Il cinema nascosto: i capolavori misconosciuti degli anni ’50- parte due (1954-56)

cinema nascosto-parte due
La cinematografia italiana è piena zeppa di capolavori misconosciuti, offuscati nella memoria collettiva, spesso ingiustamente, da altre pellicole più famose e perciò più celebrate. Eppure nei meandri del cinema italiano ci sono da scoprire tanti, tantissimi film davvero degni di nota, che rasentano il capolavoto. Questo accadde soprattutto negli anni ’50, quando il cinema italiano era più fiorente che mai. La foto è tratta dal film “Rascel Fifì”(1956), con Renato Rascel stupendo mattatore della pellicola.

Nella cinematografia italiana dei tempi d’oro, ovvero nello specifico quella degli anni ’50, quando Roma era soprannominata la “Hollywood sul Tevere” e Cinecittà era il fulcro del cinema mondiale, numerosi sono stati i film importanti, i capolavori che tutti conoscono e che sono rimasti nella memoria collettiva. Ma ancora più numerosi e degni di essere ricordati, sono state quelle pellicole ingiustamente cadute nel dimenticatoio, o comunque oggi poco conosciute. Eppure nei meandri della sterminata e vasta cinematografia italiana, c’è da scoprire fior fiori di capolavori segreti. Ci addentriamo dunque, in quella che in gergo cinematografico viene chiamata la “Storia segreta del cinema italiano”. Pellicole di ottima fattura, alcune di pregiatissima fattura, ma pressoché sconosciute al grande pubblico, pellicole spesso offuscate da altre più conosciute e più celebrate. Nel fare questo viaggio è utile, al fine di una migliore comprensione del saggio, suddividerlo in tre parti distinte e autonome, data la vastità temporale dell’argomento in questione. La seconda parte presa in esame è quella che tocca la metà degli anni ’50, anni pieni di pellicole comiche, o comunque brillanti, perché ricordiamo, che dopo le nefandezze della guerra, il pubblico aveva voglia di divertirsi, di gettarsi via alle spalle il periodo cupo e ricostruire l’Italia.

