Pillole di Carlo Dapporto: il “Maliardo” del cinema italiano. Vita e miracoli di un vero artista.

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Carlo Dapporto, il re della rivista, il dominatore dei palcoscenici anni ’50 col suo personaggio di viveur, l’elegantone pieno di fascino e di autoironia, di giochi di parole e di doppi sensi. Ma la sua presenza è stata intensa anche al cinema, soprattutto negli anni Cinquanta, quando era al culmine del successo: 34 pellicole interpretate dal 1948 al 1987, nelle parti di protagonista o co-protagonista, che gli valsero il soprannome di “Maliardo” del cinema italiano.

L’essenza comica del grande Dapporto: quella del maliardo e quella di Agostino, due facce della stessa medaglia.«Rimango talmente impressionato dalla lettura di un libro giallo, che quando lo rimetto a posto cancello sempre le mie impronte digitali». È una delle mille e più battute che Carlo Dapporto ha dispensato al folto pubblico di ammiratori durante la sua strepitosa carriera in televisione, nel cinema e nei teatri di tutta Italia, con quell’aria inconfondibile da “maliardo” (come gli piaceva definirsi): capelli imbrillantinati, sguardo ironico e seducente da consumato viveur, mimica da scettico irriducibile, cadenza squisitamente francese, parlata sempre carica di doppi sensi, abbigliamento impeccabile in completo scuro, quando non splendidamente candido, di un’eleganza senza pari, con cilindro, papillon, guanti, bastone e monocolo all’occorrenza. «Son io /», cantava, «che col monocolo nell’occhio, / men vado tra la folla ultramondana: / le donne uso aggiogar tutte al mio cocchio / con questa mia guardata ardita e strana, / ma se non han baiocchi non le guardo… / et le voilà, son qua: / sono il maliardo!». Dapporto nacque a Sanremo il 26 giugno 1911 da Giuseppe, che faceva l’umile mestiere di ciabattino («La mia era una famiglia malestante», rimarcherà in varie occasioni), e dalla madre Olimpia Cavallito, una casalinga originaria di Asti che, con la sua parlata, gli trasmetterà quella cadenza un po’ strascicata, tipicamente piemontese, utilizzata poi dall’attore in vari sketch, e soprattutto nella caratterizzazione del suo celebre e ruspante personaggio, Agostino “dal baffo assassino”, protagonista di molti spettacoli e di alcuni esilaranti spot pubblicitari nella popolare trasmissione televisiva Carosello. «Conosci mio zio Adelmo?», raccontava Dapporto-Agostino in una memorabile scenetta. «Ma sì che lo conosci: è quello che faceva il domatore al circo. Metteva sempre il braccio destro nella bocca del lione… Lo chiamavano “l’intrepido”. Un giorno, zac!, è successa la disgrassia… Da allora lo chiamano “il mancino”».

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Una foto dedica del 1958 di Carlo Dapporto, con tanto di autografo. Era uno dei massimi divi dell’epoca, e lui da vero artista, umile e disponibile con tutti, non ha mai negato una dedica ai suoi fan.

• Il teatro nel sangue: Dapporto giovanissimo e i suoi primi successi. Il più degno figlio di Sanremo, Carlo Dapporto, nei locali della riviera di Ponente aveva cominciato a lavorare giovanissimo, mettendosi in mostra con le sue imitazioni e il suo istintivo talento per lo spettacolo. Attratto fin da ragazzo dal mondo dello spettacolo, a sedici anni aveva già trovato lavoro come fantasista, passando poi a cimentarsi come fine dicitore, chansonnier e ballerino di tango, e arrivando finalmente a calcare il palcoscenico nella veste assai congeniale di intrattenitore del pubblico, con quelle che saranno ben presto conosciute come “le barzellette di Dapporto”, sempre esclusive e dal contenuto ironico e surreale. Finché si era trasferito a Milano («grazie a due amici camionisti») e lì aveva cominciato ad affermarsi anche a teatro, prima reinventando Stanlio e Ollio in coppia con Carlo Campanini, poi arrivando durante la guerra a fare compagnia con Wanda Osiris e ad imporsi come uno dei maggiori interpreti del teatro leggero italiano.

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Carlo Dapporto e Carlo Campanini nell’imitazione di Stanlio e Ollio. Siamo negli anni ’30 e Dapporto si inizia a fare un nome nell’ambiente dello spettacolo italiano.

• L’incontro con Wanda Osiris: la svolta della sua carriera. L’affermazione sulla scena pubblica avvenne nell’immediato dopoguerra, grazie a sfavillanti spettacoli accanto alla soubrette Wanda Osiris. Sono gli anni d’oro del varietà e Carlo, grazie alla sua poliedricità, passando dal canto alle barzellette, riesce a diventare l’anima dello spettacolo. “Nel 1940 divenni l’impresario di me stesso. Allestii uno spettacolo di rivista e avevo anche un socio con il quale dividere gli eventuali dispiaceri economici. Recitai divertenti riviste, adatti al mio umorismo. Grazie anche a me, ottenni quei consensi che mi procurarono la preziosa considerazione dei più importanti impresari italiani. Con la mia Compagnia, approdai al Supercinema di Milano. Successone! In una di quelle giornate in platea c’era quella benedetta occasione che tanto avevo sognato, desiderato, sospirato, per il mio radioso avvenire: Wanda Osiris! Era un avvenimento importante, ero emozionatissimo. Iniziò la recita. Ce la misi tutta. Volevo piacerle. Lo spettacolo ottenne un buon successo. Il giorno dopo venne a trovarmi in camerino un agente teatrale. Era stato mandato dalla Osiris che, avendo lasciato la Compagnia del grande Macario, cercava un giovane comico per il suo nuovo spettacolo. La scelta cadde su di me. Ero euforico. Essere stato scelto tra tanti. Come non accettare? Mi sembrò subito chiaro, che quella fu la svolta per la mia carriera d’attore. Il debutto al Teatro Alfieri di Torino con la rivista “Sogniamo insieme”, fu un grandissimo successo. E poi venne Milano, la grande Milano del Teatro Lirico. Nel 1942-43 poi, andammo in scena con un’altra rivista, e quì varai il personaggio del Maliardo, che mi ha portato tanta fortuna. La Compagnia Osiris dunque, riprese la sua piacevole tournée e toccò anche Roma, che era la città del cinema. Il mio successo personale era ormai confermato, e la signora Wanda, mi concesse il nome in ditta: GRANDE COMPAGNIA DI RIVISTA OSIRIS-DAPPORTO. Grazie alla Wandissima non tardai a trovarmi in lizza con i maggiori comici italiani, e mi si aprirono anche le porte del cinema”.

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Wanda Osiris e Carlo Dapporto, la coppia più importante della rivista italiana degli anni ’40. Qui in una foto dedica dalla rivista “Che succede a Copa Cabana?”, del 1943.

