Cinema e Macchina del Tempo: le epoche storiche nel cinema italiano.

• Introduzione

Dalla teoria della relatività e degli universi paralleli del grande Albert Einstein, è passato un secolo e la scienza fisica ha fatto passi da gigante. I fisici Paul Davies, Kurt Godel e Frank Tipler, raccogliendo l’eredità di Einstein, hanno quindi dimostrato, attraverso complicatissimi calcoli teorici, che è possibile viaggiare a ritroso nel tempo, perché ogni epoca lascia delle tracce nello spazio. Soltanto che ad oggi la tecnologia umana non è in grado di riprodurre un’energia tale per poter creare un tunnel spazio-temporale, elemento necessario per poter viaggiare nel tempo. Ci vorranno ancora centinaia di anni. Sembra fantascienza, eppure soltanto due secoli fa, sarebbe parso impossibile per l’uomo riuscire a comunicare con degli strani apparecchi portatili, oppure volare come gli uccelli. Tutto è figlio della tecnologia del tempo in cui si vive. Ciò che sembra impossibile, viceversa, è il viaggio dal nostro presente, verso il nostro futuro, ma qualcuno può tranquillamente giungere dal suo futuro verso il nostro presente, che è il loro passato. Dunque per noi e per i nostri nipoti, figli del XX e del XXI secolo, sarà impossibile riuscire a viaggiare nel tempo. Errato. Noi una macchina del tempo già l’abbiamo, ed è quella inventata dai fratelli Lumiere, in Francia, nel 1895, ovvero il Cinema. Il cinema, non solo è “l’arte che contiene tutte le altre arti”( cit. Akira Kurosawa ), ma è in grado di portarci indietro nel tempo per farci vivere epoche remote e trasformare così la storia dei libri, in immagini in movimento. Il meccanismo preso in esame ( che è quello di un’ipotetica macchina del tempo ), in un lavoro come questo è il cinema che parla del passato, non il presente che si storicizza con lo scorrere del tempo, diventando inevitabilmente passato.

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Albert Einstein in una foto del 1947. Premio Nobel per la Fisica nel 1921, è stato il primo a ipotizzare che viaggiare nel tempo, oltre che nello spazio, è possibile.
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Per i fisici, per viaggiare nel tempo, bisognerebbe creare un tunnel spazio-temporale.

• Antica Grecia e Mitologia

Nel cinema italiano non sono numerosissime le sortite indietro nel tempo verso l’Antica Grecia e verso la Mitologia greca. D’altronde un viaggio a ritroso nel tempo, verso un’epoca così remota non è cosa da nulla. Eppure il cinema italiano, e i suoi valenti sceneggiatori, hanno saputo farci rivivere questo particolare periodo storico. Abbiamo modo di conoscere, infatti, addirittura il leggendario Ulisse, il grande eroe dell’Odissea di Omero, che ha le sembianze di Kirk Douglas; e Penelope, descritta come una donna bellissima da Omero, è effettivamente divina, dato che ha le sembianze di Silvana Mangano, la più elegante diva del cinema italiano. Entrambi sono protagonisti del kolossal italiano più costoso del dopoguerra, l”Ulisse”(1954), di Mario Camerini. Non solo, grazie ad un’eccezionale trovata registica, Silvana Mangano impersona anche la leggendaria Maga Circe…Maga Circe, che 8 anni più tardi, assumerà anche le sembianze di Bice Valori, nel disincantato film di Mario Mattoli, “Maciste contro Ercole nella valle dei guai”. Le esperienze del cinema italiano nella mitologia greca non si esauriscono però qui: Macario nel 1950 con il film “Adamo ed Eva” rivive l’epico episodio della guerra di Troia, quello dello stratagemma del cavallo di Troia, addirittura comandano il manipolo di eroi pronti a morire per la gloria degli Achei. Macario nei panni di Creusippo, attendente del re Menelao, ha modo di conoscere Elena di Troia (Isa Barzizza), Paride (Gianni Agus) e Achille (Arnoldo Foà), in una rievocazione molto riuscita, anche dal punto di vista estetico, del leggendario avvenimento. Infine, almeno un accenno merita il Giove di Carlo Dapporto, in “Giove in doppiopetto”(1955), che scende dall’Olimpo in terra per corteggiare Delia Scala fresca sposina. Modello alto per la commedia: addirittura l’Anfitrione di Plauto.

