Gli anni ’70: dagli esperimenti cinematografici alle “nuove leve”.

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Negli anni ’70 avviene il cambio di generazione nel cinema italiano. Sorgono le cosiddette “nuove leve”: Enrico Montesano, Alighiero Noschese, Paolo Villaggio, Gastone Moschin, Adriano Celentano, Renato Pozzetto, Lino Banfi, Giancarlo Giannini. Nel frattempo però la cosiddetta “vecchia generazione” non ha ancora voglia di lasciare il campo al “nuovo che avanza”. E’ il periodo in cui il cinema italiano comincia a sperimentare altre strade, altri generi, sempre all’insegna di un realismo storico-sociologico che ha fatto il successo del nostro cinema. In foto, Enrico Montesano e Alighiero Noschese dal film “Il prode Anselmo e il suo scudiero”(1972).

Gli anni ’70 sono un decennio in cui, se non avviene il definitivo cambio di generazione nel cinema italiano, perlomeno si verifica una sorta di convivenza, o meglio, di affiancamento tra la vecchia e la nuova generazione. Un decennio dunque ricco di novità, che rispecchia i profondi cambiamenti sociali della società italiana dell’epoca. Un’epoca di passaggio dal vecchio al nuovo modello di fare cinema, dalla vecchia alla nuova società: consumistica, tecnologica, meno ancorata alle tradizioni e ai valori familiari, tanto è vero che il 1° dicembre 1970 si legalizza il divorzio. L’Italia, insomma, stava cambiando; e pur continuando ad amare i Sordi e i Tognazzi, i Gassman e i Manfredi, era pronta ad accogliere una nuova generazione capace ancora una volta di farla ridere denunciando i suoi vizi e le sue poche virtù.

•Dalle sperimentazioni…

Nel nostro viaggio lungo gli anni ’70 del cinema italiano, potremmo forse raggruppare alcuni film brillanti di serie A del decennio, sotto l’etichetta di sperimentali, non intendendo indicare con questa altro che il tentativo di percorrere strade un pò diverse da quelle ormai tanto battute della tradizionale commedia all’italiana. Fra tali prodotti atipici spiccano in primo luogo quelli di Marco Ferreri, con la non certo gaia satira del consumismo de “La Grande abbuffata”(1974), probabilmente il suo capolavoro. La storia di quattro amici gourmet – un proprietario di ristorante, Ugo Tognazzi; un produttore televisivo, Michel Piccoli; un magistrato, Philippe Noiret; un pilota di aerei, Marcello Mastroianni- che si riuniscono in un’antica villa nel cuore di Parigi per un weekend gastronomico che finisce con diventare un suicidio collettivo a base di cibo e sesso. Dall’apologo quasi surreale de “La cagna”(1972), in cui sboccia l’amore tra Catherine Deneuve e Marcello Mastroianni, a “L’udienza”(1971) “Non toccare la donna bianca”(1974), questo è il periodo in cui gli esperimenti nella cosiddetta commedia all’italiana si fanno più corposi ed evidenti, in cui i vecchi “mostri” continuano ad essere il punto di riferimento incontrastato delle produzioni cinematografiche nazionali. Nel primo dei due film sopracitati, si racconta dei tentativi puntualmente frustati di un giovane settentrionale di poter parlare con il Papa, cui deve dire mai ben specificate cose importantissime. Un poliziotto incaricato di tallonarlo ( Ugo Tognazzi ) lo mette in contatto con una mondana ( Claudia Cardinale ) da cui potrebbe ricevere qualche aiuto. Il giovane comunque fallirà il suo intento, morendo sul selciato del Vaticano. Alla satira nei confronti dell’incomunicabilità del potere nuoce, senza dubbio la scelta di affidare la parte di protagonista al cantante Enzo Jannacci, inespressivo e non adatto al ruolo. La prova lampante che l’italiano non è pronto ad abbandonare i suoi “mostri” (n.d.r. Sordi, Gassman, Manfredi, Tognazzi, Mastroianni ), e che forse durante il decennio potrà esserci un affiancamento di qualche nome emergente, ma di certo nessuno in grado di soppiantarli definitivamente. Più convincente nella sua follia sembra essere il western girato nell’enorme fossa prodotta al centro di Parigi dallo sventramento dell’antico mercato delle Halles. In “Non toccare la donna bianca” Mastroianni è un chiomato e narcisistico generale Custer. Attorno a lui ci sono Michel Piccolo nei panni di Buffalo Bill, Philippe Noiret è il generale Terry e Tognazzi il capo degli indiani. Lo stesso identico cast de “La grande abbuffata”, con l’unica novità della presenza di Catherine Deneuve come la crocerossina corteggiata da Custer. Il risultato è per metà un fantasioso apologo sull’espropriazione dei deboli voluta dai forti, per l’altra metà, un omaggio ironico alla storia dell’indipendenza americana, tanto descritta dal cinema nazionale. Possiamo includere in questa categoria un pò sfuggente anche il primo vero film di regia di Vittorio Gassman, “Senza famiglia, nullatenenti, cercano affetto”(1972), dove oltre al merito di lanciare un nuovo comico affiancandosi all’amico Paolo Villaggio, la cui notorietà fino a quel momento si basava su certe macchiette televisive come quella del presentatore aggressivo e crudele, l’attore-regista ebbe quello di tentare una commedia amara sul mondo chapliniano e anarchico dei vagabondi e dei reietti senza rifarsi ai classici precedenti di Fellini, De Sica, René Clair o Macario. Il buon esito commerciale del film fece sì che la coppia venisse subito riproposta e bruciata in una mediocre farsa sudamericana di Sergio Corbucci, “Che c’entriamo noi con la rivoluzione?”(1972).

