La commedia rurale degli anni ’50, il “neorealismo rosa”. Dai “Pane e amore” alla “Nonna Sabella”: profumo di poesia bucolica

la commedia rurale
Negli anni ’50 si sviluppa la commedia rurale, quella tipologia di commedia all’italiana che descrive la vita dei piccoli paesini di provincia, di montagna, lontani dal caos delle metropoli e delle grandi città. Un cinema che si rifà alle poesie bucoliche, che hanno avuto grande fortuna nella storia della letteratura italiana. Ma questo della commedia rurale, è anche un genere ancora attuabile alla vita dei piccoli paesini di provincia dei tempi nostri. Nella foto una scena tratta da “La nonna Sabella”(1957), in cui vi si riconoscono Sylva Koscina e Peppino De Filippo.

Cosa vuol dire il termine “bucolico”? E’ un termine relativo alla bucolica, ovvero che evoca le atmosfere della poesia bucolica, cioè di idillio campestre, della vita nei campi e della vita dei piccoli borghi di provincia, lontani dal caos delle metropoli e delle grandi città. Tale genere poetico, che ebbe grande successo fra i Greci e fra i Romani e che non ha mai smesso di essere un importante riferimento durante tutta la storia della nostra letteratura, si fondava su un’idealizzazione della vita campestre. Secondo questo immaginario le campagne erano luoghi ameni abitati da allegri pastori e agricoltori dediti a schermaglie amorose, a danze, a esercizi poetici e, talvolta, a un lavoro leggero e festoso. I paesaggi erano idillici e tendenzialmente non c’era un problema serio al mondo. Attualizzando le ambientazioni, i toni e le atmosfere della poesia, negli anni ’50 si sviluppa al cinema la cosiddetta commedia rurale. Quella tipologia di commedia all’italiana che descrive la vita dei piccoli paesini di provincia, di montagna, lontani dal caos delle metropoli e delle grandi città. Un cinema che si rifà alle poesie bucoliche, che hanno avuto grande fortuna nella storia della letteratura italiana. Ma questo della commedia rurale, è anche un genere ancora attuabile alla vita dei piccoli paesini di provincia dei tempi nostri. Un genere che ha visto la partecipazione in veste di attori e di registi, dei più importanti artisti del nostro cinema. Eduardo e Peppino De Filippo, Vittorio De Sica, Gino Cervi, Marcello Mastroianni…ma anche registi di talento come Dino Risi, Luigi Comencini, Gianni Puccini. Insomma, la straordinarietà dell’intuizione, nata dalle ceneri del “neorealismo” è quella di inserire le atmosfere della poesia bucolica, tratte dalla letteratura, nel contesto storico-sociologico e geografico dell’Italia dei piccoli borghi. Quella Italia “vera” costituita di tanti piccoli paesini, con il suo parroco, il suo maresciallo, il suo sindaco, le sue famiglie perbene, le giovani fanciulle da maritare. Una Italia “vera”, una Italia da commedia all’italiana, del quale questo genere può essere tranquillamente definito un progenitore, proprio quando all’interno del racconto leggero delle trame, vi si inserisce la parte più sociologico della vita tranquilla dei piccoli paesini di montagna, allora come oggi. Tutto iniziò con la fine del “neorealismo” inteso come genere a parte, in cui il racconto tragico degli avvenimenti della guerra, si univa alla voglia del popolo italico di ricordare quegli anni terribili. Ma a questo punto il pubblico ha voglia di mettersi alle spalle il periodo orribile, ha voglia di divertirsi mentre sta ricostruendo l’Italia e dunque il “neorealismo” perde la sua tragicità per trasformasi in commedia rosa, definita anche “neorealismo rosa”. I primi film attribuibili a tale genere sono “Totò cerca casa”(1949) e “Vivere in pace”(1948). Ma dopo di che la commedia rosa, si ruralizza abbandonando la Capitale, o comunque la grande città per descrivere la tranquilla vita dei paesi di provincia, alle prese con la miseria degli anni post-seconda guerra mondiale e con la voglia di ricostruire l’Italia, di ricostruire il benessere economico, che nel 1960 toccherà il suo picco massimo.

cinema bucolico
“In campagna è caduta una stella”(1940) è il primo film attribuibile al genere bucolico. La descrizione della vita nei campi è deliziosamente realistica, come l’interpretazione di Eduardo e di Peppino De Filippo, in un periodo storico non certo tranquillo, anzi tutt’altro.

