Il cinema nascosto: i capolavori misconosciuti degli anni ’50-parte uno (1950-53)

aldo fabrizi 2
La cinematografia italiana è piena zeppa di capolavori misconosciuti, offuscati nella memoria collettiva, spesso ingiustamente, da altre pellicole più famose e perciò più celebrate. Eppure nei meandri del cinema italiano ci sono da scoprire tanti, tantissimi film davvero degni di nota, che rasentano il capolavoto. Questo accadde soprattutto negli anni ’50, quando il cinema italiano era più fiorente che mai. La foto è tratta dal film “Papà diventa mamma”(1953), con Aldo Fabrizi e Ave Ninchi.

Nella cinematografia italiana dei tempi d’oro, ovvero nello specifico quella degli anni ’50, quando Roma era soprannominata la “Hollywood sul Tevere” e Cinecittà era il fulcro del cinema mondiale, numerosi sono stati i film importanti, i capolavori che tutti conoscono e che sono rimasti nella memoria collettiva. Ma ancora più numerosi e degni di essere ricordati, sono state quelle pellicole ingiustamente cadute nel dimenticatoio, o comunque oggi poco conosciute. Eppure nei meandri della sterminata e vasta cinematografia italiana, c’è da scoprire fior fiori di capolavori segreti. Ci addentriamo dunque, in quella che in gergo cinematografico viene chiamata la “Storia segreta del cinema italiano”. Pellicole di ottima fattura, alcune di pregiatissima fattura, ma pressoché sconosciute al grande pubblico, pellicole spesso offuscate da altre più conosciute e più celebrate. Nel fare questo viaggio è utile, al fine di una migliore comprensione del saggio, suddividerlo in tre parti distinte e autonome, data la vastità temporale dell’argomento in questione. La prima parte presa in esame è quella che tocca il primo quadriennio degli anni ’50, anni frenetici, di rilancio per il cinema, anni pieni di pellicole comiche, o comunque brillanti, perché ricordiamo, che dopo le nefandezze della guerra, il pubblico aveva voglia di divertirsi, di gettarsi via alle spalle il periodo cupo e ricostruire l’Italia.

• 1950

Il primo anno del nuovo decennio si apre all’insegna del disimpegno. Ed è chiaro che la commedia brillante, è quella che la fa da padrona. Le maggiori vedette internazionali del periodo, sono tutti attori comici, magari presi in prestito dalla rivista o dall’avanspettacolo. Da quì arrivano infatti tutti gli attori che sfonderanno nel cinema comico-brillante: Totò, Renato Rascel, Tino Scotti, Aldo Fabrizi, Walter Chiari, Nino Taranto, Riccardo Billi, Mario Riva e altri ancora. In questo contesto culturale, il 1950 è foriero di numerose pellicole comiche di successo, alcuni di essi caduti però in un inspiegabile oblìo. In una veloce selezione delle pellicole oggi misconosciute, però meritevoli di rivalutazione, per il 1950 vanno selezionate almeno tre pellicole: I cadetti di GuascognaE’ arrivato il cavaliere!Le sei mogli di Barbablù. Quello dei Cadetti di Guascogna è un film che inaugura un filone di successo, i protagonisti sono Walter Chiari, Ugo Tognazzi, Carlo Campanini e Billi & Riva, che interpretano appunto i “Cadetti di Guascogna”, dall’omonima canzone del Maestro Armando Fragna. La pellicola fu uno dei grandi successi della stagione, considerato che, a parte Chiari e Campanini, era formata da autentici esordienti nel mondo del cinema, quì c’è infatti il debutto di Tognazzi e il battesimo del “soldato Pinozzo”, celebre macchietta di Carlo Croccolo, oltre al già citato debutto della coppia composta da Billi & Riva. La pellicola ha successo anche perchè è fresca, veloce, spontanea e semplice, modellata sui musical americani di ambiente militare, con tante scene godibili. Ma il 1950 è anche l’anno in cui Steno e Monicelli in tandem, scrivono per Tino Scotti, una commedia divertente e stralunata, tutta incentrata sulle sue assurde gestualità e sui strampalati giochi verbali: “E’ arrivato il cavaliere!”, è un riuscito adattamento della stessa commedia teatrale di successo firmata da Marcello Marchesi con uno scoppiettante Tino Scotti, sempre magnificamente sovra-eccitato e iper-attivo. La trama, frammentata ed episodica, come l’originale teatrale, non sempre funziona, ma alcuni momento rimangono di grande effetto comico sopratutto le scene con il pestifero e viziatissimo figlio del “cummenda” (il piccolo ha cinque anni ma ciò non gli impedisce di giocare a poker, bere vino e fumare una sigaretta) e la strampalata città sotterranea dove vive il protagonista assieme ad altri sfollati della seconda guerra mondiale. Il film è anche pieno di battute e riferimenti a eventi di cronaca dell’epoca, non sempre di facile interpretazione oggi. La pellicola, facendo perno sulla frenetica comicità di Tino Scotti, trascrive in immagini la commedia leggera Ghe pensi mi (1949; soprannome dell’esagitato protagonista). Il pretesto è quello di una sorta di città dei barboni alla periferia di Milano la quale sta per essere smobilitata per esigenze “immobiliari” legate al solito riccone di turno. Il nostro “cavaliere” – una specie di vagabondo, ricalcato sullo Charlot di Tempi moderni (1936), che però parla continuamente – riesce a sventare il pericolo: a Ostia aiuta un ministro dall’aria democristiana in dolce compagnia a non farsi scoprire (la moglie è in agguato) e ottiene in cambio il terreno ove dimorano i suoi amici mendicanti. Lo spunto narrativo, che verrà poi sviluppato nel più noto Miracolo a Milano (De Sica, 1951), è la scusa per una serie di vignette divertenti, sostenute dall’interpretazione bizzarra, divertente e quasi sempre, volutamente, sopra le righe di Tino Scotti. Il pubblico apprezzò, tanto che il film arriverà ad incassare più di 250 milioni di lire, viceversa alla critica piacque molto meno. “E’ arrivato il cavaliere!”(1950), diretto da due registi importanti come Steno e Mario Monicelli, è stato restaurato nel 2007 e presentato al festival di Venezia nell’edizione di quello stesso anno. L’ultimo dei tre film, ingiustamente offuscato, è Le sei mogli di Barbablu, una delle pellicole di Totò meno conosciute, ma non meno belle. Il 1950 è l’anno di Totò: interpreta ben otto film, pochi giorni di lavorazione e via. Tutto il peso del film è come sempre sulle spalle del comico che è perfetto in questo noir-comico, contaminato da elementi horror. Il film si rifà alla storia di Barbablù di Charles Perrault, seduttore assassino che attirava donne e ragazze per ucciderle. Totò però è sempre Totò, che gira il film in contemporanea con tutti gli altri film del 1950, mentre è impegnato in teatro con Bada che ti mangio. Quello de Le sei mogli di Barbablù è uno dei film di routine del periodo, che però contiene alcune delle sue prestazioni marionettistiche migliori. E’ la storia di Totò Esposito(Totò), in fuga dall’odiatissima moglie e viene scambiato per l’investigatore Nick Parter, venuto in Italia per arrestare il misterioso Barbablù, che ha già ucciso cinque mariti e rapito le rispettive mogli. Sarà costretto a fingersi in viaggio di nozze con la giornalista Lana Ross(Isa Barzizza) che spera così di attirare Barbablù in una trappola e dare lo scoop al proprio editore(Tino Buazzelli), che poi si scoprirà essere proprio lui Barbablù. Il film incassa oltre 250 milioni di lire, tanto, ma inferiore alla media a cui era abituato Totò. Forse è proprio per questo che tra i film del Principe De Curtis, questo è uno dei meno conosciuti. Curiosità: il titolo del film, durante la lavorazione, prima di quello definitivo, cambiò varie volte: Totò contro Barbablù, poi Prendetelo vivoL’assassino bussa tre volte.

