Cinema italiano e Costume

Walter Chiari insegue Tazio Secchiaroli
Walter Chiari insegue il fotografo Tazio Secchiaroli in via Veneto a Roma, nel 1957. Chiari si stava sedendo al tavolino di un caffè in Via Veneto con Ava Gardner quando adocchiò Secchiaroli e si mise a inseguirlo. Secchiaroli inventò il cosiddetto giornalismo d’assalto, in cui le celebrità venivano fotografate all’improvviso e contro la loro volontà, e divenne uno dei principali narratori della Dolce Vita. E’ la foto simbolo della Dolce Vita romana, insieme al bagno di Mastroianni e della Ekberg nella Fontana di Trevi.

Nel decennio compreso tra la metà degli anni ’50 e la metà degli anni ’60 l’Italia visse una stagione di crescita economica e di cambiamenti sociali veloci e intensi, e divenne una delle maggiori potenze industriali. Lo sviluppo economico superò addirittura quello demografico (pure evidente) e ciò ebbe come conseguenza un miglioramento diffuso del tenore di vita (i primi apparecchi televisivi, la storica 500). Molti dei film girati in quegli anni testimoniano sia questi cambiamenti, sia le tante contraddizioni ad essi collegate. E se è vero che il cinema è stato ed è lo specchio della società, allora non è azzardato dire che la storia del cinema italiano è andata di pari passo con il mondo reale, e che il cinema dunque è la maniera migliore per rivivere una fetta importante della storia del nostro paese, meglio di qualsiasi trattato sociologico.

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• La Famiglia Passaguai(1951): i primi segnali di benessere economico

In tutto ciò si inserisce prepotente la commedia all’italiana che parte sempre da un’analisi attenta della realtà, ma lo strumento che usa per rappresentarla è l’ironia unita alla satira di costume; e l’ambiente che viene preso di mira non è più quello dei contadini e dei poveracci, ma quello della borghesia rampante che scalciava per emergere, messa alla berlina per i suoi tanti vizi e le sue contraddizioni. Primi scampoli di benessere economico si registrano già a partire dai primi anni ’50, con lo splendido film di Aldo Fabrizi, “La famiglia Passaguai”(1951), che mischia slapstick e commedia degli equivoci, costume e avanspettacolo, neorealismo e commedia all’italiana, umorismo ed eleganza. Roboante, a tratti delicato, animato da un umorismo puntuale e inestinguibile, il film è una delle più grandi commedie italiane degli anni ’50. Una scatenata commedia di costume e degli equivoci dove Fabrizi nel quadruplo ruolo di regista,attore, sceneggiatore e produttore, ironizza sui comportamenti di una piccola borghesia che si confronta a fatica con i primi segni del benessere. Utilizzando l’esilissima trama come un vero e proprio canovaccio su cui innestare invenzioni e trovate, Fabrizi fonde gli elementi caratteristici della sua comicità ( il tipo romano pacioso e un pò tonto, bistrattato da tutti, a cominciare dall’ingombrantissima moglie) in una struttura che alterna elementi addirittura slapstick- le ripetute gag con l’anguria, l’esilarante trovata del volto deformato dal peso della moglie- a situazioni più tradizionali, derivate dall’avanspettacolo o dal teatro boulevardier, ottenendo effetti comici spesso irresistibili. Fabrizi dirige se stesso e i suoi attori con la maestria del grande capocomico: gli incontri-scontri con la colossale Ave Ninchi sono memorabili, come anche i duetti con il grande Peppino De Filippo, e Carlo Delle Piane lascia il segno nell’economia calibratissima del racconto e delle gag.