• 1954

Nel 1954 l’industria cinematografica italiana continua a progredire sempre di più e continua a produrre tanti capolavori. Tra gli attori più importanti e richiesti del momento c’è Renato Rascel, reduce dal successo planetario del “Cappotto”, di Alberto Lattuada e dall’interpretazione del fantino Attanasio, nel film “Attanasio cavallo vanesio”, la prima grande commedia musicale della storia del cinema italiano. Nel 1954, sulla scia del successo di Attanasio, il tandem Rascel-Mastrocinque ci riprova e porta nelle sale “Alvaro piuttosto corsaro”, che rappresenta il secondo tentativo di portare nel cinema la rivista musicale, e bissa il successo del precedente film. La verve sempre più sfavillante dell’attore romano, unito al suggestivo technicolor di sgargianti e luminescenti colori, rendono il film una favola dagli effetti comici e dal fascino irresistibili. Uscito nelle sale nell’agosto del 1954, ciò che colpisce è il carattere favolistico dell’opera, caratteristica inusuale nel cinema italiano. La trama si basa sulle peripezie del corsaro Alvaro ( Rascel ) alle prese con una ciurma di pirati che vuole sottrargli una preziosa pergamena e a cui gioca brutti scherzi grazie alla complicità di uno scimpanzé che si porta sempre dietro. Lo scenario è dunque suggestivo, le scenografie sono scintillanti e di cartapesta, lo spettatore lo sa, si accorge che sono solo fondali, ma è proprio questa atmosfera fiabesca e magica a conquistarlo e a farne decretare il trionfo. Quelli di Attanasio e Alvaro, sono dunque  due capolavori, che innovarono per sempre il mondo della rivista, ebbe a dire a tal proposito Morandini: ” Vere e proprie riviste filmate, straordinari documenti visivi di un’epoca irripetibile; le due pellicole assumono un valore enorme più passano gli anni e le epoche, se viste come documenti storici originali di un pezzo di storia italiana, che senza la trasposizione cinematografica sarebbero andate irrimediabilmente perdute”. In questo stesso anno, esce nelle sale un altro delizioso film, diretto e interpretato da Aldo Fabrizi, dal titolo “Hanno rubato un tram”. Aldo Fabrizi ( subentrato a Mario Bonnard che aveva iniziato le riprese ) recupera una delle sue macchiette teatrali più celebri ( quella del tramviere iracondo, ma dal cuore d’oro, tartassato da tutti, superiori e viaggiatori ) e costruisce una commedia piacevolmente leggera, dove spunti comici si intrecciano a momenti più melodrammatici, secondo un stile recitativo e registico, che ha sempre contraddistinto i suoi lavori. Uno spaccato dell’Italia degli anni ’50, leggero ma realistico, con un grande Aldo Fabrizi mai lodato fino in fondo ma che rimane un attore indimenticabile del cinema italiano. “Hanno rubato un tram” è davvero un piccolo gioiellino del nostro cinema, uno di quei capolavori misconosciuti che vanno riscoperti. Creduto perduto, una copia mal-ridotta venne ritrovata negli archivi della Cineteca di Bologna, nel 2004. Restaurata e riportata al suo originario splendore, la pellicola ha ritrovato la luce nel 2005, con la presentazione al festiva del cinema di Venezia e la susseguente distribuzione nel mercato. Davvero un film da vedere, contornato anche da un cast di tutto rispetto, tra i quali spicca il grande Carlo Campanini, uno dei pochi capaci di tener testa ad un attore di incredibile talento come Aldo Fabrizi. Il 1954 è anche l’anno dell’incontro di Totò con Roberto Rossellini, con il film Dov’è la libertà?. Una pellicola sulle peripezie di un ex detenuto che scoprendo l’indifferenza e l’ipocrisia del mondo esterno, preferisce tornare volontariamente in carcere. Quella di Rossellini è una commedia pungente e molto amara, che ebbe peripezie di ogni tipo, a cominciare dall’abbandono di Rossellini. Dopo il ritiro di Rossellini dalla regia, forse pochi lo sanno, l’ultima sequenza del film, quella di Totò che assale il suo avvocato d’ufficio, viene girata da Federico Fellini e questa sarà l’unica occasione nella quale i due si troveranno insieme sul set. Tra le altre peripezie del film, vi fu anche il tentativo di manipolazione da parte di Ponti e De Laurentiis, i produttori, che volevano renderlo meno amaro, e perciò più commercializzabile. Ne uscì un apololgo pessimista e filosofeggiante, capace di operare una certa demistificazione del buon cuore romano, in una Roma gretta e sfasciata, denunciando le sofferenze e gli inganni subiti dagli ebrei durante l’occupazione nazista. Dov’è la libertà ebbe dunque problemi di ogni tipo, ed è oggi uno dei film di Totò, più sconosciuti. Resta però la sofferta e amara interpretazione di Totò, che mette a fuoco, anche grazie a questo film, i segni di una recitazione sobria, umanissima e profondamente realistica, tratti distintivi inconfondibili del suo modo di intendere il cinema. Il 1954 è però anche l’anno di un film particolare, scritto per la celebre coppia composta da Riccardo Billi e Mario Riva, che risulterà poi essere il loro capolavoro. Ma procediamo con ordine. Nel corso dei tanti film comici interpretati dalla celebre coppia nella prima metà degli anni ’50, vengono ammirati e notati dal Maestro Alberto Lattuada, che così come aveva fatto per Renato Rascel col Cappotto, decide di confezionare un film serio, crepuscolare per le corde più poetiche di Billi & Riva. Il film in questione è Scuola elementare, che non è un film comico, anzi piuttosto triste, in puro stile Lattuada. E’ la storia tenera, delicata, a volte commovente di un bidello ( Riva) e