Il cinema nascosto: la storia segreta di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida

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La tragica storia di due stelle del cinema e del loro amore: Luisa Ferida e Osvaldo Valenti. Protagonisti di un tragico declino, accusati ingiustamente di crimini di guerra dai partigiani e processati in maniera sommaria, furono ritenuti colpevoli e fucilati nelle convulse notti intorno al 25 aprile 1945. La loro è una delle storie più tristi del cinema mondiale.

Quella di Luisa Ferida e di Osvaldo Valenti è una delle storie di cinema, più discusse e ancora più oscure. Entrambi tra gli anni ’30 e gli anni ’40 erano tra le massime stelle del nostro cinema, e probabilmente pagarono a caro prezzo la loro notorietà associata al regime fascista, l’appartenenza di Valenti alla Xª Flottiglia MAS e la frequentazione della Villa Triste, a Milano, sede della banda Koch. Se la presunta partecipazione di Osvaldo Valenti alle banda Koch non è mai stata dimostrata, Luisa Ferida venne riconosciuta, nel dopoguerra, certamente e completamente estranea ai fatti che le erano stati imputati durante il processo. Negli anni sessanta il Ministero del Tesoro accolse infatti la richiesta di Luisa Pansini, madre di Luisa Ferida, di poter riscuotere una pensione con i relativi arretrati. Tale pensione, spettantele in quanto la Ferida era morta per cause di guerra non le sarebbe mai stata corrisposta se sua figlia fosse stata ritenuta responsabile di crimini di guerra. Ma la loro storia è avvolta ancora da zone oscure, che proveremo a dipanare. Si diceva sopra, che i due attori, fossero tra gli artisti più richiesti a cavallo tra gli anni ’30 e gli anni ’40 e arrivarono al grande successo grazie alla conoscenza con il più grande cineasta dell’epoca Alessandro Blasetti e all’emergente Camillo Mastrocinque. L’incontro col regista Alessandro Blasetti, che avvenne attorno alla metà degli anni Trenta, fu determinante per la carriera artistica di Valenti. Blasetti gli affidò un ruolo di un certo rilievo nella Contessa di Parma (1937) a cui fece seguito, a distanza di un anno, quello del capitano francese Guy de la Motte nell’Ettore Fieramosca (1938) che ne sancì l’affermazione presso critica e pubblico italiani. Alla fine degli anni Trenta e all’inizio degli anni Quaranta il regista romano si impose, insieme a Mario Camerini, come il massimo cineasta italiano del tempo e Valenti come uno degli attori più ricercati e pagati. Grazie anche alla direzione di Blasetti, l’attore raccolse altri tre successi: in Un’avventura di Salvator Rosa (1939) conobbe Luisa Ferida, il suo grande amore, e poi vennero La corona di ferro (1941) e La cena delle beffe (1942). Sul set del film “Un’avventura di Salvator Rosa”(1939) , avvenne l’incontro con Luisa Ferida, la quale era già una giovane attrice conosciuta e apprezzata, ormai pronta per il salto di qualità. Il film di Blasetti la proiettò rapidamente verso un orizzonte divistico di rilievo, permettendole di mettere in evidenza il suo temperamento grintoso e la sua recitazione asciutta e nervosa.

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Osvaldo Valenti e Luisa Ferida in una foto del 1944 a Milano.

Poi, però…venne la guerra

C’è da dire che Luisa Ferida e Osvaldo Valenti, i quali facevano coppia fissa, nella vita ormai dal 1939, in epoca fascista non si erano mai distinti per le loro posizioni politiche. Eppure avvenne qualcosa, per cui aderirono alla nascente Repubblica di Salò. Procediamo con ordine. Se famosa era, negli ambienti mondani romani, l’imitazione che Valenti faceva del Duce, suscitando l’ilarità generale, a seguito dell’Armistizio, Ferida e Valenti furono tuttavia fra i pochi divi del cinema dei telefoni bianchi – come viene abitualmente chiamato il periodo della cinematografia fascista – ad aderire alla Repubblica Sociale Italiana. Lasciarono così Roma (e Cinecittà) per trasferirsi al Cinevillaggio, il neonato centro cinematografico della R.S.I. di Venezia, sorto per volere del ministro Ferdinando Mezzasoma, diventandone due dei più noti esponenti. Sì, proprio quel Mezzasoma che propose a De Sica di aderire all’R.S.I. e che da lui ricevette un sonoro rifiuto. Qui, la Ferida, insieme a Valenti, girò Un fatto di cronaca, film diretto da Piero Ballerini (1944). Fu il suo ultimo lungometraggio. Dopo si stabilirono per qualche giorno a Bologna, dove la Ferida, che aspettava un bambino, desiderava andare a trovare la madre. Mentre si trovavano all’albergo “Brues”, improvvisamente colta da forti dolori, ebbe un aborto spontaneo. Valenti fu colto da grande dolore e, come scrisse ad un amico: «Non voglio più sentir parlare di arte e di cinema, e non mi voglio più recare nella Spagna dove pur ho un contratto vantaggiosissimo. Io sento che il mio dovere sarebbe di fare qualcosa di positivo per questo pezzo di terra che ancora ci rimane.»

