La commedia “triste” degli anni ’70

la commedia triste
Negli anni ’70, al passo con i tempi “cupi” che stavano investendo la società italiana, anche il cinema si fa più triste, più riflessivo. Le storie raccontate perdono quella carica di fiducia che aveva investito il benessere economico nel decennio precedente. Non mancano le eccezioni, certo, o film appartenenti al genere comico; però il film d’autore si maschera di un grigiore davvero considerevole. Un esempio? “In nome del popolo italiano”(1971), con Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi.

Rimanendo nell’ambito del film d’autore, o meglio della commedia all’italiana, a fine anni ’60 succede qualcosa che la trasforma, che la investe di una tristezza e di un grigiore, facilmente rintracciabili in tutti i lavori del decennio successivo. Certo, si sa, il cinema è lo specchio della società, specialmente riferito al nostro Paese, dove il cinema è sempre stato strettamente collegato all’attualità sociologica, più che all’estero. In quegli anni è l’aspetto della società italiana a mutare profondamente, e in un modo che sembrava suggerire un commento in chiave drammatica piuttosto che comica. Si affacciano dunque, i “cupi” anni ’70, gli anni cosiddetti “di piombo”, gli anni delle stragi brigatiste, quella di Piazza Fontana a Bologna, il rapimento di Aldo Moro e altri attentati terroristici. Tutti fatti che sconvolgono irrimediabilmente la paciosa società italiana del decennio precedente. La disillusione si è fatta spazio nella fiducia e nella concretezza del benessere economico. Ah quanto sembra lontano quel 1960 delle Olimpiadi di Roma, della Dolce Vita, dei film con Totò. Ora il paese è cambiato e perciò anche il cinema è cambiato. Nel decennio dei ’70 l’Italia stava per tuffarsi in un feroce scontro sociale e politico, e dunque anche il cinema si fa portavoce di questo disagio, che nel quinquennio ancora più pumbleo post-1975 diventerà addirittura sconforto. Si badi bene, non che manchino i film comici, o che questi si siano estinti, per carità. Questo genere rimane appannaggio ancora della coppia composta da Franchi & Ingrassia, almeno per il primo quinquennio, in coppia o da soli; e si arricchisce di altri comici, utilizzati nella commedia erotica o comunque a blando sfondo sessuale, Lino Banfi, Renzo Montagnani, Lando Buzzanca; o ancora rilevanti sono Bud Spencer e Terence Hill, anche loro in coppia o da soli, che portano lo spettatore sovente lontano dall’Italia, o comunque all’interno di favole in cui il lieto fine è assicurato grazie ai nostri eroi. Lieto fine che non c’è però nell’Italia degli anni ’70. Questo gruppo di commedie “tristi”, raccontano, in sintonia con i tempi, storie irrimediabilmente cupe ( “una storia triste è meglio per l’inverno”– si diceva in un’opera di Shakespeare). Questo filone è inaugurato dal film di Dino Risi, “In nome del popolo italiano”, con Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi. Gassman è un estroverso, rapace cialtrone, speculatore edilizio, corruttore di potenti, inquinatore di litorali, esponente tipico, insomma, dell’Italia del benessere; e Tognazzi è il giudice istruttore deciso a combatterlo con la sola arma della propria ostinazione. Indagando sulla morte di una prostituta, Tognazzi scopre i passati contatti di costei con il potente imprenditore, di cui smonta poi l’alibi nella notte del fattaccio. Alla fine però un quaderno scoperto per caso mette in mano a Tognazzi la prova del suicidio della ragazza. Però il giudice è disgustato dal degrado della società che vive, degrado di cui i responsabili sono i tipi come l’ingegner Santenocito/Gassman: pesci avvelenati dagli scarichi industriali, strade in smottamento, corruzione dilagante. E allora decide di punire ad ogni costo almeno un colpevole, distrugge freddamente, la prova dell’innocenza del suo imputato e lo fa arrestare. Il tutto per punire una società che non sa più perseguire i propri ideali. Altra terribile storia sulle disfunzioni della giustizia è “Detenuto in attesa di giudizio”(1971), di Nanni Loy, film permeato di un graffiante e asciutto realismo. Si tratta della spaventosa odissea di un ingegnere da tempo trapiantato all’estero. In seguito a una vecchia denuncia di cui era all’oscuro, costui, in Italia per una vacanza, viene senza preavviso arrestato, sballottato da un carcere all’altro, umiliato e prima di essere liberato perché estraneo ai fatti imputatigli, stroncato nel suo sistema nervoso, senza alcun rispetto dei suoi diritti civili. Splendido Alberto Sordi, che dimostra gli innumerevoli risvolti della sua maschera, oltre che il talento di attore fuori dall’ordinario. Meno cosmico, ma ugualmente pessimista risulterà essere “Alfredo, Alfredo”(1972), di Pietro Germi. In una nazione che ormai si è data una legislazione sul divorzio Germi riprende il beffardo discorso aperto dieci anni prima col famoso film siciliano ( “Divorzio all’italiana”), per trovare che le cose non vanno bene neanche adesso. Per descrivere ciò si serve di un curioso Dustin Hoffmann, bravissimo a far dimenticare le sue ovvie origini newyyorchesi; e di una Stefania Sandrelli che torna a lavorare con Pietro Germi, proprio con lui che la aveva lanciata nel grande cinema con il già citato “Divorzio all’italiana”.

