Sketch tratto da “Fumo di Londra”(1966), con Alberto Sordi.

Come sempre l’idea di un film per Alberto Sordi nasce sempre dall’osservazione della realtà, dall’attenzione al mondo che lo circonda: questa volta il fascino, e la sudditanza, che l’italiano subiva di fronte alla tradizione inglese. Noi ci stavamo inebriando per gli effetti del boom, loro- gli inglesi- mettevano sul piatto secoli di supremazia e soprattutto un’eleganza che sembrava capace di resistere a tutti i cambiamenti: caschetto beat, bombetta, ombrello e pipa. “Fumo di Londra” nasce da qui, dalla “supremazia” inglese e dalla “sudditanza” italiana, ma colta nel suo momento di passaggio, quando i nostri connazionali continuano a credere ciecamente nei miti “made in England” e invece gli stessi inglesi iniziano a metterli in discussione, a volerli cancellare. “Quando andai a Londra per girare Quei temerari sulle macchine volanti e il mio amico Peter Sellers mi spiegò che il costume stava cambiando, pensai di scrivere la storia di un antiquario perugino che sogna di trasformarsi in perfetto gentleman inglese, ma che andando a Londra per acquistare un’opera d’arte, si accorge che il suo modello sta diventando antiquato: i giovani cominciano a farsi crescere i capelli, spuntano le prime minigonne, sono in voga i Beatles”. Ad affascinare l’attore, e a spingere Sergio Amidei a farsi coinvolgere nella stesura della sceneggiatura, c’era l’idea di un film-diario, di appunti su situazioni che vengono da sè e che è l’attore a provocare. La cosa migliore del film, però, è la fanciullesca meraviglia del Sordi-attore di fronte al mito dell’Inghilterra che gli si apre davanti agli occhi e si comporta più o meno come un bambino che abbia avuto per la prima volta il permesso di entrare nell’agognato luna park. Alberto Sordi è anche regista e produttore del film, e una sua testimonianza sulla realizzazione della pellicola basta ad affermare tutto la concretezza della sua professionalità d’artista e la sua alta oculatezza, scambiata erroneamente per tirchieria: “Usavo la macchina a mano e non chiedevo permessi a nessuno. Entravo in tutti gli ambienti prendendo tutti di sorpresa e battendoli sul tempo. Il film, compresa l’edizione in inglese, costò solo 60 milioni di lire, incassando almeno 10 volte tanto. Il ragioniere che mi teneva la contabilità e mi veniva sempre dietro con la borsa piena di sterline, senza mai aprirla, capì da quell’esperienza che il cinema si poteva fare anche in economia”.

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