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Osvaldo Valenti in divisa della Xª MAS a Milano. Grande appassionato di fotografia Valenti era solito girare nel tempo libero portandosi dietro la macchina fotografica.

 

Nel marzo 1944 fu contattato da Mezzasoma che intendeva affidargli l’incarico di Commissario Nazionale per lo spettacolo ma Valenti rifiutò essendosi, all’insaputa di tutti, arruolato nella Xª Flottiglia MAS comandata dal principe Junio Valerio Borghese. Si trasferì a Milano con la Ferida dove gli fu riconosciuto il grado di tenente e dislocato presso il Distaccamento “Milano”. A Milano divenne inoltre ufficiale di collegamento con il Comando della Kriegsmarine in Italia riscuotendone l’apprezzamento. Entrò a far parte anche del Battaglione “Vega”, che costituito nel maggio 1944 era emanazione degli NP che facevano parte del Servizio Informazioni della Marina Nazionale Repubblicana. D’altronde Valenti aveva sottoscritto l’arruolamento al capitano Nino Buttazzoni comandante degli NP. A partire da maggio, per conto della Decima prese parte ad alcune operazioni segrete di contrabbando verso la Svizzera finalizzate, previa cessione di merci pregiate, a rimpinguare le esauste casse della Decima e dello stato repubblicano, da svolgersi all’insaputa dei tedeschi. L’operazione fu denominata “Missione Manzini”, dal nome del tenente colonnello che la dirigeva. Appositamente fu costituito a Lanzo d’Intelvi presso il confine svizzero, all’interno di un convalescenziario della Marina, un supporto logistico gestito dal battaglione Nuotatori Paracadutisti. In tutto furono distaccati una ventina di uomini sotto il comando di Valenti, scelto per la dimestichezza nella lingua tedesca e francese. In queste operazioni fu affiancato dalla Ferida seppure priva di alcuna veste ufficiale. Nell’estate 1944 entrò in contatto con Pietro Koch, che era a capo di una banda denominata “Squadra Speciale di Polizia Repubblicana”, nota sia per le torture e le uccisioni di partigiani ed altri oppositori al regime che per le attività criminali (fra cui anche il traffico di cocaina). L’attore era stato visto talvolta aggirarsi nel loro quartier generale durante gli interrogatori effettuati da Koch e dalla sua «famigerata banda». La Banda Koch fu smantellata il 25 settembre 1944 da una compagnia della Legione Muti, su ordine del questore di Milano, e per intervento diretto di Mussolini, che procedette all’arresto dei componenti del reparto, traducendoli al Carcere di San Vittore. Pietro Koch, quel giorno non al reparto, sfuggì momentaneamente all’arresto per essere poi tratto in arresto nell’autunno del 1944. Il 28 settembre 1944, a seguito di una fortunata azione partigiana che portò al disarmo di una intera compagnia del Battaglione Vega a Porlezza Valenti fu richiamato da Lanzo d’Intelvi e inviato nella cittadina a condurre le trattative con i resistenti. Qui entrò in contatto con il capitano Ugo Ricci comandante del distaccamento “Sozzi” della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici” in Val d’Intelvi con il quale stabilì una tregua. La Decima si impegnò, in cambio della restituzione delle armi, a non molestare i partigiani. Nel corso delle trattative si arrivò a progettare la proiezione del film Enrico IV in cui recitava lo stesso Valenti. Valenti dunque, ebbe contatti con la famigerata banda di Pietro Koch e in tali rapporti, secondo alcuni, fu coinvolta anche la Ferida; tuttavia, secondo altri, la frequentazione di “Villa Triste” da parte della Ferida, nonché la sua presunta complicità con i torturatori di partigiani, sarebbero solo calunnie prive di fondamento. Pare, da testimonianze, che la Ferida sapesse delle torture, ma se ne tenesse alla larga; non così una delle amanti di Koch, la soubrette Daisy Marchi, e la segretaria del capo della “banda”, Alba Giusti Cimini. Entrambe si spacciavano talvolta, con i prigionieri, per la celebre Ferida, approfittando della penombra delle celle; è probabilmente questa l’origine della calunnia che costerà la vita all’attrice (mentre la Marchi e la Cimini non subiranno mai conseguenze). Probabilmente anche Valenti non partecipò mai, ma frequentava Koch per procurarsi la cocaina. Il 20 aprile 1945 Osvaldo Valenti si consegnò spontaneamente ad alcuni membri della Divisione partigiana Pasubio confidando di poter avviare delle trattative, dato anche l’ormai imminente vittoria del fronte di liberazione nazionale. Fu poi raggiunto anche da Luisa Ferida. Da quel momento in poi furono numerose volte trasferiti in diverse prigioni segrete finché fu decisa per loro la pena di morte, imputata dal Marozin direttamente a Sandro Pertini. Furono quindi accusati entrambi di crimini di guerra e già il 28 aprile fu pubblicata la notizia dell’avvenuta fucilazione. In realtà a quella data i due attori erano ancora vivi, anche perché vennero processati e condannati a morte solo il 29, nonostante l’opposizione di alcuni partigiani del Comitato di Liberazione. Dopo essergli stati sottratti i gioielli e il denaro che portavano con sé, la sentenza fu eseguita e Valenti e la Ferida furono uccisi con una raffica di mitra. Era la notte tra il 29 e 30 aprile 1945. Ma chi era questo Marozin? Giuseppe Marozin, nome di battaglia Vero, capo della Brigata partigiana Pasubio e responsabile dell’esecuzione della Ferida, dichiarò, nel corso del procedimento penale a suo carico per quell’episodio: «La Ferida non aveva fatto niente, veramente niente. Ma era con Valenti. La rivoluzione travolse tutti.»Marozin affermò anche che l’ordine di effettuare l’esecuzione della Ferida e di Valenti venne direttamente dal C.L.N.A.I. nella persona di Sandro Pertini: «Quel giorno – 30 aprile 1945 – Pertini mi telefonò tre volte dicendomi: “Fucilali, e non perdere tempo!”». A detta di Marozin, Pertini si rifiutò di leggere il memoriale difensivo che Valenti aveva scritto durante i giorni di prigionia, nel quale erano contenuti i nomi dei testimoni che avrebbero potuto scagionare i due attori da ogni accusa.