La famiglia Passaguai (1951)

…e se dunque, come fenomeno di costume “La famiglia Passaguai” segna i primi timidi passi verso il boom economico, evidenziato dalla giornata a mare che Fabrizi & company effettuano in una torrida giornata di agosto, già a partire dal 1957, gli italiani non si accontentano più di una sola giornata di mare, magari nella vicina Ostia, ma si possono permettere di villeggiare a Ischia, a Capri, a Taormina …e così nascono “Vacanze a Ischia”, “Avventura a Capri”, “Tipi da spiaggia”, “Racconti d’estate” e altre pellicole del genere “vacanziero all’italiana”, branca della commedia all’italiana. Tutti i più grandi del nostro cinema, presero parte a questo genere di successo: da Vittorio De Sica a Nino Taranto, da Peppino De Filippo a Walter Chiari, da Ugo Tognazzi ad Alberto Sordi e così via…

film balneari

 Pane, amore e fantasia(1953): con De Sica ha avvio ufficialmente la commedia all’italiana

Enorme successo popolare ( un miliardo e mezzo di incassi) per il film che fu considerato il punto di svolta del nostro cinema verso la commedia all’italiana. Annusando l’aria di disimpegno degli anni ’50, il film è costruito secondo le regole tradizionali della commedia dell’arte con i suoi caratteri predeterminati ( che poi erano i tipi fondamentali della società contemporanea: De Sica nei panni del vecchio ancora piacente ma comico nel suo gallismo, la Lollobrigida come impertinente amorosa, Risso nel ruolo del bel giovane, Marisa Merlini in quelli della levatrice e tutta una serie di ottimi caratteristi a far da spalla) ma aggiornata da una struttura narrativa- nuova per l’epoca- fatta di piccole scenette conchiuse e intrecciate tra loro, capaci di offrire un divertente quadro della provincia abruzzese. Indimenticabili e rimaste nella memoria collettiva le prove di Vittorio De Sica, amabilmente buffonesca; e di una Lollo, consacrata da questo film a ruolo di star, di superba presenza fisica. Tanto fu il successo del vero protagonista della serie, cioè De Sica e il suo maresciallo, che lo stesso attore sarà protagonista di altri tre film della serie, che confermeranno l’enorme successo del primo film.

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 L’exploit di Totò: l’attore più amato del cinema italiano

Dopo la fine della guerra al cinema italiano si chiese intrattenimento, ma un intrattenimento che raccontasse storie vere, plausibili, autentiche, storie che avessero a che fare più da vicino con gli italiani stessi, con la loro voglia di riscatto e con la voglia di rinascita di un’intera nazione. La massiccia affluenza delle sale, fu uno dei primi segnali del raggiunto benessere economico, e il re del cinema comico dell’immediato dopoguerra fu lui, il grande Totò: l’attore più amato di sempre. Dal 1948 in poi, il Totò-cinematografico sforna numeri stratosferici: 93 film interpretati in 20 anni di carriera, a cui si aggiungono i 5 dell’epoca pre-seconda guerra mondiale. il suo sarcasmo bonario, le sue caricature perfette, il modo di prendere in giro i potenti e il suo anarchismo liberatorio, conquista il pubblico di tutte le epoche.

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 Totò a colori(1952): il primo film a colori della storia del cinema italiano

Il primo film a colori della storia del cinema italiano, datato 1952, e girato con sistema Ferraniacolor, è antologia dei più bei brani del Totò teatrale e dei suoi sketch migliori, nonchè il film di Totò più visto in assoluto. Accanto alla famosa scena dell’aggressione all’onorevole nel wagon lit ( “Chi non conosce quel trombone di suo padre” che si conclude con il celeberrimo “ma mi faccia il piacere” e dove ci sono battute entrate nel mito come “Io sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo” oppure “ogni limite ha una pazienza”), alla scena degli esistenzialisti a Capri ( con la gag dello sputo nell’occhio) ci sono due delle prestazioni marionettistiche più alte: il Pinocchio disarticolato che s’affloscia infine, lasciate le corde, in un mucchio angosciante di legni senz’anima, capolavoro di un Totò robot folle e metafisico, e il gran finale del direttore d’orchestra fuochi d’artificio, furia pluriorgiastica di esplosioni a girandola, a schizzo e a von-braun, e di continue interne metamorfosi. Assolutamente geniale. L’uso della pellicola a colori per quei tempi necessitava l’impiego di luci molto forti, a scapito della vista, e Totò soffriva già di problemi di vista all’occhio sinistro.