i cadetti di guascogna- locandina
La locandina originale del film “I cadetti di Guascogna”(1950), con Walter Chiari, Carlo Campanini e Ugo Tognazzi.
è arrivato il cavaliere- foto
Una foto di scena tratta dal film “E’ arrivato il cavaliere”(1950), con uno straordinario Tino Scotti. Al lato dell’attore milanese si riconoscono anche Galeazzo Benti e la bellissima Silvana Pampanini.
le sei mogli di barbablù- locandina
La locandina originale de “Le sei mogli di Barbablù”(1950), con Totò e Isa Barzizza.

• 1951

Uno dei film più interessanti del 1951, ma passato quasi inosservato è Mamma mia, che impressione!, il primo film che ha per protagonista assoluto un giovanissimo Alberto Sordi. L’attore romano, supportato da Vittorio De Sica, il quale, entusiasta del nuovo talento, entrò in società con lui per produrre il film, costruì la pellicola intorno a una delle sue macchiette più collaudate, quella del boy scout dell’Azione cattolica, trasformandosi per l’occasione in un bambinone biondo e grassoccio, un pò ritardato, petulante e impiccione. Una certa ripetitività delle situazioni e una certa insistenza logorroica del personaggio, impedirono a molti di accorgersi delle novità in atto, che erano numerose e cospicue. Prima tra tutte, la formidabile carica di crudeltà di Sordi nei confronti del suo stesso personaggio. Non c’erano precedenti, in Italia, di protagonista comico che fa ridere con la propria abiezione, col quale il pubblico è chiamato a solidarizzare disprezzandolo al tempo stesso. Per il comico di solito si fa il tifo, perché è un debole, uno sprovveduto o uno sfortunato. Sordi invece, che è figlio del boom economico, ha tutti i comfort, e allora non è un “comico della fame”, come i partenopei Totò, Taranto o i De Filippo, lui è un cinico e allo stesso tempo diabolico ragazzaccio dell’Italia splendente degli anni ’50. Tuttavia il film, che fa molto ridere ancora oggi, rivederlo per credere, non incassò, e gradualmente è sceso nel dimenticatoio. Eppure merita davvero attenzione. Diversamente andò invece E’ arrivato l’accordatore, che ha come protagonista il grande Nino Taranto, in anni in cui l’attore partenopeo stava ottenendo ampi consensi nella commedia brillante. E’ arrivato l’accordatore è una pellicola che ha ritmo, verve comica e gode di un cast molto ben assortito. Accanto a Nino Taranto c’e la bella attrice emergente Antonella Lualdi, e poi ci sono attori affermati come Virgilio Riento e Ave Ninchi, oltre ad Alberto Sordi nel solito ruolo del bambinone cresciuto. E’ senza dubbio una parata di comici, per una spigliata commedia ispirata alla pièce di Pierre Wehee, dal titolo Gonzague. E’ la storia di un poveraccio ( N.Taranto ), che viene scambiato per l’accordatore di pianoforti. Invitato al pranzo di fidanzamento della figlia (A. Lualdi) di un ricco avvocato, solo per fare il quattordicesimo a tavola, l’inatteso ospite creerà scompiglio durante il pranzo, e accettando per fame di trasformarsi nell’ambasciatore del “Nica Rica”, saprà strappare la bella ragazza all’inconsistente fidanzato ( Sordi), sgominando oltretutto una banda di truffatori. Commedia scatenata, che per la verità non nasconde il suo impianto teatrale, ma che tuttavia vive tutta sulle solide spalle di Nino Taranto, il quale non tradisce le aspettative. Deliziosa la scena del pranzo, in cui Nino Taranto non riesce mai a mangiare, perché accade sempre qualcosa per cui a tavola si rimane sempre in 13, e all’ennesima bizza della padrona di casa risponde “signò fatem mangià, ma che m’avete preso per un caché”. Per anni ritenuta perduta, la pellicola, restaurata, ha ritrovato la luce nei primi anni 2000. La versione in circolazione oggi, è evidentemente mutilata ( degli originali 90 minuti, ne mancano quasi 10), ma ciò, ne sono sicuro, non fa altro che aumentare il fascino di una pellicola, resuscitata quasi all’improvviso, è proprio il caso di dirlo. Rimanendo ancora focalizzati su Nino Taranto, vero e proprio stakanovista cinematografico della stagione, val la pena segnalare la pellicola “Tizio,Caio,Sempronio”, un film in costume molto riuscito con un dispiego di mezzi e comparse