Lo “Stile De Sica”

vittorio-de-sica-1
Lo “stile De Sica” è stato fin da subito il marchio indelebile della carriera dell’attore-regista. La sua estrema finezza interpretativa, unita al talento unico e all’eleganza innata, pone Vittorio De Sica, come il grande Maestro del cinema italiano e mondiale, per quella sua naturalezza e quella sua umiltà così riuscite da fondersi perfettamente con l’arte cinematografica. Un personaggio imprescindibile della cultura del XX secolo. Un artista unico, ma anche uomo inimitabile.

Sono molti i film in cui De Sica lavora tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60. In questi anni De Sica si dispone a dare un corpo, attraverso la commedia, ai cambiamenti in atto nella società italiana. L’attore conferisce ai suoi personaggi tonalità caricaturali così accese da richiedere a tutti i film del periodo una cadenza “sopra le righe”, con alcuni elementi inconfondibilmente destinati a rappresentare lo “stile” della sua recitazione. Quelle strizzatine d’occhi, quelle tonalità vocali stridule, quelle acconciature inconsuete di costume che fanno un solo personaggio del maresciallo di Pane, amore e fantasia, del poeta di Il segno di Venere, del nobile dell’Oro di Napoli, o ancora del ladro di Peccato che sia una canaglia. Ciò non toglie che molte delle sue interpretazioni raggiungano, nel genere comico, livelli di sottile perfezione che rendono evidente quanto egli fosse un grande interprete e un grande maestro di recitazione. In tanti film minori ( solo per citarne alcuni: Tempo di villeggiatura del 1956, Domenica è sempre Domenica, Pezzo capopezzo e capitano, La ragazza di Piazza San Pietro, tutti del 1958 Gli attendenti del 1961 ), gli unici momenti in cui i film decollano, sono le apparizioni dell’attore, la sua mimica, il modo in cui gestisce i tempi e il ritmo di un dialogo, instradando giovani partner come Susanna Canales, Giovanna Ralli o Maurizio Arena, oppure valorizzando, a volte proprio attraverso l’eccesso della sua recitazione, le doti di attori più rodati come Marisa Merlini o Memmo Carotenuto. In molti ruoli interpretati in questi anni l’attore ha incarnato personaggi che, malgrado la maturità anagrafica e di esperienza, parlano di una nazione mai cresciuta, e forse mai rinata dalle ceneri della guerra. Un’Italia che guarda ancora al passato e nella quale è difficile gestire lo scarto epocale tra la modernizzazione, da un lato, e l’arretratezza e la tradizione, dall’altro. Questo tratto , e la riflessione di matrice antropologica necessaria per guardare a esso attraverso il filtro della commedia, è determinante nella costruzione di un altro film del 1957, firmato da Mario Monicelli, Il medico e lo stregone. Quì in uno dei soliti paesi del sud-Italia, precisamente dell’Irpinia, in piena fase da “commedia bucolica”, De Sica interpreta Don Antonio, a metà tra ciarlatano e guaritore, che esercita la stimata professione dello stregone. Mastroianni è invece il giovane medico condotto, che è maltrattato dagli abitanti del paese, avvolti ( forse come tanti paesini di montagna di oggi?) da un’ignoranza così radicata, da non far apprezzare il progresso che la medicina vera, rappresentata dal medico, porterebbe tra le colline e i monti del sud-Italia. In qualche modo il film anticipa in maniera decisa la “commedia all’italiana” dei primi anni ’60, sia perché in regia c’è Mario Monicelli, sia perché gli sceneggiatori sono Age & Scarpelli, sia per l’argomento di denuncia sociale trattato.

vittorio-de-sica-2
Vittorio De Sica e Marcello Mastroianni nel film di Mario Monicelli, “Il medico e lo stregone”, del 1957. Una delle prime concrete commedie all’italiane di sempre. Un ibrido riuscito tra commedia bucolica e commedia all’italiana.

