Il melodramma italiano: da Amedeo Nazzari a Mario Merola, la storia di un genere di successo.

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Amedeo Nazzari è stato il re del melodramma italiano. L’unico “divo” italiano non cresciuto e non sviluppatosi nel genere brillante o comunque comico. La sua massima popolarità la ebbe tra il ’49 e il ’54, ma in futuro non mancò qualche incursione nella commedia all’italiana e nel cinema d’autore.

I generi cinematografici prodotti in Italia sono stati molteplici (variando a seconda dei decenni) e molte volte si sono incrociati tra loro, attraverso varie commistioni e fusioni. Uno dei generi più popolari, diffusosi fra  la metà degli anni ’40 e la metà degli anni ’50 è il genere del melodramma popolare all’italiana, detto comunemente strappalacrime.  Rispetto ai drammi sentimentali dei decenni precedenti, i melodrammi girati nel secondo dopoguerra sono caratterizzati da ambientazioni più realistiche (anche se spesso idealizzate), abitate da una piccola borghesia all’alba del boom economico. Le esili trame sono spesso costruite attorno a giovani coppie unite dall’amore ma divise dai ceti sociali di appartenenza, con particolare insistenza sulle sofferenze, le vessazioni e le rinunce che i personaggi (soprattutto femminili) sono costretti a subire. I melodrammi sono poco apprezzati dalla critica, che li considera alla stregua di fotoromanzi cinematografici, ma il successo di pubblico è immediato e travolgente. L’attore più richiesto di tale genere, e che diventa in breve tempo un vero e proprio “divo”, è Amedeo Nazzari. La sua prestanza fisica, unita ad una voce accattivante e calda, tanto che Nazzari in carriera non verrà mai doppiato, lo porta fin da subito tra gli attori più apprezzati del panorama cinematografico italiano. Era stato, per così dire, scoperto addirittura da una giovanissima Anna Magnani, verso la metà degli anni ’30: allora artista emergente, Nannarella, sposata con il regista Goffredo Alessandrini, convinse il marito affinché Amedeo facesse parte del cast di Cavalleria. La sua presenza scenica, arricchita dal fascino della divisa, diventa la principale attrazione del film che, presentato a Venezia alla Mostra del Cinema e poi proiettato in tutte le sale d’Italia, diventerà uno dei maggiori incassi del 1936.

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Nazzari riceve la coppa del Ministero della Cultura Popolare per il film “Caravaggio, il pittore maledetto”, si riconoscono il conte Volpi e il ministro Pavolini (1941).
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Amedeo Nazzari nel film “La cena delle beffe” di Alessandro Blasetti (1942), una delle sue pellicole più famose.

