Il cinema nascosto: i capolavori misconosciuti degli anni ’50- parte tre (1957-59)

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La cinematografia italiana è piena zeppa di capolavori misconosciuti, offuscati nella memoria collettiva, spesso ingiustamente, da altre pellicole più famose e perciò più celebrate. Eppure nei meandri del cinema italiano ci sono da scoprire tanti, tantissimi film davvero degni di nota, che rasentano il capolavoro. Questo accadde soprattutto negli anni ’50, quando il cinema italiano era più fiorente che mai. La foto è tratta dal film “Tempo di villeggiatura”(1957), con Marisa Merlini e Vittorio De Sica splendidi protagonisti.

Nella cinematografia italiana dei tempi d’oro, ovvero nello specifico quella degli anni ’50, quando Roma era soprannominata la “Hollywood sul Tevere” e Cinecittà era il fulcro del cinema mondiale, numerosi sono stati i film importanti, i capolavori che tutti conoscono e che sono rimasti nella memoria collettiva. Ma ancora più numerosi e degni di essere ricordati, sono state quelle pellicole ingiustamente cadute nel dimenticatoio, o comunque oggi poco conosciute. Eppure nei meandri della sterminata e vasta cinematografia italiana, c’è da scoprire fior fiori di capolavori segreti. Ci addentriamo dunque, in quella che in gergo cinematografico viene chiamata la “Storia segreta del cinema italiano”. Pellicole di ottima fattura, alcune di pregiatissima fattura, ma pressoché sconosciute al grande pubblico, pellicole spesso offuscate da altre più conosciute e più celebrate. Nel fare questo viaggio è utile, al fine di una migliore comprensione del saggio, suddividerlo in tre parti distinte e autonome, data la vastità temporale dell’argomento in questione. La terza e ultima parte presa in esame è quella che tocca la fine degli anni ’50, anni pieni di pellicole comiche, o comunque brillanti, anni in cui trova pieno compimento il boom economico e il susseguente benessere sociale. Questi sono gli anni in cui il cinema italiano tocca il suo apice, in cui Roma torna ad essere la capitale del mondo, sono gli anni della “Dolce Vita”, di Via Veneto, delle Olimpiadi di casa nostra, della 600, delle vacanze chic…insomma sono gli anni più belli della nostra storia…e il cinema non tardò a descriverli, con un pizzico di realismo e con tanta umanità.