davvero imponente. Interamente girato a Cinecittà le scenografie dell’Antica Roma, saranno riprese pari pari qualche mese dopo, dal primo dei Kolossal americani girati a Cinecittà, ovvero “Ben Hur”. Trio d’eccezione ( Nino Taranto, Aroldo Tieri e Virgilio Riento ) per una riuscita rievocazione di un momento importante della Roma antica, ovvero quella del 44 a.c. quando viene ucciso Giulio Cesare nelle famose Idi di Marzo. La storia chiaramente è ridotta a farsa, ma la sceneggiatura di Metz, Marchesi, Steno e Monicelli è spigliata, e i rimandi all’attualità ( i cesaristi con i loro mantelli neri e i saluti, ovviamente, romani ), sono efficacissimi e molto divertenti, nel loro qualunquismo politico fatto di voltagabbana e opportunisti. Anche questo film è stato per anni ritenuto scomparso , restaurato di recente dalla Cineteca di Bologna. Un piccolo gioiellino di comicità elegante e popolare, che fa parte di quel “Cinema nascosto”,  pullulante di pellicole misconosciute davvero meritevoli di studio e considerazione. E poi in quest’annata c’è Anema e core, con quei pazzi di Riccardo Billi e Mario Riva, che sono stati la prima grande coppia fissa del cinema italiano. Anema e core è forse il miglior film della coppia, di certo il miglior film realizzato in tandem con Mario Mattoli, con il quale realizzarono sette film. Il film è cesellato per Billi & Riva, letteralmente cucito addosso alle loro qualità comiche, più l’apporto del tenore Ferruccio Tagliavini, che qua e là incanta il pubblico con le sue doti canore. I personaggi di Billi & Riva sono particolarmente riusciti, quelli dei due ladri per forza, che mentre tentano un colpo in casa di un impresario, rimangono folgorati dalla voce dell’elettricista ( Tagliavini), e decidono di investire tutti i loro risparmi per farlo esordire come tenore. La rapida metamorfosi ‘morale’ dei personaggi di Billi e Riva, da ladri a impresari musicali, è la cosa più bella del film e rende positivamente i loro personaggi, considerato anche l’Italia moralizzante e moralizzatrice di quegli anni, per cui neppure le commedie potevano permettersi di presentare stereotipi negativi, di malfattori, se non per punirli esemplarmente. Ci sarà il lieto fine per tutti, anche per i nostri eroi, che diventeranno ricchi facendo i manager del nuovo tenore. Ottimo successo di pubblico, gli incassi toccarono i 400 milioni di lire e le stelle di Billi & Riva brillavano luminose. Un riconoscimento importante per due attori, che hanno il loro posto indelebile tra i grandi del nostro cinema. Ma rimanendo ancora focalizzati su Billi & Riva, il 6 marzo del 1951 esce nelle sale il film Arrivano i nostri, che ha lo stesso cast e gli stessi sceneggiatori de I cadetti di Guascogna, c’è infatti Walter Chiari, e manca solo Tognazzi per la verità. E’ un film funambolico, un altro affettuoso tributo di Mattoli al teatro di rivista e alla sua gente. Una pellicola ricca di trovate, dove Walter Chiari, insieme alla coppia composta da Billi & Riva divertono e si divertono con classe, per una riuscita commedia popolare di carattere collettivo, costruita con brio e ritmo, arricchito da un cast di esperti caratteristi. Gli incassi accertati superano i 400 milioni di lire, sul livello di un film di Totò di successo, per darvi un paragone. A concludere l’annata, vanno citati sia Cameriera bella presenza offresi, omaggio di vari attori ad Elsa Merlini, tra cui spicca l’esilarante episodio che ha per protagonista Aldo Fabrizi; che Noi due soli, gustosa commedia di costume sui cui si innesta una originale trama di fantascienza. Supportata dalla comicità surreale e stralunata della coppia Chiari-Campanini, il film colpisce davvero per la sua capacità di sorprendere il pubblico.

è arrivato l'accordatore
La locandina originale del film “E’ arrivato l’accordatore”(1950), con Nino Taranto e Alberto Sordi.
mamma mia che impressione film
Alberto Sordi boy scout nel film “Mamma mia, che impressione”(1951), il suo primo film da protagonista.
noi due soli
La locandina originale del bizzarro film di Metz & Marchesi, “Noi due soli”(1951), con Walter Chiari e Carlo Campanini.

