La pasta nel cinema italiano: tra gusto e arte.

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La pasta è inequivocabilmente uno dei simboli più immediatamente riconoscibili dell’italianità. E, lungo la sua storia, proprio il cinema italiano ha fatto ricorso in innumerevoli occasioni a un bel piatto di maccheroni o spaghetti per arricchire e tratteggiare in maniera rapida ed efficace personaggi e situazioni. Immortale inno alla pasta è la scena, tratta dal film “Miseria e nobiltà”(1954) in cui Totò e compagnia ballano sulla tavola mangiando spaghetti e ficcandoseli in tasca, perché nessuno li porti loro via.

Corta, spezzata, allungata, zigrinata, tagliata a tubetti, a quadrucci o perline, a semi di melone o a farfalle, a conchiglie, cavatappi, creste di gallo, dischi volanti ed eliche tricolori. Di semola, all’uovo, dietetica, integrale, fresca di grano duro o semolato…Nomi insoliti, affascinanti, apparentemente inadatti per la pasta. Il piatto cult degli italiani è stato immortalato al cinema, a teatro e nella pubblicità, da divi e star del grande schermo. Il fatto poi, che, negli anni ’60, gli americani abbiano ribattezzato proprio “spaghetti western” i film italiani che, da Sergio Leone in poi, rileggevano con sguardo europeo il mito del Bel Paese, la dice lunga su come, nell’immaginario collettivo planetario, la pasta sia considerata uno tra i simboli più immediatamente riconoscibili dell’italianità. E, lungo la sua storia, proprio il cinema italiano ha fatto ricorso in innumerevoli occasioni a un bel piatto di maccheroni o spaghetti per arricchire e tratteggiare in maniera rapida ed efficace personaggi e situazioni. La prima immagine che torna alla mente è quella di Totò in piedi sul tavolo, impegnato in una danza quasi da baccanale in “Miseria e nobiltà”(1954), pronto a soddisfare una fame atavica arraffando spaghetti a più non posso, in bocca, nelle tasche del soprabito, ovunque, colto da un appetito insaziabile. Ed è lo stesso Totò in “Fifa e arena”(1948), torero per caso, che ordinando da mangiare ricorda “qualche panino, qualche acciuga, burro, pesce, spaghetti. E ossobuco. Ma solo il buco, senza l’osso…Perché l’osso non lo digerisco”. E poi la tavolata imbandita del film “Un turco napoletano”(1953), in cui un Totò atavicamente affamato, farcisce un’enorme baguette, con tutto quello che trova sul tavolo: uova sode, prosciutto, salame, spaghetti…E possiamo continuare con la strepitosa gag della pagnotta, tratta dal film “Napoli milionaria”(1950), di Eduardo De Filippo, in cui Totò estrae dalla pagnotta stessa, pasta, carne, contorno, forchetta, saliera e tovagliolo. Proprio Totò ed Eduardo sono stati i due più grandi rappresentanti della fame atavica del popolo napoletano, insieme a Nino Taranto e a Peppino. Un periodo, quello del dopoguerra in cui la povertà arriva al cinema anche attraverso il cibo: gli spaghetti, appunto (non per niente i western all’italiana, prodotti con pochissimi mezzi, si chiamano spaghetti western) ; il pane, come quel pane rotondo che Anna Magnani trova in “Roma città aperta” di Rossellini, in un’atmosfera che ricorda l’assalto ai forni dei Promessi Sposi ; le patate ; le frittate, come quella che la moglie prepara al protagonista di “Ladri di biciclette” perché la porti il primo giorno di lavoro, poi gli rubano la bicicletta, perde questa occasione di lavoro, e lo ritroviamo in una trattoria con il figlio dove l’unica cosa che può ordinare è una mozzarella in carrozza per il bambino, il piatto meno costoso. E poi le zuppe, tantissime minestre, immancabili nei film di quegli anni, sempre immancabilmente accompagnate dalla pasta. Ne “I soliti ignoti”, capolavoro di Monicelli, la banda di rapinatori falliti si consola con la pasta e ceci trovata nella cucina che dovevano scassinare : non tutto è perduto, la pancia, almeno, è piena. Chi non ricorda infatti, la celebre scena del film, quando i ladri più iellati e simpatici del cinema italiano, scavando scavando, invece che arrivare al tesoro del Monte di Pietà, sbucano in una cucina qualunque dove, per il colpo mancato, si consolano con la pasta e ceci e gli involtini al sugo. Era il 1958 e, mentre quelli erano per tante famiglie i piatti di ogni giorno, la fame rimaneva la protagonista in un’Italia ancor alle prese con la sopravvivenza. Una curiosità: il copione prevedeva pasta e fagioli, fu Marcello Mastroianni, uno dei ‘ladri’, a chiedere che fosse sostituita con la pasta e ceci, la sua minestra preferita che, sul set, mangiò poi in piena naturalezza, insieme a Vittorio Gassman, a Tiberio Murgia e a Capannelle.