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Vittorio Gassman e Paolo Villaggio in una scena del film “Senza famiglia, nullatenenti, cercano affetto”(1972).

E’, ancora, un tentativo di fare qualcosa di diverso- nella fattispecie, un film di diretta e violenta satira politica, operazione da sempre rischiosa nel cinema brillante italiano- “Vogliamo i colonnelli”(1973), di Mario Monicelli, con uno strepitoso Ugo Tognazzi. Uscito nelle sale il 5 marzo 1973, “Vogliamo i colonnelli”, da un soggetto che Mario Monicelli, insieme ad Age e Scarpelli, ha concepito qualche anno prima ispirandosi alle voci che giravano per l’Italia su un imminente colpo di stato. Sfruttando la tematica del gruppo di imbecilli che si mettono insieme per combinare un’impresa più grossa di loro, Monicelli e i due sceneggiatori seguono le vicende di un manipolo di militari e fascisti irriducibili che portano avanti un tentativo di golpe naufragato nel ridicolo, capitanati da un vanaglorioso onorevole di destra ( Tognazzi ). La pellicola è scatenata, con un tono grottesco, acido e cattivissimo di perfida efficacia, e con una spassosa galleria di fascisti cialtroni e di militari rimbambiti. Alle spalle, precisi riferimenti al tentato golpe del generale De Lorenzo ( scoperto e denunciato dall’Espresso nel 1969, cinque anni dopo i fatti ) e a quello ancora più farsesco di Junio Valerio Borghese del dicembre del 1970. La pellicola procede esattamente come il golpe del 1970, e sui quali Monicelli e sceneggiatori si erano documentati corposamente: i campi di addestramento paramilitari preparatori al fallito golpe Borghese, la mancata occupazione della Rai, il progettato arresto del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Un film di violenta satira politica, un film che mette a nudo e rende pubblico un pezzo di storia segreta della repubblica italiana e dei rischi che la sua democrazia ha corso, e forse e proprio per quanto denuncia, che il film viene ritirato quasi subito dal mercato: sabotato, ritirato nelle sale dopo pochi giorni di proiezioni, ci si adopera nei piani alti perché la pellicola sparisca il prima possibile dalla circolazione. E “Vogliamo i colonnelli” diviene così una delle pellicole che ha incassato meno nella storia del cinema italiano. Un film scomodo, troppo scomodo per ciò che denunciava, ma preziosissimo: un documento storico, realisticamente ineccepibile, retto dalla memorabile interpretazione di Ugo Tognazzi. Partecipano al periodo “sperimentale” anche i registi Gian Luigi Polidoro e Pupi Avati con “Permettete signora, che ami vostra figlia?”(1974)“La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone”(1974). Il film di Polidoro è assolutamente geniale e fuori dagli schemi, ponendosi in assoluto come uno dei più divertenti del periodo, salutare antidoto contro il goffo e sentimentaleggiante “Claretta”, di Pasquale Squitieri, che avrebbe brevemente movimentato le cronache dieci anni dopo. Quì l’intelligente, generoso Tognazzi è un guitto di infima categoria che quasi eroicamente propone in piccoli centri un superatissimo repertorio di drammoni sensazionali di cui è anche autore. Scioltasi la compagnia, Tognazzi è divorato dall’idea di scrivere un lavoro su Mussolini e Claretta Petacci. Procuratosi qualche soldo simulando un ritorno a casa dalla moglie salumiera, svolte alcune ricerche, mette su una nuova formazione, affidando a Franco Fabrizi cinque parti ( Hitler, Ciano ecc.ecc.). Infine, Claretta e Ben debutta attirando qua e là un certo interesse locale, e facendo girare la testa all’autore-interprete, il quale finisce per identificarsi col personaggio del duce fino al punto di immedesimarsi col personaggio di Mussolini. Tognazzi è strepitoso, e sorprende nella capacità di rendere perfettamente tic e atteggiamenti di Mussolini. Per lui gli aggettivi si sprecano. Sempre con Tognazzi e sempre in chiave ironico-grottesca, “La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone”, uno dei primi film del regista Pupi Avati, è una pellicola curiosa e diversa che si issa tra le sperimentazioni di altre strade, di moda nel periodo. Tognazzi è il barone Anteo Pellicani, sboccato mangiapreti, autore di scherzi famosi ( camuffato da cardinale, tentò una volta di far arrestare il papa dalla guardia svizzera ), e uomo che tiene il mondo in gran dispitto, da quando ragazzo restò storpio in seguito a una caduta dal miracoloso fico fiorone che si venera nel giardino del nonno. Un irriverente prologo rievoca l’antefatto, con fico consacrato per i secoli dal sacrificio di una santa vergine colà violentata dai soldati di Liutprando. Poi il film racconta il ritorno a casa della pecora nera Anteo, lasciato erede del fico e di ogni cosa; intorno a costui che sempre invano tenta di distruggere il fico che odia si muovono varie macchiette di provincia, stravolte ma pur sempre rese vive e divertenti dall’uso di un dialetto al cinema abbastanza inconsueto. C’è anche un perfido Paolo Villaggio con in testa una parrucca alla Harpo Marx.