1952

Il 1952 è l’anno di Titina De Filippo, prende parte a 7 film, con o senza i fratelli Eduardo e Peppino, considerato che dopo il clamoroso successo di Filumena Marturano, dell’anno precedente, la stessa Titina ha conquistato una propria autonomia attoriale. Nel 1952 è in sala tra gli altri, con Cani e gatti, farsa stra-paesana di pregevole fattura, che ebbe anche un ottimo successo al botteghino. Ambientato in un piccolo paesino di montagna, che vive della contrapposizione politica tra il sindaco-farmacista Peppino ( Umberto Spadaro) e l’albergatrice Elvira ( Titina De Filippo). Il film è fresco e divertente anche grazie alla presenza di Titina De Filippo, che ormai come popolarità è al livello dei suoi illustri fratelli e può godersi il meritato successo. Girato sul lago di Bracciano, questa commedia sentimentale scherza su due temi all’epoca ancora tabù: la morte e i figli nati prima del matrimonio. Ma piacque molto al pubblico, perchè il popolo nelle commedie come “Cani e gatti” o “Pane, amor e fantasia” vi si riconosceva, perchè erano pellicole che avevano a che fare più da vicino con le vicende degli italiani stessi, perché parlavano di loro, delle loro gioie, delle loro vicissitudini, delle loro delusioni. L’elemento realista insomma, era quell’elemento che fin da subito ha contraddistinto il cinema italiano rispetto al resto del mondo. Un cinema a stretto contatto con la realtà, con la cronaca locale o regionale, che porterà poi alla nascita vera e propria della commedia all’italiana, qualche anno dopo. In quello stesso anno esce poi, un film sfortunato, ma davvero grazioso e meritevole di una riconsiderazione, anche alla luce dell’ingegno sopraffino di Macario, che nel film oltre ad esserne il protagonista, è anche il produttore. Il film in questione è Io, Amleto, trasposizione cinematografica di un suo vecchio spettacolo, Follie d’Amleto, che nel 1946 aveva spopolato sui palcoscenici di tutta Italia. Questo è il periodo in cui sull’onda del successo strepitoso dei film diretti da Borghesio, Macario decide di rischiare in proprio aprendo una casa di produzione con la quale intende autoprodursi. Nasce quindi la “Macario Film”, con sede in via Barberini. La società ha come logo due torri intrecciate tra loro, ovviamente la Tour Eiffel e la Mole Antonelliana. Macario sceglie di andare il più possibile sul sicuro e affida a Giorgio Simonelli la regia del film. I costi per la realizzazione di un film, chiaramente in costume e di ambientazione medievale,che prevedeva imponenti scenografie, costumi e un cast di tutto rispetto si rivelarono ben presto superiori alle previsioni. Macario, che credeva nel progetto, investì 110 milioni di lire, una cifra spropositata. Il film uscì nell’ottobre del 1952, rimase nelle sale una ventina di giorni, e per una serie di sfortunate ragioni concomitanti, tra cui l’uscita della pellicola fuori stagione e un imprevisto e immotivato intervento censorio, si rivelò un flop clamoroso che accumulò notevoli perdite. La pellicola incassò 83 milioni di lire, molto poco, un fallimento se rapportato alle spese di 110 milioni di lire apportate da Macario all’operazione. “Perse tutto quello che aveva”, ricorda l’altro figlio Alberto che all’epoca era un bambino. Il film in realtà è abbastanza divertente, Macario-Amleto recupera le sue caratteristiche surreali e le assurdità si susseguono, e il testo tutto sommato rigoroso, lasciava largo spazio alla sua raffinata interpretazione. Anche il cast è quanto di meglio vi si poteva chiedere allora, Luigi Pavese e Marisa Merlini su tutti. L’anno seguente la Macario Film venne dichiarata fallita, e dal 1953 al 1956 varie vicissitudini economiche conseguenti al fallimento della sua casa di produzione costrinsero l’attore ad abbandonare momentaneamente il set e a rifugiarsi in quel teatro di rivista che gli aveva sempre garantito un eccellente ritorno in termini di pubblico e di quattrini. Tutto sommato però, Io, Amleto è un film che a distanza di anni, rende, per la finezza interpretativa del suo protagonista, per una gustosa e sfarzosa messa in scena della celeberrima opera di Shakespeare, nonché per la sua realizzazione condita con un ampio uso di una comicità surreale di sicuro effetto sul pubblico. Peccato che andò malaccio, davvero peccato. Questo è però anche l’anno in cui alcune vedette comiche come la coppia composta da Billi & Riva e Walter Chiari, spopolano nei botteghini di tutta Italia, e allora Mario Mattoli, vero e proprio talent scout del cinema italiano, sapete che fa? Pensa di riunirli, formando una vera e propria coppia comica con asso, un vero e proprio trio comico. Nelle sale esce a tempo di record Vendetta sarda, una specie di western ambientato in una fantomatica Sardegna arcaica, genuina e saporita. La Sardegna del film è un luogo di funerei costumi e arcaiche tradizioni, a cui Mattoli ci ha unito una spruzzata di macabro umorismo. E’ la storia di tre amici, che partono per la Sardegna, perché uno di loro ( Chiari) deve intascare un’eredità, e gli altri due ( Billi & Riva) lo seguono perché avanzano dei soldi da lui. L’avventurosa farsa popolare, prosegue a ritmo frenetico tra una gag e l’altra fino a scoprire che l’eredità è in verità la richiesta di vendetta per la morte violenta di uno zio. Faide, amori violenti, gelosie e un lieto fine sudato per i tre. La scena in cui Chiari, Billi e Riva sono ossessionati dalla fame, perché praticamente murati vivi nella casa del loro nemico, è da antologia della risata. Un film semplice spensierato, ma dove davvero si ride