L’avvento della commedia all’italiana va infatti inserito in un panorama preciso. Tra i fatti e i fenomeni più importanti di quegli anni, bisogna ricordare il primo calo elettorale della Democrazia Cristiana (1961) e la conseguente formazione di un governo di centro-sinistra; le croci e le delizie del “miracolo economico”, con, da un lato, il reddito nazionale netto che arriva quasi a raddoppiarsi nel decennio 1954-1964 e il generale incremento dei consumi, e, dall’altro, lo scarso incremento dell’occupazione, i sofferti flussi di emigrazione dal Meridione alle città del Nord e il divario sempre crescente tra la ricchezza di pochi e la povertà dei molti. Fenomeni economici e sociali cui bisogna aggiungere la comparsa di nuovi mass-media, primo fra tutti la televisione, le cui trasmissioni iniziano su scala nazionale nel 1954, spianando la strada al consumismo, imponendo in Italia un nuovo modello di vita superiore alle possibilità economiche della maggior parte degli italiani e capace di influenzare profondamente la loro mentalità, con la diffusione di nuovi status-symbol ( l’automobile, gli elettrodomestici, l’attico, la casa al mare, le vacanze ). Miti che non fanno altro che creare ulteriori rivalità sociali e allargare la forbice che separa ricchi e poveri. E’ inoltre necessario ricordare che questi sono gli anni in cui, in un’Italia che gioca a essere sempre più internazionale, si assiste al lento tramonto delle forme culturali più spontanee, quali l’avanspettacolo, i giornali umoristici, la poesia dialettale, mentre a partire dal 1958 si attenua, almeno in maniera parziale, l’azione della censura, subito presa ironicamente di mira in un film come Il moralista di Giorgio Bianchi del 1959, al quale De Sica partecipa ancora una volta nei panni del politico ben poco lodevole in quanto a coerenza ed eticità. E’ in questo scenario che l’attore Alberto Sordi diviene sempre più, anche grazie alla spinta e alla presenza di Vittorio De Sica in molti film da lui interpretati, il “personaggio” Alberto Sordi: l’italiano che si appaga della sua medietà. De Sica aveva probabilmente visto in Sordi una continuità tra il suo modo di intendere e rappresentare l’italiano medio, e quello di Sordi, pienamente figlio del compiuto “benessere economico”. La genealogia artistica che lega il nome di Sordi a quello di De Sica non può tuttavia oscurare il fatto che entrambi hanno incarnato, più di altri attori, un certo tipo di italianità. Questo aspetto già visibile in Il conte Max di Giorgio Bianchi, girato nel 1957 e remake di Il signor Max di Mario Camerini, è esplicitamente dichiarato in Un italiano in America, scritto e diretto da Alberto Sordi nel 1967. E’ la storia di un padre e di un figlio che si ritrovano dopo anni sullo sfondo della società americana di fine anni ’60, con i suoi mille paesaggi, ma anche con le sue mille contraddizioni. E quì avviene il passaggio di consegne, tra il vecchio e il nuovo modo di rappresentare l’italiano medio, Sordi, dirige per la prima volta il Maestro De Sica, dopo che proprio quest’ultimo lo aveva lanciato nel cinema che conta e che per primo aveva creduto nelle sue capacità interpretative.

vittorio-de-sica-4
Un bel ritratto di De Sica, a metà degli anni ’50, nel pieno della sua maturità artistica.