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La strepitosa interpretazione di Ugo Tognazzi nel film “Permettete signora, che ami vostra figlia?”(1974). Tognazzi è strepitoso, e sorprende nella capacità di rendere perfettamente tic e atteggiamenti di Mussolini.

 

In questa breve rassegna di film atipici non può mancare un rapido sguardo su una manciata di pellicole neoromanesche. C’è il non banale “Trastevere”(1971), di Fausto Tozzi, in cui forse polemicamente nei confronti delle arcadie romane del cinema degli anni ’50, il regista accentuava la dimensione goyesca, mostruosa, della sua città, mostrando casi limite come quello di Nino Manfredi, ex questurino rintronato dalla droga o di Rosanna Schiaffino, misteriosa dea originaria di Abbiategrasso. La verità sull’Urbe aveva tentato di dirla anche Sergio Citti, già collaboratore di Pasolini, con “Ostia”(1970)“Storie scellerate”(1973): tutte storie boccaccesche di sesso e di raggiro. Notevole successo riscosse invece, “Teresa la ladra”(1973), di Carlo Di Palma, con cui Monica Vitti dimostrò ancora una volta la disponibilità del pubblico ad ascoltare anche la storia di una donna. Ma il film più compiuto di questo genere, anche un pò sgradevole, ma non per questo deprecabile, è “Brutti, sporchi e cattivi”(1976), di Ettore Scola, con Nino Manfredi protagonista. Qui la commedia all’italiana si fa truce, buia, scura. La descrizione di una beffarda Via del tabacco baraccata, dove al posto dell’inoffensiva Arcadia romanesca di piazza Navona del bel tempo che fu, di Renato Salvatori e Maurizio Arena in “Poveri ma belli” (1956-ah che tempi), campeggia una feroce tribù di immigrati che nella sua bidonville allena dickensianamente i bambini allo scippo mentre tra gli adulti vige l’invidia e l’arroganza. Tutti coltivano il sogno di eliminare il laido patriarca Manfredi ( a proposito, che bravo) per carpirgli il milione che nasconde; ma costui resiste perfino al topicida, grazie ad una lavanda gastrica che si pratica da solo con l’acqua del mare inquinato. Un film volutamente sgradevole, come il successivo “Un borghese piccolo piccolo”(1977), di Mario Monicelli, con l’impiegatuccio Sordi che sequestra, tortura lentamente e uccide atrocemente il rapinatore assassino di suo figlio. Teso e straziante, Sordi qui supera se stesso, in un’interpretazione che ha del sublime, resa sullo sfondo di un generale degrado umano e urbano. Una farsa degli orrori, che è anche la parabola morale e umana di un cittadino medio nell’Italia di fine anni ’70, scossa dal terrorismo e regolata dall’individualismo più sfrenato. Sulla stessa lunghezza d’onda si rimane con “Caro papà”(1979), dove il pescecane Gassman esce paralizzato dall’attentato che ha subito, complice il figlio contestatore.

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Grande prova di Nino Manfredi, in un film volutamente sgradevole e rude. Il titolo è “Brutti, sporchi e cattivi”(1976). La regia è di Ettore Scola.

A chiudere la normale attività dell’epoca, prima del definitivo affermarsi delle “nuove leve” ( Enrico Montesano, Paolo Villaggio, Adriano Celentano, Alighiero Noschese ecc ecc…), restano da citare gli ultimi due grandi specialisti della commedia all’italiana, ovvero i soliti Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. La coppia negli anni ’70 continua a sostenere un ritmo frenetico, da 7/8 film l’anno, e inevitabilmente a gennaio 1973 si separa, ma altrettanto inevitabilmente torna insieme non più di due anni dopo. Tra pellicole insieme e pellicole da “separati”, sono da segnalare per la loro irriverente carica comica, almeno le seguenti: “Satiricosissimo”(1970), farsa in costume ambientata nella Roma di Nerone; “Riuscirà l’avvocato Franco Benenato a sconfiggere il suo acerrimo nemico, il pretore Ciccio De Ingras”(1971), con allusioni alla corruzione della magistratura; “Due gattoni a nove code…e mezza ad Amsterdam”(1972), riuscita parodia dei film di spionaggio stile 00-7. Poi mentre Ingrassia prenderà parte a svariati film “seri”, con Florestano Vancini (“Violenza:quinto potere-1972), Elio Petri ( “Todo modo”-1976) e Federico Fellini, con il quale interpreta il ruolo dello zio matto di “Amarcord”(Oscar nel 1974); Franchi diede autonomamente vita al personaggio del “Sergente Rompiglioni”(1974), prese in giro la voga del karaté cinematografico in “Ku-fu?Dalla Sicilia con furore (1973), e soprattutto animò “Ultimo tango a Zagarol”(1974), che è uno dei migliori film-parodia di tutti i tempi.

