Arte Contemporanea e Cinema: un legame imprescindibile.(saggio apparso sul mensile “Smart Marketing”,il 30 marzo 2016)

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Cinema e Arte hanno da sempre intrecciato i loro percorsi, costruendo relazioni proficue e articolate all’insegna di uno scambio reciproco di specificità e suggestioni, all’insegna di una contaminazione tra ambiti culturali paralleli e, in qualche caso, complementari. Nella foto Orson Welles e Pier Paolo Pasolini sul set del film “La Ricotta” del 1963.

L’illusione ottica del cinema, come arte delle immagini in movimento, è cruciale nella storia del XX secolo. Questa illusione ottica si ottiene con 24 fotogrammi al secondo impressi su pellicola magnetica. Dunque il cinema non è altro che l’evoluzione dell’arte della fotografia, che era stata a sua volta l’evoluzione della pittura, che a sua volta deriva dall’architettura. Il cinema è però la completa evoluzione di tutte le altre arti, la definizione del Maestro giapponese Akira Kurosawa, peraltro rimasta nella storia, aiuterà a definire davvero cosa è l’arte del cinema:

“Il cinema racchiude in sé molte altre arti; così come ha caratteristiche proprie della letteratura, ugualmente ha connotati propri del teatro, un aspetto filosofico e attributi improntati alla pittura, alla scultura, alla musica”. ( Akira Kurosawa )

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Il regista Akira Kurosawa.

Il cinema con la fusione in esso di tutte le altre arti ha il potere di creare una “magia”, il pathos, una carica di emozioni che scaturiscono dai suoi vari elementi. Il pathos, che affonda le sue radici agli albori della nostra civiltà, e precisamente nella Grecia classica, patria del sapere occidentale. In Grecia esso corrispondeva alla parte irrazionale dell’animo, mentre oggi con lo stesso termine si fa riferimento proprio alla carica emotiva data da alcune opere artistiche. Il pathos è generato dall’insieme di suoni e immagini che compongono il film. In realtà ognuna delle varie Arti ha un “suo” pathos, e nel Cinema, che è un’unione delle Arti stesse, si ha un insieme di emozioni provenienti ognuna da una di esse. Cinema e Arte hanno da sempre intrecciato i loro percorsi, costruendo relazioni proficue e articolate all’insegna di uno scambio reciproco di specificità e suggestioni, all’insegna di una contaminazione tra ambiti culturali paralleli e, in qualche caso, complementari. Gli artisti, a partire dalla nascita della “Settima Arte” e sempre più frequentemente nel corso del XX secolo, si sono avvicinati al mondo cinematografico per coglierne l’essenza caratterizzante e per poi rielaborarne le influenze. Viceversa i cineoperatori hanno subito il fascino della Storia dell’Arte, in particolar modo quella contemporanea, portando sul set la biografia dei grandi artisti o rielaborando, attraverso il filtro particolare del video, le suggestioni provenienti dalle loro opere.

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Simmetrie: Francesco Hayez, Il bacio, 1859 e Luchino Visconti, Senso, 1954.

In Italia le prove più evidenti della commistione tra Arte Contemporanea e Arte cinematografica, si compirono negli anni d’oro del nostro cinema, dapprima con i capolavori neorealisti di Luchino Visconti, Roberto Rossellini e Vittorio De Sica, e poi con la susseguente nascita della commedia all’italiana. La capacità di esprimere in pochissime immagini l’essenza di un’epoca è stata raggiunta, ai massimi livelli, da un esiguo numero di pellicole, dirette però da veri e propri Maestri dell’arte cinematografica. I risultati migliori in tal senso, nel nostro Paese, sono stati raggiunti da Luchino Visconti, sia in “Senso”(1954) che nel “Gattopardo”(1963), splendide ricostruzioni dell’epoca di passaggio dalla Sicilia borbonica alla creazione del Regno d’Italia; in “Policarpo, ufficiale di scrittura”(1959) di Mario Soldati, nella descrizione dell’epoca della Roma umbertina di inizio novecento; e nel capolavoro di Federico Fellini, “La Dolce Vita”(1960), lo splendido affresco del benessere economico italiano degli anni ‘60. Non solo paragonati ad un quadro d’arte per aver immortalato l’essenza dell’epoca di riferimento, ma anche ineccepibili dal punto di vista storico, e addirittura epocali per le musiche che li adornano. La perfezione sarà poi raggiunta da Pier Paolo Pasolini e la sua personalissima commistione tra cinema, Arte e letteratura, nel cortometraggio “La ricotta”, episodio del film lungo “Ro.Go.Pa.G.”(1963).