• 1957

A Natale del 1956 esce nelle sale un importante film, destinato ad inaugurare un genere di grande successo, ovvero “Tempo di villeggiatura”. E’ il primo film ascrivibile al genere dei film vacanzieri all’italiana ed ebbe uno strepitoso successo di pubblico. Film a episodi intrecciati, “Tempo di villeggiatura” ha il suo punto di forza in una sceneggiatura ben oliata, fatta di tante storielline interessanti e divertenti, in grado di descrivere perfettamente la società italiana all’alba degli anni ’60 e praticamente all’apice del benessere economico. Il cast poi è quanto di meglio si possa chiedere, c’è Maurizio Arena, reduce dal successo di “Poveri ma belli”; c’è Giovanna Ralli, altra giovane attrice in erba; ma soprattutto ci sono Vittorio De Sica e Marisa Merlini, che disegnano una storia d’amore tenera e candida, infarcita di riferimenti alla poesia classica, davvero destinata a rimanere nella memoria popolare. Stavolta per i due c’è il lieto fine, dopo il fallimento amoroso del Maresciallo e della bella levatrice dei “Pane e amore”. De Sica e la Merlini raggiungono quì, livelli di sottile perfezione che rendono evidente quanto entrambi fossero una spanna sopra gli altri interpreti del film, nonché maestri di recitazione. Specialmente in De Sica è riscontrabile una classe fuori dal comune, le sue apparizioni, la sua mimica, il modo in cui gestisce i tempi, il ritmo dei dialoghi, sono assolutamente perfetti ed è difficile non accorgersene, anche per i meno esperti. Girato interamente ai Castelli Romani, con la splendida località di Nemi a far da sfondo alla vicenda, “Tempo di villeggiatura” è uno dei migliori film degli anni ’50, davvero consigliabile per chi voglia capire la grandezza del nostro cinema di una volta. A gennaio del 1957 esce invece nelle sale italiane, “Peppino, le modelle e chella llà”, come è facilmente riscontrabile fin dal titolo stesso, punta tutto sul nome di Peppino De Filippo, che ormai è uno degli attori più richiesti del panorama comico nazionale. L’attore partecipa a non meno di 6 film l’anno, con o senza Totò al suo fianco, e proseguirà con questi ritmi fino alla fine degli anni ’60. Popolare quanto lui nel film, c’è solo “Chella llà”, celeberrima canzonetta napoletana che diventa motivetto portante della pellicola nell’interpretazione dell’altro protagonista, ovvero Teddy Reno, che in quegli anni alterna felicemente la carriera di cantante a quella di attore, iniziata proprio sotto l’ala protettrice di Peppino e di Totò. Il film è una commedia amarognola sul mondo degli artisti, è ambientato infatti in Via Margutta, la via degli artisti per eccellenza, ed è confezionata con garbo e con ottimo affiatamento tra gli attori. Su tutti però spicca sempre Peppino, ormai all’apice della sua carriera, nei panni di un impiegato in pensione che frequenta il giro di via Margutta e si spaccia per pittore al solo dichiarato scopo di far colpo su qualche bella ragazza. Si fa dipingere i quadri dall’amico Teddy Reno, fingendo poi, in presenza di modelle, di lavorarci davvero, e in più è anche daltonico: il giallo lo vede azzurro, l’azzurro “rosso-prato” e il rosa non lo vede proprio. Geniale!!! Il film ebbe un buon successo di pubblico ed è curiosa la maniera in cui è descritto il micro-cosmo degli artisti di via Margutta, impersonati da Peppino, Teddy Reno e Giacomo Furia, ovvero come una bonaria banda di seduttori che pensano soltanto, grazie alla loro posizione, di far colpo sulle ragazze, ma giacché siamo ancora nell’Italia moralizzatrice degli anni ’50, o si sposano, o i loro sogni di avventurette di una notte naufragano miseramente. Assicurate anche le belle presenze femminili, che per un film che si rispetti non possono mancare, ci sono infatti Giulia Rubini e Fulvia Franco, miss Italia 1948. Una commedia leggera e spensierata, che rimane, anche e soprattutto grazie alla bravura e alla simpatia di Peppino De Filippo. Un vero e proprio trattato sociologico sulla Roma di fine anni ’50. Ma questi sono anche anni in cui, spopola una diva come Marisa Allasio, una specie di venere tascabile, moderna e simpatica, tanto da essere soprannominata la “Brigitte Bardot d’Italia”. In quegli anni