 Con “Sotto il sole di Roma”(1948) e con “E’ primavera”(1949) erano avvenuti i primi tentativi, da parte di Renato Castellani, di creare una commedia cinematografica neorealista, servendosi di spunti molto legati alla realtà contemporanea e di attori non professionisti. I suoi non furono i soli tentativi in questa direzione; mostrano intenzioni non troppo dissimili, sia “Due mogli sono troppe”(1950), di Mario Camerini; e anche “Buongiorno…elefante!”(1952), di Gianni Franciolini, gracilissimo soggetto di Cesare Zavattini, dove Sabù è un maragià che mette scompiglio nella modesta abitazione di De Sica insegnante nonché guida turistica abusiva col dono di un elefantino in carne e ossa. Questi film inizialmente colpirono poco la fantasia del pubblico, certo non la distolsero dalle contemporanee farse derivate più o meno direttamente dalla rivista e dai suoi idoli. Ma poi, nel 1952, lo stesso Castellani si prese la rivincita con una nuova commedia, che non soltanto ottenne un grande successo di critica ( primo premio al Festival di Cannes e Nastro d’argento alla miglior sceneggiatura) e un incasso eccellente ( 426 milioni di lire: come un “normale” film di Totò), ma che, subito imitata e riproposta su scala industriale, inaugurò un nuovo e fortunato filone per cui fu coniata la formula di “neorealismo rosa”: “Due soldi di speranza”, con i volti presi dalla strada di Vincenzo Musolino e Maria Fiore, che diventerà una importante attrice, nonché dei popolani del paesino campano di Boscotrecase, dove fu girato il film. Basato sul racconto di un’esperienza autentica, raccolto da Castellani e scritto oltre che dal regista, da Ettore Margadonna e da Titina De Filippo, “Due soldi di speranza”, attraverso una serie di episodi, segue le vicende dell’amore contrastato di due fidanzati clandestini, o forse sarebbe meglio dire, segue gli espedienti attraverso i quali nel poverissimo meridione di quegli anni il protagonista, Antonio, si ingegna a raggranellare quanto potrebbe consentirgli di indurre un irremovibile padre a cedergli la figlia Carmela. I tentativi finiscono male,il padre non sgancia nessun consenso, ma i giovani non si arrendono, e alla fine la coppia si unisce lo stesso, sempre spiantata ma malgrado tutto fiduciosa nel proprio futuro. Non si può non riconoscere che “Due soldi di speranza” forniva una testimonianza attendibile sulle condizioni di vita e sul comportamento di larghe masse contadine di un Sud spoliticizzato, estraneo alla moderna civiltà della lotta di classe, assorbito esclusivamente dalle più elementari preoccupazioni pratiche e sentimentali e solo per esse disposto a battersi. Ma il prodotto è ben fatto, rivisto oggi non mostra alcun segno di invecchiamento, la lingua è viva, le trovate funzionano, l’allegria dei personaggi è contagiosa e mai melensa. Senza contare che vi troviamo allo stato genuino parecchie situazioni che il cinema degli anni seguenti avrebbe ripreso e commercializzato, a partire dal personaggio di Carmela ( Maria Fiore), la popolana bella, fiera, aggressiva, indipendente, articolata, e malgrado il suo anticonformismo, profondamente perbene.

cinema bucolico 2
Vincenzo Musolino e Maria Fiore protagonisti del film “Due soldi di speranza”(1952), di Renato Castellani, il film che inaugura il fortunato filone della commedia paesana.