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Pier Paolo Pasolini: la ricerca della purezza tra cinema e letteratura.

Pasolini giunge a uno dei più intensi risultati del rapporto del suo cinema con l’arte, del gusto per l’immagine e della ricerca storica. Qui Pasolini, utilizzando come modello la pittura di Rosso Fiorentino, con la celeberrima opera “La deposizione di Cristo”, sintetizza la propria visione della società capitalistica italiana affermatasi con la modernità. Il regista dunque, rappresenta un caso particolare e certamente il più emblematico del Novecento di come cinema e letteratura possano essere il prodotto alto di un solo autore. Curioso è poi il caso Alberto Sordi, con l’episodio “Vacanze intelligenti”, del film corale “Dove vai in vacanza?”(1978), che prende di mira l’arte contemporanea, in un film che è un piccolo gioiello dell’arte comica e dissacrante dell’Albertone nazionale. Sordi riesce ad ironizzare con classe e grande maestria, sulla Biennale d’arte di Venezia che aveva appena consacrato le correnti neoastrattiste, concettuali, poveriste e iperrealiste, troppo lontane però, dal gusto del cittadino medio. L’attore e regista romano dunque, prende di mira un pò tutto l’impianto culturale italiano, negli strepitosi panni di un fruttarolo romano, sempre accompagnato dall’ingombrante moglie (una deliziosa Anna Longhi). Tra vacanze snob, diete, tombe etrusche e Biennale, un film intransigente, che diverte con fervido gusto del dettaglio e dissacrante autoironia. Il miglior risultato del Sordi autore.

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Una scena del film “Le vacanze intelligenti” del 1978, di e con Alberto Sordi.

Sul lato internazionale poi, non si può non parlare di Alfred Hitchcock e del suo personalissimo modo di intendere il cinema. Lui è un maestro della messa in scena: nulla nei suoi film è estemporaneo o gratuito. All’epoca della loro uscita, molti film di Hitchcock furono criticati proprio per l’inverosimiglianza delle situazioni; ma un giudizio di questo tipo si basa su un errore di prospettiva. A Hitchcock infatti non interessa tanto riprodurre “realisticamente” eventi e personaggi, quanto suscitare emozioni tramite un racconto. Riprodurre insomma quel pathos che è parte integrante dell’Arte a tutti i suoi livelli e in tutti i suoi generi.

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Il regista Alfred Hitchcock e l’artista Salvador Dalí sul set del film Io ti salverò (Spellbound) del 1945.

In ultimo poi, l’etica e l’estetica dell’Arte raggiungono il loro massimo con Stanley Kubrick, uno dei più importanti cineasti del XX secolo. Nel guardare le sue opere, stupisce la sua espressività lontana dai canoni hollywoodiani e la sua capacità unica di esplorare la gran parte dello spettro dei generi, senza farsi dominare dalle convenzioni, ma anzi trasfigurandole. La sua è una cura ossessiva per i particolari dell’immagine, per la prospettiva e l’illuminazione, per la posizione degli attori e degli oggetti di scena, tanto che ogni suo film è studiabile in ogni fotogramma come “album di inquadrature”. A livello mondiale, paragonabile a lui, per questa attenzione maniacale al dettaglio, c’è solo l’altrettanto grande Luchino Visconti. Tornando a Kubrick, il senso estetico dei suoi film è però il risultato di un lavoro di integrazione fra diversi canali comunicativi: il contesto reale delle sue storie è infatti un tessuto d’immagine e musica, elemento fondamentale per veicolare emozioni nello spettatore. Nelle pellicole il regista prende ispirazioni dalla storia dell’arte di ogni secolo: da Jack Torrance abbandonato sulla sedia di lavoro che richiama “Il sonno della ragione genera mostri”, un’acquaforte e acquatinta di Goya, ai magistrali piani sequenza di Barry Lyndon, continue citazioni dei quadri inglesi tra il Seicento e il Settecento.

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Una scena del film “Barry Lyndon” del 1975, di Stanley Kubrick.

E’ dunque questo, il quadro della commistione tra Arte contemporanea e Cinema, intesa ai suoi livelli più alti e capace di suscitare quel pathos che è parte integrante dell’emozione che un’opera d’arte deve necessariamente conferire per essere definita tale.

Domenico Palattella

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