le copertine erano tutte per lei, forse più della Loren e i film confezionati sulla sua misura non si contano. “Marisa la civetta” è uno di questi. Un film delicato, avulso della benché minima volgarità, in cui la Allasio è mattatrice assoluta nei panni di una gelataia di Civitavecchia, che fa la civetta con tutti i marinai del luogo, senza però concedersi mai, nel rispetto della moralità cinematografica dell’epoca. La commedia è leggera, ma niente affatto stupida, e scorgendo l’elenco degli sceneggiatori si capisce il perché. Infatti il film venne scritto da Pier Paolo Pasolini in persona, non ancora regista cinematografico, ma già valente scrittore e intellettuale affermato. Anche “Belle ma povere” è scritto sulle grazie di Marisa Allasio, ed è il seguito di “Poveri ma belli”, incredibile ed inaspettato successo dell’anno precedente. Per la verità lo scettro del successo, la Allasio lo divide con Maurizio Arena, Renato Salvatori, Lorella De Luca e Alessandra Panaro, però rimane lei la vera attrattiva del film, considerato che le sue morbide curve fecero impazzire l’Italia intera, tanto che nel triennio 1956-58 fu denominata la donna più desiderata dagli italiani. Ancora diretto da Dino Risi, regge lo spirito scanzonato del primo capitolo, come regge anche l’affiatamento tra gli interpreti, ormai arrivati al grande successo. In particolare continua ad essere indovinata la fusione tra ambiente popolaresco e aspirazioni piccolo-borghesi: la storia procede per tirate moralistiche ( sui doveri di chi vuole costruirsi una famiglia) e si conclude con due, anzi tre matrimoni. Ma questo è anche l’anno di un piccolo film, che è davvero un gioiellino misconosciuto dell’arte cinematografica. E’ firmato Mario Soldati, scrittore e regista di raffinata cultura, ed è interpretato da Macario e da Nino Taranto. Il suo titolo è “Italia piccola”, ed è un inconsueto film drammatico, che diede modo sia a Macario che a Nino Taranto di dimostrare una notevole versatilità attoriale, non comune nel panorama cinematografico italiano. Ma se questo è l’anno di una bellezza giunonica come quella di Marisa Allasio, è anche l’anno di una vecchia caratterista napoletana, che dal ruolo della governante Caramella ( da “Pane, amore e Fantasia”) in poi, si è guadagnata di diritto la promozione sul campo. Stiamo parlando di Tina Pica, della grande Tina Pica, che con il successo senza precedenti de “La nonna Sabella”, entra di diritto tra le grandi attrici del nostro cinema. E fioccano film incentrati sulla sua figura di autoritaria vecchia dai furori garibaldini che si intromette in tutte le questioni. Piovono contratti e scritture nella seconda metà degli anni ’50, tutte da protagonista assoluta, in film leggeri ma dal successo assicurato. Zie d’America, sceriffe, duchesse, detective in pensione saranno il suo pane quotidiano, con titoli come “Arriva la zia d’America”, ” La zia d’America va a sciare”, “La sceriffa”, “La Pica sul Pacifico” o “Mia nonna poliziotto”. In particolare, piuttosto riuscite appaiono le esperienze de “La sceriffa” e della “Pica sul Pacifico”, due autentici cult-movie. Ne “La sceriffa”, Tina Pica è un’improbabile sceriffa, che sconfiggerà i cattivi un pò con le maniere forti, un po’ con tarallucci e vino. Al di là della surrealtà della vicenda, quel che colpisce del film è l’interpretazione di Tina Pica, scatenata e vera mattatrice della pellicola, dal primo all’ultimo secondo. Lo stesso dicasi per “La Pica sul Pacifico”, splendida parodia de “La diga sul Pacifico”, che porta Tina Pica in un’isola del Pacifico a fare l’esploratrice. Questi erano film semplici, certo, ma ravvivati dalla classe interpretativa di Tina Pica, nata nel 1884, che a 75 anni era arrivata, dopo una vita da comprimaria, a ritagliarsi uno spazio importante nella storia del cinema italiano. D’altronde il suo nome tirava e non poco, considerato che tra il 1956 e il 1959 i film con protagonista Tina Pica erano stabilmente nella Top Ten dei campioni di incassi annuali. A dir la verità abbiamo parlato di due film usciti nel 1959, però giacché avevamo preso l’argomento, era giusto parlarne a questo punto. Ritornando al 1957, vorrei porre l’attenzione su un