Le due maschere cinematografiche di Dapporto: il viveur e Agostino. I suoi personaggi stupiscono il pubblico con un infinito repertorio di doppi sensi, incentrati sul comune senso del pudore. I più famosi sono stati essenzialmente due: quello del “Maliardo”, raffigurazione grottesca del viveur dannunziano impomatato e in frac con l’occhio sempre rivolto a Montecarlo, e quello della macchietta regional popolare: l’ingenuo “Agostino”, che parla e storpia in piemontese, personaggio che, oltre ad aver portato con successo in teatro, rese protagonista di alcuni spot televisivi per la trasmissione televisiva Carosello.

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Il Maliardo, l’elegantone del cinema italiano. Raffinato, elegantissimo, con i capelli impomatati e il frac: è Carlo Dapporto, l’esagerazione del suo personaggio, l’erede di Ettore Petrolini.

•…dopo la Wandissima, arriva il grande successo: la “Compagnia grandi spettacoli Dapporto”. Dal 1945 in poi si susseguirono i successi fino ad arrivare alla costituzione della Compagnia Carlo Dapporto che lo ha seguito in tutto il suo percorso artistico, insieme a una serie di altre compagnie via via costituite con le più grandi vedette dell’epoca, tra le quali si ricordano la Compagnia Dapporto-Masiero, quella con Marisa Del Frate, la Compagnia Dapporto-Fabrizi e la Dapporto-Pavone. Da segnalare in particolare lo spettacolo Riviera follies, finanziato dal Casinò di Sanremo nella stagione 1946-47 per il rilancio della città nell’immediato dopoguerra. Tra le altre riviste si ricordano Chicchiricchì di Gelich-Bracchi e D’Anzi, andata in scena nella stagione 1947-48, e il grande successo di Giove in doppiopetto di Garinei e Giovannini, con Delia Scala, rappresentata nella stagione 1954-55, che segnò la nascita della commedia musicale e venne in seguito proposta anche in versione cinematografica nell’omonimo film, il primo girato in Italia in Cinemascope. La sua popolarità era altissima, numerose erano le commedie musicali che portava in rappresentazione, grazie alla sua capacità nel ballo, nel canto, nel raccontare barzellette, spesso a doppio senso, mai volgari.

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La macchietta del cameriere nella rivista “Snob”, del 1951 fu forse ispirata a Dapporto dalle sue prime esperienze lavorative nella sua Sanremo.

• Il cinema umoristico in Italia: Dapporto tra le massime star. Anche il cinema si accorse delle  non comuni qualità di comico di alto livello, del grande Dapporto. D’altronde, questi ( fine anni ’40) sono anni in cui, il genere comico apparve ben presto quello più richiesto dal pubblico italiano all’industria nazionale, nè le cose sarebbero cambiate troppo in seguito, malgrado l’esplosione di svariati “filoni cinematografici”, ciascuno dei quali avrebbe avuto il suo grande momento di fulgore. E sta di fatto che dal 1945 in poi praticamente tutte le “vedette” italiani di lunga durata- i grossi nomi del “box office”– sarebbero state attori comici o comunque brillanti. Prima Aldo Fabrizi e Anna Magnani (comica), quindi Macario, Totò, Renato Rascel, Walter Chiari, Nino Taranto, Peppino De Filippo, Carlo Dapporto, poi Alberto Sordi, e poi Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, ecc.ecc. Insomma, il cinema italiano della rinascita, alle prese con i formidabili ostacoli a cui si è accennato- assenze di strutture e di capitali, inondazioni di prodotti esteri molto appetitosi- conquistò una sua identità anche, e forse soprattutto, grazie all’aver giocato fin dall’inizio la carta dell’umorismo. E in questo Dapporto è stato assoluto fuoriclasse.

Dapporto e la Barzizza
Isa Barzizza e Carlo Dapporto, entrambi sanremesi, ed entrambi tra i più importanti attori cinematografici dell’epoca. La Barzizza aveva profonda ammirazione verso il Maestro Dapporto, e per Dapporto era una delle sue partner femminili preferite.

Dapporto e la famiglia: una moglie, due figli e una figlia vissuta lontano. Sul palcoscenico della rivista “Sognate con me”, del 1945, Dapporto conobbe una bella ballerina di nome Augusta e ne rimase folgorato. “Divenne mia moglie, e mi diede la grande gioia di essere padre di due ottimi e adorabili figli: Massimo, che nacque nel 1945, e Dario, nato otto anni più tardi. La mia Augusta, con la sua sensibilità, divenne la mia consigliera, che metteva il suo bene, il suo amore al servizio anche del mio lavoro. Collaborava nel migliorare, nel modellare, nel perfezionare sempre più la mia personalità d’attore”. Il figlio Massimo, è oggi uno dei più autorevoli e importanti attori del panorama dello spettacolo italiano, attore di spicco in teatro, cinema e televisione, è stato, tra i tanti personaggi che ha interpretato, uno strepitoso Giovanni Falcone, nel film tv “Giovanni Falcone, l’uomo che sfidò Cosa Nostra”(2006). Per questa profonda interpretazione ottenne consensi unanimi, quasi come quelli che ottenne in coppia, addirittura con il padre Carlo, per il film di Ettore Scola, “La famiglia”(1986), e per il quale entrambi, padre e figlio, ottennero il prestigioso Ciak d’oro ex-aequo come miglior attori non protagonisti. Carlo aveva anche una figlia, Giancarla, docente di letteratura e scrittrice, la sua primogenita, vissuta lontano da lui per tanti anni. In occasione dei 25 anni della morte del padre, Giancarla, ha rilasciato un’intervista, nell’ottobre 2014, per “La Repubblica”, in cui ripercorre il suo rapporto con il padre, “tanto sensibile ed elegante, amante della straordinaria bellezza della vita: un vero signore delle scene”.

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Carlo Dapporto con la moglie Augusta e i due figli Massimo e Dario, in una foto della metà degli anni ’60.

