Tra gli anni ’60 e gli anni ’70: la commedia all’italiana d’esportazione.

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Tra gli anni ’50 e i primi anni ’60 gli americani avevano trovato conveniente produrre film in Italia, in una Roma, che diventa il centro mondiale del grande cinema, la cosiddetta “Hollywood sul Tevere”. Così nel decennio successivo, sono gli italiani che tentano ricorrentemente di conquistare il mercato americano ed europeo. Il tutto con una serie di commedie all’italiana cosiddette d’esportazione, di chiaro stampo internazionale. Un simbolo per tutti: “Fumo di Londra”(1966), di e con Alberto Sordi.

Gli anni a cavallo tra i ’60 e i ’70 videro il culmine e quindi l’inizio della risoluzione della crisi in cui Hollywood aveva cominciato a dibattersi poco dopo l’avvento della televisione. All’epoca l’Italia cinematografica, in cui le cose erano andate diversamente, si trovò in condizione addirittura di rivaleggiare con gli Usa: non solo all’interno del proprio mercato, che grazie alla fedeltà del pubblico allo spettacolo cinematografico costituiva ora, addirittura il 10% di quello mondiale. Nel ventennio 1950-69 il cinema italiano arriva a superare nettamente quello americano, e per quantità e qualità si issa come il migliore del mondo. D’altronde, tra gli anni ’50 e i primi anni ’60 gli americani avevano trovato conveniente produrre film in Italia, in una Roma, che diventa il centro mondiale del grande cinema, la cosiddetta “Hollywood sul Tevere”. Così nel decennio successivo, sono gli italiani che tentano ricorrentemente di conquistare il mercato americano ed europeo. Il tutto con una serie di commedie all’italiana cosiddette d’esportazione, di chiaro stampo internazionale, con l’impiego, al fianco dei propri divi nazionali, anche di quelli d’oltreoceano. Mossa strategica per cercare di sfondare anche nel mercato statunitense, da sempre affascinate dal cinema italiano, su tutti l’esempio di Martin Scorsese e Woody Allen, che hanno sempre dichiarato di essersi ispirati alla storia del cinema italiano, per creare il proprio stile registico-cinematografico. Negli Usa, attori come Anna Magnani che aveva vinto l’Oscar nel 1955 per “La rosa tatuata”, Sophia Loren, Gina Lollobrigida o Marcello Mastroianni erano dei veri e propri “miti”, oltre che divi. Senza contare l’ammirazione che la critica d’oltreoceano godeva per il visionario Federico Fellini e per il maestro del “neorealismo” Mr.Vittorio De Sica. Il cinema mondiale, insomma, almeno dal 1945, fino ai primi anni ’70 era ai nostri piedi, nel senso che seguiva i mutamenti e le idee rivoluzionarie di quello italiano, sfruttandone il successo e importando le nostre opere. Così il film a episodi, riprende vigore in Italia, per poi svilupparsi anche all’estero, grazie ad Alessandro Blasetti e il suo “Altri tempi”(1951), che contiene una delle perle di De Sica, smemorato principe del Foro; e gli americani giungono in Italia a Cinecittà a girare i loro film e a consegnare Via Veneto alla storia.

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Anna Magnani è stata la prima attrice italiana ad aver vinto il Premio Oscar come miglior interprete femminile. Siamo nel 1956 e la vittoria arriva per il film “La rosa tatuata”, dell’anno precedente.