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Foto e locandina del kolossal “Ulisse”(1954), di Mario Camerini. Sontuosa Silvana Mangano, nel duplice ruolo della bella Penelope e della conturbante Maga Circe.
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Macario nei panni di Creusippo, attendente del re Menelao, con il film “Adamo ed Eva”(1950) rivive l’epico episodio della guerra di Troia, quello dello stratagemma del cavallo di Troia, addirittura comandano il manipolo di eroi pronti a morire per la gloria degli Achei. Con lui la bella e brava Isa Barzizza nei panni di Elena.
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“Giove in doppiopetto”(1955), con Carlo Dapporto nei panni di un bizzarro e donnaiuolo Giove, venuto in terra per corteggiare Delia Scala fresca sposina. Modello “alto”: l’Anfitrione di Plauto.

• Gesù: “Il Vangelo secondo Matteo”(1964)

Il Maestro Pier Paolo Pasolini, emozionandoci, e non poco, ci fa vivere quella che è stata la vita di Gesù, servendosi del “Vangelo secondo Matteo”, fedele versione del racconto evangelico, dall’annunciazione alla Madonna, all’angelo che annuncia la resurrezione di Cristo. Pasolini restituisce la violenza, lo scandalo e la bellezza della parola di Gesù senza gli orpelli dell’iconografia tradizionale. Sceglie volti di non professionisti, gira tra i Sassi di Matera e gli aridi paesaggi delle Gravine di Massafra e Ginosa, e riesce a catturare, da laico, il mistero del sacro. Lo stile alterna la macchina da presa a mano che insegue il volto dei personaggi a composizioni memori della pittura quattrocentesca, la brutalità realistica ( gli indemoniati, il lebbroso, la crocifissione ), all’elegia estatica ( il battesimo, l’annuncio finale ). Bello ed emozionante come nessun film che sia mai stato trattato dai Vangeli, al di là delle intenzioni d’autore e delle polemiche che lo accompagnarono. Nel cinquantenario della sua uscita, la Chiesa Cattolica, lo ha ritenuto il miglior film sulla vita di Gesù, interpretato dall’allora sconosciuto attore spagnolo Enrique Irazoqui.

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La messa in scena della vita di Cristo, diviene l’emblema per la lotta per l’emancipazione dei popoli.
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Enrique Irazoqui ne “Il Vangelo secondo Matteo”, Pier Paolo Pasolini, 1964.
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i sassi di Matera, l’estro creativo del più grande intellettuale italiano del secolo scorso, Pier Paolo Pasolini, mentre è intento ad ammirare le bellezze della cittadina. A sinistra Enrique Irazoqui.

• L’Antica Roma

L’Antica Roma è un periodo storico, affrontato sovente e con esiti interessanti, da parte del cinema italiano. Il lavoro di sceneggiatori e autori si basa soprattutto sui modelli letterari dell’epoca, come il Satyricon di Petronio Arbitro, che ispira i registi Gian Luigi Polidoro e Federico Fellini, rispettivamente per “Satyricon”(1968) e “Fellini Satyricon”(1969), perfetti entrambi nella ricostruzione delle dissolutezze della Roma antica. Superbo Tognazzi, che nel primo dei due film interpreta il ricco e volgare Trimalcione. Ma il lavoro degli sceneggiatori e degli autori, si basa anche sulla rivisitazione farsesca dell’antica Roma, servendosi dei personaggi più importanti di quest’epoca: Cleopatra, Nerone, Tiberio. Cleopatra è impersonata da Liz Taylor, nell’omonimo film di Joseph Mankiewicz, l’ultimo kolossal di Cinecittà, datato 1963; e da Sophia Loren, nel film del 1954, “Due notti con Cleopatra”, al fianco di Alberto Sordi. Quest’ultimo sarà un esilarante Nerone nel film “Mio figlio Nerone”(1956), di Steno, con De Sica, elegante Seneca e Gloria Swanson nei panni di Agrippina. Ma Nerone è anche impersonato da Gino Cervi, in maniera più cinica nel film “O.K. Nerone”(1951), di Mario Soldati, dove troviamo anche Walter Chiari, che è protagonista nel 1959, della migliore farsa dedicata all’antica Roma, in coppia con Ugo Tognazzi, nel film “I baccanali di Tiberio”, ispirato alle famose feste orgiastiche organizzate dall’imperatore romano. Tiberio è impersonato con grande ironia da Tino Buazzelli. Se vogliamo trovare un livello più elevato di descrizione dell’Antica Roma, da evidenziare è senz’altro la pellicola di Luigi Magni, “Scipione detto anche l’Africano”(1971), con Marcello Mastroianni nei panni di Scipione e Vittorio Gassman in quelli di Catone il Censore. La commedia ambientata nella Roma antica nasconde riferimenti satirici alla politica contemporanea, servendosi del passato per raccontare il presente. In ultimo, non si può non nominare il Ponzio Pilato di Nino Manfredi, nel film di Magni, “Secondo Ponzio Pilato”(1988), che dopo aver mandato a morte Gesù, comincia ad essere preda dei dubbi e dei rimorsi.

