Totò, il Principe della risata e del cinema italiano

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Totò, l’attore più amato di tutte le generazioni. La sua è una strepitosa carriera cinematografica, costellata di successi e di interpretazioni memorabili, anche con registi importanti. Ma era anche un uomo generoso, abitudinario, riservato: un Principe nei modi e nell’animo. Dal 1952 in poi, ha fatto coppia fissa nella vita con Franca Faldini: un amore vero e sincero.

♥ Gli anni d’oro. I grandi registi scoprono Totò: scoppia la Totò-mania (1947-1954)

Dopo le prime pellicole interpretate durante la seconda guerra mondiale, e che non avevano riscosso l’incredibile successo che invece Totò riscuoteva nella rivista; il nome di Totò, già a partire dal 1947 sfonda nel cinematografo. Sarà un successo senza precedenti, che proietterà il Principe De Curtis, come l’attore italiano più amato di tutte le generazioni. E dire che il merito del ritorno al cinema di Totò, è tutto di Mario Mattoli, grande regista e scopritore di talenti come nessuno. Il regista, dopo alcuni tentativi, riuscì a spuntarla: insistette con i produttori cinematografici affinché investissero di nuovo su Totò, che intanto in teatro faceva sempre “tutto esaurito”. Ce ne volle di tempo, perché i produttori avevano ancora ben chiari davanti agli occhi gli esiti dei film precedenti. Ora, noi posteri non abbiamo la certezza di quanto abbiano incassato quei 5 film precedenti di Totò, poiché la banca dati degli incassi ha inizio a partire dal 1946, ma dalle cronache dell’epoca si deduce che in quella prima mezza dozzina di film, Totò, non era ancora riuscito a trovare una propria dimensione e identità cinematografica, che invece troverà, e con che risultati, nel dopoguerra, a partire dall’incontro con Mario Mattoli. Il 1947 è dunque, l’anno in cui Totò compie un salto qualitativo determinante nella sua carriera cinematografica. Fu decisivo, per l’accelerazione e la progressione geometrica della sua carriera cinematografica, proprio Mattoli stesso, che fu anche il regista che più di ogni altro dirigerà Totò ( gireranno insieme sedici film). Quando Totò e Mattoli si incontrano nel 1947 per il film “I due orfanelli”, Mattoli aveva già realizzato ben trentasei film, e lanciato la stella cinematografica di Macario, mentre Totò aveva al suo attivo solo sei film. Questo incontro non è casuale e si spiega con il tentativo perseguito caparbiamente dal mercato cinematografico di sottrarre definitivamente Totò al teatro. L’intesa scattò fin dal primo istante e i due si capirono subito alla perfezione. Il loro primo amore rimaneva il teatro e pertanto cercarono sempre, in totale complicità, per quanto possibile, di “adattare” le riprese e la messa in scena cinematografica al modulo espressivo e alla sintassi del palcoscenico. Nella trilogia scarpettiana ( Un turco napoletano, Miseria e nobiltà Il medico dei pazzi), diretta da Mattoli e interpretata da Totò, assisteremo all’artificio di un film inserito dentro un teatro vero e proprio, con tanto di poltrone e palchetti, borderaux e sipario. La serie dei quattro film diretti da Mattoli tra il 1947 e il 1948 (I due orfanelli, Fifa e Arena, Totò al giro d’Italia I pompieri di Viggiù) costituirà il trampolino di lancio e la base dell’immensa popolarità di Totò presso il pubblico, con conseguenti incassi da capogiro al botteghino. A questo punto, suo malgrado, Antonio De Curtis è davanti a un impasse. Bisogna fare i conti con l’aspra battaglia che il cinema italiano stava combattendo per non soccombere all’avanzata del rivale statunitense, caldeggiata per ragioni politiche dal governo e dalla sua tendenza nettamente filoamericana. Per evitare il disastro, gli addetti ai lavori nostrani si aggrapparono ai protagonisti del teatro più graditi al pubblico come a un’ancora di salvezza. L’equazione è semplice: se la gente corre a vederli nei teatri, allora correrà a vederli anche al cinema. E Totò è di sicuro tra gli artisti più amati: messo di fronte alla prospettiva di girare un certo numero di film con conseguente congruo ritorno economico, lascia il palcoscenico e sceglie la macchina da presa. Una vittoria, questa del cinema, che Ettore Petrolini, aveva già presagito negli anni ’30.

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Il primo vero grande successo di Totò: “I due orfanelli”(1947), di Mario Mattoli. E’ il film che apre le porte del grande cinema a Totò, che quì divide la scena con Carlo Campanini. Una pellicola divertente e spensierata: da vedere!