film girato in estate e uscito in autunno dal titolo “Mariti in città”, per la regia di Luigi Comencini. Un film complesso, ben girato, in qualche modo anticipatore della nascente commedia all’italiana. Bozzetti d’Italia anni ’50, a volte ironici, a volte spregiudicati, sono riscontrabili in questa pellicola, con un grande Nino Taranto a far da capocomico ad un folto gruppo di mariti fedifraghi, che mandano le mogli in villeggiatura e sperano di spassarsela in città con qualche bella turista. Ovviamente la morale dell’epoca è quella che è…e dunque andranno perennemente in bianco. A evidenziare ancora di più il legame con la commedia all’italiana, oltre alla presenza in regia di Luigi Comencini, che ne sarà uno dei padri fondatori; c’è Nino Taranto, che ancora prima di Sordi, si era specializzato a rappresentare memorabilmente le varie tipologie dell’Italiano medio degli anni ’50. Nel decennio successivo, tale prerogativa sarà tutta appannaggio di Sordi. Gli altri mariti fedifraghi sono Renato Salvatori e Memmo Carotenuto, quest’ultimo un altro caso di caratterista di eccelsa bravura, promosso sul campo a “primo attore”. Considerato un lavoro minore di Luigi Comencini, anche un pò ingiustamente, “Mariti in città” è però uno dei migliori film per capire il clima culturale e sociale dell’Italia di fine anni ’50, che si è ormai messa definitivamente alle spalle il ricordo della guerra e guardava con rinnovata fiducia al futuro. Concludiamo il resoconto sull’affollato 1957, con due film, diversi l’uno dall’altro. Il primo è “Tuppe, tuppe, marescià”, pellicola collaterale dei “Pane e amore”, vi appare infatti il personaggio del timido carabiniere Stelluti dei primi due film della serie, quello interpretato da Roberto Risso, che ora a fine anni ’50 è diventato lui stesso maresciallo. De Sica non c’è, però appare in foto, quasi a voler sottolineare un legame della pellicola con i “Pane e amore” precedenti; mentre chi c’è è Peppino De Filippo, vera anima trascinante di una pellicola altrimenti spenta e deludente. La sua presenza è come la luce nella notte, o meglio, come un’oasi nel deserto. Divertente oltre misura, è il solito spasimante di mezz’età, che si sente un latin lovers di prima categoria, ma che invece si ritroverà sempre con un pugno di mosche. Ma questo è anche l’anno di un film tristissimo, ma che forse per questo eccessivo eccesso drammatico, passò praticamente inosservato. Il titolo è “Il maestro”, diretto e interpretato da Aldo Fabrizi, che della continua commistione tra comico e drammatico, ci aveva fatto la cifra portante della sua straordinaria carriera. Lui che era capace di vette comiche surreali e incredibili come quelle della “Famiglia Passaguai”, qui vira sul drammatico, con un film delicato, dolce, pieno di poesia per le piccole cose, crepuscolare e con un’inattesa svolta mistica. E’ la storia di un maestro elementare, che ha perso il suo unico figlio piccolo per un incidente, e grazie all’arrivo di un nuovo alunno ritroverà la forza per ricominciare. L’inattesa svolta mistica è nel volto del nuovo alunno, praticamente uguale a quello riprodotto in un dipinto di Gesù. D’altronde Fabrizi è un regista semplice, ma non certo semplicista, e ogni sua opera, anche registica, ha lasciato il segno nell’economia del cinema italiano. Fabrizi era gia Fabrizi e dunque poteva permettersi di autoprodurre un film chiaramente non popolare, nella misura in cui popolare può essere un film comico. E’ dunque un film molto personale, in grado di lasciare il segno nella critica dell’epoca, che lo dipinse come uno dei film più intimisti del cinema italiano: “Film di questo genere, che danno luogo al soprannaturale, sono o estremamente facili o estremamente difficili. Il Fabrizi regista ha tenuto una decorosa via di mezzo, ha dato alla vicenda un giro garbato e commosso. Anche meglio ha fatto il Fabrizi attore, sostenendo con misurata pateticità e un attento studio di scavo, il personaggio del padre doloroso che è anche quello, ottimamente reso, d’un affabile umanissimo maestro di scuola”. Una pellicola che andrebbe riscoperta, studiata a fondo, perché è una di quelle che davvero meritano una rivalutazione profonda.