di un professore ( Billi) amici dall’infanzia, che hanno in comune la casa e il lavoro nello stesso istituto scolastico della iper-industriale Milano. Sognano di mettersi in affari abbandonando ognuno la propria occupazione, cercando di approfittare del raggiunto benessere economico e dello sviluppo industriale frenetico della città meneghina. Delusi e disillusi torneranno alle loro mansioni, ognuno contento di aver ripreso il proprio posto di lavoro, sacrificando le proprie aspirazioni borghesi. Uno splendido elogio dell’umiltà e del sacrificio professionale, il film tocca le corde della poesia e rasenta il capolavoro, soprattutto quando i due protagonisti, qui monumentali, sono messi a confronto con il mito della Milano produttiva ( “Gomma, magneti, panettoni, acciaio, macchine, miliardi” la descrive Riva dal tetto del Duomo), un mito però che per i due protagonisti è solo un miraggio e un ostacolo alla vita professionale. Un film che ha una chiara visione anticipatrice, come descritto dal Morandini: “Col senno di poi, è qualcosa di più: c’è anche Milano: “macchine, industrie, affari”. E pubblicità, concorsi di bellezza, vetrine. Attraverso le dinamiche spaziali il film riflette la trasformazione di una società, percorrendo il consumismo e l’arrivismo dell’imminente boom economico”. Dignitosa e delicata come un dipinto ad acquerello, la pellicola è piena di riguardo per chi “rimane fuori” ( l’episodio del piccolo scolaro ripetente che grazie all’amore del Maestro Trilli, interpretato da Riccardo Billi, riesce ad essere promosso). Un film che rientra nella ristretta schiera dei capolavori italiani di tutti i tempi, una pellicola che merita di essere vista per capire cosa è il cinema, e cosa di meraviglioso si possa creare con questo mezzo. E’ un film utile a riscoprire anche l’arte di due interpreti straordinari come Billi & Riva, che qui si superano, anche perché diretti, finalmente, da un vero Maestro del grande schermo, ovvero Alberto Lattuada. Quello stesso anno esce nelle sale una co-produzione italo-francese, che annovera per l’Italia calibri come Paolo Stoppa, Alberto Sordi, Silvana Pampanini e Vittorio De Sica; per la Francia Daniel Gélin, Jean Richard e Charles Vanel. Il film è L’allegro squadrone, bonaria satira della vita militare in Ferraniacolor, tratta dalla farsa Le allegrie dello squadrone di Georges Courteline. L’umore sapido e pungente del testo francese viene riadattato alle esigenze degli interpreti (il maresciallo interpretato da Paolo Stoppa, odioso e ottuso come da manuale) o stravolto per aderire alle caratteristiche degli attori (Sordi, esilarante, ripropone il suo personaggio di infingardo pasticcione; De Sica nei panni del pomposo generale): si stempera la satira antimilitaresca, ma ci si diverte con gusto. Il 1954 è anche l’anno del terzo film della cosiddetta “trilogia scarpettiana” di Totò, forse il meno conosciuto dei tre, ovvero Il medico dei pazziUn turco napoletano aveva inaugurato la cosiddetta “trilogia scarpettiana”, con il personaggio di Felice Sciosciammocca, che calza a pennello sulla maschera di Totò, il quale lo arricchisce con le sue classiche divagazioni linguistico-surreali. Felice Sciosciammocca/Totò torna al cinema nel 1954, dicevamo, con Il medico dei pazzi e Miseria e nobiltà, che bissano il successo della pellicola precedente, utilizzando lo stesso sfavillante “ferraniacolor” di Karl Struss. Se Un turco napoletano ha per tema la passione per le donne e Il medico dei pazzi la follia umana, Miseria e nobiltà è incentrato sulla fame. Nei tre film tratti dalle farse omonime di Eduardo Scarpetta si fa un’operazione forse azzardata ma che si rivela di grande impatto: portare il cinema dentro il teatro, dove Totò, come già Zavattini aveva affermato, sguazza al pari di un’anatra nell’acqua. La situazione di Totò a contatto con dei presunti pazzi che fanno delle stranezze, è il motore che dà modo a Totò di esibirsi, in una delle pellicole più riuscite della sua carriera. Il film non ottenne un grande successo, se confrontato con i due precedenti della trilogia, e per questo oggi è meno conosciuto, tuttavia il film è uno dei più amati in assoluti presso gli esperti e gli intenditori dell’arte del principe De Curtis. Curiosità: le riprese iniziarono e si conclusero nel giugno del 1954, in sole tre settimane, dal momento che Totò desiderava partire per la Costa Azzurra insieme all’amata Franca Faldini. E a concludere l’analisi sul 1954, bisogna quì parlare di Giove in doppiopetto, la prima grande commedia musicale della storia del cinema italiano, che vede come suoi mattatori Carlo Dapporto e Delia Scala. Liberamente ispirata all’Anfitrione di Plauto, “Giovedi in doppiopetto” è tutto giocato su equivoci e qui pro quo, magistralmente interpretato da uno spumeggiante Carlo Dapporto, i suoi personaggi stupiscono il pubblico con un infinito repertorio di doppi sensi, incentrati sul comune senso del pudore. La pellicola bissò in maniera incredibile il successo che ebbe in teatro, una pellicola costruita su misura per il personaggio del maliardo, impenitente seduttore con il frac e i capelli tirati dalla gelatina, del grande Dapporto; e per la scatenata e atletica verve comica di Delia Scala. Il film è, inoltre dotato di un cospicuo numero di scene molto divertenti, una di esse rimasta nella memoria collettiva, quella del numero del “bacio con le pere”, interpretata da Dapporto assieme a Franca Gandolfi, futura moglie di Domenico Modugno.