Dopo gli incassi record di Fifa e arena, durante le vacanze di Natale del 1948, esce nelle sale Totò al giro d’Italia, che a conferma dell’immensa popolarità ormai raggiunta, è il primo film che presenta il nome di Totò nel titolo. Il trapianto definitivo di Totò dal teatro al cinema avviene proprio nel 1948: la maschera che aveva calcato i palcoscenici di tutta Italia alla fine degli anni ’40 è diventata il più popolare personaggio dello schermo. Ormai il cinema italiano ha sempre più bisogno di Totò. Nel 1949, Totò gira quattro film: I pompieri di Viggiù, di Mario Mattoli; Yvonne la nuit, di Giuseppe Amato; Totò cerca casa, di Steno e Monicelli; e Totò le Mokò, di Carlo Ludovico Bragaglia. Si tratta di film molto importanti, che non solo confermano le grandi qualità comiche di Totò e la sua vasta popolarità ( sono tutti campioni di incassi, o quasi ), ma evidenziano anche le sue enormi e nascoste capacità drammatiche, come è evidente in Yvonne la nuit, dove tratteggia con raffinata perizia recitativa, un personaggio umile, sobrio, malinconico e perdente, così lontano dall’esuberanza scoppiettante delle sue esibizioni nel teatro di varietà. E poi c’è Totò cerca casa, in cui viene approfondito, grazie alla regia di Steno e Monicelli, il problema degli alloggi nell’Italia dell’immediato dopoguerra: vale a dire il genere comico in una cornice neorealista. Studiosi e critici del cinema, vedono in Totò cerca casa, la futura commedia all’italiana in stato embrionale. L’anno si conclude poi, con lo spumeggiante Totò le Mokò, che si può senza dubbio definire uno dei film più divertenti di Totò in assoluto. Diretto da Carlo Ludovico Bragaglia, regista che riesce a far fuoriuscire meglio di tutti, il suo estro funambolico, la pellicola è una delle migliori “totoate” in assoluto, grazie anche ad un copione di spedita semplicità che fila via come un treno rapido senza una fumata, seguendo i binari del celebre film di Julien Duvivier “Il bandito della Casbah (Pépé le Moko)” del 1937, di cui è, non è, una parodia. Tutto funziona perfettamente, sia il cast di comprimari davvero d’oro, Carlo Ninchi, Mario Castellani, Luigi Pavese; sia le poppute e prosperose presenze femminili, Carla Calò, Gianna Maria Canale e Franca Marzi. C’è un Totò in forma smagliante, e il film è un fuoco di fila di gag, equivoci, battute e giochi di parole, ed ebbe un grande successo di pubblico nelle sale. Almeno due scene entrate nella storia: il numero della danza; e quello in cui Totò canta una delle sue famose canzoni, “La mazurka di Totò”, una delle più allegre, gioiose e sognanti del suo intero repertorio, una sorta di inno all’amore e alla gioventù. La deliziosa scena di Totò che suonando gira con la grancassa dietro la schiena rischiando di colpire gli spettatori che si scansano si rivedrà in “Mary Poppins”, interpretata da Dick Van Dyke.

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La locandina originale di “Totò le Mokò”(1949), uno dei film più divertenti e riusciti di Totò. Grande successo di pubblico!

Inarrestabile Totò…Nel 1950 ne gira otto, di film: L’imperatore di Capri, Totò cerca moglie, Napoli Milionaria, Figaro qua…Figaro là, Totòtarzan, Le sei mogli di Barbablù, Totò sceicco47 morto che parla. Si tratta per lo più di farse, alcune delle quali memorabili e intelligenti, come Totò sceiccoL’imperatore di Capri, ma comunque tutte premiati da incassi da capogiro. I produttori ormai rincorrono Totò sui vari set e sulle scene di mezza Italia, sottoponendogli contratti vantaggiosi e lasciandogli carta bianca per qualunque progetto. Anche Dino De Laurentiis, dopo il colpo che era riuscito a Carlo Ponti, si fa avanti con un contratto da favola…Insomma, ormai Totò ha praticamente tutto il popolo italiano ai suoi piedi e il suo successo va oltre i limiti consentiti a un divo dello schermo. Tenendo conto del fatto che in genere Totò non ha mai lavorato nei mesi di luglio e agosto ( per lui sacri, l’unica eccezione fu L’imperatore di Capri), nel 1950 ha girato in media un film ogni trentasette giorni: ritmi pazzeschi, pareggiati solo da Franchi & Ingrassia nel 1964. I cinema dove si programmano i suoi film hanno solo posti in piedi e il pubblico fa ressa al botteghino. Si ride per le sue caricature e per il suo sarcasmo bonario, per come prende in giro i potenti e per il suo anarchismo liberatorio. Nato come attore di macchiette e divenuto poi attore acclamato e adorato del varietà, Totò era ormai diventato, un vero e proprio mito. Nel 1951, escono solo tre film, però è l’anno di Guardie e ladri, che può essere considerato il capolavoro assoluto tra tutti i film interpretati da Totò. Gli altri due film erano Totò terzo uomo Sette ore di guai. Ispirato ad un’idea originaria di Federico Fellini, “Guardie e ladri” fu uno dei primi film ad essere prodotto dalla casa di produzione “Ponti-De Laurentiis”, fondata dai due produttori dopo aver abbandonato la Lux; sembra che fu proprio Carlo Ponti ad avere l’idea di far lavorare insieme due attori di grosso calibro come Totò e Aldo Fabrizi, che in quel periodo godevano di grande popolarità, e che oltretutto erano notoriamente amici affezionati, tanto che Fabrizi era l’unico attore che Totò frequentava fuori dalle scene. Fabrizi dimostrò subito grande interesse per il progetto, mentre da parte di Totò restava qualche esitazione, perché il ruolo offertogli era decisamente diverso rispetto ai personaggi che aveva interpretato in precedenza (“personaggi sopra le righe”, come li definì Monicelli), e lui stesso non conosceva i suoi limiti ed era insicuro delle sue capacità, c’erano quindi dei dubbi ad entrare in un film totalmente nuovo e apparentemente concepito solo per Fabrizi. Infatti quando Steno e Monicelli gli fecero leggere la sceneggiatura del film l’attore affermò: «È bellissima, ma io cosa c’entro, io non posso farlo, questo è un film per Fabrizi.» L’attore romano aveva già dimostrato qualità nel raffigurare personaggi a sfondo drammatico, per Totò invece il film fu una vera e propria scommessa, anche perché era la prima volta che si misurava con un interprete di pari fama e abilità. Una scommessa che risulterà poi, vincente: nel suo primo film come attore a tutto tondo, Totò si aggiudicherà, tra scroscianti applausi la Palma d’oro al Festival del cinema di Cannes, oltre che il Nastro d’argento; mentre il suo illustre collega, Aldo Fabrizi, assieme a Steno, Monicelli, Flaiano e Brancati, si aggiudicherà il Premio miglior sceneggiatura alla stessa kermesse internazionale. Diretti da Steno e Monicelli, dunque, la coppia Totò-Fabrizi dipinge un amabile spaccato di un’Italia ancora da ricostruire e che si arrangia come può: il pubblico vi si identificò e il successo fu enorme.