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La locandina di una delle migliori parodie di Franchi & Ingrassia, dal titolo “Due gattoni a nove code…e mezza ad Amsterdam”(1972). Stavolta ad essere messa alla berlina è il genere dei film di spionaggio stile 00-7.

In questo clima culturale sorgono le “nuove leve” del nostro cinema, con attori di talento, giovani e alcuni di essi già affermati in televisione o nella musica leggera. Quì facciamo i nomi dei più importanti, stelle dello spettacolo italiano di straordinaria bravura: Enrico Montesano, Alighiero Noschese, Paolo Villaggio, Gastone Moschin, Adriano Celentano, Renato Pozzetto, Lino Banfi, Giancarlo Giannini. Ognuno ha la sua storia, professionale e personale, e per ragioni diverse, tuttavia, non tutti questi ebbero una lunga carriera cinematografica nel loro prosieguo. Però ciò che è rilevante, è che tutti questi attori citati si candidarono alla successione dei Manfredi o dei Tognazzi, e tutti lo diventarono, chi per un breve periodo, chi per un periodo ben più lungo.

•…Alle “nuove leve”.

Nei primi anni ’70 si affacciarono al cinema attori comici, brillanti, giovani, destinati a diventare delle star, come Enrico Montesano, Paolo Villaggio, Renato Pozzetto, Alighiero Noschese, Gastone Moschin, Adriano Celentano, Lino Banfi, Giancarlo Giannini, i primi grandi successi dei quali, arrivano proprio con lo scoccare del nuovo decennio. Ad esempio, per Renato Pozzetto, il successo arriva con “Per amare Ofelia”(1974), diretto da Flavio Mogherini. All’esordio cinematografico, Pozzetto, con la sua faccia stralunata e i suoi monologhi strampalati, irrompe in un copione agile e veloce. Nel cinema dell’epoca suonava innovativa la sua comicità, che deformava i luoghi comuni di una realtà casalinga ( e inequivocabilmente lombarda ) portandoli ad esiti surreali, pur restando saldamente ancorata ad appetiti concreti. Con il successivo “Paolo Barca, maestro elementare, praticamente nudista”(1975), Renato Pozzetto conferma il successo di pubblico e si afferma nella creazione di curiosi personaggi cinematografici con cui coniugare perfettamente il suo umorismo surreale e originale con situazioni e ambientazioni tipiche della commedia all’italiana. In quello stesso anno arriva nelle sale italiane “Fantozzi”, di Luciano Salce e con esso, anche il successo nazionale per Paolo Villaggio, fino ad allora buon attore e buon caratterista televisivo. Il capolavoro creato da Paolo Villaggio, fu all’epoca qualcosa di impensabile a priori, il “rag. Fantozzi Ugo” si è imposto immediatamente come lo splendido protagonista di un’Italia maldestra e ingorda, servile e ipocrita, disposta a tutto pur di non dispiacere ai propri superiori e disperatamente incapace di godere di quei simboli del benessere che insegue con altrettanta disperata determinazione. Al cinema il personaggio di Fantozzi esordisce il 27 marzo 1975, e da allora è diventato il personaggio cinematografico più famoso del nostro cinema. Villaggio inventò soprattutto un nuovo tipo di comicità, basata sull’iperbole e sul paradosso, grazie ai quali gioca a far esplodere il banale punk quotidiano in quadretti e piccoli episodi di surreale e tragicomico divertimento. Nasce così una nuova maschera, quella di Fantozzi ( la più importante, e l’unica veramente originale nella comicità italiana degli ultimi cinquant’anni) in cui si possono sentire molte influenze letterarie ( il travet francese, la lezione russa di Gogol e Cechov) e cinematografiche ( il delirio sadomaso dei cartoon e le invenzioni surreali di Frank Tashlin, grande regista e scrittore americano), ma che si distacca dalla tradizione nazionale, aggiornandola e caricandola di tutte le valenze negative di un’Italia che vuole stordirsi con il proprio raggiunto benessere. Fantozzi è servile come lo sa essere solo il piccolo-borghese, terrorizzato dai superiori, complessato, timido, vittima naturale dei mass-media, del consumismo e della pubblicità televisiva, tragicamente incapace di adeguarsi ai modelli sociali che mitizza quotidianamente. Nonostante una netta predilezione per la comicità visiva su quella verbale ( Fantozzi parla poco, e caso mai nell’impersonale e proverbiale terza persona-equivalente del cinematografico “fuori campo”- per commentare le proprie disavventure), Villaggio ha saputo inventare anche un lessico particolarissimo, sospeso tra l’astrazione metaforica e le degenerazioni burocratiche, entrato immediatamente nel patrimonio comune degli italiani ( con espressioni come “megagalattico”, “grand uff. cav. lup. mann.”, “salivazione esagerata”, “spigato siberiano”, “mi ripeta la domanda”, “ma se ne vadi”, “com’è umano lei”). Accanto a Paolo Villaggio, perfetto come non lo sarebbe stato nessun altro, nel ruolo che lo ha issato per sempre tra le leggende del cinema italiano, una serie di attori che ritorneranno anche nelle successive avventure e che hanno contribuito non poco al successo dei film, co-protagonisti della saga e di eccelsa bravura: Gigi Reder straordinario, nei panni dell’occhialuto ragionier Filini; Anna Mazzamauro come riccioluta signorina Silvani e sogno erotico di Fantozzi; Giuseppe Anatrelli nelle vesti del subdolo geometra Calboni; Plinio Fernando in quelli della mostruosa figlia Mariangela. Gli immediati seguiti de “Il secondo tragico Fantozzi”(1976) “Fantozzi contro tutti”(1979), non fanno altro che confermare il successo epocale del primo capitolo. Ormai Villaggio è completamente preda della sua creatura, e non fa altro che riproporre la sua creatura, la sua maschera, sotto altre identità, come in “Quelle strane occasioni”(1978)“Il bel…paese”(1977), per citarne solo alcuni. Ma giacché il successo al botteghino era sempre elevato, la strada era già tracciata.