L’amore per la sua terra d’origine. Tra i grandi della rivista italiana dell’epoca, Dapporto resta uno di quelli che più sono rimasti legati al palcoscenico. Ma la sua presenza è stata intensa anche al cinema, soprattutto negli anni ’50, quando era al culmine del successo.«Mio padre è sempre rimasto molto legato a Sanremo, dove aveva la mamma, gli amici e la “fameggia sanremasca”: fino agli anni ’70 ci siamo tornati ogni estate – ricorda il figlio Massimo – Sentiva poi Milano come la sua patria professionale, quella che lo aveva portato al successo. Ma negli anni ’50 ci portò tutti a Roma, perché gli era stato fatto un contratto quinquennale dalla Ponti-De Laurentiis, e il cinema si faceva a Cinecittà. Non erano ancora gli anni della commedia all’italiana vera e propria, e andavano di moda i film ad episodi in bianco e nero, in cui famosi attori di rivista interpretavano sullo schermo i loro sketch; oppure i film a colori ispirati alle riviste di maggior successo, come accadde per Giove in doppiopetto, uno dei più grandi successi di mio padre. Lui fece molti di questi film, anche se uno dei titoli di cui mi parlava più spesso era Il vedovo allegro, degli anni Quaranta». Anche se la carriera artistica dell’attore sanremese fu tra le più frenetiche e impegnate, si dimostrò sempre assai generoso, recitando anche in spettacoli di beneficenza, tenuti spesso in orfanotrofi, carceri e ospedali, specialmente in Liguria. L’amore per la sua terra d’origine lo portava a raccontare volentieri storielle ambientate a Genova, nelle quali punzecchiava bonariamente la connotazione peculiare – vera o presunta – degli abitanti di quella città, e cioè la proverbiale spilorceria e avarizia. Basti questo sketch, tratto dalla trasmissione televisiva La via del successo del 1958, che ebbe come divertito complice il suo amico Walter Chiari… Un piccolo armatore genovese, impegnato a controllare i conti dietro al tavolo di lavoro, chiama il suo uomo di fiducia: «Affacciati un po’», gli dice, «e vedi che tempo fa». L’ometto va alla finestra e ritorna: «Commendatur, mi sa che oggi ci avremo un po’ di pioggia». E l’armatore: «”Ci avremo”… Come sarebbe a dire “Ci avremo”?! Ma siamo mica soci!».

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Carlo Dapporto dietro le quinte, sul palcoscenico di uno dei suoi tanti spettacoli di successo. Si sta preparando per entrare in scena.

• L’appoggio della Critica. «Irresistibile, comicissimo, e di una comicità di prima mano ricca di calembours, di allusioni, di una mimica esatta come un orologio svizzero», scriveva di lui Morando Morandini, ai tempi in cui recensiva gli spettacoli di rivista per “La Notte” di Milano. E, in un articolo del 1953, aggiungeva: «Diventa sempre più bravo, più duttile, più fine. E’ un attore, l’abbiamo ormai ripetuto in cento modi (…) Questo suo essere in bilico tra il tono sardonico, pochadistico, crasso della rivista e il ricorso a temi deamicisiani fa spesso scaturire impensati motivi, costituisce sempre una sorpresa». Stessa cosa si disse di Dapporto anche riguardo al cinema, pur imputandoli ( come per tanti altri illustri attori dell’epoca ) di non aver saputo utilizzare appieno il proprio talento sul grande schermo. Eppure non mancano elogi, in particolare per lo splendido Giove di “Giove in doppiopetto”“Delle riviste teatrali portate allo schermo questa è indubbiamente la meglio adattata alle esigenze del cinema ed anche una delle riviste che più si prestava alla trasposizione essendo meno inconsistente del solito nella trama, ne è ottimo protagonista Dapporto, che con efficacia frenetica si diverte a travestirsi in mille modi diversi. Non c’è che dire Garinei & Giovannini gli hanno cucito addosso un’operina lieve ma perfetta”, A.Albertazzi, “Intermezzo”, del 15/04/1955.

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Carlo Dapporto insieme a Delia Scala alla premiazione delle “Maschere d’argento” della stagione 1957. Prestigioso premio vinto da Dapporto per la cosiddetta “Trilogia del Maliardo”, delle commedie “Giove in doppiopetto”, “L’adorabile Giulio” e “Carlo non farlo”. Un successo davvero senza precedenti.

• Il debutto cinematografico. Il debutto cinematografico di Dapporto è datato 1943, con una piccola parte nel film di Giacomo Gentilomo, “In cerca della felicità”, al fianco di Tito Schipa e Alberto Rabagliati. Per trovare il primo “vero” ruolo cinematografico importante nella carriera di Dapporto, bisognerà attendere altri due anni, quando, nato da un suo stesso soggetto, è nelle sale con il divertente film “La signora è servita”(1945), di Nino Giannini. Una pochade divertente, quasi un’opera buffa, in cui Dapporto eccelle nella parte di un cameriere ubriaco, che viene scambiato per un conte, e combina guai a non finire, ma alla fine sventerà una rapina. Le riprese si interruppero durante i giorni più cruenti della Liberazione e ripresero regolarmente il 2 maggio 1945.

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Il debutto cinematografico di Carlo Dapporto è datato 1943, con il film “In cerca della felicità”, ma il suo primo vero ruolo importante è del 1945, con il film “La signora è servita”, nato proprio da una sua idea.

• Il cinema di Dapporto: breve veduta d’insieme. Durante la sua lunga carriera ha avuto modo di lavorare accanto ai più importanti partner dell’epoca, tra cui ricordiamo Isa Barzizza, sua giovane concittadina sanremese. Una carriera cinematografica intensa e ricca di successi, soprattutto negli anni ’50, quando Carlo era al culmine del successo. Nel cinema Dapporto ha interpretato 38 film dal 1943 al 1987, dei quali 34 da protagonista, co-protagonista o in partecipazione straordinaria, cioè come attrattiva principale del film. Nel cinema leggero degli anni ’50 e degli anni ’60, Dapporto fu uno dei grandi protagonisti, tra i suoi titoli più importanti ricordiamo, “La presidentessa”(1952) di Pietro Germi, che è forse uno dei suoi più prestigiosi film, e lo vede protagonista nel ruolo del ministro francese che perde la testa per Silvana Pampanini;“Giove in doppiopetto”(1954), splendida riduzione cinematografica di un testo di Plauto, con un Dapporto da applausi; “Il vedovo allegro”(1949) di Mario Mattoli, splendida commedia sentimentale con un Dapporto profondo e quasi drammatico; “Ci troviamo in galleria”(1953) di Mauro Bolognini, in cui Dapporto è ancora una volta perfetto nel descrivere con nostalgia e un filo di commozione la vita dei poveri guitti, che girano l’Italia in cerca di una scrittura e della gloria. Altri titoli degni di nota sono “Finalmente libero”, “Scandali al mare”, “Undici uomini e un pallone” e “L’adorabile Giulio”. Sono comunque tutti film dove Dapporto è protagonista, e che hanno successo grazie anche alla sua presenza sempre gradita dal pubblico. Anche film “impegnati”: “Fortunella”(1958), di Eduardo De Filippo, e “La famiglia”(1987), di Ettore Scola. E’ stato quindi, proprio il cinema, a offrire a Dapporto l’occasione di dimostrare le sue capacità d’attore in modo più completo, e di permetterle di verificarle anche alle generazioni future, nonostante il teatro fosse sempre rimasto il suo primo amore.

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Negli anni ’50 Dapporto è una della massime star del nostro cinema e del nostro teatro. Nella foto al teatro Sistina di Roma, durante le riprese di “Giove in doppiopetto”(1955), Gina Lollobrigida si congratula con Carlo Dapporto. A destra l’impresario Achille Trinca.