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Peppino De Filippo e Teddy Reno pittori di Via Margutta nel film “Peppino, le modelle e chella llà”(1957). Film a colori scanzonato, leggero e molto divertente.
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La locandina originale del film “Marisa, la civetta”(1957), piccolo monumento disegnato sulle grazie di Marisa Allasio, in quell’epoca la donna più desiderata dagli italiani.
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Una delle fotobuste originali del film “Mariti in città”(1957). Vi si riconoscono tre dei protagonisti: Renato Salvatori, Nino Taranto e Giorgia Moll.

• 1958

Si era detto sopra, che nel 1957 era uscito nella sale un prodotto collaterale dei “Pane e amore”, con De Sica che era apparso soltanto in foto ( “Tuppe, tuppe, marescià”); ebbene nel 1958 torna in sala l’originale, con il quarto film della serie: “Pane, amore e Andalusia”, che è per l’appunto l’ultimo, non deprecabile, capitolo delle avventure del maresciallo dei Carabinieri, cominciate 5 anni prima con il leggendario “Pane, amore e fantasia”. A tenere le redini del tutto c’è ovviamente il grande Vittorio De Sica, che oltre ad esserne il protagonista, è anche co-produttore e supervisore alla regia. Il film, rientra nell’ambito di una co-produzione italo-spagnola, ed ecco spiegato l’esotismo dell’Andalusia, del titolo. Gli incassi, anche se in calo rimangono elevati, quel che non cala, invece, è la verve comica di Vittorio De Sica, nei panni del suo personaggio più famoso, coadiuvato con simpatia e onesto mestiere dall’altrettanto grande Peppino De Filippo. In pratica, con “Pane, amore e Andalusia”, la provincia italiana si trasferisce all’estero, con l’utilizzazione di un regista di secondo piano, Javier Setò, ma supervisionato dal solito De Sica, che si occupò anche del commento musicale. Realizzato dopo il fallimento del progetto di un “Pane, amore e nostalgia”, che sarebbe stato girato nel 1956, il carrozzone dei “Pane e amore”, ritrova la luce grazie agli allestimenti finanziari della co-produzione, che trasferisce in Andalusia, le avventure della fortunata serie. Dopo una premessa a Sorrento, si giunge in Spagna, a Siviglia, dove ci sono tante belle donne e tanti luoghi comuni; ma della formazione storica non resta ormai quasi nessuno, per la verità soltanto Lea Padovani e Mario Carotenuto, reduci dal precedente capitolo. Si pensa dunque di affiancare a De Sica, il collega e amico Peppino De Filippo, l’unico attore italiano che sia sempre stato in grado di fare di due attori una coppia. E il film, anche se un pò ripetitivo, rende alla perfezione, con il solito De Sica, che in Andalusia si dedica molto più alle belle donne che alla buona musica. Una pellicola immeritatamente poco conosciuta, perché offuscata dai tre precedenti capitoli, ma che merita ben più di un occhio, per la qualità e il talento degli attori, oltre che per i bei paesaggi da cartolina, di una terra, l’Andalusia, non poi troppo lontana. Rimanendo su De Sica, sempre nel 1958 esce nelle sale “Pezzo, capopezzo e capitano”, un film di guerra a colori, piuttosto raro da reperire, ma che in definitiva è davvero un ottimo prodotto. Co-prodotto italo-tedesco, infatti il film è diretto dal regista tedesco Wolfgang Staudte, con la supervisione del solito De Sica. “Pezzo, capopezzo e capitano”, ambientato chiaramente nella seconda guerra mondiale, racconta la storia di un comandante di un piccolo mercantile italiano, che fa la spola tra Camogli e Genova, e riceve l’ordine d’imbarcare un cannone con un artigliere tedesco per difendersi dagli inglesi. Il capitano, a poco a poco, s’esalta e s’illude di poter partecipare a un’eroica azione navale, ma il poveraccio non riesce neppure a farsi affondare. Nel cast ci sono anche Folco Lulli e un giovanissimo Nino Manfredi. E a proposito dell’attore romano, questo è l’anno di “Carmela è una bambola”(1958), uno dei primi “Manfredi” di successo, e una delle migliori commedie di fine anni ’50. Ispirato al genere turistico-balneare di moda in quegli anni, dato anche che è girato nella splendida costiera amalfitana, il film è tratto dalla famosa omonima canzone portata al successo da Domenico Modugno. Un film che mescola le prorompenti forme della Allasio, con la verve comica di Nino Manfredi, pronto nel 1958 ad entrare nell’Olimpo dei grandi del nostro cinema, e più nello specifico tra i grandi inventori della commedia all’italiana. Un film interessante e divertente…da vedere! E’ la storia di Totò Improta, un guidatore di pullman per turisti e di un’avvocatessa Carmela che si innamora di lui, e che ogni notte da sonnambula, saltando tra i tetti di Amalfi, va a trovare Manfredi nel sonno. Intorno a loro si muove tutto un microcosmo di macchiette gustosissime: il padre di lei ( Ugo D’Alessio) capo-clan arrogante solo a parole; lo psicanalista ( Gianrico