Commedie come “I soliti ignoti”(1958) “I compagni”(1963) di Mario Monicelli, e “Divorzio all’italiana”(1961) di Pietro Germi, erano molto piaciute negli Usa e soprattutto nei circuiti culturali americani; le prime due ottennero nomination per un Oscar, e gli sceneggiatori di “Divorzio all’italiana” tornarono addirittura da Los Angeles con la preziosa statuetta. Poi nel ’64 la premiata ditta Loren-Mastroianni-De Sica vince l’Oscar come miglior film straniero per “Ieri, oggi, domani” e ciò arrivò a rappresentare la definitiva consacrazione del cinema italiano all’estero, soprattutto in America. E’ dunque chiaro come la commedia all’italiana piaccia anche negli Usa, e il fatto che trattasse storie tipicamente italiane, non rappresentò un freno alle possibilità di successo oltreoceano. A questo punto le commedie all’italiana diventano esportabili, arricchite di situazioni più folkloristiche, spesso girate direttamente in inglese o in modo tale da facilitare il doppiaggio in quella lingua, e con l’impiego di attori presumibilmente di richiamo presso il pubblico internazionale. Numerosi sono negli anni ’60, i casi di questo genere, ad esempio “I due nemici”(1961), con David Niven e Alberto Sordi; “Il federale”(1961), con Ugo Tognazzi e Georges Wilson; oppure il film in costume “C’era una volta”(1967), con Sophia Loren e Omar Sharif; o ancora “La cintura di castità”(1967), con Tony Curtis e Monica Vitti. Nel ’66 accanto all’Arcidiavolo, con Vittorio Gassman e Mickey Rooney, si distinguono “Caccia alla volpe” di Vittorio De Sica, su sceneggiatura di Neil Simon e Cesare Zavattini, allegra storia di ladri con Peter Sellers, Victor Mature, Britt Ekland, che non raggiunse ( in Italia ) i 400 milioni di incassi, mentre fu un grosso successo in America; e “Spara forte, più forte, non capisco” di Eduardo De Filippo, dalla commedia “Le voci di dentro”, con Marcello Mastroianni e Raquel Welch, che li superò appena. Nel 1967 furono girati anche in inglese, tra gli altri, “Le dolci signore”, “Una rosa per tutti”, “La ragazza e il generale” di Pasquale Festa Campanile ( con Virna Lisi e Rod Steiger ), e “Il tigre” di Dino Risi, con Vittorio Gassman, Ann Margret e Eleanor Parker. “Il tigre”, che pure in Italia andò benissimo ( 1 miliardo e 200 milioni ) si presta ad illustrare la tendenza. E’ infatti, una tipica situazione da commedia borghese all’italiana, con la sbandata di un padre di famiglia abbiente che perde la testa per una studentessa e vive le sciocchezze di una seconda giovinezza fino al prevedibile rinsavimento con ritorno dalla bella e paziente moglie legittima. Altri film realizzati in mega co-produzioni internazionali, meritevoli di citazione, sono “Operazione San Gennaro”(1966) di Dino Risi, con Nino Manfredi e Senta Berger, un giallorosa napoletano in confezione internazionale, di grande successo sia in Italia che all’estero; “La ragazza con la pistola”(1968), che lanciò la stella di Monica Vitti, girato nella doppia versione italiano-inglese, con almeno un nome straniero ( l’inglese Stanley Baker), per giustificare la co-produzione. Nel ’69 c’è ancora “Una su 13” con Vittorio Gassman, codiretto da Nicolas Gessner e Luciano Lucignani, farsa divertente con inseguimenti che si svolge in parte a New York e nel cui cast figurano la bionda Sharon Tate, all’ultimo film prima del suo tragico assassinio, Terry-Thomas e Orson Welles. E del ’70 è “Rosolino Paternò, soldato” di Nanni Loy, in cui Nino Manfredi è un prigioniero siciliano impegnato in una missione di commando che dovrà facilitare lo sbarco alleato in Sicilia; Jason Robards, Martin Landau e Peter Falk, completano il cast giustificando la co-produzione italo-americana.

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Vittorio Gassman splendido protagonista del film “Il tigre”(1967).

Da qui, nella cosiddetta commedia all’italiana d’esportazione, ne nasce un nuovo ibrido, quello dell’osservazione dei vizi e dei difetti degli italiani in un ambiente diverso da quello consueto, ovvero all’estero. Nascono quindi, tante pellicole italiane, girate interamente o in maniera preponderante all’estero. Il re di questo genere di commedie all’italiana girate all’estero è Marcello Mastroianni, che già di suo faceva la spola tra le commedie nazionali e le grosse produzioni internazionali. I due capolavori di Federico Fellini: La Dolce Vita (1960) e il successivo (1963) gli conferiranno il successo internazionale e da allora diventò il divo italiano più ammirato del mondo. D’altronde nel 1962 a conferma di ciò, il settimanale americano Time gli dedica un servizio, come divo straniero più ammirato negli USA. Il suo fascino di attore gli derivava, oltre che dalla sua bellezza e da interpretazioni sempre di altissimo livello, anche da un tratto distaccato, a tratti sornione, dal quale sembrava trasparire talvolta una velata malinconia e persino una certa timidezza. Nel tema delle commedie all’italiana girate all’estero spicca Amanti(1968) sotto la regia di Vittorio De Sica. Protagonista femminile è Faye Dunaway, con la quale avrà una breve ma chiacchieratissima storia sentimentale. Nello stesso periodo gira alcuni film in lingua inglese, manifestando una notevole capacità di dizione anche in questa lingua, a differenza di Sophia Loren, che pur parlando un buon inglese non riuscirà mai a liberarsi del suo accento dialettale. Esplicativo in tale genere è “La cagna”(1971), girato da Marco Ferreri e interpretato da Mastroianni al fianco di Catherine Deneuve, in un film grottesco e paradossale davvero suggestivo, a cui seguirà “La grande abbuffata”(1974), al fianco di Ugo Tognazzi, Philippe Noiret e Michel Piccoli. E poi c’è Alberto Sordi, forse il primo ad aver attraversato le frontiere con “Il diavolo”(1963), che varca la Manica, e quindi l’Oceano Atlantico ( in seguito sarebbe andato anche in Africa e in Australia, con titoli chilometrici come “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?”(1969)“Bello, onesto, emigrato Australia, sposerebbe compaesana illibata”(1972), al fianco di Claudia Cardinale) con due film in occasione dei quali affrontò per la prima volta e con buoni risultati la regia di se stesso: “Fumo di Londra”(1966)“Un italiano in America”(1967). In “Fumo di Londra” Sordi è un antiquario per cui la gita nella capitale britannica in occasione di un’asta è il coronamento di un sogno anglofilo: ne approfitta per vestirsi da inglese, con caschetto beat, bombetta e ombrello e per tuffarsi nelle usanze locali ( pranzi, cacce alle volpe). Ma sono anche gli anni dei Beatles e dei contestatori con i capelli lunghi, e quella nuova e imprevista Inghilterra sconvolge le idee preconcette del viaggiatore. In “Un italiano in America”, approfittando di una trasmissione televisiva, il modesto benzinaio protagonista parte per gli Usa per riunirsi pubblicamente col padre che non vede da 30 anni, interpretato da Vittorio De Sica. Entrambe le prove confermarono l’attenzione con cui Sordi seguiva e controllava l’evoluzione e le mutazioni della commedia all’italiana di cui era l’esponente storico più prestigioso.