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 Il boom di Cinecittà

In principio è CINECITTA’. Quei 15 anni, dal 1950 al 1965, che appassionano e sconvolgono Roma, che la fanno tornare per un breve, intenso periodo il centro del mondo, la città dei divi ( nazionali e internazionali ) e dei grandi registi, delle notti mondane, dei tormentati amori ( come quello tra Walter Chiari e l’attrice americana Ava Gardner ), del divertimento ad ogni costo, delle megaproduzioni con migliaia di comparse e capricci delle star, non nascono da un’improvvisa ubriacatura collettiva, ma hanno ragioni ben precise. E’ infatti un singolare concorso di circostanze a rendere possibile, o più esattamente inevitabile, quella stagione straordinaria. Sogni ed emozioni, in questo caso, affondano profonde radici nella realtà. Un humus in cui si trovano stratificazioni eterogenee di provvedimenti legislativi, privilegi fiscali, geopolitica, business, mode, meteorologia, competenze tecniche in libero gioco, naturalmente con il fattore umano.

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Via Veneto, il fulcro della vita mondana dell’Italia degli anni ’50 e ’60.

Almeno per il ventennio che va dal 1950 al 1969, Hollywood sembra essere in stato di subordinazione nei confronti di Cinecittà, il cinema italiano sembra essere dunque il centro del mondo cinematografico, con la qualità dei suoi autori, dei suoi attori e dei suoi mezzi a basso costo. L’Italia del boom economico e della Dolce Vita dunque, è la regina del cinema mondiale di questo breve ma intenso periodo. E’ anche il periodo in cui il cinema italiano fa scuola nel mondo: le massime dive del cinema mondiale sono italiane, Gina Lollobrigida, Silvana Mangano e Sophia Loren; De Sica, Rossellini e Visconti portano il cinema nelle strade, tra la gente comune, con il neorealismo; Blasetti rispolvera e fa resuscitare il vecchio film a episodi; Anna Magnani vince l’Oscar per La rosa tatuata, nel 1955; Walter Chiari appassiona il gossip mondiale con la sua folle e travolgente storia d’amore con Ava Gardner; mentre Marcello Mastroianni con la sua aria sorniona, pigra e malinconica conquista Hollywood. Insomma è in questo contesto storico che si muove e si celebra il cinema italiano nel mondo, e in tutto ciò anche l’Italia, come paese, diventa una delle grandi potenze economiche.

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Audrey Hepburn e Gregory Peck in uno dei primi kolossal americani, girati e ambientati a Roma, “Vacanze romane”(1953), uno dei primi film che mettono in risalto il mito di Cinecittà.

 Le dive della Dolce Vita: Mangano, Loren e la Lollobrigida

La bellezza si configura chiaramente, all’interno del sistema cinematografico e di quello dei media, un capitale professionale da mettere a rendimento. Le produzioni che si intensificano a Cinecittà diventano anche una continua occasione per imparare il mestiere e lo stile di vita divistico osservando le star internazionali. E le attrici italiane, grazie all’assidua contiguità, imparano in fretta. Il cinema italiano è la prima fonte di star apertamente caratterizzate in base alla sessualità. E in breve, le massime dive dello star system mondiale, diventano Silvana Mangano, Sophia Loren e Gina Lollobrigida, le tre dive di casa nostra che conquistano il mondo.

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 I Latin Lovers della Dolce Vita: Chiari, Gassman, Arena e Mastroianni

In una Roma a tasso erotico sempre più alto per le tante dive, attrici e starlettes a caccia di visibilità e di fama, i “latin lovers” italiani si muovono con un certo impaccio, e suscitando il sospetto che la retorica dell’amante latino sia spesso più un mezzo che un fine. Obiettivo: costruirsi o migliorare la carriera cinematografica, e rafforzare l’identità del personaggio-attore. La parte del latin lover, quindi, diventa più o meno astuta comunicazione d’immagine. Più o meno astuta, in realtà, perchè, oltre alle diverse donne di casa, che hanno voce in capitolo nelle questioni di cuore del latin lover, ci sono altre spie significative, vere e proprie smagliature in una strategia di costruzione del personaggio decisamente approssimativa. Ad amori e flirt fanno da contrappunto pentimenti, ripensamenti, correzioni di rotta e di tiro. Il latin lover si lamenta con la stampa del ruolo in cui sarebbe stato costretto a entrare, come in un vestito troppo stretto.