Il vedovo allegro(1949). Bebè ( Carlo Dapporto ) è un artista di varietà che gestisce a Cannes un locale, “Il vedovo allegro” appunto, insieme ad un losco ed equivoco socio ( Ubaldo Lay ). E’ vedovo e ha a Sanremo una bimba malata di cuore del quale tutti ignorano l’esistenza. Equivoci e guai: la bimba verrà salvata da un importante chirurgo italo-americano ( Amedeo Nazzari ); il cattivo verrà assicurato alla giustizia grazie ad un solerte e comprensivo commissario ( Luigi Pavese); e il nostro eroe si trasferirà definitivamente a Sanremo insieme alla sua amata Lucy ( Isa Barzizza ), prima donna del locale. In bilico tra commedia e dramma, Mario Mattoli rivisita con affetto il mondo del tabarin, scegliendo un’ambientazione internazionale, il film infatti si svolge tra Cannes e Sanremo, tanto cara sia a Dapporto che alla Barzizza, che sono i protagonisti della pellicola. Commedia sentimentale, più che comica, ma che dà modo a Dapporto di sfoderare un’interpretazione d’attore più profonda, a cavallo tra il drammatico e il comico. La storia patetico-sentimentale del padre vedovo di una bambina malata con quella a tinte scure dell’artista in apparenza soddisfatto del proprio mestiere, è resa con molta efficacia da Dapporto, attore altrove di spiccata comicità, ma che quì oscilla magistralmente tra il grottesco e il patetico, passando con maestria da atteggiamenti severi a quelli comici per poi diventare drammatico o tremendamente sarcastico nel tempo di una sola battuta, come solo i grandi attori sanno fare. Come detto in un’intervista dal figlio Massimo, il film è probabilmente, il preferito della lunga carriera cinematografica del padre, ed effettivamente anche la critica dell’epoca ebbe parole d’elogio: “Carletto Dapporto, a differenza del regista di questo film, degli altri attori, del soggettista e del produttore, ha fatto una bella figura. Ha lasciato indovinare, insomma, che oltre all’attore di avanspettacolo c’è dell’altro, c’è un attore completo.” ( F.Gabella, “Intermezzo”, del 31/7/1950 )

Il vedovo allegro (1949)
La locandina originale del film “Il vedovo allegro”(1949), uno dei migliori film di Dapporto, e tra quelli che l’attore sanremese ha sempre ricordato con più affetto.

Undici uomini e un pallone(1948). Una delle prime commedie brillanti che vuole sfruttare il successo popolare del calcio, che per la verità cinematograficamente parlando, non ha mai avuto troppa fortuna, se si eccettua il film di Pupi Avati, “Ultimo minuto”, del 1987, con un grandissimo Ugo Tognazzi. Il film però, non è affatto deprecabile, anzi ha molti punti a favore. In primis l’utilizzo di numerosi giocatori professionisti dell’epoca: Campatelli, Parola, Amadei, Puricelli, Biavati, Costagliola, Remondini. E poi, l’argomento terribilmente attuale della frode sportiva, ovvero il tentativo di truccare l’ultima partita di campionato. A tener le redini del tutto ci sono però, Carlo Dapporto e Carlo Campanini, che assicurano un sano divertimento, da fuoriclasse, dato che siamo in tema calcistico. Dapporto è trascinante nel ruolo del portiere colabrodo imposto in squadra dal centravanti goleador, per un debito infantile, che ironia della sorte parerà il rigore decisivo, nella scena più divertente del film; mentre Campanini è l’arbitro che viene ricattato nell’incresciosa combine. Un film da vedere, grazie ai due assi della risata.

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Carlo Campanini e Carlo Dapporto, vecchi amici e vecchi compagni di palcoscenico, sul set del film “Undici uomini e un pallone”(1948), dedicato al mondo del calcio, con Campanini simpatico arbitro e Dapporto dilagante nel ruolo dell’imbranato portiere di una squadra di calcio.

• I pompieri di Viggiù(1949). Uno straordinario “documentario” sul mondo della rivista, girato come fosse un musical hollywoodiano e montato con un bel ritmo, tra abbondanza di belle ragazze molto poco vestite e frequenti gag sui temi di attualità. Il regista Mario Mattoli orchestra alla perfezione un film corale con la partecipazione di tutti i nomi più popolari del varietà e della comicità dell’epoca e con una serie di numeri dalle riviste più celebri della fine degli anni ’40: Nino Taranto e la Pampanini nello sketch del topo d’albergo e in quello del poliziotto che deve reprimere l’oltraggio al pudore; Totò con Isa Barzizza e Mario Castellani nel numero del manichino e il gran finale con il direttore d’orchestra “fuochi d’artificio”, sketch che verrà peraltro ripreso anche nel finale di “Totò a colori”, qualche anno più tardi; Wanda Osiris che canta “Canto campestre” e “Sentimental”; e soprattutto Carlo Dapporto nelle scenette di Petronio e Monsieur Verdoux, dalla rivista “Buon appetito”, del 1948. Gli sketch con protagonista Dapporto, sono chiaramente delle variazione del suo personaggio del Maliardo, elegante, raffinato, gran parlatore, che aveva incantato le platee di tutta Italia. Grandissimo successo di pubblico, terzo incasso della stagione 1949, venne anche molto apprezzato dalla critica, e in particolare dallo scrittore Ennio Flaiano, che arrivò a dire del film: “l’errore dei critici è quello di volerlo considerare un film, mentre (in realtà) è un documentario che anticipa in Italia le gioie della TV”. Così inteso è un capolavoro involontario di reportage, una preziosa antologia dell’avanspettacolo nell’Italia del dopoguerra.

·Carlo Dapporto nel film “I pompieri di Viggiù”(1949), nei deliziosi sketch di Petronio e di Monsieur Verdoux.

• La presidentessa(1952). Commedia garbata retta dall’ottimo cast: la Pampanini, Tieri, Dapporto, Calindri, Pavese, la Ninchi. C’è tanta classe nella recitazione, quanta verve nella storiella ricca di inghippi, intrighi ed equivoci. Scorre che è un piacere ed il nome di Germi in regia non deve sorprendere, alla luce di ciò che saprà fare nel quindicennio successivo. Un caso strano che questa commedia teatrale, di successo, sia stata fatta per il cinema solo in Italia. La trama è qui un congegno particolarmente delicato, essendo una splendida pochade francese, in cui però spicca il Ministro, interpretato perfettamente dal grande Carlo Dapporto. E’ lui il vero mattatore del film, a parte il prorompente fascino della Pampanini. Ispirato alla celebre commedia francese di Charles-Maurice Hennequin, Dapporto, ha l’eleganza e il fascino necessario per reggere da solo un testo così complesso, nel ruolo più importante della sua carriera. Grande successo di pubblico.

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Il fascino del Maliardo, ovvero Carlo Dapporto, e quello prosperoso, tutte curve di Silvana Pampanini, nel film di Pietro Germi, “La presidentessa”(1952). Godevolissima pochade alla francese, la pellicola ebbe un grande successo di pubblico.