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“Per amore di Ofelia”(1974), il film che lancia Renato Pozzetto tra i grandi attori della commedia all’italiana. Grande successo di pubblico.
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La strepitosa maschera comica inventata da Paolo Villaggio, ovvero quella del ragionier Ugo Fantozzi, destinata a rimanere nei secoli.

C’era anche chi, si candidava a raccogliere l’eredità attoriale di alcuni grandi attori, per stile, movenze o attinenze geografiche in comune. Così, un attore come Giancarlo Giannini apparve fin da subito come il potenziale erede di Marcello Mastroianni, con il quale addirittura diede vita ad una delle più importanti commedie all’italiana di inizio decennio: “Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca”(1970), diretto da Ettore Scola. Un film molto gradevole, che a priori sembra quasi un passaggio di consegne tra due attori simili per movenze, stile e doti interpretative, considerato che Giannini, nel prosieguo della carriera non si specializzerà mai in un solo genere e diventerà anche l’attore italiano più presente nelle produzioni internazionali, proprio come fece Mastroianni anni addietro. E’ con questo film comunque, che Giancarlo Giannini si impone come giovane attore emergente di serie A e nel quale comincia a tratteggiare la figura survoltata, mercuriale di sottoproletario che metterà a punto felicemente nelle pellicole successive. Dopo altre prove di notevole interesse (è protagonista nel 1971 del thriller La tarantola dal ventre nero di Paolo Cavara e nel 1972 eccelle accanto ad Alain Delon in La prima notte di quiete di Valerio Zurlini), proprio dalla collaborazione con la Wertmüller – con la quale è anche proprietario della Liberty Films – nascono alcuni dei più celebri personaggi interpretati da Giannini, grotteschi e ironici: Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972, Nastro d’argento come miglior attore), Tunin in Film d’amore e d’anarchia (1973, premio come miglior attore al Festival di Cannes), il marinaio Gennarino Carunchio in Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974, di cui è stato realizzato un remake nel 2002, diretto da Guy Ritchie e interpretato da suo figlio Adriano accanto a Madonna) – tutti questi interpretati insieme con Mariangela Melato – e Pasqualino Settebellezze (1975, nomination all’Oscar come miglior attore protagonista).

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Giancarlo Giannini e Mariangela Melato nel film di Lina Wertmuller, “Mimì metallurgico ferito nell’onore”(1971). Il film che oltre alla Wertmuller, lanciò la coppia di interpreti, che vinsero ogni premio sulla piazza nazionale: Nastri, David e Globi d’oro.