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Ugo Tognazzi superlativo nei panni del ricco e volgare Trimalcione, nel film “Satyricon”(1968).
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Sophia Loren e Alberto Sordi sul set del film “Due notti con Cleopatra”(1954)
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La coppia Tognazzi- Chiari alle prese con una mirabolante avventura nell’Antica Roma, alla corte dell’Imperatore Tiberio, impersonato da Tino Buazzelli. Qui, con una ricostruzione scenografica impeccabile dell’Antica Roma, Chiari e Tognazzi hanno modo di vivere i famosi “Baccanali di Tiberio”, feste orgiastiche, sintomo della decadenza dei costumi della Roma dell’epoca, rimaste nella storia.
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Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni nei panni di Catone il Censore e di Scipione, scena tratta dal film “Scipione detto anche l’Africano”(1971).
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Splendido Nino Manfredi nel ruolo di Ponzio Pilato, l’inquisitore di Gesù, nel film di Luigi Magni, “Secondo Ponzio Pilato”(1988).

• Il Medioevo

Nella raffigurazione storica del Medioevo, non solo vi si sono cimentati tutti i più grandi autori del cinema italiano, ma anche tutti i più grandi attori. Almeno una volta infatti, sono passati tutti da questa affascinante epoca storica, a cavallo tra l’antico e il nuovo mondo, quest’epoca di passaggio durata quasi un millennio. C’è la raffigurazione picaresca di Macario ne “Il pirata sono io!(1941), quella di Renato Rascel con “Alvaro, piuttosto corsaro”, del 1954, o ancora quella di Totò nel film “Totò contro il pirata nero”.Ma c’è anche quella tratta dalla letteratura: il “Don Chisciotte e Sancho Panza”, delineato perfettamente da Ciccio Ingrassia e Franco Franchi, dall’opera di Miguel de Cervantes; il “Decameron” di Pier Paolo Pasolini; o ancora “Le piacevoli notti”, composto da tre episodi boccacceschi ambientati nel Rinascimento; l’incontro di Massimo Troisi e Roberto Benigni con Leonardo Da Vinci nel film “Non ci resta che piangere”(1984); ancora Franchi e Ingrassia, crociati in Terra Santa nel film “I due crociati”(1967), fino ad arrivare al massimo capolavoro del genere, “L’Armata Brancaleone”, del 1966, di Mario Monicelli, con Vittorio Gassman. “L’Armata Brancaleone” è una delle più importanti commedie all’italiana in costume di tutti i tempi, racconta la storia di Brancaleone da Norcia ( Vittorio Gassman), un pomposo e spiantato cavaliere duecentesco “ardito, senza macchia e senza palanche” che, entrato in possesso di una pergamena che gli assegna il titolo di Signore, parte alla volta del feudo pugliese di Aurocastro. Sulla sua strada recluta personaggi strampalati e improbabili: l’anziano notaio Abacuc ( Carlo Pisacane), ebreo successivamente costretto al battesimo, lo scudiero Mangold ( Ugo Fangareggi), l’irsuto Pecoro (Folco Lulli) e il giovane Tacconi ( Gianluigi Crescenzi), con i quali attraversa l’Italia, imbattendosi in nobili bizantini decaduti, città in preda alla peste, monaci invasati in cammino verso la Terra Santa e fanciulle in pericolo, fino all’arrivo ad Aurocastro ( nello sketch qui proposto), non esattamente il luogo che si aspettava. Il Brancaleone di uno scatenato Vittorio Gassman è l’ennesimo perdente, ingenuo e sbruffone, mentre attraverso il suo viaggio vengono ritratti corrosivamente la cialtroneria, gli egoismi, la pompa e la miseria dell’Italia e degli italiani, ma anche, con affetto, la forza dei legami amicali e comunitari, l’arte di arrangiarsi, la capacità di sorridere o reagire di fronte alla sventura. Sulla falsariga dell’Armata Brancaleone, nel 1976 Pasquale Festa Campanile dirige Il soldato di ventura che tratta in chiave comico/grottesca la disfida di Barletta ( 13 settembre 1503 ). Nel film vengono narrate le avventure picaresche di Ettore Fieramosca, interpretato con sagacia da Bud Spencer, e del suo manipolo di 13 bizzarri cavalieri, che affrontano e sconfiggono altrettanti francesi che avevano offeso loro e l’onore degli italiani. Esilarante la disfida finale in spiaggia, dove tra atti di valore, gag e qualche simpatica scorrettezza, gli italiani riescono ad avere la meglio sul manipolo francese. A metà strada tra il medioevo dell’Armata Brancaleone e quello derivante dalla letteratura classica, il film diverte e convince, girato quasi interamente in Puglia e precisamente presso la torre della Leonessa a Lucera, nella fortezza svevo – angioina, trasformata