Tedeschi) affetto da mille tic; il socio di Manfredi, tuttofare specializzato ( Carlo Taranto). Divertimento assicurato! E siccome questi sono anni intensi per il cinema italiano, sono anche anni in cui si sperimentano i più disparati generi cinematografici. Ne fuoriescono, a volte, dei film bizzarri, particolari, certamente diversi dalla massa, che se a volte non attirano le simpatie del pubblico, creano comunque un certo elemento di rinnovamento nel panorama cinematografico nazionale. Due mesi prima de “I soliti ignoti”(1958), Marcello Mastroianni è nelle sale con la fiaba del romagnolo Aglauco Casadio, ex critico d’arte e documentarista, dal titolo “Un ettaro di cielo”, e al di là della scarsa accoglienza dell’epoca nelle sale, è un film che colpisce, una favola “alla Zavattini” sull’ingenua bontà della povera gente. Girato con due assidui collaboratori di Fellini, del calibro di Ennio Flaiano e Nino Rota, la pellicola, fragile come una bolla di sapone, resiste però intatta fino alla fine, senza un carico eccessivo di simboli, cioè senza prendersi troppo sul serio. Ma le vere colonne portanti, in grado di reggere per tutta la sua durata il film, sono Marcello Mastroianni e Rosanna Schiaffino, talmente bella che li si addice a pennello un versetto del “Cantico dei Cantici”: “soave e maestosa come Gerusalemme”. C’è comunque, è il caso di evidenziarlo, un Mastroianni delizioso nella picaresca poesia del suo personaggio, ingenuo venditore di fumo che sembra credere per primo alle bugie che inventa. Un’opera cinematografica bizzarra, ma per nulla banale: da riscoprire. In questa stagione cinematografica, targata 1958, si inaugura la scia dei filmetti dedicati ai marò, con “Marinai, donne e guai”, diretto da Giorgio Simonelli. Co-produzione italo-spagnola con titolo ricavato da una canzonetta di Domenico Modugno, racconta le allegre peripezie di un gruppo di marinai in libera uscita, sorvegliati dal severissimo sottotenente Campana, interpretato da uno spassoso Ugo Tognazzi. Oltre a Tognazzi, spicca Maurizio Arena, presenza fissa delle commedie leggere e giovanili di quegli anni, sul modello dei “Poveri ma belli”. Scanzonata e godibilissima, “Marinai, donne e guai” è comunque una commedia che ha il suo posto nella storia del cinema italiano, costruita sul mito dell’italiano cacciatore che finisce irrimediabilmente col cacciarsi nei guai. Strepitoso successo di pubblico, ebbe tre anni più tardi un seguito, dal titolo “Pugni, pupe e marinai“, che ha praticamente lo stesso cast. Rimaniamo sul filone marinaresco del termine, con “Promesse di marinaio”, con Antonio Cifariello e Renato Salvatori, ambientato in una splendida e luminosa Taranto, pre-Ilva. In questo film Cifariello divide la scena con un altro corpo schermico tipico del cinema italiano degli anni ’50 e ’60, Renato Salvatori, reduce dal successo delle commedie risiane. L’esile vicenda incentrata sulle peripezie amorose di un gruppo di marinai sbarcati a Taranto da un motosilurante è molto divertente e ha comunque parecchi motivi di interesse. E poi, sempre dello stesso regista e sempre girato in Puglia, c’è “Gambe d’oro”, curiosa commedia calcistica, girata a Cerignola, che ha Totò come presidente della scalcinata squadra di provincia. Però, il più bravo è Memmo Carotenuto, ormai promosso a pieni voti “primo attore”, che qui ha la parte della vita. E’ un commovente allenatore di provincia, pieno di amore per i suoi ragazzi e per il suo mestiere. La sua malinconica interpretazione è in contrapposizione con il potere malvagio del denaro, in grado di cancellare con il suo apparente benessere, quanto di buono si possa creare con la passione, con il sudore, con il sacrifico e l’amore. Un film non stupido, davvero, che merita ben più di una visione. A concludere l’annata, val la pena citare Le sorprese dell’amore, misconosciuta commedia romantica di Luigi Comencini. Una commedia svagata e piacevole che tuttavia, pur andando bene al botteghino (430 milioni di lire di incasso), non ha soddisfatto il regista Luigi Comencini, nonostante la presenza di Walter Chiari, più composto del solito. Senza mezzi termini il regista diede la colpa al solo Walter, sostenendo che se c’era lui in un film, l’insuccesso era probabile. Ora, bisogna notare come il giudizio di Comencini, non si basi sul risultato finale del film, che incassa in maniera ottimale, ma piuttosto paragonandolo ai suoi due precedenti film, Mariti in cittàMogli pericolose, in qualche modo legati alle Sorprese dell’amore, e che hanno incassato almeno 200 milioni di lire in più. Eppure, visto oggi, si nota un Chiari perfetto nel disegnare un personaggio timido e impacciato, che non riesce a dichiararsi alla donna amata. Il film comunque è niente affatto sgradevole e ironizza con delicatezza, non facilmente riscontrabile in altri lavori coevi, sui legami e sui sentimenti amorosi. Da riscoprire, senz’altro.