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La strepitosa sequenza della pasta e ceci, che la sgangherata banda dei “Soliti Ignoti”, mangia per consolarsi del furto appena fallito. Capannelle, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman e in alto a destra Tiberio Murgia.

 Con gli anni ‘50, quelli della crescita economica, gli spaghetti diventano “la pastasciutta”, simbolo dell’animo buono, della gioia di vivere degli italiani. Si pensi ad Ave Ninchi, la madre XXL di “Vivere in pace”, “La famiglia passaguai”, “Guardie e ladri” … in coppia con  Aldo Fabrizi (un altro famosissimo mangiatore di spaghetti). Oppure ad Alberto Sordi, che mangia con gusto in quasi tutti i suoi film, primo fra tutti “Le vacanze intelligenti” in cui lui e la moglie (Anna Longhi), messi a dieta dai figli salutisti ed orientaleggianti, si sfogano con il peggio della cucina trucida ed ipercalorica. E dell’Albertone nazionale non si può scordare la sequenza memorabile  dello “yankee” Nando Moriconi  in “Un americano a Roma”, dove va in scena un autentico duello tra un piatto di maccheroni e il protagonista coatto ante litteram. Quel “Maccarone, m’hai provocato e io ti distruggo, maccarone! Io me te magno, ahmm!”, è rimasto nella memoria collettiva del nostro paese. Restando sempre su Alberto Sordi, anche in “Fumo di Londra”, ha a che fare con gli spaghetti. Qui interpreta un antiquario italiano che va a Londra e si reca a mangiare in un tipico ristorante londinese d’alta classe in cui gli viene servito un pudding a forma di polpo, da lì la scena si sposta in un ristorante italiano, con tanto di stornellatore, davanti ad un bel piatto di spaghetti.

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Alberto Sordi nei panni di Nando Mericoni, nellla leggendaria sequenza del “Maccarone, io ti distruggo”, tratto dal film “Un americano a Roma”(1953).

E poi c’è il già nominato Aldo Fabrizi, il mangiatore del cinema italiano per eccellenza, nello scatenato film “La famiglia Passaguai”, è il capo-famiglia che prepara tutto l’occorrente a casa per una gita a Ostia il giorno di Ferragosto, non manca proprio nulla: frigge le cotolette, prepara gli spaghetti, e immancabile, ha cura di un bel cocomero freddo al punto giusto; e poi il suo inno alla pasta è quello della sequenza del film “Un militare e mezzo”, dove nei panni di un maresciallo dell’esercito, cerca inutilmente di resistere di fronte ad un piatto di pastasciutta, cedendo poi di schianto e mangiandosela tutta in un sol boccone. Davvero una sequenza sublime. Aldo Fabrizi peraltro, aveva proprio un’autentica venerazione per la buona cucina, e si è sempre notato, ma soprattutto per la pasta, tanto da aver scritto addirittura un libro di poesie dedicate alla pastasciutta, e tutte addirittura in rima. Splendidi sonetti dove Roma e la pastasciutta la fanno da padroni. Ricette in versi dei piatti della tradizione romana, considerazioni sulle abitudini alimentari degli italiani, rimpianto per la vita semplice di un tempo, ironia sulle diete, ragionamenti sulla inattendibilità dell’informazione alimentare di giornali e televisione; questo e altro ancora sono gli argomenti di questi divertenti sonetti degni della più schietta tradizione della poesia romanesca. Già a metà degli anni ’50, dunque, la pasta inizia ad essere parte integrante del nostro vivere, del nostro benessere appena raggiunto. Così quando Totò e Peppino giungono a Milano, nel film “Totò, Peppino e la malafemmina”, estraggono dalla valigia spaghetti e caciocavallo, che si son portati dietro da Napoli.