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Aldo Fabrizi, tranviere dal cuore d’oro, tartassato dai suoi superiori nel delizioso film “Hanno rubato un tram”, del 1954.
Alvaro piuttosto corsaro (1954)
La locandina originale del film “Alvaro piuttosto corsaro”(1954), con Renato Rascel e Tina De Mola.

1955

Il 1955 è l’anno di una delle vette assolute del Totò-attore, ma anche delle più dimenticate. Totò e Carolina, venne girato nel 1953, ma ottenne il nulla-osta addirittura due anni dopo, ovvero nel 1955, avendo subito ben 80 tagli censori. Disavventure di ogni tipo dunque, per la pellicola, che si discosta dalla tradizionale produzione del comico napoletano, mettendo in evidenza le sue straordinarie doti di attore a tutto tondo, ed una vena drammatica che sfiora vette di incredibile efficacia. E’ la storia di un agente della Polizia di Stato che deve riportare al paesello una ragazza ( una splendida Anna Maria Ferrero ) scambiata per una prostituta, mentre in realtà è solo scappata di casa perché incinta. Alla fine si intenerisce, e di fronte all’indisponibilità della famiglia di origine della ragazza di ospitarla, decide di adottarla lui stesso. Sceneggiato da Ennio Flaiano, Age e Scarpelli, e diretto da Mario Monicelli, non mancano alla pellicola momenti comici ( Totò che grida a un camion pieno di comunisti e bandiere rosse che deve sorpassare: “Buttatevi a destra!”) o ironici, ma passarono in secondo piano di fronte alle critiche democristiane che accusarono il film di offendere le forze dell’ordine e a quelle del mondo cattolico che non vedeva sufficientemente condannato il tentato suicidio di Carolina. Per questo il film, prodotto nel 1953, fu distribuito, come già detto, soltanto due anni dopo, con una scritta sovraimpressa sulle prime scene in cui si cerca di controbattere alle accuse ( “il fatto stesso che sia interpretato da Totò trasporta il film su un piano particolare”), mentre una serie di battute scomode vennero sfumate nella colonna sonora. Troppo in anticipo sui tempi, Totò e Carolina, era considerato scomodo per l’Italia moralizzatrice, bigotta e democristiana di metà anni ’50. Nell’anno “sordiano” per eccellenza, Alberto Sordi infatti, nel 1955 è nelle sale con ben 13 pellicole, una di queste passa quasi inosservata, eppure è una divertente satira di costume degli anni ’50. Il titolo è Buonanotte…avvocato!, remake del film di Raffaele Matarazzo, L’avventuriera del piano di sopra(1941), interpretato da Vittorio De Sica. Alberto Sordi con questo film aggiunge materiale alla sua incomparabile interpretazione dei difetti degli italiani. Nasce dunque nel segno di Sordi, la commedia all’italiana, della quale questo film è uno degli esempi più limpidi, ma anche più sconosciuti. Alberto è il solito marito in cerca di avventure, avvocato stimato, è intenzionato ad approfittare dell’assenza di sua moglie ( Giulietta Masina ) per compiere adulterio, che ovviamente non andrà a buon fine. Nella leggerezza delle situazioni l’osservazione dell’attore romano non manca di lasciare il segno, con la sua puntuale registrazione di piccole vigliaccherie e compromessi, che lo ergeranno come il più grande interprete dei vizi e delle (poche) virtù dell’italiano medio. Ebbe una ridotta risonanza, ma tutto sommato ingiustamente, e non perché andò male al botteghino, I due compari, girato nell’estate del 1955 e uscito in autunno. La pellicola è un tentativo non disprezzabile, anzi tutt’altro, di rilanciare Peppino De Filippo e Aldo Fabrizi come coppia comica autonoma, un pò sulla falsariga di Stanlio e Ollio. Si tratta, fra l’altro, dell’ultimo film diretto da Carlo Borghesio, un regista tra i più dimenticati, che nel primo dopoguerra aveva dato al cinema italiano alcune commedie vagamente neorealiste di grande successo, tutte interpretate da