nelle mura e nella città di Barletta. Alcune scene nei dintorni di Lucera, sulla via per Pietramontecorvino e tre scene, compresa quella finale della “disfida”, furono girate nelle spiagge a sud del Gargano. Un film ricco di invenzioni comiche, colorito e sagace, che anche grazie alla debordante simpatia di Bud Spencer ebbe un grande successo di pubblico. C’è anche Enzo Cannavale, spesso spalla di Bud Spencer in molti film. Sempre prendendo come modello “L’Armata Brancaleone”, di Mario Monicelli, il regista Bruno Corbucci confeziona la divertente pellicola dal titolo “Il prode Anselmo e il suo scudiero”(1972), con Alighiero Noschese ed Enrico Montesano nei panni del prode Anselmo e del suo scudiero Gian Puccio Senza Terra, che devono consegnare al Papa una reliquia, per propiziare la buona riuscita delle Crociate in Terra Santa. Equivoci, disavventure e incontri curiosi, in una riuscita rievocazione del Medioevo italiano. Sempre nell’ambito del film in costume, dato il grande successo del “Prode Anselmo e il suo scudiero”, Bruno Corbucci scrive e dirige quasi immediatamente dopo, il film “Boccaccio”, ovviamente ispirato al “Decameron”, e ovviamente ambientato nel Medioevo. Fu anche uno dei maggiori successi popolari del filone inaugurato, dal “Decameron”, di Pasolini, e che fortunatamente,ancora, non è scivolato nella farsa più pecoreccia. Noschese interpreta Lambertuccio da Cecina, vittima degli scherzi di Montesano e di Pippo Franco, che però a fine film sposa la bella Belcolore. Al film con Enrico Montesano ed Alighiero Noschese prende parte anche il grande Macario, che già aveva imperversato per il Medioevo, qualche anno prima, con “Io, Amleto”(1952), gustosissima parodia dell’Amleto di Shakespeare, con Macario ovviamente nei panni del protagonista . Macario-Amleto recupera le sue caratteristiche surreali e le assurdità si susseguono, con un testo tutto sommato rigoroso, che lascia largo spazio alla sua raffinata interpretazione. Io, Almeto, poi non era altro che la trasposizione cinematografica di un suo vecchio spettacolo, Follie d’Amleto, che nel 1946 aveva spopolato sui palcoscenici di tutta Italia. I costi per la realizzazione di un film, chiaramente in costume e di ambientazione medievale,che prevedeva imponenti scenografie, costumi e un cast di tutto rispetto si rivelarono ben presto superiori alle previsioni. E nonostante le numerose perdite cui il film andò incontro, complice un’uscita fuori stagione, la pellicola rimane una delle più gustose di Macario e più in generale di quelle dedicate sia al celebre principe danese nato dalla penna di Shakespeare, sia al periodo storico medievale. Da segnalare anche l’Alto Medioevo di “Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno”(1984), diretto da Mario Monicelli e tratto dagli scritti di Giulio Cesare Croce, ma anche di Fedro, Boccaccio, Geoffrey Chaucher. Erano passati quasi vent’anni da quel capolavoro che fu L’armata Brancaleone quando Mario Monicelli portò sul grande schermo quest’altro film, a cui, inevitabilmente, l’epopea stracciona di Brancaleone da Norcia si ricollega.  E il film segna tanti punti a favore: la pertinente e precisa ricostruzione d’epoca, il cast di lusso con Ugo Tognazzi e Alberto Sordi sugli scudi, l’atmosfera medievale anticonvenzionale, il linguaggio brullo e ruspante. Siamo agli inizi del ‘500 e quella narrata nel film è la storia di Bertoldo (Tognazzi), contadino povero e ignorante, che giunge alla corte di Re Alboino, con il figlioccio Bertoldino e Fra’ Cipolla (Sordi), un curioso religioso imbroglione e cialtrone. Un grande film, al di là delle apparenze e delle numerose rozzagini volontarie del quale è pervaso. Un’altra riuscita rievocazione storica del Medioevo italiano, stavolta prendendo a modello uno dei libri più famosi e più libertini di quegli anni è senza dubbio quella del Maestro Pier Paolo Pasolini, e del suo“Decameron”(1971), tratto ovviamente da una selezione di novelle del capolavoro di Giovanni Boccaccio. La rilettura di Pasolini mira ad esaltarne il lato comico-popolare ( da cui la scelta dell’ambientazione napoletana e dell’uso del dialetto ) e a far emergere la naturale fisicità e la sessualità gioiosa insite nella grande tradizione della narrativa popolare. Un piccolo-grande riassunto della poetica cinematografica di Pasolini, volta a rimarcare l’intento progressista delle sue opere cinematografiche, nel tentativo di superare gli arcaici tabù, in direzione di una “liberalizzazione sessuale” post sessantottina.