· L’epico duello tra Aldo Fabrizi e un piatto di spaghetti, che finisce con Fabrizi che se lo mangia in un sol boccone, tratto dal film “Un militare e mezzo”(1959)

Arrivano poi gli anni della Dolce Vita, degli anni ’60, Gassman, dà inizio ad un modo di mangiare poco affamato, ne “Il sorpasso” di Dino Risi : quello che conta non è più mangiare in quantità ma con chi e dove. Un po’ come ne “La dolce vita” (Fellini) dove, tra feste e locali chic, scorrono fiumi di champagne ma nessuno sembra veramente mangiare, men che meno il bel Marcello ( Mastroianni). Anzi proprio in quegli anni i bambini, che nei film neorealisti puntavano i loro occhioni affamati su piatti irrangiungibili, si trasformano in fanciulli inappetenti, troppo presi dai loro problemi di famiglia per occuparsi dello stomaco (in particolare i film di Comencini). Non mancano nel cinema italiano anni ’60-‘70 le “grandi abbuffate”, sempre per citare un titolo di un film (Marco Ferreri, 1973), appunto “La Grande Abbuffata” in cui quattro amici annoiati decidono di suicidarsi con un overdose di cibo e di sesso. Nel capolavoro di Ferreri, i quattro protagonisti sono Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Philippe Noiret e Michél Piccoli. Quattro grandi attori, ma anche quattro notevoli mangiatori, Tognazzi fu sempre celebre per le sue ricette e la sua passione per la cucina, Mastroianni viene ricordato da tutti i suoi amici come un buon mangiatore di cibi semplici e genuini, il musicista Armando Trovajoli sostenne che “avrebbe venduto la primogenitura per un piatto di pasta e fagioli”. “L’esperienza cinematografica più fantastica e fuori dalle righe mai capitatami. Un film dove il cibo entrava nelle interpretazioni di noi attori, così come le nostre interpretazioni erano strettamente legate al cibo, se non addirittura determinate da esso”, disse Ugo Tognazzi a proposito del film. Sul set ci si abbuffava veramente, tra un piatto di pasta e altre prelibatezze cucinate da Fauchon,  il re parigino della gastronomia.

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Ugo Tognazzi ai fornelli, lui appassionato di cucina, inventava sempre nuove ricette, con la pasta e senza pasta.