la commedia triste 2
L’amarissimo “Detenuto in attesa di giudizio”(1971), con un grande Alberto Sordi.

Forte della sua sperimentata capacità di dare un risvolto superficialmente comico a situazioni tutt’altro che allegre, e come sempre buon termometro delle tendenze del momento, Sordi in questi anni sguazza nelle commedie amare o amarissime; di alcune delle quali approfittò anche per rinnovare i tentativi di darsi una dimensione internazionale, attraverso il confronto con divi, o ex divi americani e francesi. Del 1972 è “Lo scopone scientifico, di Luigi Comencini, bizzarro apologo su di una coppia di baraccati ( Sordi e la Mangano) che una volta all’anno sono coinvolti in un’assurda partita a carte con una miliardaria americana ( Bette Davis, più Joseph Cotten che le funge da segretario-amante), dalla quale ricevono denaro per poter giocare, che però debbono rassegnarsi a riperdere immediatamente, grazie alla forza dei soldi. Punto di passaggio della commedia all’italiana verso temi più neri e radicali il film è ottimo soprattutto nella descrizione del mondo senza speranza dei borgatari, in cui spicca Mario Carotenuto, uno dei più gloriosi caratteristi italiani. Ancora più cupo è il contemporaneo “La più bella serata della mia vita”, di Ettore Scola, girato in maniera asciutta, senza musica, ma con bella fotografia, insomma con aspirazioni stilistiche non frequenti nel cinema dell’epoca. Qui il carrierista Sordi, momentaneamente in Svizzera con dei soldi da nascondere, segue una bella motociclista fino ad un castello dove si lascia convincere a pernottare da quattro pomposi anfitrioni. Si tratta di quattro legali, ormai in pensione, i quali per divertimento intentano all’ospite un processo quasi vero, in un’atmosfera che da conviviale si fa sempre più inquietante, sensazione amplificata ancora di più dalla totale assenza della musica. L’italiano confessa le sue malefatte, legate alla mancanza di scrupoli con cui si è fatto strada, e viene condannato a morte. E’ ovviamente uno scherzo, sufficiente tuttavia a procurargli degli incubi. Il giorno dopo, avendo pagato un conto salatissimo, si scopre che il posto è in realtà un albergo di gran lusso, Sordi muore davvero, in un incidente stradale. Poco da ridere c’è anche nel successivo “Anastasia, mio fratello”(1973), di Steno, girato a New York, sull’avventura dell’ingenuo e ottimista pretino dalle vedute ristrette che fa del bene a Little Italy ostinandosi a ignorare che le porte davanti a lui si aprono solo per la sua parentela con un temibile boss di Cosa Nostra. Lo scarso buonumore spremuto dalla situazione crolla nel tragico finale, con la morte violenta del gangster e la fine delle illusioni del sacerdote. Sempre Sordi girò nel 1974 quello che rimane uno dei suoi migliori lavori registici, “Finché c’è guerra, c’è speranza”, plausibile descrizione dell’attività di un commerciante internazionale d’armi, che si avventura nei punti più scottanti di un terzo mondo in subbuglio per vendere la sua merce. Smascherato e denunciato come mercante di morte da un giornale, costui, che in Italia conduce una vita insospettabile, è affrontato da propri familiari indignati. Ma messi di fronte alla prospettiva di perdere il benessere al quale si sono ormai abituati, figli e moglie si rimangiano subito le proteste e anzi aiutano l’uomo a ripartire per una nuova missione.

la commedia triste 3-
Punto di passaggio della commedia all’italiana verso temi più neri e radicali “Lo scopone scientifico”(1972) è arricchito da un cast di assoluto livello: Alberto Sordi, Bette Davis, Silvana Mangano e Joseph Cotten.

