Addio al grande Bud Spencer, il “gigante buono” del cinema italiano ( saggio apparso sul mensile “Smart Marketing”, il 29 giugno 2016)

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Il Time, popolare rivista statunitense, definì Bud Spencer nel 1982, l’attore italiano più famoso del mondo, più di Totò, più di Marcello Mastroianni, più del suo compagno Terence Hill.

E non solo, Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer, è a quanto pare l’attore italiano più amato ai giorni nostri. Tutti sono cresciuti con le sue gesta, con la sua grande umanità, con i suoi sganassoni a fin di bene. Ha insegnato attraverso il cinema a reagire contro le ingiustizie e i soprusi. Ci ha insegnato che nella vita non è importante l’abito e che i più deboli vanno protetti con dedizione. Non si definiva un vero attore, perché non aveva fatto teatro, eppure alla notizia della sua morte siamo rimasti tutti un po’ spiazzati, con un magone in gola che ci assale. Sembrava immortale quel gigante buono, eppure se n’è andato anche lui. Forse è morto Carlo Pedersoli, ma non Bud Spencer, non i suoi insegnamenti, non la sua umanità. E’ morta con lui una parte della nostra giovinezza, una parte del nostro cuore. La sua morte per l’affetto popolare che nutre Bud Spencer è paragonabile per dimensione soltanto a quella di Mario Riva, di Totò o di Alberto Sordi. Eppure lui non era nato attore, era però nato sportivo, nuotatore. Nel 1949 era già nella nazionale italiana di nuoto, ed è entrato nella storia del sport italiano quando nei 100mtr stile libero è stato il primo italiano a infrangere la barriera del minuto netto: precisamente con il tempo di 59″5 nel 1950. Erano i tempi in cui la rana si nuotava in maniera inusuale, muovendo le gambe a farfalla e il tuffo di partenza era molto più goffo di quello quasi chirurgico dei tempi odierni. Partecipò a due Olimpiadi, quella del 1952 a Helsinki e quella del 1956 a Melbourne, arrivando in entrambi i casi alla semifinale olimpica dei 100 metri stile libero. Ha vinto anche una medaglia d’oro, facendo parte della spedizione azzurra della nazionale di pallanuoto ai Giochi del Mediterraneo del 1955, mentre agli stessi giochi, nell’edizione del 1951 a Alessandria d’Egitto vinse due medaglie d’argento individuali nel nuoto.

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A questo punto il suo fisico massiccio e imponente viene, però, notato dall’ambiente cinematografico. Il suo esordio, quasi casuale, avviene nella grande produzione hollywoodiana Quo vadis?, un peplum nel quale impersonava una guardia dell’impero romano. Con il cinema la gavetta è lunga e Bud Spencer conquista il ruolo di protagonista nel western «Dio perdona io no» soltanto nel 1967 grazie a Giuseppe Colizzi. Prima rifiutato per le richieste economiche ma poi arruolato perché risulta il solo adatto alla parte di gigantesco e minaccioso partner del protagonista, Pedersoli incontra qui Mario Girotti. I due decideranno, alla fine del film, di cambiare i propri nomi sui manifesti per attrarre il pubblico e Pedersoli sceglierà il suo in omaggio alla birra Bud e all’adorato Spencer Tracy. Il successo del film è più che lusinghiero, ma sarà l’episodio successivo, «Lo chiamavano Trinità» (E.B. Clucher, 1970) a consacrare il successo personale del duo.

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Un vero e proprio colpo di fulmine con il pubblico che si ripeterà, infallibile, per altre 16 volte in tutto. Nel 1970 uscì nelle sale “Lo chiamavano Trinità…”, che battezzò un vero e proprio sottogenere dello spaghetti-western: quello dei fagioli-western, dove le pallottole vedono una quasi integrale sostituzione da parte dei ganci destri. Il regista E.B. Clucher, pseudonimo di Enzo Barboni, eredita dai film di Giuseppe Colizzi la coppia Hill-Spencer e la porta definitivamente verso la comicità e verso il grande successo, in un western puzzone e naif, dove gli sganassoni contano più delle pistole e il regolamento di conti finale avviene con un’epica e incruenta scazzottata. Il film che per molti simboleggiò la fine del western all’italiana ebbe un enorme, e inaspettato, successo di pubblico (3 miliardi di lire di incassi): l’evoluzione del genere in chiave ridanciana più che eroicomica recupera le situazioni della farsa, con una separazione talmente manichea tra buoni e cattivi da innescare nel pubblico meno smaliziato l’identificazione con i protagonisti, raddrizzatori di torti e vendicatori di ingiustizie con il sorriso sulle labbra, ed è il loro capolavoro. Queste caratteristiche della coppia, che peraltro porteranno in maniera intatta in tutte le successive pellicole interpretate, sono la vera base del grande successo che hanno sempre ottenuto: il pubblico si identificò con questi due buffi personaggi, che inseriti nel selvaggio west, o in luoghi tropicali, o come poliziotti nella metropoli americana, riuscivano sempre e comunque, a sconfiggere il loro nemici a suon di sganassoni e di risate, una piccola vittoria del bene sul male.