di gusto dalla prima all’ultima sequenza. Rimaniamo su Walter Chiari e segnalamo Lo sai che i papaveri, ispirato all’omonima canzone cantata da Nilla Pizzi al Festival di Sanremo di quello stesso anno, che spinse la pellicola con Walter Chiari, Anna Maria Ferrero e Carlo Campanini verso pingui incassi. Nato dalla collaborazione di Walter Chiari con due maestri dell’arte umoristica come Metz & Marchesi, il film distribuito persino in Sudamerica, è un piccolo capolavoro nel filone romantico-sentimentale dell’epoca. Soprattutto è un esempio da manuale di interazione creativa tra un attore e una penna ( anzi una coppia di penne ) che si conoscono a memoria. Dello stesso anno è anche Buongiorno, elefante curiosissimo film della coppia De Sica-Zavattini, con De Sica stavolta nei panni dell’attore. Nato da un tipico soggetto zavattiniano, in cui realismo e surrealismo si mescolano secondo le leggi dell’improbabilità e dell’Utopia poetica: dove la politica non arriva a proteggere i più deboli, si scatena la fantasia, intesa come piacere e risarcimento morale. Offuscato dalla luce del capolavoro del genere, ovvero Miracolo a Milano, dell’anno precedente, il film sperimenta comunque il gusto del nonsense anarchico, ed è sorretto dall’interpretazione di Vittorio De Sica, un vero incanto, mai uno sguardo o un tono fuori luogo. Accanto a lui nei panni della moglie, Maria Mercader, che era la sua partner anche nella vita reale. Peripezie di un maestro elementare, fra pressanti minacce di sfratto, inutile attesa di delibere parlamentari sugli stipendi degli statali, velleitarie tentazioni di sciopero (parola pressoché impronunciabile all’epoca) e interventi miracolosi. Per i primi 20’ siamo in pieno clima neorealista, e De Sica deve essersi divertito a fare questa specie di Umberto D. con tanto di cagnolino in fuga. Poi si punta decisamente sul versante fiabesco-surreale: l’incontro con un principe indiano che non si rende conto di nulla perché è superiore a tutto, l’arrivo di un elefantino imballato dentro un camion, la passeggiata notturna per le strade di Roma, l’approdo a un convento di suore e il lieto fine tanto atteso, per sè e per il suo elefantino. Un film davvero consigliabile, al di là del fatto che oggi sia praticamente quasi sconosciuto. Da segnalare alcuni momenti memorabili, come quelli che mostrano la misera quotidianità della famiglia, con un padre sognatore ma messo alle strette dalle crudezze della vita, una madre preoccupata e quattro bambini che fanno tenerezza, tipici della commedia neorealista dei primi anni ’50. Per il 1952 c’è da segnalare infine Non è vero…ma ci credo!, film di e con Peppino De Filippo, che debutta nelle sale italiane nel 1952, e registra ottimi incassi. Per la famiglia, e per la “ditta” De Filippo, è un anno di grandi riunioni. In aprile i tre fratelli si ritrovano a lavorare insieme nel film “Ragazze da marito”, per la prima volta dopo la clamorosa rottura del 1944. Anche “Non è vero…ma ci credo!” è un’occasione importante per ritrovarsi, se non tutti e tre, almeno in due. Artefice del progetto è Peppino, che sta conquistando credito presso il pubblico teatrale anche senza il fratello maggiore e al cinema è tra i massimi protagonisti. Preso il testo di “Gobba a ponente”, una sua commedia che con Eduardo e Titina aveva portato in scena con successo nel 1942, la riadatta in maniera molto fedele per il grande schermo, con la collaborazione di sceneggiatori già affermati come Nicola Nazzari e Mario Corsi. Come si può intuire dal titolo originario, tema della commedia e del film è la superstizione: un’altra incursione, dopo quella eduardiana di “Non ti pago!”, nei rapporti di quotidiana convivenza e connivenza fra napoletani e soprannaturale. Peppino per sè riserva la parte del protagonista don Gervasio, e gli esilaranti dibattiti mattutini sulle possibili catastrofi sono tra le scene meglio riuscite del film. Al suo fianco abbiamo il duttile Carlo Croccolo, che, come si è detto, è il gobbo intorno al quale ruota tutta la surreale vicenda. Nella parte della moglie, però, Peppino chiama la sorella Titina, che per questa e la prossima stagione è più libera dagli impegni teatrali visto che Eduardo, il quale si sta dividendo tra il cinema e la ricostruzione del teatro San Ferdinando di Napoli, non ha formato compagnia. Poi arruola Lidia Martora Maresca, sua nuova compagna,e futura moglie, dopo il divorzio dalla prima moglie Adele Carloni, nella parte della segretaria Mazzarella; e il cognato Pietro Carloni, marito di Titina ma anche fratello di Adele, in quella dell’avvocato Donati. Suo figlio Luigi, che subito dopo il liceo è entrato in Compagnia anche lui, è il segretario Spirito. Fu diretto dall’inesperto Sergio Grieco, ma in realtà la messinscena e la direzione degli attori furono curate dallo stesso Peppino. La pellicola è da considerarsi soprattutto un documento cinematografico di valore dell’arte teatrale di Peppino De Filippo, e del suo modo curioso di interpretare il teatro della vita, una maniera diversa, ma non meno efficace di quella più filosofeggiante del fratello Eduardo.

io amleto 2
La locandina originale del film “Io, Amleto”(1952), tratta da una delle riviste di maggior successo di Macario.
lo sai che i papaveri
Il professore dalla doppia vita interpretato da Walter Chiari nel film “Lo sai che i papaveri”(1952): di giorno irreprensibile professore di liceo, di notte dongiovanni scatenato nei night club.
cani e gatti film
La locandina originale del film “Cani e gatti”(1952), con Titina De Filippo e Umberto Spadaro.

