La trilogia dei “Poveri ma belli”: un successo epocale

poveri ma belli
“Poveri ma belli”, del 1956 è uno dei film epocali dell’Italia della Dolce Vita. Una commedia spensierata, ambientata nell’Arcadia romanesca, ravvivata dai volti freschi di Renato Salvatori e Maurizio Arena, allora attori emergenti, ma ancora praticamente sconosciuti. Insieme a loro tre attrici giovani, avvenenti e brave: Lorella De Luca, Alessandra Panaro e Marisa Allasio.

Il Maestro Dino Risi, nel 1956 veniva già da due commedie che lo avevano lanciato tra i cineasti più importanti del cinema nazionale, ma soprattutto tra i più creativi del nostro cinema. Aveva diretto il terzo capitolo della saga dei Pane e amore, quello ambientato a Sorrento, e aveva diretto anche Il segno di Venere, circondato da un cast monstre, da Vittorio De Sica a Peppino De Filippo, da Franca Valeri a Sophia Loren, Alberto Sordi, Raf Vallone e così via…E dunque nel 1956, Risi ha per le mani un soggetto importante di Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa, ovvero una commedia spigliata, giovanile, ambientata nella Capitale. Per renderla al meglio aveva però bisogno di volti freschi, almeno due giovani attori e tre giovani attrici, che oltre ad essere bravi e brave, dovevano essere anche avvenenti. La scelta cadde su una cinquina di attori e attrici non ancora affermati, un gruppo di attori giovani, fisicamente attraenti e dai volti non ancora inflazionati: è con questo film infatti che Renato Salvatori, Maurizio Arena, Marisa Allasio, Lorella De Luca e Alessandra Panaro conquistarono grande popolarità. Stiamo dunque parlando di Poveri ma belli, pellicola scanzonata, leggera, semplice, giovanile, che arriva dritto al cuore. Un raro esempio di film comico italiano di successo che non si serve di comici di professione, ma punta solo sulla forza del copione, sull’abilità del regista e sul gioco di squadra degli attori. E’ proprio questo che piacque tantissimo al grande pubblico facendone il secondo incasso italiano della stagione 1956/57, e guadagnandosi anche due seguiti: Belle ma povere(1957)Poveri milionari(1959). La storia, che si svolge tra Piazza Navona e il galleggiante del Ciriola sul Tevere, che oggi purtroppo non esiste più, è semplicissima: due ragazzotti romani che si atteggiano a bulli ma che sono buoni come il pane ( Arena e Salvatori) fanno la corte alla stessa ragazza ( Allasio) che flirta con entrambi ma in definitiva preferisce un terzo ( Ettore Manni); i due si consolano allora con le rispettive sorelline ( Panaro e De Luca), brave e amorevoli ragazze perbene. Il film è formato da una nutrita serie di trovate tutte imperniate sulla situazione, ancora relativamente poco sfruttata dal cinema dell’epoca, del galletto preso in giro dalla pollastra ( commessa di sartoria, la Allasio subisce per esempio la visita dei due corteggiatori che provocatoriamente dicono di volersi provare dei pantaloni, e sollevando di nascosto una saracinesca li espone in mutande al ludibrio dei passanti). La grande trovata del film è comunque l’utilizzo di Marisa Allasio, la migliore della compagnia, praticamente al suo debutto: una spiritosa venere tascabile dalle forme dilatate, con occhi vispi, sorriso allegro e soprattutto un lunghissimo collo che in qualche modo conferiva eleganza al suo fisico altrimenti quasi assurdo.

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Le tre bellezze della trilogia dei “Poveri ma belle”: Marisa Allasio, Alessandra Panaro e Lorella De Luca. La foto le ritrae sul Tevere durante una pausa sul set. Siamo nella Roma del 1956.

L’ironia sul gallismo italico trovò così altre dimensioni, cessando di essere un patrimonio del solo Sordi. Poveri ma belli è un film poco costoso anche per gli standard dell’epoca, ma che sfiorò l’incredibile somma di un miliardo di lire di incassi. Un film che puntava tutto sulla freschezza delle battute e delle situazioni narrate, coadiuvato da un cast di attori all’altezza del compito, anche se Risi dichiarò in un’intervista anni dopo che “erano pieni di buona volontà, ma un disastro, e dovevano anche far ridere. Si ripeteva un’infinità di volte, e loro si irritavano, mi odiavano…ma in fondo c’era un clima gioviale, di divertimento assoluto”. Poveri ma belli è una pellicola ambiziosa, che punta a raccontare in maniera dettagliata una realtà più piccolo-borghese che proletaria, adottando uno stile vivace e gustoso e infarcendo il tutto di una vena di ironia. I tempi stavano rapidamente mutando, e nuovi modelli di consumo e di società necessitavano di un cinema che li raccontasse. Un film dunque dialettale, giovanilmente scanzonato, proletario nell’estrazione ma piccolo-borghese nello spirito, che decretò il successo di un genere ( la commedia all’italiana) e di un regista in perfetta sintonia con l’evoluzione del costume nazionale.