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In gran forma Franco Franchi e Ciccio Ingrassia nel film “Don Chisciotte e Sancho Panza”(1967), uno dei loro primi film d’autore.
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Totò bizzarro e surreale pirata nel film “Totò contro il Pirata nero”(1964).
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La locandina del film “Le piacevoli notti”(1966), tre episodi boccacceschi di chiaro stampo Rinascimentale, con Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi e Gina Lollobrigida.
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Roberto Benigni e Massimo Troisi nel Medioevo, ai tempi di Leonardo Da Vinci e di Cristoforo Colombo, nel leggendario film “Non ci resta che piangere”(1984).
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Il leggendario Brancaleone da Norcia, cavaliere errante del Medioevo di Mario Monicelli, dipinto in maniera memorabile dal grande Vittorio Gassman. Capolavoro assoluto del cinema italiano, “L’armata Brancaleone”(1966) è il più grande film in costume italiano, assieme a “Nell’anno del Signore”, di Luigi Magni.
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Bud Spencer nei panni di Ettore Fieramosca nella famosa disfida di Barletta del 1503. L’eroismo di un manipolo di 13 italiani che sconfiggono altrettanti francesi alle porte della cittadina pugliese. Precisione storica ineccepibile.
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Enrico Montesano ed Alighiero Noschese nei panni dello scudiero Gian Puccio Senza Terra e del prode Anselmo, dal film “Il prode Anselmo e il suo scudiero”(1972), riuscita rievocazione del Medioevo italiano.
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Una scena tratta dal “Decameron secondo Pasolini”(1971).
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La locandina originale del film in costume “Io, Amleto”(1952), con Macario splendido protagonista.

• Il selvaggio West americano: “C’era una volta il west”(1968), il capolavoro di Sergio Leone e gli “spaghetti western” di Bud Spencer e Terence Hill.

Ai più, può sembrare strano, ma la nascita del western all’italiana, ebbe avvìo come esilarante ed impertinente parodia da parte di una masnada di comici italiani di alto valore: Walter Chiari, Ugo Tognazzi, Renato Rascel, Maurizio Arena, Raimondo Vianello, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Mario Carotenuto, Lando Buzzanca(1958-64); imprevedibilmente il filone diventa a sua volta un genere, serio e popolare, che comincia a fare grossi incassi, tanto da rilanciare l’industria di casa nostra e fagocitare le stesse star dei prototipi d’oltreoceano (1965-69); poi d’un tratto, tutto finisce, arrivano Trinità e Bambino ( Terence Hill e Bud Spencer ) e si torna tutti a ridere, questa volta parodiando lo stesso spaghetti western (1970-75). Sembra folle, ma è più o meno quello che è successo in Italia nello spazio di tre lustri. A metà degli anni ’60 il genere comincia a mutar pelle. I film più conosciuti, e probabilmente gli archetipi del genere, sono quelli della cosiddetta trilogia del dollaro, diretti proprio da Sergio Leone, con Clint Eastwood (che diede vita al ruolo dell’Uomo senza nome) e le famosissime colonne sonore di Ennio Morricone (tre nomi che ormai oggi sono sinonimi del genere stesso): “Per un pugno di dollari” (1964), “Per qualche dollaro in più” (1965) ed infine “Il buono, il brutto, il cattivo”(1966). Quest’ultimo è senza dubbio uno dei western più famosi di tutti i tempi, ed ebbe, relativamente agli altri film, un bilancio atipicamente alto: quasi un milione di dollari. A questa trilogia Leone aggiunse poi il capolavoro monumentale “C’era una volta il West” (1968), forse il miglior film del genere, un affresco nostalgico sull’epopea del West al tramonto, in cui i personaggi acquistano un maggiore spessore umano e la magistrale abilità tecnica e narrativa del regista si fonde con un soggetto ricco di significati, incontrandosi idealmente con le tematiche crepuscolari del nuovo western statunitense. Poi il quartetto di protagonisti è quanto di meglio si potesse chiedere, Henry Fonda negli insoliti panni del cattivo di turno, il misterioso Armonica di Charles Bronson, il simpatico personaggio del bandito Cheyenne interpretato magistralmente da Jason Robards, e la splendida prostituta Gil, disegnata in maniera memorabile dalla grande Claudia Cardinale, che essendo l’unico ruolo femminile di rilievo di tutto il cinema di Sergio Leone, diverrà il vero grande simbolo femminile del genere western, non solo in Italia, ma in tutto il mondo. “C’era una volta il West”(1968), di Sergio Leone, il più grande western della storia del cinema mondiale, il momento più alto del western all’italiana. La costruzione di una ferrovia che attraversa tutta l’America alletta facce tagliate dal cinemascope: avidi magnati, killer a pagamento, banditi dai tratti picareschi e vedove consolabili. In difesa del gentil sesso e contro i cattivi compare un cavaliere senza nome ( Charles Bronson) con un conto da saldare a suon di armonica e pistola. L’epico duello tra Charles Bronson e Henry Fonda a fine film è arte cinematografica allo stato puro. Una delle scene più belle mai girate, accompagnata da un armonica e da un crescendo musicale unico. Lo scontro tra il passato e il futuro. L’epopea della fine di un’epoca quella del West americano, gli occhi della splendida Claudia Cardinale, le musiche epiche di Ennio Morricone: un capolavoro senza tempo. E come in una delirante e folle sceneggiatura alla Ed Wood, il genere cambia nuovamente pelle, arrivano Terence Hill e Bud Spencer, che parodiando lo stesso spaghetti-western riportano il genere verso la farsa, eliminando il lato violento e sanguinario del genere, che da loro in poi non sarà più pistola e sangue, ma fagioli e scazzottate esilaranti. I loro “Lo chiamavano Trinità”(1969) e “Continuavano a chiamarlo Trinità”(1971), ottengono un successo senza precedenti, soprattutto il secondo, risulta ancora oggi essere il film più visto della storia del cinema italiano.