Tornando più concretamente allo “stile De Sica”, una umanità corrotta e degradata è, poi, caratteristica di altri personaggi desichiani dei primi anni ’60, che ricordano i “brutti, sporchi e cattivi” di Ettore Scola: primo fra tutti Campanella, figura intermedia tra il ladruncolo e il mendicante, di Siamo tutti in libertà provvisoria di Manlio Scarpelli del 1971, satira qualunquista del sistema politico e giudiziario italiani; oppure il volgare giocatore d’azzardo nei cui panni De Sica compare brevemente in Io non vedo, tu non parli, lui non sente, ultimo film di Mario Camerini, sempre del 1971. Negli anni ’60 lo “stile De Sica” muta ancora pelle e va aggiunto come egli era innanzitutto un attore e che, in quanto tale, ha sempre risposto alle tendenze del cinema e ai gusti del pubblico italiano. Nel ruolo del padre di Alberto Sordi in Un italiano in America, ultima interpretazione di maggiore rilievo, De Sica ha ribadito la sua capacità di prestare corpo e voce a personaggi che incarnano i mutamenti socio-antropologico degli italiani. Un’attitudine che gli è stata sempre congeniale, come quando propose a Biàncoli e Falconi per la rivista Soldati 900, il personaggio del soldato Esposito, un napoletano che aveva realmente conosciuto durante il servizio militare, caratterizzato da goffaggine, scarsa avvedutezza e tanta passione canora. Spesso presentato, all’inizio della sua carriera, come il Maurice Chevalier italiano, l’attore non ha mai apprezzato questo paragone. Sentendosi lontano dal modello dello chansonnier francese tutto eleganza e seduzione, preferiva per sé la definizione di “fine dicitore”, con lo studio e la carica interpretativa che questa modalità richiedeva. Perché De Sica era innanzitutto la sua voce. Una voce rétro, d’anteguerra, come quando negli anni ’30 impersonava dei giovani ben lontani dal modello virile e falsamente realista dell’italiano fascista; ma anche una voce “cresciuta in falsità e asprezza” nel corso degli anni ’50, decennio a partire dal quale, nelle apparizioni pubbliche e televisive, il suo timbro vocale si tinge di un tono patriarcale, che appare la caratteristica più viva dell’attore-personaggio Vittorio De Sica nell’ultimo periodo della sua attività. La simpatica luce che un attore come De Sica ha gettato su pregi e difetti degli italiani ha avuto un indiscutibile peso nel favorire la rassegnazione con la quale si è accettato il modello di italiano medio proposto da Sordi, prima, e dalla commedia all’italiana, poi. Le caratteristiche delle interpretazioni dell’ultimo De Sica sono uno specchio, spesso deformante e critico, non soltanto della vanità e vacuità dell’italiano medio, ma anche di tutte le ricche potenzialità, non sempre espresse, di un modo di essere universalmente riconosciuto come italiano: quell’anima latina, solare, umana, generosamente espressa nel personaggio del maresciallo Carotenuto dei Pane e amore, più di tutto il resto, rimasto nella memoria collettiva del nostro paese.

vittorio-de-sica-3
Un ulteriore ritratto di De Sica, sempre della metà degli anni ’50. Quì è impegnato a controllare minuziosamente una pellicola cinematografica, che ha appena immortalato una scena di uno dei suoi tanti capolavori.

Vittorio De Sica ha recitato in 146 film. Un uomo, un attore, dunque. Oltre che un regista noto in tutto il mondo, non soltanto per i primi film neorealisti vincitori di Oscar, Sciuscià Ladri di biciclette, ma anche per altri successi tanto diversi tra loro come il popolare Ieri, oggi e domani (1963), lo storico La ciociara, il crepuscolare Il giardino dei Finzi Contini (1970). De Sica amava dire di essere morto e rinato al cinema per ben cinque volte. Si può oggi aggiungere che è stato capace di rinascere rinnovando ogni volta se stesso. E’ riuscito a farlo perché non ha mai tradito la ricchezza della sua prima formazione, avvenuta incrociando metodi innovativi, con la tradizione italiana più antica; una tradizione di commedia popolare che ha trovato una sua evoluzione anche nella rivista e nel varietà degli anni ’30, contaminandosi, nel corso del tempo, con altre forme di spettacolo prima, e con altri mass-media poi. In più, come ha ricordato il regista Alessandro Blasetti, l’attore non ha mai dato per scontata la sua bravura, ma si è sempre sforzato di mantenere un alto livello di professionalità e di studio dei personaggi, anche di quelli minori. Oltretutto Blasetti si vantava giustamente di avere fatto “rinascere” il De Sica attore cinematografico dopo i successi dietro la macchina da presa, con l’avvocato de Il processo di Frine (1951), episodio del film corale Altri tempi. Per capire la grandezza dell’attore De Sica, dobbiamo porre la nostra attenzione su due episodi di un altro film ideato e diretto da Alessandro Blasetti, Tempi nostri (1954), ovvero Scena all’aperto Don Corradino. Due chiari esempi del modo in cui De Sica ha saputo attraversare da attore la storia del cinema italiano. Il primo, in cui recita al fianco di Elisa Cegani, sembra uno studio sull’essere attore ed è la riprova di una caratteristica tutta desichiana di saper esaltare, come nessuno altro, le interpretazioni di tutti gli attori che gli sono stati affianco sui vari set cinematografici. A tal proposito, l’attrice Elisa Cegani, peraltro moglie di Blasetti, ricorda con queste parole l’esperienza sul set di Scena all’aperto, insieme a De Sica:

“E’ stato con lui che ho avuto il mio unico Nastro d’argento, proprio per Scena all’aperto, dialogata incantevolmente da Ennio Flaiano. E il ricordo più vivo che ne ho è lo spontaneo piacere che traspariva in Vittorio tutte le volte che una mia battuta aveva i tempi e i timbri giusti. Replicava, allora, intonandosi con quel suo superbo talento come per voler offrirmi una nuova occasione di essere alla sua altezza. Rara, rarissima dote di generosità che solo chi ha la piena sicurezza del proprio valore può permettersi.”