Viva la rivista!(1953), ep. Canzoni e libri usati. Il film di Enzo Trapani è composto di quattro episodi, dedicati al magico mondo della rivista, ma allo stesso tempo orientati (giustamente) alla forma cinematografica. Non compaiono quindi solo le quinte teatrali, l’azione si svolge anche in esterni ed i personaggi sono ben più completi e vivi delle semplici – per quanto gustose – macchiette della rivista. Gli sketch si basano su quattro assi del nostro cinema e del nostro teatro di rivista: Carlo Dapporto, Tino Scotti, Walter Chiari e Carlo Campanini. Dapporto recita nel primo episodio, quello in cui nei panni di Agostino, esegue un numero di rivista, davanti a una platea, in cui siede soltanto un ragazzo paralitico. Tratto da una storia vera, realmente accaduta proprio a Dapporto, che recitò pochi mesi prima uno sketch proprio per un suo sfortunato piccolo fan, a cui aveva regalato una piccola gioia, l’episodio testimonia la grande umanità di Dapporto, che faceva del bene, ma in maniera nascosta: un uomo di grande umiltà, ma anche di grande discrezione. La notizia ebbe grande risonanza sui giornali d’epoca, e venne ripresa per questo film, proprio perché il messaggio iniziale dell’opera di Enzo Trapani, recitava così: “quattro episodi dove il disinteresse e l’egoismo cedono il posto a sentimenti più veri”. Una piccola, grande storia nascosta di cinema italiano, d’altronde poi, è risaputo che Dapporto sia stato, assieme a Totò per la verità, l’artista che più si è prestato a far del bene verso i più bisognosi, con discrezione però, senza mostrarsi troppo.

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Dapporto nello sketch di Agostino rigattiere di libri usati, tratto dal film “Viva la rivista”(1953). Ispirato ad una storia vera che aveva commosso l’Italia, quella in cui lo stesso Dapporto aveva recitato uno sketch di rivista esclusivamente per un ragazzo paralitico.

Ci troviamo in galleria(1953). L’esordio cinematografico di Mauro Bolognini si esercita su un soggetto non certo originale, peraltro già trattato, in diversi modi, da Lattuada e Fellini con “Luci del varietà”, da Steno e Monicelli con “Vita da cani”(entrambi del 1950) e, l’anno precedente, dal Chaplin di “Luci della ribalta”, cui qui si fa esplicitamente riferimento. Tuttavia, il film merita la visione per tre motivi. Il primo è la rappresentazione di questo mondo perduto, già raccontato da Vita da cani e Luci del varietà in una dimensione più autoriale. La regia dell’acerbo ma già elegante Mauro Bolognini amministra il traffico con ammirevole sobrietà e simpatica vacuità, nei colori particolarissimi del Ferraniacolor delle origini. Il secondo è la sincerità di fondo, espressa soprattutto da attori che evidentemente conoscono la faccenda dell’attesa della grande proposta. Il terzo è naturalmente il teatrante Carlo Dapporto nel più bel ruolo della carriera, prima del tardivo exploit de La famiglia. Dapporto disegna finemente il ruolo di un capocomico vanesio e disperato, tanto convinto del proprio talento quanto malinconicamente rassegnato e sul viale del tramonto. Testimonial dei primi esperimenti televisivi, non si esimerà dal condannare la prostituzione dell’artista al servizio di un prodotto da sponsorizzare. Classico ruolo che vale una carriera, il Gardenio di Dapporto (che si presta anche ad una parodia del Monsieur Verdoux) regge sulle proprie spalle questo film, che altrimenti sarebbe un filmetto senza infamia e senza lode. Riuscita appare poi, la critica al nascente mondo della televisione (già sottoposto al dominio di sponsor invadenti e dirigenti politicanti), l’inquadratura di manifesti del P.C.I., velate allusioni sessuali e un personaggio principale, interpretato da Carlo Dapporto (vero mattatore dello spettacolo di rivista), che merita solo applausi  Una pellicola assai interessante (anche per gli accenni ai cambiamenti e alla mode di un tipo di spettacolo, che di lì a poco tirerà gli ultimi calcetti), e non un mero veicolo per l’astro della cantante Nilla Pizzi. Successo di pubblico confermato, questi sono gli anni in cui Dapporto, è uno degli attori più richiesti del cinema, e che porteranno la Ponti-De Laurentiis a fargli firmare un prestigioso contratto quinquennale. Spalle di Dapporto nel film, due talenti in erba del nostro cinema: Alberto Sordi e Sophia Loren.

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La locandina originale del più bel film di Carlo Dapporto, “Ci troviamo in galleria”(1953), ispirato alle scalcinate compagnie di rivista che giravano i teatrini di provincia. Il ruolo della vita per Dapporto, che ha modo qui di dimostrare di essere un attore completo a 360 gradi. Co-protagonista femminile: Nilla Pizzi. Da vedere!

Giove in doppiopetto(1954). Nel 1954 il grande Carlo Dapporto inizia un proficuo sodalizio con la coppia di autori Garinei & Giovannini, interpretando la commedia musicale dal titolo “Giove in doppiopetto”. La commedia avrà un tale successo di pubblico, da essere riproposta per due anni interi sui palcoscenici di tutta Italia,e verrà riproposta pari pari sul grande schermo quello stesso anno, per la regia di Daniele D’Anza. “Giove in doppiopetto” è la prima grande commedia musicale della storia del cinema italiano, e vede come suoi mattatori la presenza del grande Carlo Dapporto in coppia con Delia Scala. Liberamente ispirata all’Anfitrione di Plauto, “Giove in doppiopetto” è tutto giocato su equivoci e qui pro quo, magistralmente interpretato da uno spumeggiante Carlo Dapporto, che qui mette in atto tutto il suo dilagante istrionismo e il suo charme da Maliardo; e da una strepitosa Delia Scala. La pellicola bissò in maniera incredibile il successo che ebbe in teatro, una pellicola costruita su misura per il personaggio del maliardo, impenitente seduttore con il frac e i capelli tirati dalla gelatina, del grande Dapporto; e per la scatenata e atletica verve comica di Delia Scala. Il film è, inoltre dotato di un cospicuo numero di scene molto divertenti, una di esse rimasta nella memoria collettiva (e qui proposta), quella del numero del “bacio con le pere”, interpretata da Dapporto assieme a Franca Gandolfi, futura moglie di Domenico Modugno; ma gustosissime sono anche le scene di vita coniugale interpretate con Delia Scala. I suoi personaggi stupiscono il pubblico con un infinito repertorio di doppi sensi, incentrati sul comune senso del pudore. Nel film si canta anche la malinconica “Ho il cuore in paradiso”, altro cavallo di battaglia del grande Dapporto. A testimonianza del fatto, che il film in questione sia uno dei più importanti prodotti cinematografici degli anni ’50, per la svolta epocale che ha saputo imprimere, con la nascita della commedia musicale italiana, una recensione dell’epoca aiuta a comprenderne l’importanza: “Delle riviste teatrali portate allo schermo questa è indubbiamente la meglio adattata alle esigenze del cinema ed anche quella che più si prestava alla trasposizione essendo meno inconsistente del solito nella trama (…). Troppo spesso, però, la fotografia appare sfocata, anche se il cinemascope, con cui è realizzata, apre nuovi orizzonti al colore cinematografico (…)”. (A. Albertazzi, “Intermezzo”, n. 7 del 15/4/1955)”. Il film che salda definitivamente e meritatamente Carlo Dapporto, nell’olimpo dei grandissimi del nostro cinema.