Nè si può certo trovare gaia la satira del consumismo de “La grande abbuffata”, il capolavoro assoluto di Marco Ferreri. La storia di quattro amici gourmet- un proprietario di ristorante, Ugo Tognazzi; un produttore televisivo, Michel Piccoli; un magistrato, Philippe Noiret; un pilota d’aerei, Marcello Mastroianni- si riuniscono in un’antica villa per un weekend gastronomico che finisce col diventare un suicidio collettivo a base di sesso, cibo e thanatos. A loro si unisce una materna e giunonica insegnante ( Andréa Ferréol) capitata nella villa per caso, che gli accudirà fino alla morte in un’orgia di sesso e cibo. “I caprioli, i porcellini, i volatili, le bistecche, le pastasciutte, le minestre, le terrine e i budini di Ferreri hanno la verità nera e dannata del peccato che si commette non solo per piacere ma anche per empia sfida” scrisse Alberto Moravia, mettendo giustamente in risalto la dimensione epica, donchisciottesca, la grandiosa futilità, l’eroico nichilismo dell’orgia raccontata da Ferreri, spinta senza esitazioni fino alle estreme conseguenze. In “La proprietà non è più un furto”, di Elio Petri, l’occhio è gettato sulla dilagante corruzione che investe la società italiana, con un sarcastico apologo brechtiano che lascia il segno. La storia di un impiegato di banca nevrotico ( Flavio Bucci), che si accanisce contro un cliente della banca, un macellaio ( Ugo Tognazzi) di cui conosce le ruberie, colpendolo nelle cose che ama, ossia sottraendogli denaro, oggetti preziosi e le sue donne. Il macellaio invece di consegnarlo alla giustizia tenta di accattivarselo associandolo alle proprie frodi; e davanti al deciso rifiuto dell’altro è costretto a ucciderlo. La descrizione del disfacimento sociale, politico, culturale che investe il nostro Paese è ben descritto, nelle corde di un regista come Elio Petri attento alle problematiche più cupe dell’Italia dell’epoca. Nelle opere di Elio Petri non c’è nulla da ridere, sono opere che fanno riflettere sulla corruzione dilagante. Il suo capolavoro rimane “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”(1970), interpretato magistralmente da Gian Maria Volonté. Uno splendido thriller psicoanalitico sulla cristallizzazione e le aberrazioni del potere che analizza in chiave grottesca i metodi e i fini degli apparati polizieschi. Il film attribuisce poi, ai rappresentanti del potere un’eccessiva coscienza ( ancorchè negativa) del proprio ruolo e della propria funzione. Resta molto convincente, anche per merito della perfetta interpretazione di Gian Maria Volonté, la descrizione di “un piccolo personaggio della piccola borghesia meridionale che non ha la possibilità di accesso a un potere diverso da quello burocratico e che sfoga nell’autorità le sue repressioni sessuali e di classe”.

la commedia triste 4
Il capolavoro di Marco Ferreri, “La grande abbuffata”(1974) è un’amarissima satira del consumismo. Cast monstre: Philippe Noiret, Ugo Tognazzi, Michéle Piccoli e Marcello Mastroianni.