Macario: Come persi la guerra, L’eroe della strada, Come scopersi l’America, Il monello della strada. Anche questo film, al pari di quelli appena ricordati, è una farsa non priva però di serietà, di ripiegamenti patetici: secondo l’uso non soltanto di Borghesio, ma anche dello stesso Fabrizi. Senonché questo ripiegamento patetico della storia, finisce per punire un pò gli spunti comici del film, quasi tutti sulle spalle di un eternamente affamato Peppino ( che napoletanamente, chiama “maccheroni” tutta la pasta ). La trama ricorda per certi versi quella di un classico di Frank Capra, Signora per un giorno (1933): un genitore povero che ha illuso la figlia di essere ricca, mantenendola a prezzo di mille sacrifici in un collegio esclusivo, si trova adesso a dover spiegare alla ragazza come stanno le cose in verità. Senonché nel film di Capra tutto filava miracolosamente liscio, e alla fine vinceva la favola. Quì invece la finzione viene bruscamente sospesa e sorpresa. Le cose, bisogna dire, vanno ugualmente a finire bene, ma non esistono miracoli e coincidenze eccezionali: soltanto un pò di buon senso da parte dei ricchi, estrema eredità del patto sociale neorealista. Certamente Peppino e Fabrizi erano già apparsi insieme in numerosi film, da Campo de’ FioriLa famiglia Passaguai, da Signori, in carrozza!Siamo tutti inquilini, e insieme fino a fine carriera ne interpreteranno altre 22 di pellicole, per cui la loro accoppiata non si può certo dire una novità: ma quì più che altrove si tenta di usarli come coppia fissa protagonista, come spalla uno dell’altro. Aldo e Peppino, il grasso e il cretino, ennesima riproposta all’italiana dei mitici Laurel e Hardy ( fin dai titoli di testa le silhouette dei protagonisti definiscono le caratteristiche di partenza della coppia, potrebbero essere quelle di una qualunque comica di Hal Roach di fine anni ’20 ). Eppure i due attori in coppia, divertono e convincono, nonostante qualche insistenza patetica di troppo. I due compari del titolo, non sono altro che due poveracci, mezzi venditori e mezzi truffatori: Fabrizi richiama l’attenzione dei passanti parlando di un progetto di abolizione delle tasse, poi cerca di affibbiare loro penne stilografiche che non scrivono; Peppino gli fa appunto da compare, fingendosi un onesto cittadino qualunque e acquistando la prima penna della partita con un biglietto falso. E siccome la coppia funziona, pochi mesi dopo riecco Aldo Fabrizi e Peppino De Filippo insieme, in un altro film, che ha anche più successo del precedente, I pappagalli, che non un vero e proprio film di coppia, ma piuttosto una pellicola appartenente al filone delle “storie parallele”, o meglio dei film a episodi intrecciati. E’ dedicato al mondo delle servette, ai loro sogni e ai loro amori che durano (i più fortunati) lo spazio di una domenica. Anche se a dir la verità, la commedia è più attenta a sfruttare le possibilità comiche degli attori che a qualsiasi lettura di costume. Il trait d’union è Aldo Fabrizi, truccato con baffoni e sopracciglia da cattivo del muto, nel ruolo di un portinaio ed ex carabiniere che ogni tanto fa ancora confusione tra l’antico e il nuovo mestiere. E poi c’è Alberto Sordi nei panni di un padrone di casa che in assenza della moglie seduce la sua cameriera; ma soprattutto Peppino De Filippo, il motore trascinante del film, travolgente nei panni di un fruttarolo sedicente cleptomane. Nel film è fidanzato con la matura servette Elsa Merlini, che gli tira i baffi e, quel che è peggio, si mette in testa di erudirlo: lo porta a una mostra d’arte astratta, poi a un concerto da camera, dove Peppino è strepitoso nel tenere la scena comica: gli viene, la noia, poi il raffreddore e infine il singhiozzo, disturbando l’esibizione canora. A fine pomeriggio potrà finalmente sfogarsi un una trattori