• 1953

Forse pochi lo sanno, ma il primo vero film della coppia composta da Totò e Peppino De Filippo, è la pellicola Una di quelle, diretta da Aldo Fabrizi, grande amico di entrambi che per sè si riserva una parte secondaria. Dall’esperimento sprizzarono inconfondibili le prime scintille di un’accoppiata d’oro. L’intuizione di Fabrizi fu quella di fare di Totò e Peppino una coppia di provinciali che sbarcano nella grande città in cerca di avventure, con Totò che dà allegramente del cafone a Peppino, e Peppino stesso che per non smentirsi chiede di bere del “vischio” in un night club. Film singolare, immerso in un corposo patetismo, Una di quelle, ad un certo punto verte troppo verso il lato patetico, con la storia del bambino malato di una ragazza madre, che Totò aveva scambiato appunto per Una di quelle. Ad un certo punto il lato comico del film, rimane soltanto sulle spalle di Peppino, meraviglioso nella sua totale ottusità da cafone allo stato puro: cappello sprofondato sulla testa, sopracciglia perennemente aggrottate, sguardo sospettoso e perplesso. E’ lui infatti, la luce di un film che non sa se far piangere o far ridere, e finisce per essere un ibrido curioso, ma non pienamente riuscito. E’ comunque un piacere vedere insieme sul set tre assi del cinema come Totò, Peppino De Filippo e Aldo Fabrizi. Teniamo l’attenzione focalizzata ancora su Peppino De Filippo, e su un film, Via Padova 46, ritenuto invisibile per oltre 40 anni, ritrovato nel 2004 in seguito ad una segnalazione di Vittorio De Benedetti ( figlio del noto sceneggiatore Aldo) negli archivi della Cineteca del comune di Bologna. Il materiale, l’unico esistente, è una copia positiva degli anni ’50 gravemente danneggiata. La versione arrivata ai giorni nostri, quella “resuscitata” dal sapiente lavoro di recupero dei restauratori, riporta alla luce uno dei più curiosi e interessanti film italiani degli anni ’50, un film che è un ibrido, peraltro riuscito, tra commedia brillante, giallo-psicologico e noir all’italiana. La versione restaurata, ci presenta un film evidentemente mutilato in alcune scene ( dovrebbero mancare della versione originale, circa 23 minuti, 78 minuti invece di 100 è la durata della versione restaurata), ormai irrecuperabili. Eppure l’ossatura fondamentale del film, fortunatamente è stata preservata e riportata alla luce, mantenendo così intatto il suo significato intrinseco. Via Padova 46, è una commedia di carattere molto gradevole, che si trasforma poi in un giallo-rosa, per la verità, irrisolto. All’epoca il film ebbe problemi per gli strali del centro cattolico nazionale, che non vedeva di buon occhio la storia di questo marito esemplare che cerca l’avventura a pagamento con una prostituta ( per finanziarla impegna pure l’orologio d’oro ereditato dal padre) ma non riesce neppure a condurla in porto: la storia di un tentato, ma fallito adulterio, è troppo precursore dei tempi rispetto ad un paese e ad una censura ancora troppo attenti alla morale pubblica. Peppino è dunque, per l’ennesima volta, un travet del suo tempo e di tutti i tempi, un perdente nato, un protoFantozzi: l’impiegatuccio compunto, timido, scarognato, con i capelli sempre in ordine, la voce sempre esitante, le mani sempre in imbarazzo. Se in ufficio a tartassarlo ci pensa il capufficio, a casa lo aspetta la suocera; e lo aspetta naturalmente anche la moglie (impersonata dalla sua compagna anche nella vita reale, Lidia Martora), che gli conta i soldi in tasca e con la scusa dei propri mal di testa lo priva anche dell’unico e ultimo svago, che è quello di suonare, o quanto meno strimpellare, il pianoforte. Visto come vanno le cose in famiglia, il pover’uomo si regala da solo una cravatta per il proprio compleanno e nel tempo libero fa i soliti sogni da impiegato a vita: le donne francesi, una vacanza a Capri, una vincita alla lotteria. Così, quando conosce casualmente in un caffè della domenica pomeriggio una ragazza francese ( l’affascinante Arlette Poirier), vestita oltretutto come sono vestite le ragazze nei sogni degli uomini, non si preoccupa minimamente del fatto che sia una “donnaccia” e la notte sogna di trovarsela nel letto al posto della moglie. Dal momento però che l’unico modo per liberarsi da una tentazione è cederle, Peppino sceglie infine l’azione, sia pure dopo mille comiche esitazioni: esce dall’ufficio fingendo un mal di denti lancinante e raggiunge la casa di Via Padova 46 dove dovrebbe toccare per una volta nella vita il cielo con un dito. Invece non tocca un bel niente, e di fronte alla porta chiusa dell’appartamento-squillo non solo lui ma anche gli spettatori restano delusi, in uno di quelle rare interazioni tra pubblico e attore che solo i “grandissimi” come Peppino hanno saputo creare: ci si aspettava, infatti, di vedere il timido e sfortunato impiegatuccio alle prese con la smaliziata francesina. Invece la possibile commedia degli imbarazzi e degli equivoci finisce prima di incominciare, con la morte per assassinio della francese; mentre ha inizio con il secondo tempo la seconda parte del film, in cui ritroviamo un altro Peppino di nostra conoscenza, quello più classico, ma non meno efficace: quello pauroso, balbettante, tremante, che nel timore di essere accusato dell’assassinio ( e, soprattutto, della scappatella extraconiugale), scoppia a piangere davanti all’avvocaticchio Carlo Dapporto ( “Io sono uscito puro, puro da questa avventura…Io non ci vado in galera…”) e medita di arruolarsi nella “regione straniera” ( la Sardegna). Poco per volta gli orizzonti degli anni ’50 vengono a galla, in un gustoso ritratto d’epoca, e l’ometto che sognava l’avventura e le trasgressioni internazionali comincia già ad avere nostalgia della sua casa, del suo tran tran, delle sue pantofole. Nell’ultima sequenza eccolo tornarsene a casa, ben