Tristissima e sciagurata appare anche l’escursione, in un’America ostile, spesso notturna, di Paolo Villaggio, incaricato di recuperare e accompagnare in Italia un intrattabile cestista di colore, ingaggiato da un industriale. Malgrado il titolo sbruffonesco, “Sistemo l’America e torno”(1974), il film di Nanni Loy appare tutt’altro che gioviale con un violento messaggio politico, il nero è un rivoluzionario militante e anche molto aggressivo. Ma non è finita. A questo genere di commedia triste e talvolta addirittura truce appartiene anche l’originale e interessantissimo “Pane e cioccolata”(1974), di Franco Brusati. Amarissimo, nonché grottesco, apologo sull’italianità e sull’emigrazione. “Pane e cioccolata” poggia soprattutto sulle spalle di Nino Manfredi, mattatore assoluto della pellicola, le cui ultime prove prima di questo film avevano addirittura abbandonato il comico ( Girolimoni, il mostro di Roma, Trastevere, Lo chiameremo Andrea). In “Pane e cioccolata”, Manfredi è un cameriere italiano emigrato in Svizzera, che lavora in un ristorante. Privato del permesso di soggiorno perché sorpreso ad orinare all’aperto, tenta di restare come clandestino e attraversa varie esperienze, sempre più da incubo: è assunto da uno stravagante industriale italiano espatriato che però si suicida; si aggrega a dei clandestini napoletani che vivono in un pollaio; si schiarisce i capelli tentando di farsi scambiare per nordico, ma è scoperto e malmenato in un bar. Alla fine si rassegna a tornare, ma a contatto sul treno con dei connazionali tipici, ci ripensa e scende prima della frontiera. Una delle migliori interpretazioni di Nino Manfredi, in un film che tiene in equilibrio umorismo, malinconia, pietà e satira. In quello stesso anno, Dino Risi, dirige Vittorio Gassman, in una delle sue più riuscite interpretazioni, quel “Profumo di donna”, che ha avuto anche il suo remake in America. E’ il viaggio da Torino a Napoli di un ex capitano dell’esercito, bell’uomo, ricco, energico e ai suoi tempi campione di equitazione, da sette anni cieco per un incidente; e del giovanissimo attendente che deve accompagnarlo. A Napoli Gassman ha il non troppo dissimulato obiettivo di suicidarsi insieme con un commilitone cieco come lui. Ma il duplice suicidio fallisce; l’amico di Gassman rimane solo ferito, e Gassman, che all’ultimo non ha trovato il coraggio di spararsi, finisce per accettare l’amore di una ragazzetta ( Agostina Belli) dalla cui devozione si era prima orgogliosamente schermito. Gassman disegna un convincentissimo ritratto di macho che non rinuncia a esser tale, puntigliosamente impegnato a rinnegare la propria menomazione sbronzandosi, andando a prostitute e facendo il prepotente con tutti; e risultare commovente partendo dalla prevaricazione è senz’altro un notevole exploit d’attore. Ancora nel 1974 Ettore Scola dirige sia Gassman che Manfredi nel suo massimo capolavoro, “C’eravamo tanto amati”, che rappresenta l’ultimo grande capitolo della commedia all’italiana. Un meraviglioso affresco agro-dolce di trent’anni di storia italiana: dalla Seconda guerra mondiale agli anni ’70. La pellicola possiede un’amarezza di fondo e una forze evocativa ancora oggi di grande effetto, ed ebbe uno strepitoso successo di pubblico anche all’epoca dell’uscita nelle sale. Rimane uno dei film più importanti per capire la società italiana dell’epoca post seconda guerra mondiale, con due mattatori come Gassman e Manfredi in grado di catalizzare il pubblico italiano.

la commedia triste 5
Film epico, “C’eravamo tanto amati”(1974) è il ritratto agro-dolce di trent’anni di storia italiana, dal secondo dopo guerra agli anni ’70. Questa foto è rimasta nella memoria collettiva, che ritrae Stefano Satta Flores, Vittorio Gassman e Nino Manfredi, di fronte ad un piatto di pasta asciutta. Amicizia, classe, talento…una foto che respira cinema, quello con la C maiuscola.

Ma la purezza, la malinconia dei bei tempi andati, del precedente film, si perdono completamente con “Brutti, sporchi e cattivi”(1976), ancora di Ettore Scola e ancora con Nino Manfredi protagonista. Qui la commedia all’italiana si fa truce, buia, scura. La descrizione di una beffarda Via del tabacco baraccata, dove al posto dell’inoffensiva Arcadia romanesca di piazza Navona del bel tempo che fu, di Renato Salvatori e Maurizio Arena in “Poveri ma belli” (1956-ah che tempi), campeggia una feroce tribù di immigrati che nella sua bidonville allena dickensianamente i bambini allo scippo mentre tra gli adulti vige l’invidia e l’arroganza. Tutti coltivano il sogno di eliminare il laido patriarca Manfredi ( a proposito, che bravo) per carpirgli il milione che nasconde; ma costui resiste perfino al topicida, grazie ad una lavanda gastrica che si pratica da solo con l’acqua del mare inquinato. Un film volutamente sgradevole, come il successivo “Un borghese piccolo piccolo”(1977), di Mario Monicelli, con l’impiegatuccio Sordi che sequestra, tortura lentamente e uccide atrocemente il rapinatore assassino di suo figlio. Teso e straziante, Sordi qui supera se stesso, in un’interpretazione che ha del sublime, resa sullo sfondo di un generale degrado umano e urbano. Una farsa degli orrori, che è anche la parabola morale e umana di un cittadino medio nell’Italia di fine anni ’70, scossa dal terrorismo e regolata dall’individualismo più sfrenato. Sulla stessa lunghezza d’onda si rimane con “Caro papà”(1979), dove il pescecane Gassman esce paralizzato dall’attentato che ha subito, complice il figlio contestatore.