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Totò, un ladro molto perbene, scongiura Aldo Fabrizi, la guardia, di non arrestarlo, nel celeberrimo film di Steno e Monicelli, “Guardie e ladri”(1951). Tra i due attori esiste una profonda e sincera amicizia fraterna. “L’umorismo napoletano e quello romano si integrano perfettamente”, osserva Totò.

E’ il periodo migliore della carriera artistica di Totò, nel 1952 esce, infatti, Totò a colori, di Steno. Primo film italiano a colori, è il film di Totò che ha registrato il più alto numero di spettatori e il maggiore incasso in termini assoluti. E’ anche uno dei massimi capolavori del Principe, con alcune scene da antologia della risata: accanto alla famosa scena dell’aggressione all’onorevole nel wagon lit, alla scena degli esistenzialisti a Capri ( con la gag dello sputo nell’occhio) ci sono due delle prestazioni marionettistiche più alte: il Pinocchio disarticolato che s’affloscia infine, lasciate le corde, in un mucchio angosciante di legni senz’anima, capolavoro di un Totò robot folle e metafisico, e il gran finale del direttore d’orchestra fuochi d’artificio, furia pluriorgiastica di esplosioni a girandola, a schizzo e a von-braun, e di continue interne metamorfosi. Assolutamente geniale. Seguono Totò e i re di Roma, di Steno e Monicelli; Totò e le donne, ancora di Steno e Monicelli; e Dov’è la libertà?, di Roberto Rossellini. Se in Totò a colori fuoriesce tutto l’estro funambolico della maschera di Totò, Totò e i re di Roma Dov’è la libertà?, rivelano i tratti dolorosi e malinconici nei quali si sovrappongono la figura di Totò attore e quella di Sua Altezza Imperiale il principe Antonio De Curtis. In Totò e i re di Roma, unico film in cui Totò e Alberto Sordi recitano insieme, affiora una faccia intristita e rassegnata, quella dell’impiegato Ercole Pappalardo, frustrato e sconfitto nella vita e negli affetti. In Dov’è la libertà?, questo dolore desolato si incupisce e si eleva fino al punto che il protagonista rifiuta la società e sceglie paradossalmente il carcere come luogo di libertà. In Totò e le donne, invece, fuoriesce l’aspetto filosofico della sua maschera e del suo pensiero di uomo e di artista. Le insistenze filosofiche della pellicola, infatti, lasciano il segno. Celebre il monologo di quando Totò consiglia lo spettatore di sesso maschile a cercare anch’egli uno spazio proprio in soffitta dove rifugiarsi dalle angherie coniugali: conia, a tale proposito, il neologismo “soffittizzatevi”, che si rifà allo slogan di stampo comunista allora in voga “sovietizzatevi”: “Uomini di tutto il mondo, contro il logorio della donna moderna, soffittizzatevi!”. Geniale! Innovativa, anche, l’idea di far parlare Totò direttamente verso il pubblico e le scene imitate dalle comiche ( l’inizio) o parodiate dai melodrammi di Nazzari e Sanson. La farsa è, particolarmente convincente e spigliata, con un Totò, ancora una volta in smagliante forma.

Totò e le donne (1952)
La locandina d’epoca del film “Totò e le donne”(1952), uno dei più interessanti e particolari film del grande attore napoletano.

Con il 1953 la carriera cinematografica di Totò si arricchisce di altri cinque film: L’uomo, la bestia e la virtù, tratto da Pirandello, con la regia di Steno; Un turco napoletano, tratto da Scarpetta, con la regia di Mario Mattoli e primo della cosiddetta “trilogia scarpettiana”; Una di quelle, di Aldo Fabrizi; Totò e Carolina, di Mario Monicelli; e La patente, di Luigi Zampa, episodio del film Questa è la vita. Si tratta di un anno importante, nel quale Totò viene mettendo a fuoco sempre meglio, accanto ai suoi straordinari e insuperabili tratti farseschi, i segni di una recitazione sobria, umanissima e profondamente realistica. I personaggi tratteggiati nei film di Fabrizi, Monicelli e Zampa rivelano a pieno le grandi capacità che Totò possiede di interpretare ruoli drammatici. Specialmente in Totò e Carolina, tormentato dalla censura e uscito soltanto nel 1955, l’interpretazione di Totò sfiora vette drammatiche di incredibile efficacia; mentre è altresì rilevante il suo confrontarsi addirittura con un testo “alto” come quello di Luigi Pirandello ne L’uomo, la bestia e la virtù, anche quest’ultimo falcidiato dalla censura e ritirato poco tempo dopo l’uscita nelle sale, a causa delle proteste della famiglia di Luigi Pirandello, la quale non aveva gradito lo stravolgimento dell’opera di partenza. E’ questo, comunque, un momento fondamentale della storia artistica di Totò, perchè dopo film come Totò e i re di Roma, Dov’è la libertà?, Una di quelle L’uomo, la bestia e la virtù, avverte che la sua vis-comica, se sorretta da un testo valido e da un regista capace, può costruire un personaggio che non si esaurisce nelle scenette da avanspettacolo, ma può assumere connotati universali.