E infatti i connotati della Carmela di “Due soldi di speranza” ricompaiono attribuiti a Gina Lollobrigida come la cosiddetta “Bersagliera” di “Pane, amore e fantasia”, il film con cui appena un anno dopo Luigi Comencini e lo scrittore Ettore Margadonna dimostrarono di avere intuito le possibilità commerciali della commedia paesana. Col suo miliardo e 400 milioni d’incasso “Pane, amore e fantasia” fu campione italiano per il 1953, e l’anno seguente l’inevitabile seguito, voluto a furor di popolo, “Pane, amore e gelosia”, fece ancora meglio, superando il miliardo e mezzo di lire di incassi. Film epocali e serie epocale, che continua l’anno seguente cambiando regista, da Comencini a Risi; interprete femminile, dalla Lollobrigida alla Loren; ambientazione, da Sant’Angelo Romano a Sorrento; e per di più diventa anche a colori abbandonando il classico bianco e nero. Ciò che rimane immutato, è lui, Vittorio De Sica, il vero trascinatore della serie, sensuale, carismatico, seducente, immenso…gli aggettivi si sprecano. Il film in questione è “Pane,amore e…”, che avvolto dallo sgargiante colore, dalle bellezze di Sorrento e dalla fierezza popolare e popolana della Loren, oltre che dal carisma di De Sica, si confermerà campione di incassi dell’annata 1955, con oltre un miliardo di lire incassati. Vittorio De Sica, inoltre, vincerà il primo David di Donatello della storia, come miglior attore protagonista, nella prima edizione del 1956. La serie proseguirà nel 1958 con “Pane,amore e Andalusia”, ancora con De Sica e Carmen Sevilla, girato in Spagna dal regista iberico Xavier Seto. Tanto fu il successo della serie che questa continuerà con un curioso prodotto collaterale dal titolo “E’ permesso maresciallo? Tuppe tuppe marescià”(1958), senza De Sica, ma con Roberto Risso, timido carabiniere scelto dei primi due episodi della serie, adesso diventato maresciallo. Curiosità: De Sica che non c’è, appare però in fotografia, e ciò giustifica il fatto che il film può essere definito come un quinto episodio della serie). Nella serie dei “Pane e amore” i problemi sociali malgrado tutto denunciati in “Due soldi di speranza” si attenuano ulteriormente per dare spazio a delle spensierate commedie bucoliche affidate ad astuti caratteristi, in cui non manca proprio nessuno: c’è il parroco interpretato da Virgilio Riento, la governante interpretata da Tina Pica, e poi la fiera popolana interpretata da Gina Lollobrigida, la levatrice del paese interpretata da Marisa Merlini, il maresciallo superbo di De Sica. Rispolverando il suo enorme charme, proprio De Sica iniziò una nuova carriera d’attore di mezza età col suo maresciallo dei carabinieri blandamente donnaiolo, intrigato dalla “Bersagliera” ma finalmente soccombente alla matura levatrice del paesino, Marisa Merlini. Roberto Risso, un biondino dall’aria timida, era il suo imbranato subalterno veneto, e la prosperosa Lollobrigida, che si era tentato di lanciare come star del technicolor all’italiana, appariva finalmente a suo agio, ora che il copione le chiedeva di correre a piedi nudi sui sassi e non di ancheggiare sui tacchi a spillo, portando modelli di sartoria. Il paese in cui sono ambientati i primi due capitoli della serie, è nelle intenzioni degli sceneggiatori un piccolo paesino di montagna della Marsica abbruzzese, ma in realtà Sant’Angelo Romano, in provincia di Roma. Ma giacché nel nostro meridione tutti i paesini sono uguali, va bene anche così. Gli stereotipi paesani vengono confermati anche nel terzo capitolo della serie, quello colorato e girato a Sorrento, dove malgrado il cambio di gran parte degli attori, l’impianto scenico rimane invariato: la prosperosa e fiera popolana sarà interpretata da Sophia Loren, il parroco del paese è Mario Carotenuto in sostituzione di Virgilio Riento; il belloccio di buoni sentimenti è interpretato da Antonio Cifariello che sostituisce Roberto Risso ( e mi si permetta di dire, molto, molto meglio), il ruolo della matura prosperosa e seducente che saprà legare a sé il maresciallo, passa da Marisa Merlini a Lea Padovani; mentre del cast originale rimangono soltanto Vittorio De Sica e Tina Pica.

cinema bucolico 3
Sophia Loren e Vittorio De Sica sullo sfondo di una bellissima Sorrento nel film “Pane, amore e…”(1955). Il terzo capitolo della serie, campione di incassi dell’annata e capolavoro assoluto.