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Fotobusta originale del film “Marinai, donne e guai”(1958), con Ugo Tognazzi e Lauretta Masiero in primo piano.
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La locandina originale del film “Pezzo, capopezzo e capitano”(1958). Pellicola di guerra, girata sul litorale ligure di Camogli, ha come splendido protagonista il grande Vittorio De Sica, nei panni di un comandante di un piccolo mercantile.
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Una foto tratta dal film “Promesse di marinaio”(1958), girato a Taranto. In primo piano Antonio Cifariello, stella del cinema e protagonista di questa pellicola graziosa e giovanilmente scanzonata.

• 1959

Nel 1959 la commedia all’italiana entra nel vivo, il boom economico è ormai compiuto e l’Italia vive un momento di grande benessere sociale. Il cinema è più attivo che mai, e se dovessimo qui nominare tre/quattro pellicole poco conosciute dell’annata, che meriterebbero un attenta rivalutazione, dovremmo parlare di “Genitori in blue-jeans”, “L’audace colpo dei soliti ignoti”, “Noi siamo due evasi” “Noi gangster”“Genitori in blue-jeans” non è altro che una mini-Dolce Vita ( il capolavoro di Fellini uscì pochi giorni dopo, ma se ne parlava ormai da mesi ): una Dolce Vita, certo, come poteva concepirla un Mastrocinque ( il regista ), superficiale, ridanciana, molto più vicina alla farsa che all’affresco sociale. Eppure lascia il segno, perché il film è davvero divertente e perché nel cast ci sono attori di estrema bravura come Peppino De Filippo, Ugo Tognazzi e Mario Carotenuto. Certo è più buffo che significativo, però è divertente vedere questi genitori in blue-jeans che vorrebbero fare i giovani proprio come i giovani ma non ne hanno ovviamente la tempra,l’inconsapevolezza, la spontaneità. Peppino quì interpreta un ricco sarto, che si reca a Parigi insieme all’amico Mario Carotenuto in cerca di avventure. Proprio quì che avviene la scena più memorabile del film, destinata a rimanere nella memoria collettiva, quella dei due presunti o millantati “latin lovers”, che ingaggiano due modelle per una sfilata di biancheria intima. Inutile dire che il profilo professionale delle indossatrici è l’ultima cosa che interessa ai due. Ma le ragazze alle soglie degli anni ’60, si sono fatte furbe: accettano di indossare la biancheria intima e poi svaniscono, e con loro i progetti parigini dei due seduttori. Insomma “Genitori in blue-jeans  è una sorta di Dolce Vita piccolo-borghese, che tra tanti difetti, si lascia apprezzare e rappresenta a modo suo un piccolo spaccato dell’italiano medio del boom economico. Sociologicamente meno rilevante, forse perché meno pretenzioso, ma molto divertente è scanzonato, “Noi siamo due evasi”, di Giorgio Simonelli, è il primo film incentrato totalmente sulla coppia Vianello-Tognazzi, che ne interpreteranno altri 16, fino al 1963, anno in cui Tognazzi compie il grande salto nella commedia all’italiana d’autore. Quello di “Noi siamo due evasi”, bisogna riconoscerlo, non è un cattivo debutto, anche se il loro miglior film in coppia rimane “Le olimpiadi dei mariti”, girato l’anno successivo, contemporaneamente alle Olimpiadi di Roma ’60. Come coppia Vianello e Tognazzi erano molto ben assortiti. Vianello aveva un tipo di umorismo più inglese, calmo e cerebrale, non privo di una certa eleganza; Tognazzi era più vicino ai vecchi comici dell’avanspettacolo. Ma aveva di suo un’aria intelligente, che talvolta giustificava attribuendo al suo personaggio, nella svaporatezza convenzionale del comico, almeno una dote eccezionale ( in “Noi siamo due evasi” ha il talento dei numeri ). Dava insomma ai suoi personaggi farseschi delle letture un pò distaccate, ironiche; in questo il suo stile era moderno e non ricorreva mai al dialetto. Tognazzi e Vianello in coppia, eccellevano nelle imitazioni, cercando non tanto la mimesi quanto la caricatura. Tale specialità era stata ereditata dal loro impegno televisivo con “Un, due, tre”, celebre varietà Rai anni ’50 con Tognazzi e Vianello mattatori assoluti. E questa peculiarità, una volta fatto il grande balzo nel cinema, venne sfruttate immediatamente sul grande schermo. In “Noi siamo due evasi”, quando vengono scambiati per due pericolosissimi evasi, si travestono da ufficiali Usa, da maratoneti, da frati. Insomma in tutti i loro film in coppia ci sono occasioni per travestimenti folli, che sono state una delle prerogative fondamentali del successo della coppia. “Noi siamo due evasi” è dunque uno dei film più belli di quegli anni, divertente e spensierato, oggi davvero consigliabile. Ebbe uno straordinario successo di pubblico: quinto incasso della stagione 1959-60. Menzione speciale per Titina De Filippo, malata di cuore da tempo, quì al suo ultimo film, nei panni di un’aristocratica tedesca che gestisce una compagnia di assicurazioni dove lavorano Tognazzi e Vianello. Facciamo un salto indietro, nel 1958, al momento in cui uscì nelle sale italiane “I soliti ignoti”, che inaugurò ufficialmente la commedia all’italiana e sarebbe diventato ben presto una delle pietre miliari del nostro cinema. Proprio nel 1959, dato lo straordinario successo di pubblico dei “Soliti ignoti”, viene girato immediatamente il suo niente affatto spregevole seguito, “L’audace colpo dei soliti ignoti”, con alcune importanti modifiche. La regia passa da Mario Monicelli a Nanni Loy; e Nino Manfredi, nei panni di Pied’Amaro, mago dei carburatori, prende il posto del fotografo Peppe del precedente capitolo, interpretato da Marcello Mastroianni. Per il resto il cast rimane lo stesso, c’è Vittorio Gassman, c’è Capannelle, c’è Tiberio Murgia e ci sono anche Renato Salvatori e Claudia Cardinale che nel frattempo si sono fidanzati, suscitando le ire e il ferreo controllo del fratello di lei, Ferribotte ( Tiberio Murgia ). Davvero un bel seguito, che mantiene inalterate le qualità comiche del precedente capitolo e la sua efficacissima pregnanza sociologica; e, dato da non sottovalutare, come il suo prequel rende benissimo al botteghino. Nell’autunno di quella stessa annata, così florida per l’Italia intera, esce nelle sale “Noi gangster”, con Fernandel e Gino Cervi, che per una volta non vestono i panni di Don Camillo e Peppone. E’ la storia di due poveracci che rapiscono un bambino talmente pestifero che pagano loro pur di restituirlo ai genitori. Un’idea curiosa, tratta da un racconto di O’Henry, che lascia davvero il segno. Divertente, surreale, paradossale, ravvivato da una coppia di attori dimostra di funzionare e di convincere, anche al di là dei loro personaggi più celebri. Davvero un film da riscoprire, uno dei sette interpretati dalla celebre coppia composta dall’italo-francese Fernandel e dal bolognese Gino Cervi. Gli altri cinque, eccetto “Il cambio della guardia”(1962), fanno parte della saga di Don Camillo e Peppone. Detto questo, in conclusione, c’è da dire che “Noi gangster” ebbe un grande successo di pubblico al botteghino, sia in Italia che in Francia, grazie alla popolarità e alla classe sopraffina della coppia.