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Totò, con Vivian Romance e Orson Welles, sul set del film di Steno, “L’uomo, la bestia e la virtù”(1953). Oggi film rarissimo, perché ritirato poco tempo dopo l’uscita nelle sale, a causa delle proteste della famiglia di Luigi Pirandello, la quale non aveva gradito lo stravolgimento dell’opera di partenza. Una piccola chicca per esperti, quasi introvabile.

E così Totò nel 1954, si affida a Mario Mattoli e ai testi del grande commediografo napoletano Vincenzo Scarpetta ( padre tra l’altro di Eduardo, Peppino e Titina ), rinvigorito anche dallo strepitoso successo che aveva ottenuto l’anno precedente con Un turco napoletano, che rimane ad oggi, uno dei film di Totò più famosi e apprezzati. Un turco napoletano aveva inaugurato la cosiddetta “trilogia scarpettiana”, con il personaggio di Felice Sciosciammocca, che calza a pennello sulla maschera di Totò, il quale lo arricchisce con le sue classiche divagazioni linguistico-surreali. Felice Sciosciammocca/Totò torna al cinema nel 1954, dicevamo, con Il medico dei pazziMiseria e nobiltà, che bissano il successo della pellicola precedente, utilizzando lo stesso sfavillante “ferraniacolor” di Karl Struss. Se Un turco napoletano ha per tema la passione per le donne e Il medico dei pazzi la follia umana, Miseria e nobiltà è incentrato sulla fame. Nei tre film tratti dalle farse omonime di Eduardo Scarpetta si fa un’operazione forse azzardata ma che si rivela di grande impatto: portare il cinema dentro il teatro, dove Totò, come già Zavattini aveva affermato, sguazza al pari di un’anatra nell’acqua. Miseria e nobiltà è probabilmente, ad oggi, il film più conosciuto di Totò. Vi sono diverse sequenze memorabili: il cafone analfabeta che detta la lettera a Totò; l’ingresso dei finti nobili in casa del cuoco; Totò che si sostituisce al suo amico Pasquale ( Enzo Turco) come fotografo. Ma la più celebre ed anche quella rimasta nella memoria collettiva, è senza dubbio quella della mangiata di spaghetti, uno strepitoso inno alla pasta con Totò e compagnia che ballano sul tavolo mangiando spaghetti e ficcandoseli in tasca, perchè nessuno li porti loro via: geniale! Se Totò è sublime, il resto del cast non gli è da meno, contribuendo tutti alla perfetta riuscita della versione cinematografica del capolavoro scarpettiano: assi del calibro di Enzo Turco, Dolores Palumbo, Valeria Moriconi, Carlo Croccolo e Sophia Loren. La trama è poi, un meccanismo perfetto che gioca in chiave comica su temi tragici come la fame e la miseria, e tutti gli interpreti sono superbi nel delineare la storia di un gruppo di poveri disgraziati che pur di riempirsi lo stomaco si fingono nobili e aiutano un marchesino a impalmare una ballerina, unione, questa, malvista e osteggiata dal marchese padre. Il film si piazza tra i maggiori incassi della stagione, sfiorando i 600 milioni di lire e registrando una presenza al botteghino di oltre 4 milioni di spettatori. Totò è grande, ed inebria la pellicola dal primo all’ultimo secondo.

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Nei panni di Felice Sciosciammocca, una scena tratta dal film “Il medico dei pazzi”(1954), l’ultimo film del cosiddetto “trittico scarpettiano”. Una delle “totoate” più scoppiettanti. Nella foto vi si riconoscono al fianco di Totò, anche Aldo Giuffrè e Tecla Scarano.

E’ questo dunque, il periodo d’oro della carriera di Totò, che dal 1956 in poi si affiancherà sovente, al grande amico e collega Peppino De Filippo, firmando capolavori assoluti della comicità: La banda degli onesti, Totò, Peppino e la malafemmina, per citarne solo alcuni. Non mancheranno i film in cui è protagonista assoluto, come in passato, ma, visto anche i sempre più insistenti problemi di vista, preferirà nell’ultima parte della sua carriera, unirsi ai suoi amici di sempre: e così sorgono film in coppia con Aldo Fabrizi, con Nino Taranto, con Vittorio De Sica, con Macario e con lo stesso Peppino De Filippo.

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Totò e Nino Taranto nella celeberrima scena della vendita della fontana di Trevi, dal film “Totòtruffa ’62″(1961). Dal 1961 al 1963, Totò interpretò sei film, con l’amico e collega napoletano.