In questi anni così ferventi di cambiamenti, gli unici nuovi che fecero realizzare incassi paragonabili a quelli dei fatidici “mostri” furono Adriano Celentano, Alighiero Noschese ed Enrico Montesano. Piuttosto azzeccata, in particolare, risultò la scelta di unire due personaggi così diversi tra loro, come il napoletano Alighiero Noschese e come il romano Enrico Montesano, che intanto si stava candidando ad erede della romanità di Manfredi e di Fabrizi, accentuato dal fatto che nel 1978 Garinei & Giovannini lo ingaggiano per interpretare Rugantino, la maschera romana per eccellenza. Alighiero Noschese fu il primo grande divo creato esclusivamente dalla televisione, ed era fantastico nelle imitazioni; sapeva rifare voci, dialetti, tic facciali, e cantare nello stile di chiunque. Oltre alla capacità di riprodurre in modo pressoché perfetto voce, atteggiamenti e caratteristiche fisiche dei soggetti delle sue imitazioni, Alighiero Noschese riusciva a satireggiare in modo sottile e mai volgare, creando gag e battute pungenti, a tal proposito risulta geniale il film “Scanzonatissimo”(1963), che segna il debutto da protagonista assoluto al cinema per Noschese. Una serie di scenette dissacranti, che prendono di mira i protagonisti della politica italiana dell’epoca. La sua comunque non è mai stata una vera e propria satira spietata del potere, bensì piuttosto una serie di camaleontiche caricature di numerosissimi personaggi famosi di cui coglieva magistralmente i cosiddetti “tic”. Per la sua eccezionale capacità di rifare le voci di tutti, poi, era soprannominato “il Fregoli delle voci”. A fine anni ’60 Noschese è forse il più popolare artista della televisione italiana. La televisione, che sia pur cautamente stava sempre di più comprendendo l’importanza di agganciarsi alla cronaca, lo sfruttò a tappeto nelle sue trasmissioni di varietà, e il cinema tentò di fare altrettanto. Il suo era uno stile non totalmente adatto al mezzo cinematografico, ma non mancò di fare corposi incassi e film di notevole interesse. E lo fece spessissimo in coppia con Montesano, chiamato al fianco di Noschese grazie ad un’intuizione di Dino De Laurentiis, che li volle insieme come coppia cinematografica, ma quì val la pena sottolineare come Noschese ebbe modo di dimostrare il suo valore cinematografico anche quando venne impiegato al di fuori del contesto di coppia. De Laurentiis quando pensò di lanciare Noschese al cinema, ebbe l’intuizione di aiutarlo mediante produzioni più curate e sceneggiature meglio costruite della media dei filmetti comici correnti, affiancandogli un attore brillante dalla fisionomia già ben caratterizzata come Montesano. Nelle intenzioni del produttore, Montesano avrebbe dovuto aiutare Noschese a consacrarsi come personaggio cinematografico. L’intento fu realizzato grosso modo, ma più che lanciare un solo attore, consacrò una nuova coppia del cinema italiano, quella composta da Montesano e Noschese, che insieme interpretarono sette film, tutti di grande successo, per la gioia di pubblico e produttori. La loro fu una coppia molto ben affiatata e per entrambi significò tanto. Per Alighiero Noschese, di 13 anni più anziano di Montesano, quella serie di film significò la definitiva consacrazione cinematografica, per il secondo il trampolino di lancio verso una grande carriera nella “nuova” commedia all’italiana. Bisogna, però dire che quella di Noschese non fu altresì lunga, di lì a poco fu vittima di turpe mentali e di una violenta depressione, che lo indussero al suicidio nel 1979. Fra i principali film di Noschese e Montesano spicca “Il furto è l’anima del commercio”(1971), di Bruno Corbucci, con la trovata di provocare a Napoli una finta eruzione del Vesuvio allo scopo di aumentare le giocate al lotto; autori dello stratagemma sono una scalcinata banda di truffatori che si propongono di svaligiare un botteghino tra cui Alighiero Noschese barone spiantato ed Enrico Montesano il suo ingenuo nipote, Lino Banfi ed Enzo Cannavale. Di notevole spessore anche “Io non spezzo…rompo”(1971), sempre di Bruno Corbucci, dove i due sono agenti pasticcioni che capitati per caso sulle tracce di un boss mafioso italo-americano decidono di arrestarlo, ma da ultimo finiscono in galera anche loro; e “Il prode Anselmo e il suo scudiero”(1972), con i due nei panni del prode Anselmo e del suo scudiero Gian Puccio Senza Terra, che devono consegnare al Papa una reliquia, per propiziare la buona riuscita delle Crociate in Terra Santa. Equivoci, disavventure e incontri, tra cui quello con un curioso frate castratore interpretato da un meraviglioso Macario, a fine carriera. Esilarante anche “Il terrore con gli occhi storti”(1972), dove due poveracci per farsi pubblicità e sbarcare il lunario organizzano un finto delitto, che però risulterà essere coincidente con uno vero. Guai ed equivoci a catena per una gustosa commistione tra commedia e suspence, davvero efficace. E’ probabilmente il loro miglior film in coppia, con una divertente e dissacrante presa in giro finale dell’Italia corrotta che vive nelle carceri, davvero notevole. Una menzione speciale merita invece, “Io non vedo, tu non parli, lui non sente”(1971), remake dichiarato del film “Crimen”, di 11 anni precedente, e per di più realizzato dal suo stesso regista, Mario Camerini. Nelle parti che furono di Sordi, Gassman e Manfredi, rispettivamente Noschese, Moschin e Montesano, i quali convincono in un bel gioco di squadra. L’azione si sposta da Montecarlo a Venezia, ma la trama pressoché rimane identica all’originale. E’ la storia di un gruppo di italiani testimoni involontari di un delitto, con equivoci e guai a non finire. Tutto sommato, per finire il discorso su Noschese, il suo miglior film sembra essere “L’altra faccia del Padrino”(1973), di Franco Prosperi, piacevole parodia del famoso film di Coppola, in cui Noschese dimostra ancora una volta le sue straordinarie doti mimetiche.

