Vittorio Gassman: il mito del successo e l’invenzione della borghesia del boom economico

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Le braccia si aprono in un gesto ampio e avvolgente e le mani rivolgono le palme al mondo. Come per accoglierlo, per abbracciarlo. O per mostrare la propria innocenza. Fra i tanti gesti su cui Vittorio Gassman ha costruito la propria semiotica d’attore, questo è probabilmente uno dei più eloquenti: per la frequenza con cui ricorre, per l’elasticità con cui si adatta a personaggi anche molto diversi e, soprattutto, per il potenziale simbolico che in esso si esprime. Si veda ad esempio come Gassman lo interpreta a più riprese nel film Il gaucho(1964) di Dino Risi: con l’andatura ginnica di un campione atletico di salto triplo, fa tre passi di corsa, saltella, si avvicina agli altri personaggi, apre le braccia e parla. Quasi a dire: io non c’entro, non posso farci nulla. Però sono qui. Candido, innocente e disponibile. Questo gesto ricorre in quasi tutti i film interpretati da Gassman negli anni ’60, nel periodo compreso fra Il sorpasso(1962) e In nome del popolo italiano(1971), entrambi diretti da Dino Risi. Molto più incisivo di tanti altri topoi della mimica gassmaniana, questo sstilema recitativo sintetizza in modo convincente ed efficace quasi tutte le caratterizzazioni di Gassman in quella fase della sua carriera ( la più felice, quella dell’era pre-depressione ) che lo vede impegnato in prevalenza con un “tipo” di personaggio particolarmente difficile: il borghese avido, cinico, sbruffone, ma immancabilmente imbranato, alle prese con i violenti processi di modernizzazione che stanno cambiando in profondità la società italiana negli anni del boom economico e dell’affermazione della cosiddetta “società dei consumi”. Da I soliti ignoti(1958) in poi, passando per film come Il sorpasso(1962) o I mostri(1963), Gassman dà vita sullo schermo a una specie di “romanzo di formazione” del borghese italiano, incarnando di volta in volta le maschere, i rituali iniziatici o i traumi linguistico-culturali necessari per consentire all’aspirante borghese di raggiungere un accettabile compromesso fra le proprie spropositate ambizioni economico-sociali e la realtà prosaica e dimessa della propria effettiva condizione.

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Vittorio Gassman insieme ad Amedeo Nazzari nel film “Il gaucho”(1964), ambientato e girato nell’America Latina, e precisamente in Argentina.

Analizzare il percorso e individuare le tappe principali che Vittorio Gassman ha intrapreso nell’ambito particolare della commedia ci porta inevitabilmente a parlare di uno degli attori italiani con maggiori qualità, titoli professionali ed esperienza. Il discorso acquista ulteriore spessore e interesse in quanto la vis comica di Gassman si è espressa e compiutamente affermata nel cinema, e più precisamente nella cosiddetta commedia all’italiana. Tutto ciò attraverso ruoli comico-grotteschi, nettamente contrastanti con la sua formazione teatrale e con il “genere” predominante del proprio lavoro in palcoscenico, essenzialmente accademico e classico. Affrontare da un punto di vista critico, il tema della comicità di Gassman, significa senz’altro privilegiare il rapporto che l’attore ha stabilito con il cinema: dallo stile recitativo dei suoi film, si evidenziano dei nodi espressivi che vanno dal piano del suo personaggio cinematografico a quello di attore completo, a tutto tondo. Nei molti film realizzati si può notare la continuità di due tonalità che abbracciano alternativamente il piano della “maschera” o quello più strettamente “interpretativo”; alla prima opzione si lega una tipologia dei ruoli caratterizzata da un Gassman nelle vesti del plebeo fanfarone, donnaiolo e estremamente imbranato, nel secondo caso l’attore cinematografico si dispone a rappresentare un borghese che assumerà determinate caratteristiche a seconda dell’opportunità artistica che gli si presenterà. I soliti ignoti(1958) di Mario Monicelli, la vera svolta cinematografica di Gassman, coincide con il momento in cui il personaggio del plebeo impostore dà i primi vagiti. In quest’esperienza egli, apparentemente, parte da un inedito approccio d’interpretazione che in realtà appartiene a un periodo storico precedente. L’aspetto evidente ne I soliti ignoti di uno sdoppiamenti della personalità che si basa sulla trasformazione dell’aspetto fisico, dei lineamenti del viso, della mimica e dei toni di dizione, si collega infatti a una svolta teatrale precedentemente raggiunta a partire dalla rappresentazione del Kean, genio e sregolatezza(1955). E’ quindi in teatro e per il teatro che è avvenuto il cambiamento del personaggio Gassman da drammatico a comico, e che poi ha trovato pieno compimento nel cinema italiano, e in particolare nella allora nascente commedia all’italiana. I soliti ignoti segna per Gassman l’iniziale trasformazione e affinamento della vis comica, eseguita con l’aiuto di un trucco deformante. Gli si maschera la gobba del naso con del cotone alle narici, gli si mette uno spessore sotto il labbro e lo si camuffa con una parrucca proprio per dargli l’aspetto del “tonto piacevole” richiesto dal ruolo e da Monicelli. Inoltre si arricchisce il personaggio con un dialetto “romanesco”, per giunta inceppato da un’evidente balbuzie. Un’interpretazione talmente memorabile, da essere considerata un modello da imitare per l’Accademia d’Arte Drammatica, dalla quale, non a caso, era cresciuto artisticamente Gassman. Nelle intenzioni di Monicelli, Gassman doveva recitare “lo sbruffone un tantino suonato”, appartenente ad un genere di malavita bonaria, forzata e di piccolo cabotaggio. L’autocompiaciuta parodia di certi personaggi di villain e di giovane innamorato che hanno costellato la carriera cinematografica precedente di Gassman consentono anche di evidenziare una disponibilità critica nei confronti del personaggio interpretato e di se stesso. La parodizzazione del ruolo di capobanda e seduttore della compagnia è presente soprattutto nella scena in cui Peppe “er Pantera” cerca di neutralizzare la cameriera veneta per impadronirsi delle chiavi della casa da svaligiare. Il personaggio inconsciamente fa di tutto perché l’impresa fallisca, impedendo di fatto la riuscita del colpo. La trama comica si regge sull’incapacità del soggetto di realizzare propositi e progetti troppo grandi, segnando una parabola che indica lo scarto tra identità e maschera. Gassman riesce a rivelare comicamente gli aspetti di un’umanità in lotta con la miseria e la società di cui si trova al bando, grazie ad una miracolosa naturalezza. E’ dunque il segnale, inequivocabile, dell’avvio della commedia all’italiana come genere cinematografico a sé e come vero e proprio fenomeno di costume, capace di segnarne, positivamente, un’epoca della storia d’Italia.