♥ L’incontro con Franca Faldini

Dopo la rottura con la moglie Diana, sul set di Totò sceicco, Antonio De Curtis si invaghisce dell’attrice Tamara Lees, alta e giunonica, che però lo respinge. Subito dopo, sul set di 47 morto che parla, Totò rimane attratto dalle forme prorompenti di Silvana Pampanini, allora una delle attrici più ammirate del cinema italiano. Totò perde la testa per questa donna sensuale e attraente, alla quale tutte le sere fa trovare cioccolatini e mazzi di fiori freschi nel camerino. Al culmine del suo innamoramento travolgente, nello stesso modo precipitoso con cui si era dichiarato a Diana e ad altre donne, arriva a chiederla in moglie. Questa volta però Silvana Pampanini, al contrario di quanto avevano fatto le varie donne che aveva conosciuto e sedotto, gli resiste e rifiuta la sua proposta di matrimonio, umiliandolo fino al punto di dirgli che, all’età di cinquantadue anni, poteva essere suo padre. Al rifiuto di Silvana Pampanini si aggiunge anche la ferrea opposizione dei genitori della ragazza, preoccupati della differenza d’età tra i due, della situazione familiare di Totò, incerta e ambigua per l’Italia clericale di quegli anni. Da questo flirt mancato con la Pampanini nacque la leggenda che la canzone più famosa di Totò, Malafemmina, fosse stata scritta proprio per lei; la destinataria di quella canzone appassionata, disperata e crudele era invece la moglie Diana.

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Prima di conoscere e innamorarsi di Franca Faldini nel 1952, Totò corteggiò in maniera serrata, ma inutilmente, la giunonica diva dell’epoca Silvana Pampanini, che però rifiutò la sua proposta di nozze. All’epoca eravamo nel 1950, poco dopo la fine delle riprese del film “47 morto che parla”.

Ma come sempre è accaduto nella sua vita, il 17 febbraio del 1952, due giorni dopo il suo cinquantaquattresimo compleanno, si verifica un fatto straordinario, che lo fa uscire da quella incupita solitudine e che ancora una volta rivela l’azione fulminea con la quale Totò, una volta individuata una donna con cui convivere, riesce a legarla a sè in pochissimo tempo. Mentre sta cenando al Giky club di via Veneto, insieme a Fabrizio Sarzani, il suo più grande amico, entra un gruppo di giovani vocianti e allegri, tra i quali c’è una ragazza alta, bruna, dai lineamenti perfetti e dagli occhi luminosi, che colpisce subito l’attenzione e la curiosità di Totò. E’ Sarzani, che esclama, interpretando il pensiero dell’amico: “Che bella ragazza!”, mentre Totò, con una mossa aristocratica, declina in avanti il collo in segno di ossequio. Totò non ha occhi che per quella ragazza, che, con suo sommo disappunto, balla continuamente e in modo troppo “intimo” con un giovane suo amico. La ragazza, che si chiamava FRANCA FALDINI, era un’aspirante attrice appena rientrata da Hollywood, dove era stata invitata dalla Paramount, alla ricerca, in quel momento, di una bellezza italiana che fosse un “exotic type”, come dicevano i produttori. La Faldini era andata in America non tanto per sfondare nel cinema, quanto per dimenticare un grande amore che aveva conosciuto quando aveva solo sedici anni e che era poi naufragato con un abbandono. L’incontro con Totò, però travolse tutto: rinunciò a Hollywood, disse di no ai tedeschi, che le avevano offerto un buon contratto in Germania, per dedicarsi completamente all’uomo con cui avrebbe poi vissuto quindici anni, fino alla sua morte avvenuta nel 1967. In verità Totò aveva già notato la Faldini qualche giorno prima sulla copertina del settimanale Oggi, che le dedicava un ricco servizio fotografico. Sfogliando il giornale e fissando quel volto in primo piano sulla copertina, Totò era stato immediatamente attratto da quella donna dai capelli neri corvini, il portamento regale e lo sguardo penetrante. Il giorno dopo, Totò aveva fatto recapitare alla Faldini un cesto con cento rose rosse, accompagnato da un bigliettino che diceva “Guardando il Suo volto, mi sono sentito sbottare in cuore la primavera”. Le modalità di corteggiamento di Totò erano sempre le stesse. Franca Faldini lo ringraziò inviandogli un biglietto di cortesia piuttosto freddo e formale. Dal primo appuntamento passò un pò di tempo, perché la Faldini non lo conosceva ancora personalmente e pertanto voleva andarci piano. In fondo questa reazione fece molto piacere a Totò, perché gli dava la garanzia che quella ragazza non era disponibile con tutti.

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Totò insieme all’attrice e compagna Franca Faldini. Il loro è stato un amore sincero, autentico, riservato, lontano dalla vita mondana. Conosciuta nel 1952, i due si innamorarono in quello stesso anno e rimasero insieme per 15 anni, fino alla morte del grande Totò, avvenuta nel 1967.