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Walter Chiari e l’attrice americana Ava Gardner, nel 1956. Il primo amore vissuto sulle riviste di gossip.
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Vittorio Gassman e Anna Maria Ferrero, anche la loro fu una storia d’amore che fece sognare una nazione intera. Il loro legame durò dal 1954 al 1961, sette anni di fila. In questa foto sono ad un evento sportivo, il 3 luglio del 1954.
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Maurizio Arena e Anna Maria Pierangeli, la loro relazione durò dal 1956 al 1958.
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Marcello Mastroianni è insieme ad Anita Ekberg, il personaggio simbolo della Dolce Vita romana, soprattutto per la sua interpretazione nel capolavoro felliniano, “La Dolce Vita”. I giornali scandalistici dell’epoca raccontarono anche di una breve relazione tra Mastroianni e la Ekberg.

 La vita mondana della Dolce Vita sulle copertine dell’epoca

La Dolce Vita italiana attraverso le copertine delle riviste dell’epoca: Novella 2000, Epoca, Le ore, Tempo, la Settimana Incom e all’estero la rivista Cosmopolitan. In copertina la protagonista è lei: la diva italiana, da Gina Lollobrigida a Sophia Loren, passando per Elsa Martinelli o Lucia Bosè. Le uniche eccezioni maschili sono concesse a Marcello Mastroianni o a Walter Chiari, a testimonianza di come venga privilegiata, nella scelta, non tanto e non solo la popolarità del personaggio, quanto la bellezza tout court.

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 La regina delle copertine

Gina Lollobrigida è la diva con il maggior numero di copertine negli anni della Dolce Vita. In particolare, è il soggetto preferito di “Epoca”, che gliene dedica numerose, con un aumento della frequenza dal 1953, dopo il successo di Pane, amore e fantasia, con il personaggio della Bersagliera, accanto a Vittorio De Sica. L’anno successivo il settimanale le dedica anche il ciclo di articoli Tutta la vita di Gina Lollobrigida. “La settimana Incom” la elegge “la donna del 1954”: “Quest’anno la sua popolarità è aumentata a dismisura; Gina ha visitato sei dei più importanti Paesi del mondo e dappertutto ha avuto accoglienze trionfali. Eisenhower ha voluto conoscerla, la Regina Elisabetta ha cenato con lei, Peròn le ha regalato la sua fotografia con dedica affettuosa”.

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 Le altre

Il “dominio” mediatico della Lollo è turbato dall’arrivo di Sophia Loren; più giovane, più alta, più formosa. Dal 1955 la Loren le sottrae spazi e copertine, ma è solo negli anni ’60 che conquista una maturità professionale, oltre che fisica, e si afferma come diva internazionale. “Epoca” del 29 novembre 1965 ne disegna un bel primo piano durante le vicende legali che pendono su lei e su Carlo Ponti: Processo a Sophia Loren. Foto e titoli hanno pari peso, e occupano l’intero spazio della pagina. Altra grande protagonista di questi anni è Audrey Hepburn ( qui sotto in una copertina di “Epoca” del 28 ottobre 1956 ), il cui fascino è in controtendenza rispetto al modello estetico dominante della maggiorata, che trova la sua apoteosi nelle rotondità di Anita Ekberg o in quelle di Silvana Pampanini.

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 …e poi c’è Silvana Mangano: la diva più elegante del cinema italiano

La copertina di “Life” dell’11 aprile 1960, ritrae Silvana Mangano, la diva più elegante del cinema italiano, mentre quasi con i seni di fuori e i capelli legati, è immersa dentro un paradisiaco lago. Il suo divismo elegante, meno “popolano” della Loren e della Lollobrigida, ma più sofisticato, conquista e incanta l’Italia del cinema.