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“Giove in doppiopetto”(1954), il più grande successo teatrale e poi cinematografico della coppia composta da Carlo Dapporto e Delia Scala. La commedia musicale, liberamente tratta dall’Anfitrione di Plauto, conquistò il pubblico italiano, tanto a teatro quanto al cinema. Spassosissime le scene di vita coniugale dei due sposini Carlo Dapporto e Delia Scala.

·Il numero eccezionale del “bacio con le pere”, interpretato da Carlo Dapporto con Franca Gandolfi, futura signora Modugno.

La famiglia Acquaverde(1956, film tv ). Per la regia dello stesso Carlo Dapporto, “La famiglia Acquaverde”, è un gustoso prototipo di “sit-com all’italiana”, un genere che farà fortuna nella televisione nazionale negli anni a venire. Le divertenti vicissitudini quotidiane della famiglia Acquaverde, con Dapporto nel duplice ruolo di interprete-regista, debuttarono il 18 luglio 1956, alle ore 18.00 sulla prima rete nazionale, ed ottennero fin da subito un grande consenso popolare e di critica. Composto da 7 episodi di un quarto d’ora l’uno, per un totale complessivo di 105 minuti, l’elemento d’interesse dell’opera, al di là della divertente caratterizzazione di Carlo Dapporto, come simpatico e imbranato capo di famiglia; sta soprattutto nell’intuizione dello stesso Dapporto, destinata a fare epoca, e cioè lo sperimentare un genere, quello della “sit-com”, fino ad allora molto americano e mai sfruttato qui da noi. “La famiglia Acquaverde”, venne infatti definita ” una serie all’italiana di telefilm di tipo americano”, svolta epocale, perché questo genere farà poi la fortuna della televisione italiana nei decenni a venire e fino ai giorni nostri: tutto ciò che verrà dopo sarà inevitabilmente ispirato a questa grande intuizione “dapportiana”, che meriterebbe la messa in onda da parte delle “Teche Rai”, e perché no, magari in occasione del 60esimo anniversario della prima messa in onda, che cadrà proprio nell’estate prossima.

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Carlo Dapporto con le sue avventure della “Famiglia Acquaverde”(1956), è stato l’inventore della sit-com all’italiana, un genere destinato a fare epoca nei decenni a venire.

Scandali al mare(1961)/ Le magnifiche sette(1961). Tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60, nel cinema italiano andavano di moda commedie leggere, brillanti, ambientate sulle spiagge delle più rinomate località turistiche italiane. Tutti i più grandi attori del nostro panorama cinematografico, avevano avuto a che fare con questo genere popolare e di grande successo: da Alberto Sordi a Vittorio De Sica, da Ugo Tognazzi a Peppino De Filippo, da Nino Taranto a Walter Chiari. Uno dei più assidui registi di tale filone è stato Marino Girolami, che nel suo genere era un vero fuoriclasse: velocità di battuta, comicità immediata, pieno sfruttamento delle qualità del cast di turno. Elemento essenziale di tale genere, era ovviamente, lo girare rapidamente e in estate, nei due/tre mesi estivi per eccellenza. Il regista era solito, in mezzo ad un cast di ottimi caratteristi ( Mario Carotenuto, Raimondo Vianello, Luigi Pavese), contattare uno dei massimi big di allora del cinema italiano, anche per assicurare alla pellicola un sicuro successo: Walter Chiari, Aldo Fabrizi (“Gli italiani e le donne”), Totò (” Le motorizzate”), e anche il Maliardo del cinema italiano, ovvero Carlo Dapporto. Nel giugno del ’61, dopo anni dedicati esclusivamente al teatro, Dapporto è libero da impegni lavorativi, almeno fino all’autunno, e così accetta con entusiasmo la proposta di Marino Girolami, e fa il suo rientro nel cinema, dopo tre anni di assenza. Girolami coglie la palla al balzo, e gli offre non uno, ma due film, ovviamente l’idea di avere nel cast un big della portata di Dapporto è un’occasione da non lasciarsi sfuggire. Lo scrittura dunque per “Scandali al mare”, girato nel luglio del ’61; e per “Le magnifiche sette”, girato ad agosto e con lo stesso medesimo cast: Raimondo Vianello, Mario Carotenuto, Gino Bramieri…e Carlo Dapporto, che va sul sicuro e in entrambe le pellicole interpreta il personaggio del Maliardo, elegantissimo, raffinato, seducente. Una scelta azzeccata: entrambe le pellicole sono tra i grandi successi dell’anno, e confermano ancora una volta la capacità tutta di Dapporto, di riempire poltrone e poltronissime dei teatri e dei cinema italiani, solo con la sua presenza.

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Divertente commedia all’italiana, del tipo cosiddetto “balneare”, che andava di moda all’epoca, “Scandali al mare”(1961) vede Carlo Dapporto protagonista nei panni, ovviamente, del Maliardo. Seducente, elegante Dapporto lascia il segno in una gustosa pellicola ambientata sulla spiaggia di Fregene.

I film d’autore: Fortunella(1958) e La famiglia(1987). Al di là dell’interpretazione ne “La presidentessa”(1952), del Maestro Pietro Germi, Dapporto è stato notato e ingaggiato anche per interessanti altri film d’autore. Rimangono memorabili infatti, nella sua carriera, le partecipazioni ai film “Fortunella”(1958), di Eduardo De Filippo; e “La famiglia”(1987), di Ettore Scola. In “Fortunella”, Dapporto interpreta uno degli attori di una scalcinata compagnia di guitti, capitanata dal capo-comico Eduardo De Filippo, che Fortunella (una strepitosa Giulietta Masina ), incontra lungo il tragitto. Un ruolo da co-protagonista, quello di Dapporto, reso in maniera esemplare,e in coppia con il Maestro Eduardo, che lo aveva applaudito tante volte in sala e lo aveva voluto per se per questo film che la critica definì “Un film felliniano senza Fellini”. Accanto a Giulietta Masina, protagonista del film è Alberto Sordi, che si esibiscono in autentici numeri di bravura. Trent’anni dopo Carlo, ormai anziano, viene ingaggiato, insieme a suo figlio Massimo, che nel frattempo era diventato un importante attore teatrale e cinematografico, per lo stupendo affresco di una famiglia italiana del ‘900, del Maestro Ettore Scola, dal titolo appunto “La famiglia”. E’ chiaro fin da subito, che è un occasione da cogliere al volo, la ciliegina sulla torta alla propria carriera. Molti gli avvenimenti: l’avvicendarsi delle generazioni, battesimi, nozze, lutti, bisticci, conflitti, pranzi, compromessi. La pellicola appare come un film sul tempo che passa e cambia le persone, levigando conflitti, sentimenti, passioni come i sassi del mare. Un film di attori ( su tutti Gassman e Carlo Dapporto), una bella prova di professionismo e maestria narrativa, di sintesi all’insegna dell’armonia. Presentato al festival di Cannes, il film è stato anche candidato all’Oscar come miglior film straniero. Carlo, ex-aequo con il figlio Massimo, vinse il “Ciak d’oro”, come miglior attore non protagonista della stagione 1987: un riconoscimento forse tardivo, certo, ma sulla sua straordinaria sensibilità d’attore non si era mai nutrito dubbi. Semmai il cinema negli anni ’50, non aveva avuto quella finezza e quell’eleganza necessaria, per trattenere un attore così sensibile e dotato come Dapporto, che ha sempre preferito il teatro, il “suo” teatro e il contatto diretto con il pubblico.