Un altro filone di commedia idilliaca campagnola popolare quanto quella dei “Pane e amore” fu inaugurato lo stesso anno con la serie dei “Don Camillo”, tratta dai popolarissimi romanzi di Guareschi. Qui ci troviamo al nord anziché a sud, a Brescello nella bassa padana, e il conflitto è tra le due autorità, il sindaco comunista Peppone e il parroco Don Camillo, che ha sempre l’ultima parola ( nel mondo post-borbonico di “Pane, amore e fantasia”) l’autorità era costituita dal maresciallo, e il prete era la voce del fatalismo; spiegava tra l’altro che la miseria è inestirpabile, anche le agitazioni sarebbero inutili, in quanto la terra è dei contadini già da mezzo secolo). Fu un colpo di genio del produttore ( Peppino Amato, per Rizzoli) quello di affidare la materia tanto italiana, ma com’era stato dimostrato dal successo internazionale dei libri, tanto esportabile dei “Don Camillo”, a realizzatori stranieri: il regista Julien Duvivier coadiuvato dallo scrittore R. Barjavel, e l’attore Fernandel dal sorriso equino e dalle manifeste origini italiane ( il nonno era piemontese di Cairo Montenotte, in provincia di Cuneo). Dopo varie perplessità ( si pensò perfino di dare la parte allo stesso Guareschi, che sfoggiava un adattissimo paio di baffoni) il fazzoletto rosso di Peppone fu annodato al collo di Gino Cervi, avvantaggiato dal sangue emiliano che gli scorreva nelle vene: caso di rinascita cinematografica da grande attore di mezz’età, analogo a quello di De Sica. Le tappe sono cinque, e di altissimo livello: “Don Camillo”(1952), “Il ritorno di Don Camillo”(1953– stesso regista), “Don Camillo e l’onorevole Peppone”(1955– diretto da Carmine Gallone), “Don Camillo monsignore…ma non troppo”(1961– ancora diretto da Carmine Gallone), “Il compagno Don Camillo”(1965– diretto da Luigi Comencini). I “Don Camillo” piacquero perché molto ben fatti e ben recitati, e soprattutto perché malgrado le intenzioni conservatrici dell’autore dei libri, trovarono consensi da tutti i lati. Anzi, si può dire che, paradossalmente, nel clima censorio di quegli anni, il simpatico e fondamentalmente bonario sindaco comunista di Gino Cervi fece più propaganda alle sinistre dei film di registi dichiaratamente impegnati (es. “Achtung!Banditi!”, di Lizzani, “Roma ore 11”, di De Santis). Allora infatti le destre conducevano la loro lotta politica nel segno dell’anatema; coi comunisti non si doveva nemmeno parlare, la scomunica colpiva automaticamente i lettori dell’Unità. Ecco invece che nei “Don Camillo”, un pò come Totò e Aldo Fabrizi in “Guardie e ladri”, i due nemici tradizionali sono in realtà due facce della stessa moneta. Conterranei, si capiscono benissimo l’un l’altro, e capiscono e conoscono profondamente tutti i loro compaesani. Peppone ammira segretamente la cultura e l’intelligenza di Don Camillo; il prete vuol bene a Peppone per la sua generosità. Divisi nelle faccende locali, i due si trovano spesso uniti contro il mondo esterno: sono dalla stessa parte quando il Po rompe gli argini; oppure quando Peppone si presenta candidato al Parlamento e Don Camillo segretamente lo prepara per gli indispensabili esami di licenza media. Nell’ultimo capitolo della serie, quando ormai siamo a metà degli anni ’60, la satira politica è più esplicita che altrove, e infatti i tempi sono molto cambiati; stavolta il vecchio prete si intrufola in una delegazione ufficiale in visita all’Urss, assieme al compagno Peppone. Ancora una volta, l’arte anticipava la vita: quasi modellandosi su quelle macchiette, un presidente socialista e un Papa alla mano finiranno ai giorni nostri per realizzare l’idillio con liete scampagnate antiprotocollari.

cinema bucolico 4
Fernandel e Gino Cervi nei panni di Don Camillo e Peppone. La storia del cinema in una foto.