trasteverina, dove lascia ad un tavolo la serva “intelligente” e si aggrega alla tavolata degli amici che cantano allegramente canzoni da osteria, che ascoltano senza darci troppo peso il resoconto del suo pomeriggio “kultural”. Ma questo è anche l’anno del prodromo di Poveri ma belli, ambientato a Milano, invece che a Roma, ma sempre con la giovanissima Marisa Allasio protagonista. Ragazze d’oggi è una commediola rosa semplice e spigliata sul disfacimento della famiglia tradizionale messa in crisi dalle tentazioni della ricchezza, ambientata in una Milano che respira già il boom economico. Il regista Luigi Zampa è bravo nel costruire un film che rimpiange i valori tradizionali che la modernità vorrebbe cancellare, e in questo è quasi profetico. Come riuscito appare il ritratto di Paolo Stoppa, insolitamente composto e quasi commovente nei panni dell’ingenuo padre di Marisa Allasio, che intanto si affaccia ad una prima piccola ribalta nazionale, a soli 19 anni. Riuscito appare oggi anche La moglie è uguale per tutti, di Giorgio Simonelli, che poggia tutto sulla classe di Nino Taranto, il quale interpreta abilmente il ruolo del cinico e misogino avvocato Antonio De Papis, scapolo impenitente e specialista in cause di separazione matrimoniale, ma che cadrà inevitabilmente tra le braccia della bella segretaria, interpretata da Nadia Gray. Alla soglia dei cinquant’anni, Nino Taranto si conferma quindi come uno degli attori più adatti a rappresentare le varie tipologie dell’italiano medio, specializzandosi tuttavia in particolar modo nella caratterizzazione del padre di famiglia, dove mette egregiamente in luce i vari aspetti caratteriali e sociali come quello del rapporto tra coniugi, della gelosia, dell’infedeltà matrimoniale e dell’insanabile conflitto tra genitori e figli. E il 1955 è anche l’anno de La ragazza del Palio, con l’americana Diana Dors e un giovane Vittorio Gassman nei panni del principe Piero di Montalcino, in uno dei suoi primi ruoli importanti. La ragazza del Palio è un film romantico, ambientato nella famosa piazza del Palio di Siena, che non ebbe molta fortuna in Italia, bensì parecchia all’estero. Confezionato principalmente come prodotto d’esportazione per favorire il turismo, il film, ingiustamente, non piacque neanche alla critica dell’epoca, che lo stroncò pesantemente. Il 1955 si conclude poi, con una commedia indiavolata, movimentata e dal ritmo frenetico, ma anche molto molto divertente, dal titolo Io piaccio, anche conosciuta con il titolo de La via del successo con le donne. Scritto da umoristi salaci e arguti, come Metz e Marchesi e diretto da Giorgio Bianchi, il film è interpretato da un vero e proprio “tris della comicità”, come li definiva non a torto una frase di lancio. Il trio è quello composto da Peppino De Filippo, Walter Chiari e Aldo Fabrizi. Il film è una specie di “Elisir d’amore” novecentesco, ispirato ad un delizioso film americano di qualche anno prima, ovvero Il magnifico scherzo, irresistibile pellicola di Howard Hawks con Cary Grant e Ginger Rogers che incappano in un esperimento scientifico e regrediscono allo stato infantile. Con il bizzarro Io piaccio, invece, il baldanzoso scienziato interpretato da un Walter Chiari strepitoso, trasforma i pazienti in veri e propri latin lovers o sciupafemmine incalliti. Peppino De Filippo è invece, l’assistente in seconda dello scienziato Walter Chiari, mentre Fabrizi è il classico commendatore, finanziatore dello studio scientifico, che naturalmente ha l’amante giovane e attraente, interessata più ai soldi che a lui. Costruita su un soggetto di indubbia originalità questo film rimane davvero come una delle più graziose commedie degli anni ’50, condita da una spruzzatina di satira di costume, che fa di essa, una delle prime commedie all’italiana in assoluto.