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Vittorio Gassman e Carlo Dapporto monumentali nel capolavoro di Ettore Scola, “La famiglia”(1986), stupendo affresco di una famiglia italiana del ‘900. Il canto del cigno di una strepitosa carriera per Dapporto, qui assolutamente eccezionale. Meritato Ciak d’oro vinto nel 1987 per questa splendida interpretazione.

La televisione. Frequenti anche le sue apparizioni sugli schermi della televisione, dove partecipò tra l’altro a vari caroselli, nelle vesti di uno dei suoi personaggi più caratteristici (Agostino), nei memorabili sketch di Durban’s e della Pasta del Capitano. Sui canali della Rai andarono in onda pure numerosi suoi programmi, quali Il Rotocarlo con Miranda Martino, Monsieur Landrù, Crazy Boat, interventi ai varietà Studio Uno e Senza rete, nei quali ha riproposto i migliori sketch teatrali della sua quarantennale carriera artistica.Nel 1961, esce adattato per la televisione, uno dei suoi maggiori successi teatrali, “L’adorabile Giulio”, dunque un film tv a tutti gli effetti. Non è altro che l’adattamento tv, della commedia che uscì in seguito al clamoroso successo di “Giove in doppiopetto”, e che convinse Garinei & Giovannini a scrivere per Dapporto, una nuova spumeggiante commedia musicale, confermando nel cast anche la poliedrica Delia Scala. Per la televisione poi, sono da ricordare anche le puntate di “Carlo, maestro di chic”(1961), varietà in cui, tra uno sketch e l’altro, e tra una barzelletta e l’altra, Dapporto si divertiva a dare lezioni di eleganza e di charme, sempre con il sorriso sulle labbra.

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Tra i grandi protagonisti anche nella televisione, Dapporto è nella foto con un altro monumento della televisione italiana, Mike Bongiorno. Siamo all’inizio degli anni ’60.

Dapporto: uomo e attore sensibile. La sua innata eleganza. Mio padre lo ricordo innanzitutto come uno che portava il buonumore dappertutto, anche fuori dalla scena, con chiunque. Per lui avere una persona davanti significava già avere un pubblico. Aveva quello spirito ligure sempre pieno d’ironia, che trovo ad esempio in un Beppe Grillo, anche se lo aveva in modo più soffice, più elegante… Al di fuori del lavoro era quasi sempre con persone semplici. Passava ore a giocare a scopetta col tappezziere sottocasa. Oppure stava al tavolino del bar, con gli amici… Ed era anche una persona molto sensibile. Faceva del bene, ma in maniera nascosta… Ci tengo a ricordare questo suo aspetto, il suo modo di essere molto discreto: un uomo di grande umanità ma anche di grande discrezione…” ( Massimo Dapporto ). Carlo ha interpretato anche numerosi spettacoli di beneficenza in orfanotrofi, carceri, sanatori, fabbriche, ospedali militari, per la Croce Rossa e per le Forze armate, e non solo ha anche fatto importanti donazioni per l’Ospedale Gaslini di Genova, per aiutare i bambini malati e i più bisognosi. E tutto ciò non lo scrivo per falso perbenismo, ma perché quando un uomo, prima che artista, fa del bene, e sul serio, senza secondi fini, è giusto che lo si ricordi. Dapporto era una persona simpatica, gioviale, a differenza di tutti gli altri grandi comici, non era triste nella vita di tutti i giorni. La simpatia innata è stata la cifra della sua carriera, era infatti un grande raccontatore di barzellette, anche meglio di Gino Bramieri. Sempre elegante, quella del Maliardo, era un pò la sua caricatura, lui era sempre a posto, quando si svegliava al mattino indossava sempre la vestaglia, “che dava l’impressione di ordine, di pulizia”. Un’estrema eleganza nei modi e nel vestire, con quei capelli sempre in ordine, impomatati, che venne notata ad esempio da Marisa Del Frate che in un’intervista ebbe parole di elogio e di devozione per l’uomo e l’artista Dapporto: “Io venivo da una commedia musicale con Macario e allora fui chiamata dall’amministratore di Dapporto, a recitare nella sua Compagnia, per la commedia Il Cenerentolo. E li ho conosciuto questo grande artista, elegante, tutto profumato, che avevo applaudito molte volte, ma che io non conoscevo. Un capocomico severo, ma gioviale dietro le quinte, una capacità di improvvisazione che ho visto fare solo a Totò o a Macario, un capocomico con lo spettacolo nel sangue”.

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La prima passerella del piccolo Dario nella commedia musicale “Carlo non farlo”(1957).

 Il teatro di prosa. Negli anni ’70, dopo un periodo di inattività dovuto ad alcuni problemi di salute, alternò il teatro di rivista a quello di prosa, con qualche incursione nel teatro dialettale genovese (fu l’indimenticabile interprete di alcuni dei più grandi successi di Govi, come Pignasecca e Pignaverde). Segnò inoltre, con il suo impegno, il teatro comico italiano degli anni ’70, tra le quali si possono citare Mi è cascata una ragazza nel piatto, dell’inglese Terence Frisby, per la regia di William Franklin (1969-70); Il visone viaggiatore, di Ray Cooney e John Chapman; Un babà per sette, commedia di Faele e Castaldo (1972-73); Pignasecca e Pignaverde di E. Valentinetti (1973-74); Articolo V, commedia di Ugo Palmerini (1974-75) e Risate in salotto, una delle ultime grandi riviste realizzate con Rita Pavone per la regia di Alfredo Polacci (1976-77).

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Uno dei tanti Caroselli interpretati da Carlo Dapporto, qui in uno sketch con l’attore Franco Giacobini. Siamo all’inizio degli anni ’60.