Ma una delle abbuffate più famose, resta forse quella del “Gattopardo”, film tratto dall’omonimo romanzo di Tomasi di Lampedusa. Basti pensare al « torreggiante timballo di maccheroni » servito a Donnafugata la sera in cui Angelica viene presentata in casa Salina, quando l’involucro di pasta dorata che racchiude un ricchissimo ripieno sembra il trionfante prodotto di venticinque secoli di gastronomia siciliana. Nel timballo le fragranze si mescolano, ne esaltano il « prezioso color camoscio » ottenuto in virtù di un estratto di carne lontano anni luce dagli odierni dadi da brodo : realizzabile solo nelle nobili cucine governate dai Monzù, i cuochi che per tradizione perfezionavano la loro arte in Francia. Gli spaghetti continuano, immancabilmente, a rappresentare l’Italia del Sud. Come non citare la leggendaria tortura a base di spaghetti con le seppie, che deve subire l’avvocaticchio Nino Manfredi, nel film “La mazzetta”, ambientato a Napoli; o ancora rimanendo su Manfredi, in “Spaghetti house”, in cui siamo a Londra, in un ristorante gestito da italiani, durante una rapina in cui vediamo gli ostaggi chiusi nello sgabuzzino costretti a mangiare la pasta cruda, uno dice: “Buona! Ma perché non ci abbiamo pensato prima!” e Manfredi gli risponde “Perché cotta è meglio!”. Anche la commedia sexy degli anni ’80 ha un suo ottimo rappresentante in questo senso ed è il film di Sergio Martino “Spaghetti a mezzanotte” con Lino Banfi e Barbara Bouchet, con tanto di abbuffata finale con fiamminghe piene di maccheroni, bucatini e pennette all’arrabbiata. E in epoche più recenti non si può fare a meno di nominare gli “spaghetti alla Mario Ruotolo”, nel film “Il Postino”. Quelli che Mario (Massimo Troisi nel suo ultimo film), il postino personale del poeta Pablo Neruda (interpretato dall’attore Philippe Noiret), cucina nell’osteria della zia della moglie, trovando, per ogni ingrediente “una metafora adatta”. Così come pranzi e cene di famiglia continuano ad essere il luogo dove esplodono o si risolvono i conflitti familiari, dal famoso “Parenti serpenti” (Monicelli) a “Buon Natale, Buon Anno” di Luigi Comencini, “La famiglia” di Ettore Scola o persino “Il più bel giorno della mia vita” di Cristina Comencini, con un banchetto in occasione della prima comunione della nipotina. Tra i film più recenti ne citiamo uno per tutti : “Il pranzo di Ferragosto” di Gianni Di Gregorio che vede un figlio alle prese con la madre, una nobildonna decaduta leggermente caratteriale, cui vanno ad aggiungersi la mamma dell’amministratore e quella del medico. Il pover’uomo si trova allora a dover organizzare un pranzo di ferragosto per le simpatiche vecchiette, cercando di barcamenarsi tra battibecchi, manie, diete e quant’altro. Il menù : la pasta al forno che una di queste divora nonostante i divieti del figlio medico, e il pesce pescato nel tevere.

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La celebre scena della tortura a base di spaghetti al nero di seppia, del film “La mazzetta”, con uno straordinario Nino Manfredi, che tratteggia con ironia il suo investigatore privato.

Ma il regista italiano per eccellenza del cibo è Ettore Scola. Alcuni suoi film, come “Brutti, sporchi e cattivi”, sono la storia di un pranzo. In “La cena”, Giancarlo Giannini dà lezioni di gastronomia. In “Una giornata particolare”, c’è una bella macinata di caffè, con Sophia Loren e Marcello Mastroianni. In “C’eravamo tanto amati”, lo spaghetto è consolatore: rimasta nella memoria collettiva è la scena in cui Gassman, Manfredi e Satta Flores brindano alla ritrovata amicizia di fronte a un bel piatto di spaghetti e a un buon bicchiere di vino dal “Re della mezza porzione”. Ne “La terrazza”, si fanno cene in piedi a base di risotto. Ne “La famiglia” si mangia per 80 anni di fila: dal 1906 al 1986.

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Stefano Satta Flores, Vittorio Gassman e Nino Manfredi, nel testamento artistico di un’intera generazione, quella del boom economico, nel più bel film del Maestro Ettore Scola, “C’eravamo tanto amati”(1974). La scena della reunion dei tre amici, dal “Re della mezza porzione”, con un bel piatto di Maccheroni e un buon bicchiere di vino, è rimasta nella memoria collettiva.

Concludiamo poi, con un omaggio d’oltreoceano alla pasta intesa come elemento capace di condizionare in meglio l’esistenza. E questo omaggio, dolce e romantico non arriva però, da attori in carne e ossa, bensì da quel capolavoro dell’animazione che è il disneyano “Lilli e il vagabondo”, nel quale i due cagnolini protagonisti s’innamorano proprio davanti a un bel piatto di spaghetti al pomodoro, servito da un cuoco che, naturalmente, è di origini italiane.

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E l’omaggio d’oltreoceano alla pasta, proviene da uno dei più belli film d’animazione statunitense, “Lilli e il vagabondo”. I due cagnolini si innamorano proprio di fronte ad un bel piatto di spaghetti al pomodoro.

Domenico Palattella

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