Nell’elencare le discendenze dei “Pane e amore” e dei “Don Camillo” siamo arrivati fino agli anni ’60, scavalcando altre commedie del genere che meritano più di una citazione. Dopo la nascita della commedia rurale, avvenuta ad opera del film “Due soldi di speranza”, iniziano fin da subito a spopolare queste commedie paesane, brillanti, divertenti, realistiche e veloci, interpretate dai più popolari attori dell’epoca. A dir la verità qui è utile, al fine di un corretto saggio su questo argomento, citare l’antenato di tale genere, quel “In campagna è caduta una stella”, del 1940 e interpretato da Eduardo e Peppino De Filippo. Seppur girato nei giorni immediatamente precedenti all’inizio della seconda guerra mondiale, il film è avvolto da un’atmosfera quasi fuori dal tempo: è alquanto delicato e piacevole, fresco, arguto e spigliato. E azzeccata sembra, anche la ricerca di una poesia della natura, di una poesia rustica con molte riprese dei lavori nei campi. Eduardo e Peppino sono due fratelli, possidenti agricoli, che si innamorano della stessa capricciosa e viziata ragazza, giunta nel piccolo paesello agricolo dalla grande città. Al centro del film ci sono i cedimenti provinciali di fronte alle tentazioni “straniere” e la vita nei campi, con una descrizione che sembra lontana anni luce da quello che in verità stava per offuscare la tranquillità del mondo intero. Ritornando agli anni ’50, nel 1952 è nelle sale un altro film, che ebbe anche un ottimo successo al botteghino, e che contribuì in maniera decisiva al successo di tal genere. Il titolo del film è “Cani e gatti”, ambientato in un piccolo paesino di montagna, che vive della contrapposizione politica tra il sindaco-farmacista Peppino ( Umberto Spadaro) e l’albergatrice Elvira ( Titina De Filippo). Il film è fresco e divertente anche grazie alla presenza di Titina De Filippo, che ormai come popolarità è al livello dei suoi illustri fratelli e può godersi il meritato successo. L’anno precedente la sua memorabile interpretazione di Filumena Marturano, la fece entrare definitivamente nell’olimpo delle grandi attrici del nostro cinema, e ora ne gode i meritati frutti. Girato sul lago di Bracciano, questa commedia sentimentale scherza su due temi all’epoca ancora tabù: la morte e i figli nati prima del matrimonio. Ma piacque molto al pubblico, perchè il popolo nelle commedie come “Cani e gatti” o i “Pane e amore” vi si riconosceva, o chi era giunto nelle grandi città dalla provincia, magari per fare carriera, ritrovava con nostalgia il proprio passato, la propria gioventù, ritrovava l’essenza e l’atmosfera del proprio paese, che aveva dovuto abbandonare per fare carriera. Elemento attuale ancora oggi, ad esempio riguardo gli studenti universitari, che si recano a Torino, Milano, Roma, Firenze per intraprendere la propria carriera, abbandonando così la vita di provincia che fino ad allora avevano vissuto, proprio perché arretrata, ma che ti rimane nel cuore. E’ questo il motivo del successo enorme di questo genere di commedia cinematografica, perchè parla di noi italiani, delle nostre nostalgie, della nostra società, del nostro passato.

cinema bucolico 5
Umberto Spadaro e Titina De Filippo, protagonisti del film “Cani e gatti”, del 1952. Un film che ebbe un grande successo di pubblico. Divertente, spensierato e…bucolico.