Nel 1941 alla IX Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il conte Giuseppe Volpi di Misurata gli consegna la Coppa del Ministero della Cultura Popolare come migliore attore per il film Caravaggio il pittore maledetto, diretto sempre da Alessandrini, e l’anno dopo, il celebre La cena delle beffe lo consacra definitivamente come “divo” del cinema. Il film, diretto da Alessandro Blasetti, è un dramma in costume che si svolge nella Firenze dei Medici. Tratto dall’omonimo poema di Sem Benelli, riscuote un enorme successo di pubblico e rimane nella memoria storica degli spettatori italiani per una serie di motivi: innanzitutto perché contiene la prima scena di nudo femminile (un’inquadratura di pochi secondi di Clara Calamai a seno nudo che varrà il divieto ai minori e la condanna delle autorità ecclesiastiche), poi perché riunisce nel cast due giovani amanti, Osvaldo Valenti e Luisa Ferida che di lì a pochi anni andranno incontro ad un tragico destino accusati dai partigiani di collaborazionismo; infine per l’interpretazione intensa, e oggi diremmo anche un po’ gigionesca, di Nazzari, che in questo film recita la sua battuta più celebre: «…e chi non beve con me, péste lo cólga!». Ripetuta da tutti esasperando l’accento sardo del protagonista, diventerà col tempo un tormentone. Richiestissimo anche all’estero, si reca prima in Spagna per interpretare tre film, poi in Argentina dove però gli propongono di recitare la parte di un italiano criminale e corrotto. All’idea di dover diffamare il suo paese, Nazzari rifiuta di adempiere al contratto e la notizia arriva addirittura a Evita Perón che, dopo essersi fatta illustrare il copione, prende le difese dell’artista e gli offre di rimanere comunque in Argentina per visitare il paese e per conoscere personalmente le molte famiglie di italiani emigrati. Tornato in Italia, nel 1949 inaugura con successo il filone del melodramma all’italiana, diretto da un regista di grande talento come Raffaello Matarazzo, e al fianco dell’attrice italo-greca Yvonne Sanson, che ad esempio sarà anche una delle muse di Totò nel film “L’imperatore di Capri”(1950). Il primo film ascrivibile a tale genere sarà “Catene”, che fu premiato al botteghino da un enorme successo di pubblico (fu infatti il maggiore incasso della stagione cinematografica 1949-50), ed aprirà per Nazzari un secondo fortunatissimo capitolo della sua carriera: tale film fu infatti il primo di una lunga serie di pellicole strappalacrime che appassionarono il pubblico italiano per tutta la prima metà degli anni cinquanta, rivitalizzando un genere, il melodramma popolare, già molto amato in Italia ai tempi del cinema muto e che negli anni settanta fu rivalutato anche dalla critica cinematografica (che invece all’epoca lo bistrattò e biasimò, descrivendo questi film come dei banali fotoromanzi cinematografici). Di questa serie di film, tutti interpretati accanto ad Yvonne Sanson, diretti da Raffaello Matarazzo e premiati da un enorme successo al botteghino, ricordiamo Tormento (1950), I figli di nessuno (1951), Chi è senza peccato… (1952), Torna! (1953), L’angelo bianco (1955) e Malinconico autunno (1958), l’ultimo film dove Matarazzo diresse la coppia Yvonne Sanson-Amedeo Nazzari. Una prova in più per capire la popolarità, la professionalità e la bravura di Amedeo Nazzari, è tutta in questo dato: 28 film tra il ’49 e il ’54, per un incasso complessivo di quasi 12 miliardi di lire e in media 5 pellicole l’anno interpretate. Non mancano tuttavia i ruoli “impegnati”: in Processo alla città (1952) tratteggia la figura di un coraggioso magistrato napoletano che si oppone alla camorra del primo Novecento mentre ne Il brigante di Tacca del Lupo di Pietro Germi (1952), presentato alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, interpreta il ruolo di un militare impegnato, nell’Italia post-unitaria, a combattere il brigantaggio lucano. In Proibito (1955) avrà per la prima volta l’opportunità di interpretare un personaggio sardo in una storia di faide familiari. Nel 1957 viene scelto da un Federico Fellini ormai affermato, per recitare in Le notti di Cabiria un ruolo di divo in decadenza facendo ironicamente il verso a se stesso.

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Con Yvonne Sanson nel film “I figli di nessuno” di Raffaello Matarazzo (1951).
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Amedeo Nazzari con Giulietta Masina nel film “Le notti di Cabiria” di Federico Fellini (1957).

Ritornando alla descrizione del melodramma italiano, in senso stretto, da evidenziare è anche l’opera di un altro grande regista-autore dell’epoca, ovvero Alberto Lattuada, che con “Anna”(1951), non solo lancia definitivamente la stella di Silvana Mangano, ma consente al film di sfondare il muro del miliardo di lire di incassi, cifra mai raggiunta fino ad allora in Italia. Gli altri grandi successi del periodo sono  I figli non si vendono (1952) di Mario Bonnard, Perdonami! (1953), Ti ho sempre amato! (1953) e Pietà per chi cade (1954) di Mario Costa. Rifiutato dal pubblico ma non dalla critica è il film Febbre di vivere (1953), di Claudio Gora, che unisce stilemi tipici del melodramma con quelli propri del cinema realista. Altri registi specializzati nel genere sono Guido Brignone, Duilio Coletti, Luigi Capuano, Leonardo De Mitri e Clemente Fracassi, così come Giorgio Pastina, Giorgio Bianchi, Giuseppe Guarino, Gennaro Righelli, Carlo Campogalliani e Carmine Gallone. Anche Riccardo Freda, Sergio Corbucci e Vittorio Cottafavi, prima di prendere strade diverse nell’ambito del cinema popolare, hanno diretto (specialmente negli anni cinquanta) questo genere di pellicole. Nel decennio successivo il melodramma tenta di aggiornarsi ai gusti del pubblico. I film di questo periodo hanno come argomento storie di minori con genitori distaccati o in procinto di separarsi, destinati a morire per una disgrazia o una malattia. Altri copioni raccontano coppie in crisi che ritrovano l’amore, prima di essere nuovamente separate da un destino avverso. Capostipite di questo revival è la pellicola Incompreso di Luigi Comencini (1966). La popolarità del film dà il via a una serie di imitazioni più o meno esplicite lungo tutti gli anni settanta. Tra i titoli di maggior rilievo si ricordano: Anonimo veneziano (1970) di Enrico Maria Salerno, Cuore (1973) di Romano Scavolini, L’ultima neve di primavera (1973) e Bianchi cavalli d’agosto (1975) di Raimondo Del Balzo, Il venditore di palloncini (1974) di Mario Gariazzo e L’albero dalle foglie rosa (1974) di Armando Nannuzzi. Contemporaneamente si provvede a una riconsiderazione critica dei film di Raffaello Matarazzo, a lungo considerato un mestierante senza personalità e ora rivalutato per la competenza della messa in scena e le invenzioni cinematografiche. Il filone continua con successo fino alla metà degli anni ottanta, quando la scomparsa dei generi popolari relega i film sentimentali alla produzione televisiva. In questo genere va inserito anche il fortunato sotto-filone delle sceneggiate napoletane, interpretate da un’autentica schiera di divi regionali, tutti al servizio dell’attore e cantante Mario Merola, protagonista di almeno una ventina di pellicole ascrivibili al cosiddetto “melodramma napoletano”. I titoli più famosi sono Zappatore (1980), Lacrime napulitane (1981), Carcerato (1981) e I figli… so’ pezzi ‘e core (1981), tutti diretti dal regista romano Alfonso Brescia.