La storia ebbe, comunque, un avvio semplice, perché i due si capirono subito, anche se la relazione vera e propria ebbe una gestazione lenta, maturata attraverso lunghe chiacchierate notturne in macchina, sotto casa della Faldini, quando Totò la riaccompagnava. La ragazza aveva un carattere fermo e determinato e non era certo disponibile a cedere subito al corteggiamento di quell’uomo, che, anche se famoso e ricco, non conosceva ancora bene. Per Totò era una cosa nuova questo rapporto con una donna che esigeva rispetto e non avrebbe mai rinunciato alla sua libertà. E poi venne la classica dichiarazione, che fu pronunciata da Totò circa tre mesi dopo l’incontro in quel club di via Veneto, quando trovandosi insieme a Napoli sul set di Dov’è la liberta?, guardando fuori da una finestra dell’Hotel Excelsior, le disse con massima serietà: “Sai niente Franca? Eppure vorrei vivere con te davvero, sera e mattina, e ogni ora della notte e del giorno!”. E la Faldini gli corrispose. La relazione divenne ben presto profonda e segnata da una reciproca stima, da un intenso amore e da una straordinaria coincidenza di sentimenti. I due nel 1954 ebbero anche un figlio, Massenzio, che però morì subito dopo la nascita. Totò amava vederla felice, la faceva viaggiare. Andarono a Montecarlo, a Nizza, a Parigi, sulla Costa Azzurra. A Totò sembrava di essere rinato, e a sottolineare questa nuova fase della sua vita, cambia anche casa e si trasferisce insieme a Franca Faldini sempre nello stesso quartiere elegante dei Parioli, in via Bruno Buozzi 98, in un appartamento di dieci stanze. Finalmente, il 15 marzo 1952, desiderando di rispondere in modo forte alle ultime uscite dell’ex moglie Diana, Totò convoca una conferenza stampa nel suo nuovo appartamento e annuncia ufficialmente il suo fidanzamento con Franca Faldini, che fu l’ultima donna che Totò amò, e con la quale trascorse, in piena fedeltà, gli ultimi quindici anni della sua vita.

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Ancora un altra foto che ritrae Totò insieme all’amata Franca Faldini, di trentun’anni più giovane. La foto li ritrae in vacanza, a metà anni ’50, probabilmente in Costa Azzurra, o al più sulla riviera ligure.

♥ Le abitudini di Totò

La sua vita scorre molto tranquilla accanto all’inseparabile Franca Faldini, al cugino Edoardo e all’autista Cafiero. Ama circondarsi sempre delle stesse persone. La signora Maria era per Totò non solo una sarta, ma anche una nutrice, una mamma premurosa; così Giuliano e Elda Laurenti non erano solo rispettivamente truccatore e parucchiera, ma anche amici e confidenti. E naturalmente le due controfigure Dino Valdi e Pietro Agnolozzi erano più che colleghi, così come la sua fedele “spalla” Mario Castellani, davvero un amico fraterno. A Totò piaceva ritrovare sui vari set, quando era possibile, sempre la stessa “famiglia”. Totò è un abitudinario all’ultimo stadio e ama ripetere gli stessi gesti, alla stessa ora del giorno e della notte. Se non è impegnato sul set si sveglia verso mezzogiorno, dopo che il cugino Edoardo entra a due riprese nella sua camera da letto, con la caffettiera a quattro tazze. Dedica una cura speciale e tutta napoletana nel farsi la barba e spalmarsi sui capelli la brillantina Tenex, poi gira in vestaglia fino all’una e mezza del pomeriggio, si mette a tavola per il pranzo e finalmente rientra in camera da letto, dove impiega più di mezz’ora per vestirsi, facendo la massima attenzione a che tutto sia a posto, le scarpe lucide, le camicie inamidate, la riga dei pantaloni perfetta. Alle cinque esce di casa insieme a Cafiero e va con la macchina a Ostia, dove ama passeggiare respirando l’aria del mare, che in qualche modo lo riavvicina a Napoli, oppure va a trovare i suoi cani all’Ospizio dei trovatelli. Poiché non amava uscire la sera, si era fatto costruire un piccolo cinema in casa con un proiettore a 16mm, con cui poteva vedere alcuni suoi film, o anche pellicole di altri suoi illustri colleghi e amici. Amava molto Luci della città, di Charlie Chaplin. Odiava le barzellette, che nessuno poteva raccontare davanti a lui, odiava le parolacce, le carte da gioco e i dolci. Per lui entrare in un bar aveva un solo significato: bere una tazzina di caffè. Se gli capitava di passare sotto il proscenio di un teatro vuoto, si levava il cappello in segno di rispetto, proprio come si fosse trovato in una chiesa. Se decideva di uscire da solo a passeggio, sempre nelle ore notturne, portava con sé il fedele cane Peppe. Scribacchiava sovente, qualche verso di poesia o canzone, si metteva al piano e cercava di interpretare l’aria che lo aveva ispirato, sempre suonando con due sole dita. I mesi di luglio e agosto erano per lui sacri. Faceva sempre mettere nei contratti con i produttori la clausola che in quei due mesi estivi non avrebbe girato nemmeno un’inquadratura. Così poteva andare in vacanza e ricaricare il corpo e lo spirito. Dal 1952 con Franca Faldini, a Montecarlo, a Saint Tropez, a Rapallo, a Santa Margherita Ligure, a Portofino, trascorreva sette-otto settimane lontano da tutti, in località dove la sua faccia era poco conosciuta. Di solito, al contrario di quanto faceva a Roma, la mattina si alzava molto presto e amava andare a fare la spesa con Franca, a comprare le baguettes calde appena sfornate, la verdura e il pesce, che caricavano a bordo dell’Alcor e cucinavano insieme.

