e ambientato in Grecia, diventò fin da subito il ritratto di un’intera nazione, anche e soprattutto nei suoi risvolti contemporanei. Splendida commedia malinconica di grande efficacia, sull’amicizia virile, sull’inutilità delle guerre e sul valore del mare come elemento naturale intriso di poesia e portatore di comunanze di popoli, quella di “Mediterraneo” è la storia di un piccolo contingente italiano di otto soldati ( Abatantuono, Bigagli, Cederna, Conti, Bisio, Alberti, Dini e Mirandola ), sbarcati a presidiare un’isola semi-deserta dell’Egeo nel giugno del 1941, che lì vi rimangono isolati per alcuni anni, senza essere al corrente dei risvolti della Storia, tra caduta del Fascismo, Armistizio con le Forze Alleate, la Liberazione e la fine della guerra. Tra zingarate e gesti di solidarietà verso gli isolani, gli otto militari, sospesi in un luogo e in un tempo irreali, vivono un’avventura senza precedenti, che segnerà profondamente le loro vite. Quando è giunta l’ora di lasciare l’isola, dopo oltre tre anni di sereno e felice isolamento, qualcuno deciderà di restare e qualcuno se ne andrà a malincuore. Azzeccato e affiatato il gruppo di protagonisti, tra i quali spiccano le caratterizzazioni dei tre personaggi principali del film: il mite Tenente Montini, comandante della variegata truppa di soldati, interpretato da Claudio Bigagli; il sergente LoRusso interpretato da Diego Abatantuono, che prima ligio al dovere militare, si abbandona ben presto agli ozi dell’isola; e infine il timido attendente Farina (Giuseppe Cederna), amante della poesia classica e innamorato della bellissima prostituta dell’isola Vassilissa. I tre si ritrovano trent’anni dopo sulla stessa isola, in un finale da groppone in gola, con la stessa ormai invasa dal turismo di massa. Gli ozi a cui i protagonisti si dedicano sull’isola sono il pretesto ideale per riflessioni esistenziali, e sono metafora della crisi di un’intera generazione, alle prese con il crollo di certezze e ideologie degli anni ’90. Ma è anche la denuncia degli ideali falliti dell’Italia post boom economico, quindi di quella degli anni ’70, che spinge, ad esempio il sergente LoRusso a ritornare sull’isola, perché non si vuole rendere complice dello sfacelo intellettuale e della corruzione dell’Italia repubblicana. A prima vista leggero e spensierato, il film di Salvatores è una commedia malinconica che è rimasta scolpita tra i capolavori dell’arte cinematografica, per la capacità di entrare nell’animo dello spettatore e per la sua capacità di descrivere l’identità di un’intera nazione. Strepitosa colonna sonora, con vaghe melodie “orientali”, scritta da Giancarlo Bigazzi e Marco Falagiani. Antonio Catania, altro attore meraviglioso della “banda Salvatores”, interpreta il tenente dell’Aeronautica Carmelo La Rosa, il quale effettua un atterraggio di fortuna proprio nella minuscola isola e porta la notizia dell’Armistizio agli otto soldati, ormai isolati dai percorsi dalle evoluzioni della Storia. Catania testimonia della simbiosi che si era creata tra l’isola, la troupé e gli attori, i quali erano davvero isolati dal resto del mondo per oltre due mesi. “Sono arrivato a Kastellorizo sul finire dell’anno scolastico, per frequentare un corso di aggiornamento cinematografico che doveva essere di quattro giorni e poi ne è durato dieci. In realtà io non volevo andarci, ma loro mi telefonavano, “Vieni, ci divertiamo”, io diffidavo, mi sembravano il Club Mediterranée. Alla fine Claudio Bisio mi ha convinto. Mi ci sono voluti ben quattro aerei per raggiungerli, mica uno scherzo, e quando finalmente sono arrivato li ho trovati rassegnati, non so se all’idea di dover ripartire presto o a quella di doversi fermare sull’isola per sempre. C’erano quaranta gradi all’ombra e giravano vestiti da soldati, giubbotto, occhiali da sole, l’aria da “se dobbiamo morire, okay, pazienza”. In ogni caso il programma era molto intenso: la mattina si faceva colazione a base di “tahini”, una salsa fatta di sesamo, si andava in barca a fare il bagno, si remava e ci si metteva la maschera; il pomeriggio si giocava a calcio-tennis, lo sport nazionale dei kastelloriziani; la sera discoteca con frequenza obbligatoria. Erano tutti molto abbronzati, indossavano la divisa della scuola che, come ho detto, assomigliava molto a una vecchia uniforme militare, erano tutti molto diligenti”. 

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La locandina cinematografica di “Mediterraneo”, in seguito alla vittoria dell’Oscar nel 1992.

Il successivo Puerto Escondido che chiude la “quadrilogia della fuga”vede ancora come protagonisti Diego Abatantuoso e Claudio Bisio e si rifà alla vicenda del veronese Claudio Conti che divenne proprietario di alcuni ristoranti e alberghi proprio a Puerto Escondido. L’imprenditore è stato rapito e ucciso, nel giugno 2008, da una banda di malviventi collegata al narcotraffico, i cui presunti componenti sono stati arrestati nell’agosto 2009. E’ la storia di un bancario milanese ( D.Abatantuono) che viene perseguitato da un commissario omicida ( R.Carpentieri), che ha già tentato di farlo fuori. Fugge in Messico, dove conosce due connazionali ( C.Bisio e V.Golino ). Dopo aver tentato di smerciare marijuana e di derubare uno sfruttatore del popolo, finirà in galera, ma avrà compreso che nella vita ci sono altri valori oltre i vestiti griffati e gli agi della società consumistica di fine secolo. Splendida la prova di Diego Abatantuono, Nastro d’argento 1993 come miglior attore protagonista. Al di là delle singole storie ci si chiede da cosa i protagonisti dei film di Salvatores vogliano fuggire e la spiegazione viene data in Sud, opera del 1993 che in qualche modo chiude il cerchio e dà un senso alla “quadrilogia”, pur non facendone parte in senso stretto. Il protagonista è Silvio Orlando, un altro di quegli attori della “banda Salvatores” che vanno e che vengono. Sud mette in mostra un paese corrotto in balia di uomini politici che pensano solo a mantenere il potere ed anche la disperata protesta dei disoccupati appare come un gesto disperato di fronte ad un paese allo sfascio. Le prime opere della carriera di Salvatores sono quindi un invito a non rinunciare ai propri sogni, ad ampliare i propri orizzonti ed ad essere artefici del proprio destino evitando ciò che viene considerato ingiusto o indissolubile. La generazione di Salvatores era reduce da delusioni politiche in un’ epoca in cui l’ individualismo sfrenato e l’ edonismo avevano superato gli ideali comunitari che puntavano ad un mondo diverso e migliore. Questi film vogliono invece comunicarci che se non è possibile cambiare il mondo almeno si può provare a cambiare la nostra realtà, tenendosi sempre aperti alla fuga e alla varietà del mondo che ci circonda.

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Il trio di protagonisti di “Puerto Escondido”(1992): Claudio Bisio, Valeria Golino e Diego Abatantuono. Ancora una volta in primo piano il tema dell’amicizia sincera e della fuga, questa volta in trasferta in Messico.

Domenico Palattella

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