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Peppe er Pantera, splendida caratterizzazione di Vittorio Gassman nel film “I soliti ignoti”(1958), il capolavoro che lancia Gassman nell’Olimpo dei grandi protagonisti del nostro cinema.

E poi venne La grande guerra(1959), ancora di Mario Monicelli, che appare come un’altra traccia del percorso segnato da Gassman nella sua caratterizzazione del plebeo impostore. Dare il volto a Giovanni Busacca, fantaccino protagonista di una vicenda marginale nel quadro cruento della prima guerra mondiale, significa dotarsi di un bagaglio d’attore che necessita della compresenza di elementi drammatici e comici, terreno ideale per un attore come Gassman che ha sempre professato la contaminazione dei generi. L’interpretazione conferma il suo momento magico di popolarità e dà un’altra prova della sua capacità trasformistica, con ulteriori cambiamenti di prospettiva e di accentuazioni rispetto all’impronta data al personaggio dei Soliti ignoti. Lì la creazione del difetto della balbuzie ha imbrigliato e tenuto a bada Gassman, ne La grande guerra invece, anche supportato da una trama che tende, inevitabilmente, verso il drammatico, egli dà prova del suo immenso talento interpretativo, passando magistralmente dal comico al drammatico e al grottesco nel tempo di una sola battuta. Con La grande guerra si assiste dunque, alla conferma all’interno del cinema brillante all’italiana, della poliedricità di Gassman; e ne Il mattatore, film diretto da Dino Risi, qualche mese dopo l’affresco sulla Grande Guerra, si nota l’ennesimo passo in avanti. L’esperienza de Il Mattatore appare infatti, come un rilancio di nuove possibilità. Nelle molteplici trasformazioni del film si vuole moltiplicare il lavoro di caratterizzazione svolto per il personaggio de I soliti ignoti. Ma non solo. La novità dirompente consiste nel fatto che Gassman non si nasconde solamente dietro un trucco degradante, ma rischia la sua “vera” faccia, anche se usata per dare sfogo a una miriade di personaggi. Con questo film si realizza dunque una tappa di avvicinamento a Il sorpasso(1962), dove si realizzerà la conquista della “normalità” e l’invenzione tutta gassmaniana della “borghesia italiana del boom economico”: il plebeo è diventato borghese. Con Il mattatore, infatti Gassman pone le basi per diventare a tutti gli effetti il volto della commedia all’italiana del boom: una faccia in cui si leggono i segni della cultura, della supponenza, in definitiva di un sentimento di superiorità. Egli opera un doppio e contemporaneo processo artistico. Infatti, se da un lato completa l’operazione di capovolgimento dei propri tratti fisionomici iniziato con I soliti ignoti, dall’altro inizia la pars costruens del proprio personaggio. Dal modello fornito da Alberto Sordi si giunge ad un’interpretazione più estrosa, quasi ai confini della caricatura. In definitiva inizia quel processo di valorizzazione delle proprie doti mimiche e gestuali di attore, dei tratti irregolari del volto, della sua taglia atletica e della sonorità della voce.

