Sketch tratto da “Il monello della strada”(1950), il capolavoro di Macario.

“Il monello della strada”(1950) è il capolavoro di Macario, il miglior film dell’attore torinese, quello che realizza in una geniale sintesi la comicità realista e quella surrealista, prerogative fondamentali della sua comicità. È bellissimo il modo in cui la trama riesce a mettere continuamente di fronte il sogno e la vita quotidiana; la miseria con la speranza; l’illusione e la verità. Allora tutto diventa favola che però non rinuncia a misurarsi con le vicende normali di un’esistenza normale, segnata dalle ovvie difficoltà in cui si ritrova con un bambino piccolo da mantenere e da educare, ed è solo perché la moglie è prematuramente scomparsa. La magia e l’incanto diventano i veri protagonisti del film che irrorano come linfa, come sangue i gesti, i movimenti, le espressioni del protagonista, Macario. In questa atmosfera partecipiamo a una comicità lieve come sospiro di un sogno, dolce come un semplice desiderio di felicità. Tutto il film è percorso da episodi, soluzioni, invenzioni che trasformano la storia in una meravigliosa (sempre inattesa) avventura di uno spirito buono. C’è una fata, o forse un angelo, che però possiede le sembianze di una bella donna mora dagli occhi intensi; c’è il mondo del circo e delle giostre che, come si sa, confonde la realtà con la fiaba e scambia gli uomini in bambini. C’è il trionfo della bontà, quando tutto sembra congiurare contro di lei perché non c’è più tempo. Ma, allora, ecco, come per incanto, il tempo si ferma. Macario corre per una città dove tutto si è arrestato all’improvviso, come se il mondo si congelasse, affinché lui possa riguadagnare il tempo perduto. Poi il disgelo: torna la normalità, l’angelo ha compiuto la sua missione. Il film, scritto da Metz, Marchesi, Monicelli e Leo Benvenuti, ha una freschezza e un’originalità che andrebbero riscoperte: Macario passa con leggerezza dalla comicità all’espressione drammatica, dall’ironia al dolore. Esibisce tutta la sua grande varietà di registri recitativi, depistando sia chi pensa di vedere in lui un’unica maschera che egli ripresenta senza significative variazioni, sia chi immagina la sua comicità costruita da poche smorfie ben collaudate e da un repertorio di battute di scarsa fantasia. Il clima da favola avvolge tutto il film e la scena in cui tutta la città si ferma, per dare a Macario il tempo di dimostrare le malefatte dei parenti, dei cattivi, è superlativa. Girata con grande dispendio di mezzi e di comparse, ecco fuoriuscire il Macario amato, quello buono, pacifista, che non concepisce violenza ne guerra, il Macario che sfrutta l’immobilità delle persone per sostituire un fumetto giallo con il Corriere dei piccoli, togliere il sigaro ad un ricco per darlo ad un barbone, cambiare il manganello di un poliziotto con un fiore, cancellare gli abbasso dai muri e sostituirli con degli evviva. Ce n’è per tutti e a tutti i livelli! In un colpo solo, in pochi minuti, Borghesio inserisce quei riferimenti sociali, quelle accuse politiche che aveva evitato con attenzione per tutto il film. In quei gesti di Macario c’è il suo personalissimo no alla violenza, allo squallore, alla povertà, tutto insieme in una carrellata straordinaria. L’intera sequenza da antologia, è ovviamente muta, accompagnata però dal perfetto commento musicale di Nino Rota, ormai pronto a fare il salto ed iniziare la sua grande collaborazione con Fellini. Il monello della strada è quindi una favola ben raccontata, in grado di toccare sovente le corde della poesia. “Il clima di favola è reso ancora più evidente dal personaggio di Luisa Rossi, un viso raffinato da madonna trecentesca il suo, che appare sempre come una fata, o meglio un angelo, visto che scende dal cielo per proteggere il figlioletto lasciato orfano e il suo pasticcione papà”. E’ il miglior film di Macario, ricco di trovate sorprendenti, a cui l’attore torinese qui attore a tutto tondo, dà la quadratura perfetta del cerchio. La pellicola poi riscosse un ottimo ritorno in termini di presenze al botteghino: 350 milioni di lire di incassi, e tra i primissimi film dell’annata 1950. Addirittura anche la critica accolse favorevolmente l’ultima fatica del grande Macario. In un articolo de La Stampa si disse: “Fra gli spettatori di Macario si distinguono gli assidui, i tiepidi, gli entusiasti: e tutti ridono in A. Ieri sera sedevo fra due entusiasti. Le loro tonde risate, un pò grassocce, un pò beote, esaurirono da principio masse ingenti della prima lettera dell’alfabeto; poi adagio adagio, si quietarono perché il film si era iniziato come un’ennesima macariata, e andava poi rivelando alcune diverse intenzioni, più ambiziose, più patetiche, più imponenti”. In definitiva Il monello della strada è una fiaba dalla suggestione e dalla delicatezza difficilmente eguagliabili ancora oggi, una pellicola che ha lo spessore di un capolavoro che parla al cuore.

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