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Totò con l’amato cane Peppe, in una foto degli anni ’60.

Il Totò della vita privata era totalmente diverso dal personaggio che rappresentava sullo schermo. Per esempio Totò era molto timido, soprattutto quando doveva incontrarsi con persone di cultura: quanto più le stimava, tanto più si sentiva imbarazzato a parlare con loro. Aveva una grande ammirazione per la cultura e si accostava con un profondo senso di umiltà a coloro che sentiva superiori sul piano degli studi e della conoscenza. Componeva i testi e le musiche delle sue canzoni in un modo disordinato e sempre all’improvviso, magari in camerino o durante la pausa sul set, o mentre si faceva la barba o mentre andava in macchina con Cafiero. La sera preferiva comunque cenare a casa oppure, ma solo raramente, andare alla Rupe Tarpea, dove aveva sempre il suo tavolo a disposizione. A pranzo e a cena beve solo due dita di vino, preferibilmente rosso, ma di alcolici non capisce nulla. Con la servitù è sempre diffidente e non tollera mancanze. Esige la reverenza che si deve ad un principe e se un domestico deve essere licenziato, impone a Cafiero di pagarlo il doppio o il triplo di quanto gli deve e di licenziarlo in tronco, perché altrimenti c’è il rischio che per sfregio sputi nel caffé o nel piatto della minestra. A fronte di un tale comportamento che può apparire arrogante e severo, si deve considerare che Totò non voleva assolutamente che qualcuno della servitù gli lucidasse le scarpe, perché lo riteneva un lavoro troppo umiliante anche per un servo, e allo stesso modo voleva che i domestici mangiassero prima di servirlo in tavola, affinché fossero sicuri che le loro pietanze non erano gli avanzi del pranzo o della cena del padrone. Quando invece deve girare, si reca sul set il pomeriggio, mai prima delle due, come fa scrivere sui contratti, e lavora disciplinatamente, senza mai opporre resistenza. In casa legge avidamente due o tre giornali al giorno, si interessa in particolare della cronaca nera e consulta abitualmente il codice di procedura penale, di cui impara a memoria articoli e commi, che cita senza sbagliare mai. Spesso parla dei casi di cronaca nera più interessanti con il suo inseparabile amico, l’avvocato penalista Eugenio De Simone. Detesta ballare in pubblico, mentre gli piace ballare con la sua donna in casa propria, dopo una cena romantica. Amava fare i regali e li faceva continuamente a tutti, sempre con la massima discrezione, ma mai in occasioni ufficiali, come compleanni o ricorrenze varie, perché aveva su questo fatto una sua teoria, così riferita da Franca Faldini:

“Prima di tutto c’è il gusto della sorpresa e, comunque, chi ha decretato che un dono va fatto in una determinata circostanza?

Allo stesso modo Totò era generoso con gli animali, soprattutto si inteneriva con i cani randagi, perché, sosteneva: ” I cani sono come bambini muti, patiscono, hanno memoria, sentimento, nostalgia, ma non possono piagnucolarti le loro sofferenze come un accattone, e poi sono gli unici esseri che, anche se esci due minuti, ti accolgono festosi come se tornassi dall’America”. Nella sua casa vivevano ed erano riveriti il cane Peppe e il pappagallo Gennaro, che poteva volare tranquillamente per tutte le stanze. Non solo sovvenzionava in modo anonimo gli ospizi per gli anziani e gli orfanotrofi, ma non esitava a regalare sempre qualcosa ai poveri barboni che lo aspettavano sotto il portone di casa, quando usciva. Ad ognuno dava qualcosa.

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Una foto che testimonia il grande amore di Totò per i cani. Per loro fece costruire e gestì l’Ospizio dei trovatelli, dove curava i cani randagi e dava loro un’esistenza dignitosa. Nella foto, affianco a Totò, l’inseparabile Franca Faldini.

♥ Totò e la beneficenza

Totò, di spirito caritatevole, per tutta la sua vita compì molteplici gesti d’altruismo, che includevano sostegno e offerte di viveri ai più bisognosi. Con l’avanzare dell’età si dedicò sempre più spesso a numerose opere di beneficenza: la vita privata dell’attore, negli ultimi anni, si limitava a sporadiche apparizioni in pubblico ma anche (seppur non avendo guadagni eccelsi per il fatto che pretendeva sempre poco dai produttori) a un’intensa attività di benefattore, aiutando ospizi e brefotrofi, donando grandi somme alle associazioni che si occupavano degli ex carcerati e delle famiglie degli stessi. Avendo poi una particolare predilezione per i bambini, dopo la morte del figlio Massenzio Totò andava spesso a trovare, insieme a Franca Faldini, gli orfanelli dell’asilo Nido Federico Traverso, di Volta Mantovana, portando con sé regali e giocattoli. Inoltre, in merito al suo amore per gli animali, per raccogliere cani randagi acquistò e modernizzò un vecchio canile, L’ospizio dei trovatelli, che lui stesso visitava regolarmente per accertarsi che i numerosi ospiti a quattro zampe (si parla di più di 200 cani) avessero le cure necessarie. Le spese totali per l’assistenza e il mantenimento del canile arrivarono a costargli circa cinquanta milioni.

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Totò mentre distribuisce pacchi-dono ai bambini disagiati. Questa è una foto della metà degli anni ’50, dopo che lui e Franca, avevano perso alla nascita il piccolo Massenzio, fecero sempre beneficenza per i bambini degli orfanotrofi.