il cinema nascosto parte tre (8)
Peppino De Filippo e Mario Carotenuto in cerca di avventure a Parigi, nel film “Genitori in blue-jeans”(1959), una vera e propria Dolce Vita piccolo-borghese vista dagli occhi dei genitori, che vogliono ancora sentirsi giovani.
il cinema nascosto parte tre (9)
La locandina originale dell’Audace colpo dei soliti ignoti”(1959), che vede della formazione storica dei “Soliti ignoti” la sostituzione di Marcello Mastroianni con Nino Manfredi. Per il resto il cast rimane invariato.
tognazzi e vianello copertina
Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello compaiono in coppia in tanti film, a partire dal 1958 e fino al 1963. La loro bravura comica si basa su innumerevoli e folli travestimenti, nei quali sono i numeri uno. Nella copertina di “Tv-Sorrisi e canzoni” del maggio 1959, Vianello e Tognazzi sono ritratti proprio in uno dei loro proverbiali travestimenti, come quello del film “Noi siamo due evasi”, che rimane una delle loro pellicole più riuscite.
noi gangster
dimostra di funzionare e di convincere, anche al di là dei loro personaggi più celebri.

Fimografia di riferimento

Tempo di villeggiatura (1956), di Antonio Racioppi. Con Vittorio De Sica, Marisa Merlini, Giovanna Ralli, Maurizio Arena, Memmo Carotenuto

Peppino, le modelle e “chella llà”(1957), di Camillo Mastrocinque. Con Peppino De Filippo, Giulia Rubini, Teddy Reno

Marisa la civetta (1957), di Mauro Bolognini. Con Marisa Allasio, Francisco Rabal, Renato Salvatori

Belle ma povere (1957), di Dino Risi. Con Marisa Allasio, Renato Salvatori, Maurizio Arena, Lorella De Luca, Alessandra Panaro

Italia piccola (1957), di Mario Soldati. Con Macario e Nino Taranto

La sceriffa (1959), di Roberto Bianchi Montero. Con Tina Pica, Ugo Tognazzi, Mario Valdemarin

La Pica sul Pacifico (1959), di Roberto Bianchi Montero. Con Tina Pica, Memmo Carotenuto, Ugo Tognazzi

Mariti in città (1957), di Luigi Comencini. Con Nino Taranto, Renato Salvatori, Memmo Carotenuto, Giorgia Moll

Tuppe, tuppe, marescià (1957), di Carlo Ludovico Bragaglia. Con Peppino De Filippo, Giovanna Ralli, Roberto Risso, Lorella De Luca

Il maestro (1957), di Aldo Fabrizi. Con Aldo Fabrizi, Edoardo Nevola, Marco Poletti

Pane, amore e Andalusia (1958), di Javier Setò. Con Vittorio De Sica, Lea Padovani, Peppino De Filippo, Carmen Sevilla

Pezzo, capopezzo e capitano (1958), di Wolfgang Staudte. Con Vittorio De Sica, Folco Lulli, Hélène Remy, Nino Manfredi

-Carmela è una bambola (1958), di Gianni Puccini. Con Nino Manfredi e Marisa Allasio

Un ettaro di cielo (1958), di Aglauco Onorato. Con Marcello Mastroianni e Rosanna Schiaffino

Marinai, donne e guai (1958), di Giorgio Simonelli. Con Ugo Tognazzi, Maurizio Arena, Raimondo Vianello

Promesse di marinaio (1958), di Turi Vasile. Con Antonio Cifariello, Renato Salvatori, Inge Schoener

Gambe d’oro (1958), di Turi Vasile. Con Memmo Carotenuto, Totò, Paolo Ferrari

-Le sorprese dell’amore (1958), di Luigi Comencini. Con Walter Chiari, Anna Maria Ferrero, Sylva Koscina

Genitori in blue-jeans (1959), di Camillo Mastrocinque. Con Peppino De Filippo, Mario Carotenuto, Ugo Tognazzi

Noi siamo due evasi (1959), di Giorgio Simonelli. Con Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello, Titina De Filippo

L’audace colpo dei soliti ignoti (1959), di Nanni Loy. Con Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Claudia Cardinale, Tiberio Murgia, Renato Salvatori, Carlo Pisacane

Noi gangster (1959), di Henry Verneuil. Con Fernandel, Gino Cervi, Jean-Jacque Delbo, Joel Papouf

Domenico Palattella

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