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 La commedia all’italiana: fenomeno di costume e di massa

Nella commedia all’italiana si racconta l’Italia borghese che cambia, che vuole arrivare, che cerca di contare, che cerca il benessere. Essa parte sempre da un’analisi attenta della realtà, ma lo strumento che usa per rappresentarla è l’ironia unita alla satira di costume; e l’ambiente che viene preso di mira non è più quello dei contadini e dei poveracci, ma quello della borghesia rampante che scalciava per emergere, messa alla berlina per i suoi tanti vizi e le sue contraddizioni. Il pubblico vi si riconobbe ed affollò le sale. I quattro massimi esponenti del genere cinematografico più importante della storia del cinema italiano, sono stati definiti “i mostri della commedia all’italiana”, e sono: Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi e Nino Manfredi. A ciò bisogna aggiungere l’apporto di Marcello Mastroianni che faceva la spola tra il cinema internazionale, e quello più apertamente nazionale, e Walter Chiari, che oscillava tra il comico e interpretazioni più d’autore, quali quelle della commedia all’italiana. In pratica si può dire che, Marcello e Walter, non si specializzarono in tale genere, come i loro illustri colleghi, ma vi parteciparono, sovente, firmando memorabili interpretazioni.

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 L’Italia di Dino Risi: Il sorpasso, I Mostri, Il Giovedì

La commedia all’italiana ha, negli anni ‘60, vissuto il suo momento di maggior splendore, di pari passo con l’epoca felice che viveva la società italiana dell’epoca. I maggiori cineasti di tale genere, Dino Risi, Mario Monicelli, Luigi Comencini ed Ettore Scola, hanno rappresentato con precisione storico-sociologica ineccepibile l’Italia degli anni ‘60. Dino Risi è però, forse il cineasta che ha creato gli affreschi più interessanti della critica e del costume di quegli anni: il suo trittico, incominciato con “Il sorpasso”(1962), e proseguito con “I mostri”(1963) e “Il giovedì”(1964). Più complesso e moderno di Monicelli, forse meno stilistico e internazionale di Germi, Risi ha condotto con estrema coerenza la sua carriera all’insegna di un psicologismo elegante e raffinato, rifuggendo dall’effetto plateale, sempre alla ricerca di una focalizzazione umana e sociale dell’Italia contemporanea.

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• Il sorpasso (1962)

Già all’inizio degli anni ’60 Risi riscrive i codici della commedia all’italiana e costruisce un film epocale nel quale spiccano l’accurata ricostruzione psicologica dei personaggi, il forte intento di critica sociale all’Italia del boom economico e uno stile misurato ed equilibrato. “Il sorpasso” è dominato dalla presenza di Gassman, che vi interpreta un personaggio sopra le righe, iperbolico, ipercinetico e iperattivo. Uno spaccato di grande precisione sociologica dell’Italia del boom di cui Gassman incarna con istrionismo tutti i difetti ( l’euforia artificiale, la presunzione, l’irresponsabilità, il vuoto di fondo) e i pochi pregi ( la generosità, la disponibilità).

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 I Mostri (1963)

Nel 1963 per la regia di Dino Risi, esce il film “I mostri”, quello che viene ritenuto da molti il miglior film ad episodi della storia del cinema italiano ed una delle migliori commedie all’italiana di tutti i tempi, una serie di gag strepitose che sbeffeggiano l’Italia del boom nello stile della commedia all’italiana, con il duo Tognazzi-Gassman che fa scintille. La coppia Gassman-Tognazzi, in maniera magistrale e dissacrante prende in giro con ironia le follie e crudeltà spicciole dell’italiano medio dei nostri giorni. Il film diviso in 20 piccoli episodi è divertentissimo, tanto che molti dei personaggi interpretati dalla coppia ,sono entrati nella memoria collettiva.