Il “mito” delle riviste di Dapporto e la leggendaria “trilogia del Maliardo”. Dal 1947 diresse, infatti, una sua compagnia e portò in scena riviste e commedie musicali deliziose che contribuirono a creare il mito della “rivista” degli anni d’oro (i Cinquanta e i primi Sessanta). Sono da ricordare: Chicchirichì di Gelich, Bracchi e D’Anzi (1948-49) con Delia Lodi e Marisa Merlini, in cui Dapporto parodiava un gangster; Baracca e burattini (1953-54) con Lauretta Masiero; e la cosiddetta «trilogia del maliardo» costituita da tre commedie musicali di Garinei e Giovannini (musiche e canzoni di Gorni Kramer): Giove in doppiopetto (1954), primo vero musical italiano ispirato a un testo di Plauto, con Delia Scala e Franca Gandolfi (in cui Dapporto era un impunito Giove donnaiolo), Carlo, non farlo! (1955) con Lauretta Masiero, Lisetta Nava, Elio Pandolfi e il Quartetto Cetra, ispirato alle nozze di Ranieri di Monaco e Grace Kelly, e L’adorabile Giulio (1957) con Delia Scala, Paolo Panelli e Teddy Reno, in cui interpretava un maturo attore galante che deve cimentarsi con le critiche di una giovane figlia. Suoi compagni di strada furono quindi tutti i “grandi del varietà”, inclusi anche Totò, Isa Barzizza, Walter Chiari, Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, Renato Rascel, Mario Riva e Bice Valori. Il suo ultimo spettacolo musicale, nostalgico e malinconico, con il suo grande amico e collega Aldo Fabrizi, fu Yo Yo Ye Ye (1966-67).

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Carlo Dapporto con il suo grande amico e collega Aldo Fabrizi e con la bella Linda Darnell, suoi compagni di lavoro, nella commedia musicale “Yo yo ye ye”(1967).

Dapporto e Sanremo. Sanremo non ha mai dimenticato il suo figlio illustre: nel 1965 il Comune gli ha concesso l’onorificenza di “Cittadino Benemerito” e gli ha dedicato sia la piazza che ospita il Teatro del Mare, sia una prestigiosa scuola di teatro, sia una seguitissima gara di fondo ciclistico che si svolge nell’anniversario della sua morte. “A Sanremo è rimasto sempre legato, soprattutto finché c’era sua madre. Fino agli anni ’70 si tornava tutti lì ogni estate, aveva gli amici, parlava sanremasco…” (Massimo Dapporto). Carlo è rimasto per sempre legato alla sua città natale, Sanremo, dove soleva ritornare ogni volta che gli impegni di scena lo permettevano. Ritornare a giocare a scopetta con gli amici di sempre, parlare sanremasco, quelle cose semplici, quotidiane che Carlo Dapporto aveva conservato nel cuore. Un legame, un affetto che la città di Sanremo ha ricambiato. Figlio della Riviera ligure, della Riviera dei fiori, quella che si affaccia sulla Francia: “Io sono nato a Sanremo che è una città cosmopolita, dove sono approdate le più grandi orchestre del mondo al Casinò. La mia Sanremo è a pochi chilometri dalla Francia, non più di 18-20, eppure profondamente italiana. Ho dovuto lasciare la mia terra, per fare fortuna a Milano, e poi nel resto del paese, ma il mio cuore è sempre rimasto lì, e quando posso, prendo il primo treno e vado nella mia bella città”. ( Carlo Dapporto ).

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Le estati spensierate della “Dolce Vita” di fine anni ’50, Rossano Brazzi, Walter Chiari e Carlo Dapporto in una divertente foto sulla spiaggia di Ostia, nel luglio del 1958. I tre seduttori del cinema italiano.

Premi e riconoscimenti. Per i suoi meriti artistici fu decorato con numerose onorificenze, tra cui quelle di “Commendatore all’Ordine della Corona d’Italia” e “Commendatore all’Ordine della Repubblica italiana”, per aver illustrato la patria nel campo dell’arte teatrale e cinematografico, mentre nel 1965 venne insignito del titolo di “Cittadino benemerito di Sanremo” con la seguente motivazione: «Attore geniale, sorretto da naturale ispirazione e comunicativa fervida e gioconda, ha portato dinanzi alle plaudenti platee d’Italia il nome di Sanremo». Il Commendator Dapporto nel 1957 vinse la prestigiosa “Maschera d’argento”( l’equivalente del “Nastro d’argento” nel cinema) per i suoi successi enormi nella commedia musicale, nella cosiddetta “trilogia del maliardo” diretti da Garinei & Giovannini: “Giove in doppiopetto”(1954), “L’adorabile Giulio”(1956) e “Carlo non farlo”(1957). Il premio venne replicato nel 1961, quando esce l’edizione televisiva de “L’adorabile Giulio”,che ebbe un grande successo di pubblico. Nel giugno 2011, in occasione del centenario dalla nascita, le Poste Italiane hanno ricordato Dapporto con un francobollo commemorativo in cui viene raffigurato in una tipica espressione: sullo sfondo dell’immagine si staglia un sipario scarlatto, simbolo di quel teatro del quale l’attore è stato protagonista per anni. Il francobollo, del taglio da sessanta centesimi di euro, è stato stampato in due milioni di esemplari.

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Il francobollo con cui le Poste italiane, in occasione del centenario della nascita, hanno ricordato il grande artista Carlo Dapporto. Sullo sfondo il siparietto scarlatto, simbolo di quel teatro che l’attore ha sempre amato.

…e per concludere

• Dapporto e gli amici. Un breve album fotografico.

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Un’affettuosa foto che ritrae Totò e Carlo Dapporto, amicissimi da sempre, insieme per uno spettacolo di beneficenza, ad inizio anni ’60.
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Carlo Dapporto insieme ad Orson Welles, che spesso era in Italia ad applaudire il Maliardo.
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Carlo Dapporto con Renato Rascel, Linda White e Nita Dover. L’amicizia di Dapporto con Rascel ebbe inizio nel 1928 al Moulin Rouge di Alassio.
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I re delle rivista per eccellenza: Macario e Dapporto, l’uno erede di Ionesco, l’altro di Petrolini. Lavorarono insieme in alcune riviste e questa foto degli anni ’50 li ritrae in una posa amichevole.
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Carlo Dapporto e Peppino De Filippo, molto amici nella vita, qui sul set del film “Lisa dagli occhi blu”, del 1969. Curiosa la loro interpretazione di coppia, Dapporto è Agostino, Peppino è invece una specie di Pappagone: le loro due trascinanti maschere, ottuse, ingenue, in grado di stravolgere la lingua italiana: si ride di gusto!

“Son io che col monocolo nell’occhio men vado tra la folla ultramondana, le donne uso aggiogar tutte al mio cocchio con questa mia guardata ardita e strana…ma se non han baiocchi non le guardo…et le voilà, son qua…sono il Maliardo! ( Carlo Dapporto )

Domenico Palattella

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