In Don Corradino, invece, troviamo quel monumento “alla fantasia, all’arguzia, alla generosità” tutta partenopea. Il sembiante a cui dà vita l’interpretazione desichiana si completa solo grazie alla presenza di un altro grande attore come Eduardo De Filippo, che incarna, nel ruolo del controllore capo della ditta di autobus, un’onestà dura e intransigente, l’altra faccia, cioé, di una napoletanità che si indigna, finendo però col soccombere dinanzi al sotterfugio, al costante compromesso, al quieto vivere e al tirare a campare partenopei. De Sica-Don Corradino, infatti, è un conducente di autobus non più giovanissimo che continua a sedurre, grazie al suo estro e alle sue doti artistiche, turiste provenienti da ogni dove. Insieme, il “fesso” onest’uomo e il furbo buontempone producono una sintesi dell’imago di Pulcinella: uno spazio simbolico della rappresentazione che da partenopei si fa, per estensione, nazionale e che appartiene antropologicamente alla “scena” italiana. Invece di “spaccare continuamente in due” De Sica, tra attore e regista e tra prima e seconda fase di attore, occorre dunque ripensare alle “creature” alle quali ha dato vita come al prodotto di una sintesi ulteriore: tra realtà e inganno, da un lato, e tra inganno e martirio, dall’altro. Da questo punto di vista, i personaggi più importanti per cogliere l’essenza dell’arte di recitare desichiana sono, ancora una volta, il maestro Perboni di Cuore, il maestro Garetti di Buongiorno, elefante!, il maresciallo Carotenuto della saga dei Pane e amore, e l’Emanuele Bardone, truffatore pentito, del Generale Della Rovere. Ruoli complesso o controversi, dunque, per affrontare i quali De Sica ha dato prova di possedere tutti i segreti della recitazione, tanto quelli più prossimi alla tecnica dell’imitazione, della quale ha saputo attraversare e intrecciare le varie modulazioni, quanto quelli necessari per approdare alla tecnica dell’immedesimazione. Lo “stile De Sica” non appare infatti confinabile in un’unica tecnica, ma sembra piuttosto rispondere a una ricerca che non si è mai arrestata, che non si è mai accontentata della conquista di un metodo di recitazione definito e definitivo. Nelle sue interpretazioni possiamo così riconoscere l’uso di una modulazione minima dell’imitazione, quella che più tende all’immedesimazione. Questa sua capacità è tanto più evidente nei ruoli drammatici: il conte Donati in I gioielli di Madame de…, oppure il maggiore Rinaldi in Addio alle armi. Basta confrontare le scene del corteggiamento o degli incontri amorosi di I gioielli di Madame de… con quelle dei Pane e amore per cogliere come De Sica abbia saputo, all’occasione, limitare la prassi dell’imitazione non esibendo apertamente la sua tecnica e facendo in modo che lo spettatore ponesse la sua attenzione non tanto sul singolo gesto, sul singolo movimento, quanto sull’insieme complessivo, sullo svolgimento dei gesti e dei movimenti compiuto nel corso della scena, in modo da far assumere alla recitazione un tono più quotidiano, realistico e sfumato. Le tecniche dell’imitazione prevedono che un attore riconosca e assuma, per imitazione, appunto, i tratti espressivi e i gesti che ritiene caratteristici del personaggio da interpretare. Il ritmo del montaggio delle espressioni e dei gesti, insieme alle sfumature con le quali si possono riprodurre, è il segreto di questo tipo di recitazione. De Sica si è sempre sforzato, fin dagli anni ’30, di produrre un montaggio creativo. Se nel caso del conte Donati di I gioielli di Madame de… la sua è un’imitazione contenuta che produce effetti di realismo quotidiano, con il maresciallo Carotenuto lo stile dell’imitazione si presta a effetti caricaturali. Nei Pane e amore la dilatazione dei tempi con cui l’attore fa seguire un’espressione all’altra o un gesto all’altro, produce una loro sottolineatura e un caricamento, un effetto più o meno marcato, ma volutamente diverso, accentuato, insistito rispetto ai modi della vita reale. Così, il sopracciglio lungamente inarcato, il sospiro per nulla trattenuto, il corpo proteso in avanti di cui l’attore accentua la pesantezza per enfatizzare il tratto ridicolo del personaggio, si pensi al mambo italiano ballato con la Loren. Anche quando la sua è una recitazione caricaturale, De Sica non giunge però mai a chiudere il personaggio nei confini di una maschera.