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Marcello Mastroianni e Catherine Deneuve sul set del film “La cagna”(1972). Quì nacque il loro amore.

In quegli anni, a cavallo tra gli anni ’60 e gli anni ’70, la moda di girare all’estero, investì tutti i livelli della commedia all’italiana. Anche Franchi & Ingrassia, che godevano ormai da un decennio, di un successo costante e per nulla calante, vennero impiegati per produzioni italiane girate in giro per l’europa. Così ad esempio, “Come rubammo la bomba atomica”(1967) venne girato addirittura in Egitto, all’ombra delle Piramidi; e “I due gattoni a nove code e…mezza ad Amsterdam””(1972) venne girato interamente in Olanda. Un giallo comico di efficace divertimento, dove Franco e Ciccio interpretano due detective, che devono investigare su un caso difficile che li porta addirittura in trasferta ad Amsterdam. E ci vanno per davvero. Si racconta che sia Franco che Ciccio non volessero partire in aereo, così si dovettero sobbarcare un viaggio di circa venti ore in vagone letto, da Roma ad Amsterdam, insieme a tutta la troupe. Anche Alighiero Noschese, in auge al cinema nei primi anni ’70, girò “L’altra faccia del padrino”(1973), in trasferta a New York, proprio per rendere ancora più efficace la parodia del Padrino originale. Poi Walter Chiari nel 1969 venne impiegato in coppia con Lando Buzzanca nel kolossal internazionale di Ken Annakin dal titolo “Quei temerari sulle loro pazze, scatenate, scalcinate carriole” (1969), preceduto dal similare “Quei temerari sulle macchine volanti”(1965), sempre di Ken Annakin, con Alberto Sordi.

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Franco Franchi e Ciccio Ingrassia nel film “Due gattoni a nove code…e mezzo ad Amsterdam”(1972), girato per davvero nella libera e verdeggiante Olanda.

Si placò, verso la fine degli anni ’70, la moda di girare film italiani all’estero, ma viceversa non andò scemando, l’ammirazione del pubblico americano e della critica straniera, nei confronti dei nostri prodotti cinematografici e dei nostri attori. Ad esempio, con “Il postino”(1994), Massimo Troisi venne osannato in America come uno dei più grandi interpreti della storia del cinema mondiale, ottenendo anche la nomination postuma all’Oscar; O ancora, Enrico Montesano, romano verace, venne lodato al di là dell’Atlantico per l’interpretazione del film “Il ladrone”(1980), efficace trasposizione dell’epoca di Gesù Cristo, che ottenne recensioni positive dalle critiche americane. A fine secolo poi, venne “La vita è bella”(1997), di e con Roberto Benigni, che commosse il mondo e si aggiudicò tre statuette alla notte degli Oscar, tra cui quello per il “Miglior film” e quello per il “Miglior attore protagonista”, a conferma della profonda ammirazione e del profondo rispetto di cui gode ancora oggi il cinema italiano, in giro per il mondo.

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Roberto Benigni e gli Oscar vinti per “La vita è bella”(1997), il suo massimo capolavoro. La dimostrazione di come, anche in epoca moderna, il cinema italiano venga altamente apprezzato anche dall’altra parte dell’Atlantico.

Domenico Palattella

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