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Totò, agente della Polizia di Stato nel film “Totò e Carolina”(1955), incaricato di riportare al paesello la povera Carolina, interpretata da una strepitosa Anna Maria Ferrero.
I due compari (1955)
la locandina originale del film “I due compari”(1955), che aveva nelle intenzioni di lanciare Aldo Fabrizi e Peppino De Filippo come coppia comica autonoma…e non fallì nel suo intento. Gran film!

• 1956

E’ dell’annata 1956, un film molto bello, che rappresenta uno scontro tra titani, in un periodo in cui entrambi sono all’apice della loro carriera. Sto parlando di Aldo Fabrizi e Alberto Sordi, interpreti-mattatori della pellicola Mi permette babbo?, diretta dal veterano Mario Bonnard. Un classico del cinema italiano, quando quest’ultimo sapeva ancora essere leggero senza scadere nel becero. Qualità sopraffina per una deliziosa commedia che vive tutta sugli irresistibili duetti dei due protagonisti, che sono anche due scuole di cinema: Fabrizi campione di umanità concreta e prosaica, attento al soldo e al piatto pieno; Sordi abilissimo a evitare qualsiasi fatica lavorativa per vivere alle spalle degli altri. E’ la storia esilarante di un macellaio da generazioni ( Fabrizi ) che sopporta a fatica il giovane genero ( Sordi ) eterno studente di bel canto, che vive alle spalle del suocero. Davvero un film da consigliare, per chi non lo conoscesse. Altro gioiello dell’annata è Rascel Fifì, che come si evince fin dal titolo è un one man show di estrema bravura di Renato Rascel. E’ il primo dei due film, che porta la firma di Rascel già nel titolo, cosa riuscita solo ai grandi comici, come per esempio a Totò. Rascel Fifì è uno dei migliori risultati cinematografici di Renato Rascel, e più in generale di tutti gli anni ’50. Gustosa satira dei film di gangster, Rascel Fifì, trae spunto da una trasmissione televisiva di successo di quello stesso anno, Rascel la nuit”, in cui Guido Leoni e Dino Verde ( regista e sceneggiatore ) recuperano alcuni sketch di successo della stessa trasmissione ( la ballerina classica, il bambino discolo, il cuoco, il marinaretto ), e imbastiscono la colonna portante del film. Alla pellicola viene conferita poi una spruzzata di noir, nel tentativo di parodiare il contemporaneo Rififì, e il gioco è fatto. Al resto ci pensa la vis-comica e il talento interpretativo di Renato Rascel, all’apice della sua carriera, che diverte e convince, con stile ed un pizzico di surreale comicità.Realizzato con un budget limitato di circa 130 milioni, il film incasserà quattro volte tanto, toccando la somma di 520 milioni di lire ( terzo incasso della stagione ). Nel cast anche Dario Fo e Franca Rame, giovanissimi. A fine 1956 invece, esce nelle sale Amore e chiacchiere, una favola morale con spunti satirici ( la stigmatizzazione degli eventi, vizio radicato negli italiani; la vanità della parola ridotta a chiacchiera ) e con lungimiranti intuizioni ( l’importanza della tv, che stava iniziando ad ingranare proprio in quell’annata ). A tener le redini del tutto, ci sono Vittorio De Sica nei panni del vicesindaco di una piccola città di provincia; e Gino Cervi, ricco industriale che vuole corromperlo. Una farsa strapaesana, di quel genere bucolico, di moda nella seconda metà degli anni ’50. Un film comunque apprezzabile e di pregevolissima fattura, in regia abbiamo infatti Alessandro Blasetti, Maestro indiscusso del cinema italiano.