vittorio-de-sica-5
Lo “stile De Sica” ha fatto scuola in tutto il mondo. Lui è stato l’unico artista al mondo, in grado di raggiungere le vette più alte sia come attore che come regista. Anche se c’è da ricordare come lui prima di essere regista è un attore, anzi è soprattutto un attore, e grazie a questo suo innato talento interpretativo, che ha saputo decodificare e creare uno stile registico più unico che raro. Con lui anche una pietra diventava un grande attore, perché sapeva fare tutto, perché in Italia il cinema si chiama “De Sica”.

Bisogna analizzare il suo stile di recitazione per comprendere questo aspetto particolare della “fortuna” dell’attore De Sica. Totò e Alberto Sordi appartengono a due generazioni diverse ma sono stati entrambi ascritti a una tipologia precisa di personaggio che ha fatto, dell’uno, il modello di un eversivo Pulcinella e, dell’altro, una evoluzione di Arlecchino, servo sciocco e perciò in qualche modo complice del potere. Ciò è avvenuto perchè, anche se vanno fatte le dovute differenze, i due attori hanno dato vita a delle maschere. De Sica, invece, si è portato dietro la sua triplice formazione, di scuola russa, classica e del teatro di rivista. Il suo modo di recitare ha dunque scongiurato, malgrado le tipologie che comunque è possibile ricostruire all’interno dei personaggi da lui interpretati, la chiusura dell’attore in un’unica maschera. I suoi personaggi possono anche assomigliare a dei tipi, ma in essi c’è sempre una particolare sfumatura psicologica che appartiene proprio a quel personaggio e non a un altro. Anche quando assomiglia a un tipo, il personaggio desichiano non è, dunque, mai ripetitivo e ha sempre i tratti di un individuo ben definito. Questa abilità pienamente consapevole ha consentito al grande attore di affrontare con professionalità, e spesso con evidente piacere, anche i ruoli di caratterista di lusso per i quali è stato convocato a partire dalla metà degli anni ’60.

vittorio-de-sica-6
Un ritratto del De Sica anni ’60, nella Parigi grigia e uggiosa che lui amava tanto.

De Sica però, come tutti i grandi che si rispettino, è stato anche abbastanza critico sulla sua carriera artistica. Come accaduto nel corso della trasmissione Vittorio De Sica. Autoritratto, andato in onda sulla prima rete nazionale il 13 marzo 1964. E’ il più bel ritratto del grande attore e regista, anche perché è lui stesso, in prima persona, a raccontare ai telespettatori la sua vita artistica, dagli esordi alla grande pagina del secondo dopoguerra, arrivando persino a mettersi in discussione per le scelte fatte in seguito, soprattutto per quelle legate alla sua attività di attore. Ciò detto, analizzato lo “stile De Sica”, unico nella storia del cinema mondiale per rendimento, talento e durata, non si può fare a meno di annullare in maniera decisa la dicotomia tra l’attore e il regista impegnato che ha dominato a lungo il giudizio critico sulla sua figura. De Sica è stato sempre e innanzitutto un attore, perché è nell’arte della recitazione che ha diluito la sua innegabile capacità di analizzare e soprattutto amare la natura umana in tutte le sue forme. Proprio l’analisi attenta dei sentimenti, che a lui è venuta dal lungo apprendistato teatrale, prima, e cinematografico, poi, è stata la più profonda sigla anche del suo essere regista, e la memoria concreta e viva della sua arte continua a essere affidata alle sue innumerevoli interpretazioni che, viste e analizzate in sequenza, risultano il più bel ritratto del grande artista ( e uomo ) d’altri tempi che egli è stato.

Vittorio de Sica
E non poteva mancare una bella foto con Sophia Loren, in una cena di lavoro mentre sono in atto le riprese del capolavoro desichiano “La ciociara”(1960), che frutterà alla Loren, il Premio Oscar come miglior attrice protagonista…e tutto grazie all’estro e alla regia del sommo Maestro De Sica.

Il testo è tratto dal libro “Vittorio De Sica-storia di un attore”, di Anna Masecchia, Kaplan edizioni.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...