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Renato Salvatori e Maurizio Arena fanno i galletti con la bella Marisa Allasio in una scena di “Poveri ma belli”.

L’immediato seguito, ovvero Belle ma povere, ancora diretto da Dino Risi, conferma ovviamente lo stesso cast del film precedente e si afferma come campione di incassi assoluto della stagione 1957/58 con oltre un miliardo di lire di incasso. Regge lo spirito scanzonato del primo capitolo, come regge anche l’affiatamento tra gli interpreti, ormai arrivati al grande successo. In particolare continua ad essere indovinata la fusione tra ambiente popolaresco e aspirazioni piccolo-borghesi: la storia procede per tirate moralistiche ( sui doveri di chi vuole costruirsi una famiglia) e si conclude con due, anzi tre matrimoni. I nostri due giovani ragazzotti, fidanzati ognuno con la rispettiva sorella, devono trovare un impiego e dunque pensare al futuro per potersi sposare. E’ su questo leit-motiv che si muove l’intero film. E’ anche la storia di un cambiamento che ha smosso l’animo dei protagonisti, da latin lovers ad aspiranti mariti in erba. Il pubblico comunque continuava ad apprezzare oltre ogni più rosea previsione. C’è da dire anche, che questo secondo capitolo della serie, mantiene gli elevati standard qualitativi del primo capitolo. Invece, non si può dire lo stesso del terzo film della serie, ovvero Poveri milionari(1959) assai meno felice rispetto agli altri due film, anche in termini di incassi. Nel cast non c’è più la prosperosa Marisa Allasio, sostituita dall’affascinante Sylva Koscina, mentre gli altri quattro protagonisti sono confermati. E’ comunque una stanca conclusione delle avventure dei due bulletti romani, con la trovata non certo originale dell’amnesia che coglie Salvatore ( Salvatori), che finisce per togliere autenticità alle disavventure dei quattro protagonisti, ormai fagocitati dai miti dell’incipiente boom economico. Dino Risi dal canto suo, è invece pronto alla commedia di costume, alla commedia all’italiana della quale sarà tra i fondatori e tra i massimi cineasti. Come pronto è anche Salvatori, anch’egli balza infatti nel cinema d’autore, con I soliti ignotiI magliari; mentre Marisa Allasio si afferma come la versione italiana di Brigitte Bardot. Nel biennio 1956-58 è forse la massima diva italiana, presenta il festival di Sanremo del 1957 e prende parte a ben otto film incentrati sulle sue curve e sulla sua simpatia, peraltro insieme ad attori del calibro di Alberto Sordi e Nino Manfredi. Nel 1959 conosce il conte Pier Francesco Calvi di Bergolo, con il quale si sposa e decide di lasciare il cinema. Senza rimpianti, ma con l’orgoglio di aver rappresentato un certo periodo del cinema italiano. Anzi un rimpianto si, c’è stato. Secondo quanto da lei affermato in una intervista del 1985, il suo matrimonio era già terminato da molti anni e l’unico suo rimpianto sarebbe stato non aver accettato il ruolo propostole da Luchino Visconti nel film Il Gattopardo, andato poi a Claudia Cardinale.

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Marisa Allasio nel 1956 in costume da bagno. Le sue morbide curve fecero impazzire l’Italia intera. Nel triennio 1956-58 era la donna più desiderata dagli italiani. Sorriso sbarazzino, fisico mozzafiato e bellezza giunonica.

In conclusione, comunque, quel che ha rappresentato la trilogia dei Poveri ma belli è qualcosa che ha ancora oggi il suo peso nella storia del cinema italiano. Un periodo indimenticabile e una serie indimenticabile, con la chicca di uno scandalo riguardante il primo capitolo della serie, che scosse l’Italia bigotta e moralizzatrice dell’epoca. Il manifesto pubblicitario con il fondoschiena della Allasio bene in evidenza fu censurato su indicazione delle istituzioni ecclesiastiche e venne subito sostituito con un altro più casto, ma sempre con la Allasio in primo piano.

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Poveri ma belli(1956)
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Belle ma povere(1957)
poveri milionari-locandina
Poveri milionari(1959)

Domenico Palattella

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