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La grande epopea del selvaggio Western americano, ebbe un nuovo sfolgorante rilancio con il fortunato genere del “Western all’italiana”, fiorente tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70. Specialmente con Sergio Leone, questo genere tocca i suoi momenti più sublimi, e soprattutto con il leggendario capolavoro “C’era una volta il west”(1968), con Charles Bronson, Claudia Cardinale ( l’unico personaggio femminile di rilievo della carriera del regista), Jason Robards ed Henry Fonda. La struggente fine di un’epopea per il massimo capolavoro del genere.
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Sergio Leone erudisce Claudia Cardinale sul set del film “C’era una volta il west”(1968).
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Terence Hill e Bud Spencer nel film “Lo chiamavano Trinità”(1969), nei ruoli dei fratelli Trinità e Bambino,irresistibili pistoleri del West.

• L’Italia dell’800: la Roma Papalina del “Marchese del Grillo”(1981) e di “Nell’anno del Signore”(1969); e il Regno di Napoli de “I tromboni di Fra Diavolo”(1962).

Epoca immediatamente pre-risorgimentale, il periodo della Roma Papalina della prima metà dell’800 ha ispirato molte pellicole, su tutte “Il Marchese del Grillo”(1981), di Mario Monicelli, con Alberto Sordi; e “Nell’anno del Signore”(1969), di Luigi Magni, con Nino Manfredi, Claudia Cardinale, Ugo Tognazzi ed Alberto Sordi. “Io so’ io, e vvoi nun siete un cazzo” è la frase che chiude lo sketch più esilarante del capolavoro di Mario Monicelli, e che pronuncia un grande Alberto Sordi nei panni del marchese Onofrio del Grillo. Mario Monicelli racconta la sordida Roma papalina in bilico tra medioevo e modernità, scegliendo un personaggio che sogna Parigi ma non cambia nulla, conscio di sfruttare i propri privilegi e di appartenere comunque al passato. Una Roma che sembra non percepire i cambiamenti che pressano alle sue porte, e all’interno delle cui mura riti e tradizioni procedono immutati. Onofrio del Grillo, realmente esistito, fa parte della guardia nobile di papa Pio VII, ma gli incarichi ufficiali lo infastidiscono fino all’insofferenza, e lui trova sfogo alla noia tirando scherzi feroci ai suoi pari grado come anche agli inferiori e ai superiori. Fortemente legato ai suoi irrinunciabili privilegi, vive in una famiglia reazionaria e antiprogressista che detesta al punto di allontanarsene diretto verso la Francia; non prima di aver piazzato al suo posto l’inconsapevole Gasperino, sosia perfetto che si addormenta carbonaio ubriacone e si sveglia marchese confuso. Con questo personaggio Alberto Sordi si diverte come un matto, e si vede. E’ pungente, vispo, mai sottotono. E a suo agio nella doppia interpretazione del marchese e del suo sosia carbonaio: frizzante e beffardo il primo, dimesso e spaesato il secondo. L’ultimo vero grande film nella lunga carriera sordiana. Enorme successo di pubblico. E poi c’è “Nell’anno del Signore”, il più grande film in costume della storia del cinema italiano. In un cast a dir poco eccelso, Sordi, Tognazzi, la Cardinale, Salerno, si staglia l’interpretazione del vero protagonista del film, Nino Manfredi. Sublime nel tratteggiare Pasquino, il ciabattino, lo storico autore di invettive contro il Papa, nella Roma papalina. La splendida interpretazione gli valse sia il “Nastro d’argento” che il “David di Donatello” come miglior attore protagonista della stagione 1970. La scena finale quando Pasquino intuisce che il potere trae forza dalla sua mancanza di emotività, rispetto