disposto persino nei confronti della moglie, cui compra per la prima volta in tanti anni un mazzolino di fiori. Certo gli viene ancora un brivido nel veder passare una bella ragazza, e si volta per un attimo a guardare, a desiderare; ma la voce fuori campo, qui fa la buona madre e richiama Peppino sulla retta via, nei ranghi di quell’ideologia piccolo-borghese che in fondo non dispiaceva nemmeno al Peppino uomo. Il film resta in fondo un suo, riuscitissimo, show personale, come già notarono i critici dell’epoca. “Il film è agile e divertente grazie alla garbatissima comicità di un Peppino De Filippo in gran forma”; e “Il soggetto di Aldo De Benedetti sembra trovato per dare spicco alla comicità, angustiata, balbettante, senza riso, di Peppino De Filippo, e poichè l’attore è quasi sempre in scena, il film ingrana, gira piacevolmente”. In quello stesso anno un altro “one man show” stupisce le platee italiane, ed è quello messo su da Aldo Fabrizi, regista, produttore e attore del suo Papà diventa mamma, uno dei più riusciti film comici della storia del cinema italiano. Terzo film della trilogia delle avventure della famiglia Passaguai, Papà diventa mamma è un film pazzo, forse il più surreale e scatenato del cinema italiano. Se il meccanismo narrativo è evidentemente ripetitivo- Fabrizi in pose femminili che scimmiotta i difetti delle donne- le invenzioni e soprattutto la straordinaria misura recitativa sono la prova del grandissimo talento dell’attore-regista, capace di utilizzare al meglio uno dei luoghi canonici dell’avanspettacolo ( il travestitismo) senza mai cadere nella volgarità o nel luogo comune. Assolutamente irresistibile e da antologia la sua apparizione in camicia da notte e cuffietta o la scena del bucato, con Fabrizi in zoccoli che canta “Non c’è trippa pe’ gatti” e naturalmente litiga con le altre donne del caseggiato. Un autentico capolavoro comico, che andò alla grande al botteghino. Un film in clamoroso anticipo sui tempi, e che resta ancora oggi assolutamente ineguagliato. Poi la sceneggiatura di grandi come Amendola, Tellini e Maccari (oltre che di Fabrizi), è perfetta nella sua straordinaria capacità di inventiva e nella sua attenta e precisa pregnanza sociologica. Grazie, poi a questa inventiva diabolica per ciò che concerne le singole situazioni, il film diventerà uno dei più citati e scopiazzati- anche involontariamente- della storia del cinema, da quello americano a quello italiano. In questa annata c’è da segnalare un altro gruppo di film, che per le loro qualità, nonché per le memorabili interpretazioni dei loro protagonisti, sono da ritenersi piccoli capolavori nascosti della nostra cinematografia. Così troviamo un Totò, diverso dal solito, curioso e particolare, confrontarsi con un testo “alto” come quello di Luigi Pirandello ne L’uomo, la bestia e la virtù, anche quest’ultimo falcidiato dalla censura e ritirato poco tempo dopo l’uscita nelle sale, a causa delle proteste della famiglia di Luigi Pirandello, la quale non aveva gradito lo stravolgimento dell’opera di partenza. Oppure ancora troviamo un memorabile Nino Taranto nei panni del professor De Francesco nell’amara pellicola di denuncia di Luigi Zampa “Anni facili”. Taranto riceve dunque, significativi consensi e prestigiosi riconoscimenti di critica per aver egregiamente impersonato un siciliano antifascista che, pur di far fronte alle difficoltà economiche, accetta di diventare rappresentante di medicinali a Roma senza però riuscire a farsi strada perché troppo onesto, arrivando finanche ad essere licenziato e condannato senza colpa alla galera. Questo film è unanimemente ritenuto il suo miglior lavoro cinematografico e si colloca nell’ambito di una chiara denuncia da parte del cinema italiano contro il ritorno in scena degli uomini del fascismo, condotta dallo scrittore Vitaliano Brancati ( che firma la sceneggiatura) e molto sentita all’epoca in cui esso viene girato. In “Anni facili”, nel far dire al professor De Francesco che “il nostro paese ha bisogno di una generazione di onesti, dopo una generazione di furbi”, si intende infatti mostrare non solo l’assoluta necessità del senso dell’onestà, ma anche la forte capacità d’indignazione di una nazione nuova, non risparmiando quindi un’amara satira sull’Italia sia fascista che repubblicana. Presentata al Festival del cinema di Venezia, la pellicola viene promossa a pieni voti dalla critica, che gli assegna pure il prestigioso Nastro d’argento conferito ad Aldo Tonti per la fotografia, ai produttori Carlo Ponti e Dino De Laurentiis per la realizzazione e a Nino Taranto quale miglior attore protagonista della stagione 1953, per la sua memorabile interpretazione. Oggi, la pellicola è ancora sottoposta ad un complesso procedimento di restaurazione, per cui al momento non è ancora disponibile. Per concludere il nostro saggio, infine, vanno segnalate almeno altre quattro pellicole: L’incantevole nemica, con Carlo Campanini; Cinema d’altri tempi, simpatica rievocazione nostalgica del periodo del muto con le sue incredibili storie e i suoi bizzarri personaggi, interpretata da Walter Chiari; il bizzarro Fermi tutti arrivo io!, con Tino Scotti investigatore pasticcione; e infine Ho scelto l’amore, l’unico esempio di film italiano realizzato a chiari scopi politici .Siamo alla vigilia delle elezioni del 1953 e la DC incarica la “Film costellazioni”, società di produzione cattolica dei democristiani Turi Vasile e Diego Fabbri, di realizzare un film di chiara satira anticomunista che screditasse il partito comunista in previsione delle imminenti elezioni nazionali. Il volto del protagonista è quello di Renato Rascel, in quel momento l’attore più acclamato del cinema italiano. Il resto è una godibile commedia degli equivoci dal lieto fine assicurato, girato tra i ponti e i canali di Venezia.