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Scontro tra titani nel film “Mi permette babbo?, del 1956. Aldo Fabrizi macellaio e Alberto Sordi genero scroccone divertono nei loro irresistibili duetti. Due scuole di cinema: chapeau!
amore e chiacchiere
La locandina originale del film “Amore e chiacchiere”(1956), che vede protagonisti, attori del calibro di Vittorio De Sica e Gino Cervi.

• Filmografia di riferimento

Alvaro piuttosto corsaro (1954), di Camillo Mastrocinque. Con Renato Rascel e Tina De Mola

Hanno rubato un tram (1954), di Mario Bonnard e Aldo Fabrizi. Con Aldo Fabrizi e Carlo Campanini

-Dov’è la libertà (1954), di Roberto Rossellini. Con Totò, Leopoldo Trieste, Franca Faldini

Scuola elementare (1954), di Alberto Lattuada. Con Riccardo Billi e Mario Riva

-L’allegro squadrone (1954), di Paolo Moffa. Con Alberto Sordi, Vittorio De Sica, Paolo Stoppa, Jean Richard

– Il medico dei pazzi (1954), di Mario Mattoli. Con Totò, Aldo Giuffrè, Franca Marzi, Mario Castellani, Tecla Scarano

-Giove in doppiopetto (1954), di Daniele D’Anza. Con Carlo Dapporto, Delia Scala, Franca Gandolfi, Lucy D’Albert

Totò e Carolina (1955), di Mario Monicelli. Con Totò e Anna Maria Ferrero

Buonanotte…avvocato (1955), di Giorgio Bianchi. Con Alberto Sordi e Giulietta Masina

I due compari (1955), di Carlo Borghesio. Con Aldo Fabrizi e Peppino De Filippo

– I pappagalli (1955), di Bruno Paolinelli. Con Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo, Alberto Sordi, Titina De Filippo

-Ragazze d’oggi(1955), di Luigi Zampa. Con Marisa Allasio e Paolo Stoppa

-La moglie è uguale per tutti(1955), di Giorgio Simonelli. Con Nino Taranto e Nadia Gray

-La ragazza del Palio (1955), di Luigi Zampa. Con Diana Dors e Vittorio Gassman

Io piaccio! (1955), di Giorgio Bianchi. Con Walter Chiari, Peppino De Filippo e Aldo Fabrizi

Mi permette babbo? (1956), di Mario Bonnard. Con Alberto Sordi e Aldo Fabrizi

Rascel Fifì (1956), di Guido Leoni. Con Renato Rascel, Dario Fo e Franca Rame

Amore e chiacchiere (1956), di Alessandro Blasetti. Con Vittorio De Sica e Gino Cervi

Domenico Palattella

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