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 Il Giovedì (1964)

In quello che è forse il più bel ruolo di tutta la sua carriera, Walter Chiari rende indimenticabile una figura paterna che gli somiglierà parecchio (anni dopo) nella sua vita reale e sfodera un’interpretazione da applausi. Un film quasi magico “Il giovedì”, crea uno di quei sorprendenti cortocircuiti tra vita e arte che si annidano a volte nella biografia dei grandi attori. Non a caso sul set nacque tra Walter e il piccolo attore del film, Roberto Ciccolini, un rapporto di grande affetto, tanto che il ragazzino non voleva più staccarsi da lui a fine riprese. Questo film del maestro Dino Risi è un dolce e commovente ritratto di famiglia anomalo degli anni ’60, con particolare affetto per il protagonista cui, non a caso, ha dato il proprio nome. Smessi i toni forti de “Il sorpasso” e il grottesco de “I mostri” Risi procede per piccole notazioni, sensibili e affettuose, sfiorando appena il sentimentalismo, puntando al sorriso malinconico. “Il giovedì” è un film struggente, che dopo più di 50 anni, risulta ancora fresco e attuale. La pellicola è forse tra le 10 commedie all’italiana più belle di tutti i tempi, come classe interpretativa di un Walter Chiari favoloso,  e anche grazie ad una pulizia scenica e registica impeccabile, in grado di descrivere alla perfezione uno spaccato realisticamente meraviglioso dell’Italia degli anni ’60. Un film sublime!

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 Il Musichiere: il fenomeno di costume del grande Mario Riva

Alla fine degli anni cinquanta, con l’avvento della neonata Televisione (allora in bianco e nero e con un solo canale), dopo un esordio nella trasmissione Duecento al secondo di Garinei e Giovannini, tentò un nuovo linguaggio di spettacolo (sempre con la collaborazione di Garinei e Giovannini, diventati la firma più prestigiosa del varietà italiano) con lo spettacolo musicale “Il Musichiere” (primo quiz musicale televisivo della storia della TV), trasmessa dal 7 dicembre 1957 fino al 1960 dalla RAI, con circa 90 puntate. La trasmissione all’epoca registrava un ascolto di ben 19 milioni di ascoltatori, paralizzando di fatto l’Italia televisiva: si ricorda che nei cinema di Roma e Milano, i gestori dovettero mettere gli apparecchi TV per evitare che le sale in quel giorno e in quell’orario andassero deserte. Oltre a condurre la competizione tra i concorrenti, che si sfidavano per provare la loro conoscenza musicale, Mario Riva, che grazie a questa trasmissione può a buon diritto essere considerato il papà del sabato sera televisivo italiano, appariva al fianco degli ospiti d’onore, molto spesso celebrità internazionali, con i quali talvolta si produceva in inaspettati duetti.

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 Il cinema degli anni ‘70: gli anni di piombo della società italiana

Nei cupi anni ‘70, con la crisi economica e la congiuntura post-anni ‘60, con la liberalizzazione sessuale e dei costumi della società, e con i numerosi attentati di matrice terroristica che falcidiano l’Italia degli anni ‘70, anche il cinema si fa più amaro, più acre, perdendo quella spensieratezza degli anni d’oro. Si affaccia dunque, il cinema sociale e politico degli anni ‘70, della commedia all’italiana ne sopravvive la critica alla società, ma si è persa quella felicità figlia dei tempi e del benessere economico. Ma il capolavoro del genere, e che merita un discorso a sè, è “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”(1970), di Elio Petri e interpretato magistralmente da Gian Maria Volontè. Uno splendido thriller psicoanalitico sulla cristallizzazione e le aberrazioni del potere che analizza in chiave grottesca i metodi e i fini degli apparati polizieschi. Il film attribuisce poi, ai rappresentanti del potere un’eccessiva coscienza ( ancorchè negativa) del proprio ruolo e della propria funzione. Resta molto convincente, anche per merito della perfetta interpretazione di Gian Maria Volonté, la descrizione di “un piccolo personaggio della piccola borghesia meridionale che non ha la possibilità di accesso a un potere diverso da quello burocratico e che sfoga nell’autorità le sue repressioni sessuali e di classe”.