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Titolo diventato proverbiale e che resterà sulla pelle di Vittorio Gassman per tutta la vita come un marchio a fuoco., “Il mattatore”(1959) è una delle pellicole più importanti della carriera cinematografica di Gassman.

L’esperienza fatta ne I mostri(1963) continua nel solco della “moltiplicazione”. Qui Gassman si trova a dare il volto a otto “assoli” e a quattro episodi in cui recita assieme ad Ugo Tognazzi. Per ogni personaggio deve frugare nel “guardaroba” e nel cassetto e trovare una parrucca e un vestito esclusivo, un trucco adatto; ma anche sfruttare il camaleontismo della faccia e delle movenze, una molteplicità di dialetti d’Italia da mettere in gioco e a volte sonorità gutturali più efficaci di una voce vera. I venti episodi che compongono I mostri erano nelle intenzioni degli autori una serie di vignette animate che trattano i problemi dell’epoca, in un’ideologia però interclassista, che si occupa del sottoproletariato e del borghese. La morale si ricava dal confronto ad armi pari tra personaggio e situazione: a individui amorali si affianca una realtà quotidiana che desacralizza costumi e comportamenti. La struttura di ogni singolo episodio va dalla trovata comica repentina e inaspettata a un tipo di narrazione e a un finale che scartano in maniera netta la possibilità di una risata liberatoria, con l’amarissimo episodio dal titolo La nobile arte, dove il film supera d’un tratto la sua natura di divertimento brillante e denuncia un sapore molto amaro e triste. Il “mostro” di turno deve suscitare nello spettatore riflessione e derisione sferzante, ma anche simpatia attraverso una sfrontatezza e una vitalità che lo riscatti. Il risultato acquista maggiore incisività e varietà dalla presenza di due attori “complementari” come Gassman e Tognazzi, con le loro origini diverse ( l’uno dal teatro di prosa, l’altro dalla rivista ) e una tipologia di ruoli opposta ( Gassman legato a personaggi aggressivi e sopra le righe; Tognazzi specializzato nel ruolo del sornione ).

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La scena cult del film “I mostri”(1963), con i due carabinieri, Gassman e Tognazzi, davvero sublimi, che sorridono in modo ebete al fotografo che li immortala dopo aver catturato un criminale.

Per concludere, esperienza legata a una medesima tipologia dei ruoli è la partecipazione al progetto di Brancaleone, che si realizza prima con L’Armata Brancaleone(1966) e poi con Brancaleone alle crociate(1970). Essere protagonista di questi due film di Monicelli significa per Gassman ritrovare gli antichi sapori de I soliti ignoti e il gusto antiretorico de La grande guerra. Anche Brancaleone, come Peppe, rappresenta lo spaccone tutto apparenze che in realtà non sa mai cavarsela perché s’imbarca in imprese più grandi di lui. Un personaggio così sopra le righe sembra adattarsi all’estrazione teatrale di Gassman, al suo fisico possente e al suo tipo di recitazione. Era necessario rispolverare il gusto della magniloquenza, la tendenza alla dismisura, il brivido dell’improvvisazione, ovvero di procedimenti tutt’altro che cinematografici. Il particolare linguaggio del tutto teatrale è un’intrusione di italiano maccheronico condito di latino e dialetti, il tutto collocato in una sintassi arcaizzante e provinciale, secondo metri da poemi eroicomici, da canzoni goliardiche e da una prevalenza del ciociaro, visto che Brancaleone era di Norcia. Teatrale è anche il trucco di Gassman, dalle connotazioni vagamente giapponesi grazie all’immaginazione poetica del costumista Piero Gherardi. Questo incrocio tra Don Chisciotte, un Samurai e Guerin Moschino, è collocato in un Medioevo realistico, popolato di analfabeti, malattie e guerre grottesche, molto più vero degli altri film in costume. Lo stesso Brancaleone da Norcia così si descrive: “Sono impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto di lengua e di spada, facile al gozzoviglio”. Ma come tutti i plebei sbruffoni, l’ingenuità con cui crede in se stesso gli conferisce una forza e una purezza che lo fanno un eroe. In entrambi i film, divisi in capitoletti come I soliti ignotiLa grande guerra, si mette a capo di un manipolo di poveracci, che si imbattono in imprese impossibili. Nel primo Brancaleone la compagnia, al ritmo delle strofette del prode Anselmo di Visconti Venosta, si incammina per entrare in possesso di un feudo pugliese. Il secondo film porta Brancaleone a perdere il suo gruppo al primo scontro contro gli infedeli e a riportare una seconda armata verso il re normanno Belmondo. In tutte le occasioni Gassman riesce a sprigionare un divertimento intelligente, in una comicità capace di investire i diversi gradi della sensibilità dello spettatore.

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Il superbo Brancaleone da Norcia di Vittorio Gassman, cavaliere errante del film “L’Armata Brancaleone”(1966), il capolavoro firmato Gassman-Monicelli.

Domenico Palattella

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