♥ Totò e la politica

Sebbene non si conosca con certezza il pensiero politico di Totò, si sa da fonti accertate che era fermamente contrario a qualsiasi forma di dittatura e supremazia (anche per le sue esperienze personali e per i suoi sbeffeggiamenti del potere), e sembra che, a detta di Franca Faldini, fosse di idee fondamentalmente anarchiche. A smentire ciò, è una fotografia del tedesco Eugenio Haas risalente al 1943, scattata sul set di Due cuori fra le belve e pubblicata sulla rivista “Film”, e che raffigurava l’attore con la “cimice”, ossia il distintivo del Partito nazionale fascista. Si suppone che Totò sia stato in qualche modo costretto a posare per quella foto, la cui intenzione sarebbe stata quella di “punire l’audacia del comico”, poiché scherniva e derideva il regime fascista nei suoi spettacoli teatrali, che difatti gli causarono molte complicazioni durante la guerra.
Pur tenendo molto al suo titolo nobiliare, pur conducendo uno stile di vita sfarzoso, e pur essendo stato definito più volte un monarchico, Totò, secondo la Faldini, non pretendeva da nessuno di essere chiamato “principe”, la sua mania per la nobiltà rappresentava per lui una sorta di riscatto dalla sua difficile vita giovanile. Ma il suo «Viva Lauro!», esclamato durante Il Musichiere, venne naturalmente mal interpretato. Essendo un periodo delicato, in prossimità delle elezioni politiche, non era tollerabile che un personaggio conosciuto come Totò osannasse il capo di un partito politico, ma l’unico motivo della sua esclamazione era dovuto al fatto che Lauro avesse provvisto di case e alimenti i bassi abitanti di Napoli. Totò apprezzò solamente il gesto, essendo fortemente attaccato alla sua città natale.

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Il principe De Curtis immortalato mentre deposita nell’urna elettorale la scheda elettorale. Dalla foto si evince che siano le elezioni nazionali, e probabilmente gli anni ’60. Quindi, ipotizzabile che siano le elezioni del 1963.

♥ Totò nella cultura popolare

« Non è una cosa facile fare il comico, è la cosa più difficile che esiste, il drammatico è più facile, il comico no; difatti nel mondo gli attori comici si contano sulle dita, mentre di attori drammatici ce ne sono un’infinità. Molta gente sottovaluta il film comico, ma è più difficile far ridere che far piangere. »
(Totò)

Secondo un sondaggio del 2009, con mille intervistati equamente distribuiti per fasce d’età, sesso e collocazione geografica (Nord, Centro, Sud e Isole), Totò risultava essere il comico italiano più conosciuto ed amato, seguìto rispettivamente da Alberto Sordi e Massimo Troisi. I suoi film, visti all’epoca da oltre 270 milioni di spettatori (un primato nella storia del cinema italiano), molti dei quali rimasti attuali per satira e ironia, sono stati raccolti in collane di VHS e DVD in svariate occasioni e vengono ancora oggi costantemente trasmessi dalla tv italiana, riscuotendo successo anche tra il pubblico più giovane. Inoltre talune sue celebri battute, espressioni-mimiche e gag sono divenute perifrasi entrate nel linguaggio comune. Umberto Eco ha espresso così l’importanza di Totò nella cultura italiana: «In questo universo globalizzato in cui pare che ormai tutti vedano gli stessi film e mangino lo stesso cibo, esistono ancora fratture abissali e incolmabili tra cultura e cultura. Come faranno mai a intendersi due popoli [cioè cinesi e italiani] di cui uno ignora Totò?». Liliana De Curtis, la figlia del comico, tuttora attiva per mantenere vivo il ricordo del padre, ha, nel corso di un’intervista, dichiarato che molti italiani, ancor oggi, si rivolgono a Totò inviando lettere e biglietti alla sua tomba, per confidarsi, chiedere favori e addirittura grazie, come fosse un santo. La notorietà di cui Totò gode in Italia è andata anche oltre i confini nazionali: ad esempio in America, dove il comico Jim Belushi lo ha definito un «clown meraviglioso». L’attore George Clooney, intervistato in Italia in occasione del remake de I soliti ignoti, Welcome to Collinwood (2002), in cui lui interpretava il corrispettivo ruolo di Totò, ha altresì dichiarato: «Era un vero poeta popolare, un fantasista espertissimo nell’arte di arrangiarsi e di arrangiare ogni gesto ed espressione», precisando inoltre che, secondo il suo parere, tutti i comici più celebri come Jerry Lewis, Woody Allen o Jim Carrey devono qualcosa all’attore italiano. «Non era certo solo un comico, proprio come Buster Keaton. I suoi film potrebbero essere anche muti: riesce sempre a trasmettere il senso della storia. Grazie ai vostri sceneggiatori e alla sua mimica, dai suoi film traspare un personaggio a tutto tondo: astuto, ingenuo e anche vessato dalle circostanze della vita. Per questo continuerà a essere imitato, senza speranza di eguagliarlo. C’è sempre suspense nella sua recitazione: si aspetta una sua nuova battuta, una strizzatina d’occhi, ma resta imprevedibile il suo modo di sviluppare una storia».

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Ancora un’altra immagine di Totò, l’attore italiano più amato da tutte le generazioni.

Domenico Palattella

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