Sono da segnalare poi, commedie paesane come “La bella mugnaia”(1955), remake a colori del glorioso “Cappello a tre punte” da parte dello stesso Mario Camerini, stavolta con Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Vittorio De Sica e Yvonne Sanson; e “Giorni d’amore”(1954), di Giuseppe De Santis, con Marcello Mastroianni e Marina Vlady: leggera e divertente farsa paesana, con il quale un giovanissimo Mastroianni vinse il primo premio in assoluto di una gloriosa carriera, ovvero il Nastro d’argento. Un intelligente tentativo di rivisitare con ironia il genere bucolico, è invece, “Il medico e lo stregone”(1957), di Mario Monicelli e dei suoi tradizionali sceneggiatori, Age, Scarpelli e De Concini. Ambientato nel solito paesino del sud escluso dal flusso della storia e del benessere economico di quegli anni, ma siamo invece a San Martino al Cimino in provincia di Viterbo, “Il medico e lo stregone” è una splendida commedia di costume sugli ostacoli che l’arretratezza culturale poneva alla modernizzazione dell’Italia. Una sfida tutta giocata sul confronto tra due attori ( che sono anche due scuole di recitazione), ovvero Marcello Mastroianni e Vittorio De Sica, con il merito di non scivolare mai nel caricaturale, mantenendo quell’ambizione di descrizione sociologica della società, tipica della commedia all’italiana. In questo senso, capolavori pari se non superiori all’opera di Monicelli, sono le avventure stra-paesane de “La nonna Sabella”, di Dino Risi. Un film che, curiosamente, precedette la pubblicazione del romanzo di Pasquale Festa Campanile da cui era tratto ( il romanzo esisteva sotto forma di manoscritto, e venne pubblicato dopo l’uscita e il susseguente enorme successo di pubblico del film). Premiato al festival di San Sebastian e al festival del cinema umoristico di Bordighera, il film, insieme al suo immediato seguito, rappresenta l’ultimo acuto di quel neorealismo rosa-paesano che aveva riempito di sè gli anni ’50: dopo di esso, nel decennio successivo la commedia di paese si trasferirà in città. Come canto del cigno, però, rasenta il capolavoro, la commedia è si semplice nei contenuti, ma molto divertente, molto aggraziata nella forma, molto svelta e fresca nei dialoghi. Il film, ambientato nel piccolo paesello campano di Pòllena, è molto ben architettato, al punto da raggiungere spesso l’umanità della commedia; e i personaggi sembrano sì usciti da un’opera buffa settecentesca, ma da una di quelle che avevano nel realismo psicologico il loro punto di forza. Mattatrice del film è Tina Pica, con il suo cipiglio sinistro e la sua voce baritonale ( “Noi dobbiamo parlare da uomo a uomo” dice al nipote Renato Salvatori): terribile come la moglie che in “Marito e moglie”(1952) costringeva un altro De Filippo, il povero Eduardo, a covare le uova per il bene economico della famiglia. Al suo fianco Paolo Stoppa, uno di quegli avvocati meridionali sempre cupi, sempre in agguato, sempre pronti alla rissa; e Renato Rascel, nel ruolo di un pretino fragile ma buono. Quanto alle belle di turno, Rossella Como batte in bravura, anche se non in bellezza, la prorompente ma abbottonata ( in tutti i sensi) Sylva Koscina, appena lanciata dal “Ferroviere” di Pietro Germi. Ma il vero protagonista, giustamente davanti agli altri anche nei titoli di testa, è Peppino De Filippo: l’impiegato postale in pensione Emilio Mescogliano ( o “Garofaniello”, come lo chiama l’eterna fidanzata Dolores Palumbo), costretto all’alba dei 60 anni a fare ancora l’amante abusivo. Questa volta il percorso è inverso rispetto alla maggior parte dei personaggi di Peppino: si parte dal personaggio-marionetta, da connotati quasi farseschi, per scoprire poco per volta che sotto quei panni c’è un uomo, un vigliacco per natura che di fronte all’amore trova il coraggio della dignità, esce dalla farsa ed entra nella commedia della vita. Peppino appare in scena quasi subito: con la sua coppola da mafioso, sta appostato come un avvoltoio, o perlomeno come una cornacchia, piccolo e nero contro il paesaggio chiaro, ad aspettare con impazienza la morte annunciata- ma sempre rimandata- della terribile vecchia ( ha già la corona funebre pronta e raccomanda a un ragazzetto di tenere sotto controllo la situazione: “Tu stai sul chi muore”, assolutamente geniale). Da vent’anni infatti è fidanzato in gran segreto con un’antica bellezza del posto, la sorella minore di nonna Sabella, e la loro vita da adolescenti coi capelli bianchi è fra le cose deliziose del film: chiamati dalla gente “i promessi sposi”, si scambiano di nascosto bigliettini ai tavoli dei bar, fanno insieme le matasse da balcone a balcone e discutono sull’opportunità di scappare o meno di casa. Intanto Peppino comincia a corteggiare spudoratamente Renato Salvatori, fidanzato di sua nipote Sylva Koscina, perchè parli bene di lui alla nonna, piagnucolandogli addosso nel più puro stile peppiniano, baciandogli le mani, tirandolo per la giacca, mandandogli sgraditissimi baci sulla bocca con la punta delle dita. E poichè la situazione non si sblocca, il nostro pensionato-amante gioca la carta infallibile della gelosia: durante uno di quei funerali da commedia all’italiana in cui a tutto si pensa meno che al morto, fa il galante con una bella francesina e induce così la povera Carmelina ad accettare il matrimonio segreto. Ed eccoci alla deliziosa sequenza, entrata nella storia del cinema italiano, del matrimonio notturno: di una tenerezza un pò spaesata. Peppino è compunto, emozionato, intimidito, imbarazzato come un adolescente di fronte agli amici nell’offrire alla sposa i fiori di garofano ( “per quelli d’arancio ormai non è più stagione”, si dice nel film). Il rito è spassoso e insieme toccante, persino emozionante, con officianti e officiati tutti nascosti dietro l’altare quando si teme che stia per arrivare nonna Sabella, con Peppino che fa pasticci con gli anelli, che si siede sul proprio cappello, che anziché dire semplicemente “si” confonde il parroco ( un delizioso Renato Rascel) a forza di perifrasi; al punto che anche il buon sacerdote, in tanta confusione, fa la sua tenera gaffe: “…del resto siete giovani, avete tutta la vita davanti a voi…”. Tutto finisce bene, meglio tardi che mai, con un clarinetto che rompe il silenzio della notte intonando l’ “Ave Maria” di Schubert. Incombe ancora la presenza ingombrante di nonna Sabella ( ma che brava Tina Pica): una presenza che, non appena vede la sorella vestita di bianco, punta il fucile contro il suo seduttore e lo insegue per tutta casa fino a metterlo in fuga a gambe levate come un personaggio di cartoon. Ma alla fine omnia vincit amor, almeno nei film, e nessuno ha più la forza di scacciare Peppino quando si ripresenta in casa della suocera con letto, lenzuola e cuscini. Finisce non proprio in gloria, ma comunque meno peggio del previsto, con Peppino, che in ogni caso, per sicurezza, si porta il fucile in camera: spassosissimo. Ciò che finisce in gloria, invece, è il film stesso, che ebbe talmente tanto successo di pubblico, da convincere la “Titanus” a progettare per l’anno successivo il suo immediato seguito, “La nipote Sabella”.