 

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Gian Maria Volontè, il simbolo italico di un certo tipo di cinema, quello del film inchiesta che partendo dall’analisi neorealista dei fatti, aggiunge a essi un conciso giudizio critico, con il manifesto intento di scuotere le coscienze dell’opinione pubblica. Strepitoso nel film di Elio Petri, “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”(1970).

 L’involgarirsi della società italiana e la nascita delle televisioni commerciali

La nascita delle televisioni commerciali, nella seconda parte degli anni ‘70, e il progressivo involgarirsi di tutti gli ambiti della società italiana, portano anche il cinema ad un progressivo svuotamento dei suoi contenuti. Se da un lato, l’allentamento dei freni inibitori della censura di matrice democristiana, aveva dato il là, ai primi nudi e alle prime scene di sesso, per la prima volta, negli anni ‘70 fa il suo ingresso nel cinema la parolaccia. Segno inequivocabile della progressiva perdita di stile e di eleganza del nostro cinema, e più in generale, della nostra società.’ L’esplosione di un certo tipo di commedia all’italiana, infatti,con elementi sexy e banalmente erotici, denominata “commedia sexy all’italiana”, fu la conseguenza di un vistoso allentamento dei freni censori avvenuto verso la fine degli anni ’60, alle cui origini ci fu anche, un mutamento dei costumi del popolo italiano ed anche europeo, più in generale. E’ il segno dei tempi, bisogna prendere questo genere per quello che è, evidenziando, come, al di là della sua pochezza, è utile per capire le mille sfaccettature della società italiana che si affaccia all’ultimo ventennio del XX secolo. Che sarà anche peggio!

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Renzo Montagnani, un grande, grandissimo attore, più grande di ciò che ha rappresentato al cinema. Un talento sopraffino che fuoriesce perfino nelle situazioni becere e disonorevoli, il segno di un talento virtuosistico, di un umorismo a colpo sicuro. Apprezzato dalla critica, da registi come Monicelli e la Wertmuller; e da scrittori come Montanelli e Soldati.

• I moderni segni del benessere economico: Il nome del figlio(2015), di Francesca Archibugi

“Il nome del figlio” è un vaudeville sociologico, visto che la prosa è alternata da strofe cantate e conosciute, che si tuffa nel cuore dei suoi personaggi portando il film verso territori nuovi e riportandolo dentro i confini nazionali, dentro la nostra storia, le nostre vite cariche di preconcetti e pregiudizi. La commedia amicale dell’Archibugi è un viaggio, lungo una cena, verso un incerto domani e la riconquista di un’oggettività di giudizio sul mondo e sulle persone. Sempre empatica nei confronti dei propri personaggi, la regista romana dirige un gruppo di attori intelligenti che, come ‘canta’ Dalla nel film, sono arrivati “alle porte dell’universo ognuno con i suoi mezzi e ognuno in modo diverso, magari arrivando a pezzi”. Attori-autori, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Rocco Papaleo e Alessandro Gassmann contribuiscono alla creazione del film, intrecciando una tensione emotiva ed estetica che raggiunge l’acme sulle note di “Telefonami tra vent’anni”. E sono qui presenti, tutti i segni del benessere dei tempi attuali: la presenza costante dei social network, facebook e twitter, e il drone radiocomandato dai personaggi dei due bambini, figli della coppia del film Cascio-Golino, il quale accompagna le avventure del quintetto di protagonisti.

Il nome del figlio
Micaela Ramazzotti, Alessandro Gassman, Rocco Papaleo, Valeria Golino e Luigi Lo Cascio, sono i protagonisti, dello splendido affresco sulla società contemporanea della regista Francesca Archibugi.

“Il cinema è l’unica forma d’arte nella quale le opere si muovono e lo spettatore rimane immobile, ma non la mente, che viaggia verso mete, altrimenti impensabili”
Ennio Flaiano

Domenico Palattella

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