al popolo che “c’ha er core” è geniale e nello stesso tempo commovente. Stupendi anche il frate di Sordi, il viscido cardinale di Tognazzi e la radiosa bellezza della giudea Claudia Cardinale. Poi c’è “I Tromboni di Fra Diavolo” del 1962, che si issa quasi a sorpresa come uno dei migliori affreschi dell’occupazione napoleonica del Regno di Napoli. Siamo all’alba del 1800, e la storia di due soldati della Repubblica Cisalpina, Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello si intreccia con quella di Fra Diavolo, il celebre militare e brigante italiano, che ordiva agguati agli invasori francesi e che era sempre dalla parte dei più poveri. La produzione del film è insolitamente ricca e ambiziosa, e i due comici utilizzati come corpo estraneo vagamente surreale, riducono le gag a base di smorfie e gesticolazioni a favore di situazioni più complesse e studiate, in una cornice ineccepibile dal punto di vista storico. Per l’ormai consolidata coppia Tognazzi-Vianello era questo il ventunesimo film insieme e la scelta risultò quantomai appropriata anche per recitare un film in costume in un chiaro remake del celebre film con Stanlio & Ollio del 1932. Del resto i loro ruoli vennero cuciti addosso ai due personaggi: il primo, alto e slanciato, è chiaramente assimilabile al nobile (anche se decaduto) ufficiale d’esercito vecchio stampo, che non manca di portamento ed intelligenza, mentre Tognazzi ovviamente è nella parte del contadino semplice ma furbo.

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Nei panni di Pasquino, lo storico autore di invettive contro il Papa, Nino Manfredi è memorabile nel kolossal in costume di Luigi Magni, “Nell’anno del Signore”(1969).
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strepitoso Onofrio del Grillo, di Sordi, marchese della Roma Papalina, nel film “Il Marchese del Grillo”(1981), l’ultimo grande film sordiano.
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La locandina originale del film “I tromboni di Fra Diavolo”(1962).

L’Italia dell’800: l’Unità d’Italia

Riguardo al periodo risorgimentale si sono scritte pagine e pagine di storia, ed anche un buon numero di ottimi film. Il film che più computamente riesce a segnare il clima dell’epoca, la fine di un’era e l’inizio di quella nuova, è “Il gattopardo”(1964), di Luchino Visconti, ispirato all’omonimo libro di successo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Palma d’oro a Cannes, il film si appropria dello sguardo soggettivo del Principe di Salina ( uno straordinario Burt Lancaster) per commentare i cambiamenti politici e culturali che coinvolsero la penisola a partire dalla discesa in Sicilia di Garibaldi nel 1860. Il cruciale tramonto della Sicilia borbonica, scossa dall’arrivo dei garibaldini, i profondi cambiamenti politici e culturali dell’intera Penisola, il senso di decadenza e di nostalgia, lo sfarzoso impianto scenico, raggiungono l’apice nella lunga e strepitosa sequenza del ballo, che vale come un trattato storico di quegli anni. Se poi vi si aggiunge, il Maestro Nino Rota, che dirige un valzer inedito di Giuseppe Verdi e le memorabili interpretazioni di Alain Delon, Claudia Cardinale e Burt Lancaster, allora il capolavoro è presto fatto. Sfarzoso fino all’inverosimile, “Il Gattopardo”, è uno dei pilastri indiscussi della storia del cinema mondiale. Da ammirare il contrasto delle varie scene che si incasellano a meraviglia, grazie al lavoro del Maestro Luchino Visconti: dalle crude scene dei moti risorgimentali alle porte di Palermo, alle fastose sequenze del ricevimento.