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VALERIO MAROZIN IL CAPO PARTIGIANO A CUI SI ERANO ARRESI CHE DOPO AVER PROMESSO DI SALVARLI LI MANDO’ A MORTE

Nel corso del passare degli anni, già nel decennio dei ’50, avvenne la loro postuma riabilitazione, soprattutto per quanto riguarda Luisa Ferida, come già detto sopra, se la presunta partecipazione di Osvaldo Valenti alla banda Koch non è mai stata dimostrata, Luisa Ferida venne riconosciuta, nel dopoguerra, completamente estranea ai fatti che le erano stati imputati durante il processo. Anzi, la magistratura stessa appurò, che i due furono uccisi a scopo di rapina, in quanto dalla casa milanese di Valenti e Ferida, qualche giorno dopo la loro fucilazione, venne sottratto un autentico tesoro, del quale Marozin nel dopoguerra ammise la “confisca”. Proprio quel Marozin, che promettendo loro di salvargli la vita, li mandò a morte. Ai due sfortunati attori sono stati dedicati due importanti omaggi cinematografici: nel 1991 lo storico Italo Moscati ha realizzato Gioco perverso una pellicola ispirata alla tragica storia d’amore della coppia interpretato da Fabio Testi e Ida Di Benedetto; mentre nel 2008 il regista Marco Tullio Giordana ha presentato fuori concorso al Festival di Cannes il film Sanguepazzo, ispirato alla vita di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, interpretati magistralmente da Luca Zingaretti e Monica Bellucci.

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Due foto autografate di Luisa Ferida e Osvaldo Valenti. Entrambi furono attori dall’indubbio fascino e tra gli interpreti più significativi della cinematografia italiana del ventennio fascista.

Dalle documentazioni deducibili dalle opere e dalle testimonianze scritte che si sono succedute nello scorrere degli anni, le cose dovrebbero essere andate pressapoco così. Dispiace senza dubbio, che due grandi attori come Valenti e la Ferida ( che peraltro al momento della loro uccisione erano in attesa di un figlio), siano stati giustiziati così barbaramente e così sommariamente. Certo forse non avrebbero dovuto aderire alla Repubblica di Salò, ma con il senno di poi, è anche facile dirlo. Sembra comunque, che la loro completa estraneità ai crimini di guerra, sia stata ad oggi accertata, rimane il fatto che si siano trovati al posto sbagliato nel momento sbagliato. E’ forse questa la loro colpa. Anzi, sicuramente lo è!

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Gli splendidi Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, di Luca Zingaretti e Monica Bellucci, nel film di Marco Tullio Giordana, “Sanguepazzo”(2008), ispirato proprio al loro amore, alla loro vita e ai tragici fatti di Milano.

Domenico Palattella

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