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Tutto il fascino di Silvana Mangano nel melodramma popolare di Alberto Lattuada dal titolo “Anna”(1951), primo film della storia del cinema italiano a superare il miliardo di lire di incasso al botteghino.
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Mario Merola è stato il re del cosiddetto “melodramma napoletano”, nel periodo a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80. Quasi venti pellicole interpretate e un grande successo di pubblico. L’immagine è tratta dal film “Napoli serenata…calibro nove”, del 1978.

E Amedeo Nazzari? Avevamo lasciato l’attore sardo nel periodo migliore della sua carriera, quello della fine degli anni ’50, in cui diventa il “divo” serio del cinema italiano e non mancano le proposte nel cosiddetto cinema impegnato. Addirittura arriva un’allettante proposta da Hollywood, quella di girare un film con Marilyn Monroe, ma lui che rifiuta, per la difficoltà di recitare in inglese e per il timore di cadere nel ridicolo nelle scene di canto e di ballo (il film, Facciamo l’amore, sarà poi effettivamente realizzato con Yves Montand). Nel 1962 arriva una cocente delusione, per lo più ignorata dai molti,  il ruolo del principe Salina nel Gattopardo di Visconti, era stato inizialmente proposto a lui, ma poi era andato a Burt Lancaster per ottenere finanziamenti da una casa di produzione americana, che avrebbe co-prodotto il film insieme alla nostrana Titanus. Intanto in Italia si apre la stagione d’oro della commedia all’italiana, ma salvo qualche sporadica eccezione, Nazzari si rifiuta di interpretare questo tipo di copioni, dirà poi, per una questione di gusto e di rispetto verso se stesso e verso il pubblico. Non mancano però le pellicole brillanti e ascrivibili alla commedia all’italiana, parliamo di Frenesia dell’estate(1964), in cui interpreta un conte spiantato in vacanza a Viareggio, che vuole far ingelosire l’amante impersonata da Lea Padovani; e “Il gaucho”, sempre del 1964, diretto da Dino Risi e interpretato al fianco di Silvana Pampanini e Vittorio Gassman. Quella del Gaucho è una commedia agile, veloce e divertente ma che al tempo stesso sa essere anche amara, cattiva, intelligente e sa mordere come poche, in pieno stile da commedia all’italiana. Alla berlina c’è il mito del benessere economico che ha spinto tanti alla rovina, la volgarità e l’ignoranza della borghesia e del mondo del cinema, ed il falso mito del progresso e della ricchezza facile. Qui Amedeo Nazzari è strepitoso in un ruolo piuttosto ironico e diverso dalla galleria classica dei personaggi da lui abitualmente interpretati, quello di un industriale italiano emigrato in Argentina, che accoglie un bizzarro e squattrinato gruppo di italiano in trasferta a Buenos Aires.. A partire dagli anni ’70 Amedeo Nazzari dirada sempre di più le sue apparizioni televisive e cinematografiche limitandosi a ruoli di cammeo in svariate produzioni internazionali. Il suo mito però rimane, rimane indelebile ancora oggi, dove mancano, davvero mancano Signori del cinema come lui: classe, raffinatezza e presenza scenica stratosferica. Un artista indimenticabile.

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Amedeo Nazzari in una scena del film “Frenesia dell’estate”(1964), di Luigi Zampa. Una delle sue pochissime commedie all’italiana. Qui interpreta un conte spiantato in vacanza a Viareggio. Un’interpretazione comunque da ricordare. Classe e raffinatezza da vendere.

Domenico Palattella

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