Via padova 46
La locandina originale del film “Via Padova 46″(1952), nella versione uscita sul mercato spagnolo. Peppino De Filippo ne è il protagonista, ma nel film ci sono anche Giulietta Masina, Arlette Poirier e Alberto Sordi.
una di quelle
Una scena tratta dal film “Una di quelle”(1953), dal cast fenomenale. Aldo Fabrizi, Totò e Peppino De Filippo: tre grandi amici, tre assi del cinema italiano.
anni facili
Il capolavoro drammatico di Nino Taranto: “Anni facili”(1953). Capolavoro assoluto degli anni ’50, con il protagonista che vinse il Nastro d’argento come miglior attore protagonista dell’annata.

• Filmografia di riferimento

– I cadetti di Guascogna (1950), di Mario Mattoli. Con Walter Chiari, Carlo Campanini, Billi & Riva, Ugo Tognazzi

– E’ arrivato il cavaliere!(1950), di Mario Monicelli. Con Tino Scotti, Silvana Pampanini, Enrico Viarisio

– Le sei mogli di Barbablù (1950), di Carlo Ludovico Bragaglia. Con Totò, Isa Barzizza, Luigi Pavese, Tino Buazzelli

E’ arrivato l’accordatore (1951), di Duilio Coletti. Con Nino Taranto e Alberto Sordi

Tizio, Caio, Sempronio (1951), di Vittorio Metz e Marcello Marchesi. Con Nino Taranto, Virgilio Riento e Aroldo Tieri

Mamma mia, che impressione! (1951), di Roberto Savarese. Con Alberto sordi e Luigi Pavese

Noi due soli (1951), di Vittorio Metz e Marcello Marchesi. Con Walter Chiari e Carlo Campanini

Anema e core (1951), di Mario Mattoli. Con Riccardo Billi e Mario Riva

-Arrivano i nostri!(1951), di Mario Mattoli. Con Walter Chiari, Riccardo Billi, Mario Riva, Carlo Croccolo, Antonio Sorrentino

Cameriera bella presenza offresi…(1951), di Giorgio Pastina. Con Elsa Merlini, Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo

Cani e gatti (1952), di Leonardo De Mitri. Con Titina De Filippo e Umberto Spadaro

Io, Amleto (1952), di Giorgio Simonelli. Con Macario, Luigi Pavese e Rossana Podestà

Vendetta sarda (1952), di Mario Mattoli. Con Walter Chiari, Riccardo Billi e Mario Riva

Buongiorno, elefante! (1952), di Gianni Franciolini. Con Vittorio De Sica, Maria Mercader, Nando Bruno

Non è vero…ma ci credo (1952), di Sergio Grieco. Con Peppino De Filippo, Carlo Croccolo, Titina De Filippo

Lo sai che i papaveri…(1952), di Vittorio Metz e Marcello Marchesi. Con Walter Chiari, Anna Maria Ferrero

Una di quelle (1953), di Aldo Fabrizi. Con Totò, Peppino De Filippo, Lea Padovani e Aldo Fabrizi

Via Padova 46 (1953), di Giorgio Bianchi. Con Peppino De Filippo, Giulietta Masina e Alberto Sordi

Papà diventa mamma (1953), di Aldo Fabrizi. Con Aldo Fabrizi, Ave Ninchi e Virgilio Riento

Anni facili (1953), di Luigi Zampa. Con Nino Taranto, Armenia Balducci e Giovanna Ralli

L’incantevole nemica (1953), di Claudio Gora. Con Carlo Campanini e Silvana Pampanini

L’uomo, la bestia e la virtù (1953), di Steno. Con Totò, Viviane Romance e Orson Welles

– Fermi tutti arrivo io! (1953), di Sergio Grieco. Con Tino Scotti, Carlo Romano, Franca Marzi

Cinema d’altri tempi (1953), di Steno. Con Walter Chiari, Lea Padovani e Maurice Teynac

Ho scelto l’amore (1953), di Mario Zampi. Con Renato Rascel, Marisa Pavan e Cesco Baseggio

Domenico Palattella

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...