cinema bucolico 6
“Il medico e lo stregone”(1957), rispettivamente Marcello Mastroianni e Vittorio De Sica, in una delle più belle parentesi di commedia rurale. Al successo del film ha contribuito di certo anche la regia d’autore di Mario Monicelli.
cinema bucolico 7
Uno dei manifesti d’epoca del film “La nonna Sabella”(1957). Qui vi si riconosce la scena in cui Peppino appena sposatosi con la sorella (Dolores Palumbo) di nonna Sabella( Tina Pica), chiede aiuto al nipote (R. Salvatori) dell’arzilla vecchietta, per riuscire ad arrivare in camera da letto. Che spasso!

Ne “La nipote Sabella”(1958), che conferma, sia pur in tono minore, il grande successo di pubblico del suo prequel, si torna nel minuscolo paesino campano di Pollena, e torna intatto il quintetto di protagonisti: Tina Pica e le due coppie composte da Peppino De Filippo-Dolores Palumbo e Renato Salvatori-Sylva Koscina. Stavolta la regia passa da Dino Risi a Giorgio Bianchi, uno dei registi più assidui frequentatori del talento cinematografico di Peppino. Poiché il numero uno della serie si concludeva con un doppio matrimonio, e poiché tutti sappiamo quant’è noiosa la vita matrimoniale anche sullo schermo, gli sceneggiatori dovettero spremersi le meningi per portare avanti le vicende dei protagonisti. E alla fine ebbero un’idea, curiosa e redditizia. Proprio in quegli anni, infatti, si cominciava a parlare dei fortunati americani che s’erano fatti il loro bravo giacimento di petrolio in giardino. Si pensò allora, visto che tutto il mondo è paese, visto che “anche New York è una piccola Pòllena”, di esportare l’oro nero pure in Italia, e addirittura in quelle zone da cui nella realtà sarebbe difficile cavar fuori anche una rapa. Eppure il film fila via liscio come l’olio e molto divertente, anche grazie agli esilaranti duetti tra Tina Pica e Peppino De Filippo, con l’invadente matriarcato della prima e i furbeschi intrighi del secondo. La trama narra di un giacimento di petrolio che sembra si trovi nel terreno di famiglia e che andrà alla coppia che per prima farà una figlia di nome Sabella: l’indomita Sabella (Tina Pica) cerca di favorire il nipote Raffaele ( Renato Salvatori) e la moglie Lucia (Sylva Koscina), ma don Emilio (P. De Filippo) e donna Carmelina (Dolores Palumbo) non vogliono essere da meno. Tutto si risolve per il meglio alla fine, con due nuovi piccoli arrivi, uno per coppia, e con la decisione che il ricco giacimento appartiene in egual misura a tutti i membri della famiglia.

cinema bucolico 8
La scena finale de “la nipote Sabella”(1958), che conclude le avventure del divertente quintetto di attori. Qui Tina Pica, Peppino De Filippo, Sylva Koscina, Renato Salvatori e Dolores Palumbo, annunciano al paese intero, che il giacimento di petrolio che li ha resi ricchi, è di tutta la famiglia Mancuso al completo e dei suoi eredi. Un commovente lieto fine.