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Una foto di scena tratta dal film “Il furto è l’anima del commercio!?”(1971), con Enrico Montesano ed Alighiero Noschese.
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Il miglior film di Alighiero Noschese, è “L’altra faccia del Padrino”(1973), deliziosa parodia del famoso film di Coppola. Una caratterizzazione così riuscita che Noschese sembra il fratello gemello di Marlon Brando e del suo Vito Corleone. Noschese interpreta un fantasista scritturato da una famiglia perché rifaccia al telefono la voce del temuto Don Vito. Dopo essersi rifiutato con la voce di Totò, il malcapitato è costretto dagli eventi addirittura ad impersonare il boss anche col fisico. Geniale bravura di Noschese.
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Uno scatto di scena tratto da film “Io non vedo, tu non parli, lui non sente”(1971), remake dichiarato di “Crimen”, del 1960. Meraviglioso sestetto di protagonisti: Gastone Moschin, Isabella Biagini, Alighiero Noschese, Janet Agren, Enrico Montesano, Francesca Romana Coluzzi.

Si diceva sopra, come l’accoppiata Noschese-Montesano coincidesse con il trampolino di lancio di quest’ultimo verso una luminosa carriera nella commedia all’italiana, il vero e proprio erede dei vari Manfredi e Tognazzi. Questi sono anni in cui Montesano scala le vette del cinema grazie a film cult come “Tutto suo padre”(1978), “Il marito in collegio”(1977), tentativo, molto riuscito di umorismo d’altri tempi in un’epoca di volgarità diffusa; e soprattutto “Febbre da cavallo”(1976), al fianco di Gigi Proietti. Cult incontrastato del cinema italiano è una delle ultime commedie all’italiana vecchia maniera, scevra da volgarità gratuite stile “Pierino”, con una coppia di interpreti rimasta nella memoria collettiva. Splendida la celebrazione dei perdenti e dell’arte di arrangiarsi, servita con un sense of humor irresistibile, che è la quintessenza della romanità cialtrona e bonaria di una volta. L’annata memorabile di Enrico Montesano è però, quella del 1979, quando interpreta “Aragosta a colazione”, “Il ladrone” “Qua la mano”,che gli fruttano un David di Donatello speciale nel 1980, per l’insieme delle tre interpretazioni. Tre prove memorabili, con la prima che fonde, in un abile commistione, la comicità all’italiana, la commedia degli equivoci e la pochade francese, senza scadere mai nella volgarità di moda in quegli anni; la seconda è una riuscita rivisitazione dell’epoca di Cristo; e la terza, nell’episodio “Sto così col Papa”, è invece una memorabile caratterizzazione di Montesano vetturino romano, dunque erede ormai dichiarato di Fabrizi, che riesce a conoscere il Papa.

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Montesano, vetturino romano, riesce a farsi ricevere dal Papa, impersonato da Philippe Leroy, nel film “Qua la mano”(1979). Grande divertimento e grande successo di pubblico.

In questi anni anche Adriano Celentano è tra i massimi attori cinematografici. I suoi personaggi, burberi, imbranati, ma in fondo positivi e simpatici, che riescono sempre, in un modo o nell’altro, a trovare l’amore, piacquero fin da subito al pubblico del cinematografo, e furono alla base dell’enorme successo della sua carriera cinematografica. Tutto nacque da Pietro Germi che ne sfruttò il suo innato charme legato a una carica di aggressività un pò nevrotica, a un simpatico sorriso equino da Fernandel giovane, e a una ragguardevole presenza scenica, con il film “Serafino”(1968), incredibile campione di incassi della stagione. Ne vennero in seguito, altri personaggi di estrazione meridionale o romanesca, a partire da “Er più-storia d’amore e di coltello”(1972), di Sergio Corbucci, con amori, duelli rusticani, spiate e finale tragico nella Trastevere di fine secolo. Seguirono poi, “Rugantino”(1973), solo in parte aderente alla rivista di Garinei & Giovannini; e “L’emigrante”(1973) uno dei primi assaggi del “personaggio Celentano”, che spopolerà tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, qui nella parte del ragazzo del popolo, eroe nazionale di tutti i giorni, un pò ingenuo ma profondamente buono. Entrambi i film sono diretti da Pasquale Festa Campanile, il regista che firmerà alcuni dei più importanti successi di Celentano. La raggiunta maturità artistica per Celentano avviene nel 1976, con l’incredibile successo di “Bluff- storia di truffe e di imbroglioni”, insieme ad un attore del calibro di Anthony Quinn. La divertente storia di due simpatici lestofanti nella Francia degli anni ’20, che si associano per rubare dei diamanti ad una biscazziera. Sceneggiato con sagace ritmo dal regista Sergio Corbucci, il film è ricco di invenzioni e non annoia mai. Celentano in ghette e gessato attillato, funziona. Grande successo di pubblico, anche a livello internazionale. E’ la consacrazione del Celentano-attore, per questo film infatti vincerà il David di Donatello come miglior attore protagonista della stagione 1976. Da lì in poi, vennero gli anni d’oro, gli anni che vanno dal 1979 al 1983, gli anni del trionfo cinematografico della maschera creata da Celentano, il burbero, ingenuo e simpatico ragazzotto di provincia che conquista il pubblico del cinematografo.