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Un vero idolo per grandi e bambini, Il cliché del personaggio è sempre lo stesso e Bud Spencer lo riutilizzerà anche da solo: un gigante dal cuor d’oro che mena sganassoni, sorride sempre come un bambino, ristabilisce i torti e si gode la vita. Cow boy o investigatore (la serie di Steno «Piedone lo sbirro»), avventuriero o buon padre di famiglia, Bud Spencer mette perfino a punto un tipo di pugno a martello che lo renderà inconfondibile. Al di là dei classici cliché la carriera cinematografica di Bud Spencer è quanto di più poliedrico si possa trovare in circolazione, ha sperimentato infatti, da grande attore, altri generi cinematografici: il thriller, lasciandosi dirigere da Dario Argento in 4 mosche di velluto grigio (1971), e il dramma di denuncia civile con Torino nera (1972) di Carlo Lizzani. Per poi ritornare nel 1973 alla commedia brillante con la fortunata tetralogia di Piedone lo sbirro (cui seguiranno Piedone a Hong Kong del 1975, Piedone l’africano nel 1978, e infine Piedone d’Egitto del 1980), nata da una sua stessa idea e che lo vede protagonista assoluto per la regia di Steno, indimenticato re della commedia all’italiana. In particolare la tetralogia delle avventure del poliziotto napoletano che gira disarmato e fa valere la legge a colpi di sganassoni, è tra i più grandi successi di pubblico di tutti gli anni ’70.

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Bud Spencer, in questa serie di film per la prima volta non doppiato, è straordinario nel dipingere questo poliziotto disposto a chiudere un occhio nei confronti dei piccoli delinquenti, ma che non ha pietà verso i criminali senza scrupoli. Il pubblico vi si riconobbe e ne decretò il trionfo. A far da spalla a Bud Spencer anche un grande Enzo Cannavale nel ruolo del brigadiere Caputo. In quegli stessi anni degno di nota è anche la pellicola “Il soldato di ventura”(1976), e in cui dopo la prima esperienza di Piedone lo sbirro, Bud Spencer recita ancora con la sua vera voce. ll film è ambientato nel 1503 e tratta in chiave comico/grottesca la disfida di Barletta. Altro film degno di essere segnalato, e ancora diretto dall’esperto Steno, è “Banana Joe” del 1982, una favola comico-avventurosa di grande divertimento. “Una brezza leggera e cauta di allegro anarchismo”, disse della pellicola la critica specializzata, evidenziando come Bud Spencer sia ormai “il grosso più simpatico del cinema italiano ed europeo”. Banana Joe non è altro che un gigante dal cuore d’oro, che, come lavoro, commercia lungo il fiume banane che scambia con altri prodotti destinati ai nativi indios di Amantido, e che se la dovrà vedere contro alcuni trafficanti di droga. Il suo successo come attore continuerà sempre senza soluzioni di continuità, segno dell’affetto incondizionato del pubblico.

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Sempre disponibile con tutti, si faceva voler bene anche dai colleghi, Enzo Cannavale disse di lui: “Bud è un amico carissimo. Brava persona, legatissima alla famiglia. E ai valori“. Bud Spencer è dunque un personaggio destinato all’immortalità, ne sono certo, perché ha saputo parlare al cuore della gente, senza volgarità, senza doppi sensi, senza parolacce e senza violenza…i suoi sganassoni sono la metafora della lotta contro il nemico, della tutela nei confronti del più disagiato, lo sganassone è un messaggio di pace, è un messaggio del bene che sconfigge il nemico, del debole che batte il forte. Addio “gigante buono” del cinema italiano. Grande oltre la tua umiltà. Immortale oltre la tua immaginazione.

Domenico Palattella

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