Questo genere di commedia leggera, blandamente satirica e a carattere fortemente regionale, sarebbe continuata, o meglio sarebbe mutata, urbanizzandosi, nell’Italia del boom. E per due ragioni, una tecnica e una logistica. La prima è che con “I soliti ignoti”(1958) era nata la commedia all’italiana; la seconda è che il lavoro in città, era più semplice anche per il trasporto di tutto il materiale tecnico e per il recepimento rapido delle maestranze provenienti da Cinecittà. Da ciò la nuova Arcadia cinematografica sarebbe stata stabilita a Roma, o al più a Napoli, con l’uso dei due dialetti, che affiancheranno prepotentemente l’italiano come lingua del cinema nazionale. Prima di questa trasformazione fanno in tempo ad uscire un certo numero di pellicole, che in qualche modo, chiudono con eleganza e con la solita malinconia questo fiorente genere. Una rapida carrellata: “Mogli e buoi”(1956), con Nino Taranto, Gino Cervi e Walter Chiari; “Gente felice”(1957), con Lorella De Luca, Mario Riva, Riccardo Billi e Memmo Carotenuto nei panni del parroco del paese; “Io, mammeta e tu”(1958), ispirata alla omonima canzone di Domenico Modugno, con Renato Salvatori, Rossella Como, Marisa Merlini e un delizioso cammeo di Tina Pica; “Carmela è una bambola”(1958), ambientato e girato ad Amalfi, deliziosa commedia sentimentale con Marisa Allasio e Nino Manfredi. E per finire due film con Totò, che non poteva mancare: “Destinazione Piovarolo”(1955), una commedia sempre in bilico tra il comico e la satira politica; e “Gambe d’oro”(1958), girato in Puglia a Cerignola, con la morale sull’unione che la forza e il potere malvagio del denaro, che lascia il segno. Praticamente fuori tempo massimo, a chiudere questo genere, da segnalare il film “Twist, lolite e vitelloni”(1962), farsa paesana girata a Soriano sul Cimino, in provincia di Viterbo e interpretata da Aldo Fabrizi e Tino Scotti. Una farsa divertente, a metà strada tra “Giulietta e Romeo” e “I prepotenti”, tutta incentrata sulla loro rivalità, causa innamoramento dei loro rispettivi figli. Tino Scotti interpreta un barone spiantato, che però è anche il sindaco del paese; Aldo Fabrizi è invece un albergatore ricchissimo e di idee progressiste. La satira politica blanda si unisce dunque, ai loro deliziosi duetti, che fanno del film una gustosa appendice di commedia paesana.

cinema bucolico 9
Marisa Allasio e Nino Manfredi in “Carmela è una bambola”(1958). Sullo sfondo della splendida Amalfi, un film delicato, surreale e delizioso. Da vedere!
cinema bucolico 10
“Destinazione Piovarolo”(1955): anche Totò è tra i grandi protagonisti di questo genere. Un film malinconico, la storia di un capo-stazione che aspetta per trent’anni di essere promosso verso nuovi lidi, lontano dalla provinciale Piovarolo.

Ha qui termine dunque, questo saggio sulla commedia rurale, sulla commedia bucolica, che ricca zeppa di capolavori assoluti del cinema italiano, ha in sè l’atmosfera della vita dei piccoli paesini. La bellezza e la naturalezza di queste pellicole colpiscono ancora oggi, e poi c’è un particolare da non sottovalutare, tutti i grandi del cinema sono passati da questo genere, e hanno contribuito a renderlo epico, immortale, nostalgico…nostalgico come il profumo di una vita che non c’è più…immortale come le emozioni che scaturiscono dalla Settima Arte…epico come il Cinema italiano.

Domenico Palattella

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...