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Adriano Celentano nel film “L’emigrante”(1973). Quì in scena con la moglie Claudia Mori.

Soprannominato il “signore del cinema italiano”, per il suo stile elegante, Gastone Moschin vive negli anni ’70 il periodo migliore della sua carriera. Poliedrico come nessun altro nella sua capacità di passare da un genere all’altro senza mai fossilizzarsi in una sola tipologia di ruoli o di film. Attore di superbo talento, ha sfornato tanti personaggi memorabili, su tutti ovviamente l’architetto Melandri della saga di “Amici miei”, iniziata nel 1975. Il personaggio della vita, in mezzo a tanti generi e tante interpretazioni sublimi, come quella del bieco Don Fanucci nel “Padrino II”(1974). Nel 1972 è l’ambiguo Ugo Piazza del celebre noir Milano calibro 9, di Fernando Di Leo, con al fianco Barbara Bouchet e Mario Adorf, uno dei film capostipiti del genere poliziottesco. Lo stesso anno sostituisce Fernandel in Don Camillo e i giovani d’oggi. Nel 1973 è un convincente Filippo Turati ne Il delitto Matteotti. Nel 1974 viene chiamato da Francis Ford Coppola per il ruolo del bieco Don Fanucci ne Il padrino – Parte II e interpreta il crudele bandito detto Il Marsigliese nel poliziesco Squadra volante di Stelvio Massi, con Tomas Milian e Mario Carotenuto. Il personaggio del Marsigliese avrà successo tanto da essere citato in varie forme in numerosi poliziotteschi successivi. È ad ogni modo un ruolo brillante quello a cui Moschin deve la popolarità maggiore, vale a dire il ruolo dell’architetto inguaribilmente romantico Rambaldo Melandri, protagonista, al fianco di Ugo Tognazzi, Philippe Noiret, Adolfo Celi e Duilio Del Prete, della saga di Amici miei. Il primo film, diretto da Mario Monicelli, esce nel 1975 e si classifica al primo posto negli incassi della stagione. C’è poi un film di questi anni, che merita una menzione speciale, dal titolo chilometrico, ma davvero degno di consderazione: “Incensurato, provata disonestà, carriera assicurata cercasi”(1971). Un surreale  e dissacrante film di satira politica sulla politica italiana anni ’70. Si ride di gusto con un meccanismo delle gag che ha un certo ritmo, e con un finale indovinato. Incontenibili la verve comica e la simpatia di Moschin. E’ la storia di un truffatore da strapazzo che per un equivoco viene nominato senatore della Repubblica.

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Gastone Moschin, soprannominato il “signore del cinema italiano”, mentre interpreta quello che è il personaggio della vita: quell’architetto Rambaldo Melandri della saga di “Amici miei”, che è rimasto nella memoria collettiva. Dietro si riconosce Philippe Noiret, leggendario Perozzi.

L’ultimo grande attore della cosiddetta “nuova generazione”, che val la pena trattare in un saggio come questo è Lino Banfi, che per la verità, arriva all’apice del successo nel decennio successivo, quando si smarca dalla “commedia sexy all’italiana”. In questo genere è comunque uno degli attori più richiesti e popolari degli anni ’70. Pellicole come “La liceale seduce i professori”(1979), “L’infermiera di notte”(1979), “La soldatessa alle grandi manovre”(1978), non erano certo capolavori ma in esse riusciva comunque ad emergere la sua dissacrante e travolgente vis-comica. Il fatto è che l’allegra (almeno teoricamente) rappresentazione di situazioni erotiche era un richiamo sufficiente per ottenere ottimi incassi al botteghino. E per rendere l’operazione divertente ed arrivare al pubblico delle famiglie, non bastava solo il nudo della donna, ma servivano attori che facessero ridere o almeno sorridere; e così attori in gamba, e spesso di gran classe come Renzo Montagnani o Lino Banfi vennero ingaggiati per questo genere di film di successo, che prenderà poi il nome di “commedia sexy all’italiana”.

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Lino Banfi, il re della “commedia sexy” degli anni ’70. Qui in scena con la bellissima Barbara Bouchet.

Domenico Palattella

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