la commedia triste 6
Nino Manfredi nel ruolo di Giacinto Mazzella, il capo-borgataro del film “Brutti, sporchi e cattivi”(1976), una pellicola volutamente sgradevole, che mette in evidenza tutto il degrado sociale dell’Italia degli anni ’70.

Ma negli anni ’80 la situazione tumultuosa che aveva investito la società italiana nel decennio precedente sembra, se non estinguersi, perlomeno attenuarsi, e dunque il cinema torna a essere relativamente più brillante, meno cupo, con le dovute eccezioni, sia chiaro. Ad esempio, quel “La tragedia di un uomo ridicolo”(1981), di Bernardo Bertolucci è un capolavoro amaro, struggente, drammatico, che vede in Tognazzi il suo sublime interprete. Tognazzi interpreta magistralmente un industriale a cui hanno rapito il figlio, e che decide di investire nella propria azienda i soldi raccolti per il riscatto quando gli comunicano l’uccisione del figlio. Ma il figlio non era morto e la truffa tentata gli si rivolterà contro. Un amara, terribile riflessione sul rapporto tra padri e figli, ma anche lucida rappresentazione della borghesia italiana che cerca di barcamenarsi tra le incertezze di quegli anni. Un film sulla perdita dei valori, dei sentimenti, “tutto sulle spalle di un meraviglioso Tognazzi, attore comico che qui coinvolge, sorprende, sconvolge, incanta…”. Ma l’anno precedente, Ettore Scola, decise di porre fine alla gloriosa stagione della commedia all’italiana, con La terrazza, che rimane come il canto del cigno della commedia, e come una delle migliori pellicole della storia del cinema italiano. “La terrazza”, infatti appare come il film-summa degli sceneggiatori Age e Scarpelli. Le vicende individuali dei protagonisti maschili si iscrivono nel bilancio della generazione a cui appartengono i due autori e il film di Scola appare come “una sorta di post scriptum alla storia della commedia all’italiana”. Straordinaria la parata dei protagonisti maggiori della commedia all’italiana: da Marcello Mastroianni a Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant, Serge Reggiani, Stefania Sandrelli, Stefano Satta Flores…L’addio del cinema italiano alla commedia all’italiana, con uno dei suoi massimi capolavori.Un addio nostalgico, malinconico, struggente. Ma i tempi sono cambiati, negli anni ’80 la gente ha voglia di ridere, di mettere da parte i problemi. Ma ciò facendo, in un cinema già in netta crisi, si espande l’elemento comico spicciolo, di poche pretese, dotato di una carica di volgarità e parolacce che non fanno di certo onore al nostro cinema. Nulla a che vedere con quello raffinato e di classe che aveva contraddistinto le nostre produzioni brillanti nell’Italia degli anni ’50 e ’60. Certo la classe autoriale e attoriale era diversa, non c’era ancora la televisione commerciale di stampo berlusconiana che ha appiattito il livello cuturale dei mass-media italici a partire dagli anni ’80. Però un magone in gola rimane, per quei bei tempi che furono. Senza dubbio.

la commedia triste 7
Forse nessun film nella storia del cinema italiano ha avuto il cast che ha avuto “La terrazza”(1980), diretto da Ettore Scola. Cast stellare a dir poco, per l’ultimo grande film della commedia all’italiana. Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant, Stefania Sandrelli, Carla Gravina, Stefano Satta Flores, Galeazzo Benti, Serge Reggiani…e potremmo ancora continuare.

Domenico Palattella

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...