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La leggendaria scena del ballo di Claudia Cardinale e Burt Lancaster, nel film “Il Gattopardo”(1964).

L’Italia di fine 800: la “Belle Epoque”.

Il film della Roma umbertina, della Belle Epoque italiana di fine 800, è il capolavoro di Mario Soldati, “Policarpo, ufficiale di scrittura”(1959). Di straordinario valore artistico e culturale, il film è una gustosa rievocazione della Roma umbertina, a cavallo tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, il ritratto divertito e malinconico di un’epoca di passaggio che infatti passa in un baleno, di tempi antichi ma non vecchi, gli ultimi anni di una visione aristocratica, ma al tempo stesso anche umanistica, romantica, pre-tecnologica della vita. Una splendida miniatura ispirata, una riuscitissima illustrazione brillante e nostalgica dell’Italia della Bella Epoque, così lontana, ma anche tanto vicina alla I guerra mondiale. Ne è eccellente protagonista Renato Rascel, che torna a fare il minuscolo travet come nel “Cappotto” di Lattuada, aggiudicandosi meritatamente il David di Donatello, come miglior attore protagonista della stagione 1959. Il film vinse anche a Cannes nella categoria “Miglior commedia”. Film splendido, malinconico, reazionario, come lo fu “Il Gattopardo”, “Policarpo, ufficiale di scrittura”, ha almeno una scena memorabile, quella molto divertente di Rascel che scrive a macchina nella sua esibizione davanti al ministro. La macchina da scrivere diventa dunque lo status symbol dell’epoca, il simbolo della tecnologia che avanza, un po’ come oggi può essere un’iphone o un tablet, e un po’ come negli anni ’50 lo fu l’apparecchio televisivo. Grande successo di pubblico.

Policarpo, ufficiale di scrittura (1959)
La locandina d’epoca del film “Policarpo, ufficiale di scrittura”(1959), il gustoso e malinconico ritratto della Roma umbertina di fine 800, firmato Mario Soldati e Renato Rascel.

• Kaos, Pirandello, La Giara e Franco & Ciccio: il più bel corto in costume della storia del cinema italiano.

Zì Dima, per aggiustare la grossa giara per le olive dell’avaro Don Lollò, vi rimane chiuso dentro. La pellicola, ispirata alle “Novelle per un anno” di Luigi Pirandello, si fa ammirare per una bella ricchezza plastica, ed un’eleganza di stile e di modi veramente impeccabile, in un’operazione che sa di colto e di primitivo, in un tempo in cui, nel cinema italiano di culturale vi era ben poco.L’episodio rimasto nella memoria collettiva è il terzo, quello con i grandi Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, qui al loro 126esimo e ultimo film in coppia. In questa pellicola Franco e Ciccio rasentano la perfezione. La ciliegina sulla torta ad una grande carriera, avviene con l’episodio intitolato “La giara”, tratta dalla più bella novella dello scrittore Luigi Pirandello. E’ in questi 40 minuti, del loro episodio, che per la lunghezza è un mediometraggio a tutti gli effetti, che Franco e Ciccio superano se stessi sfoderando un interpretazione da applausi, poetica, drammatica, composta, struggente, che commuove persino la critica. Sembrò quasi, che Pirandello nel stendere la novella, avesse pensato a Franco e Ciccio, per far vivere le gesta di Zi Dima e di Don Lollò: assolutamente perfetti. Il film è ambientato nell’assolata campagna siciliana tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, in una società ancora arcaica, bucolica e contadina. Nel rapporto antitetico tra due figure completamente diverse, entrambe poco conscie dei propri limiti, ma accomunate dalla stessa cocciutaggine contadina e mosse dai loro istinti, Pirandello riesce a creare una comicità basata su una situazione grottesca: una circostanza nella quale ciascuno dei due diventa al contempo debitore e creditore dell’altro.

franco e ciccio la giara
“La giara”, da “Kaos”(1984), il capolavoro firmato Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, dalla novella più celebre di Luigi Pirandello.

Il trentennio più tumultuoso della storia d’Italia: la prima guerra mondiale, l’epoca fascista, la seconda guerra mondiale e il secondo dopoguerra (1915-1950).

Quello che va dalla prima guerra mondiale, alla seconda guerra mondiale e all’immediato secondo dopoguerra, è il periodo storico più sviluppato in assoluto nella storia del cinema italiano. Almeno 200 pellicole trattano del trentennio più tumultuoso dell’Italia del XX secolo, molte di queste sono delle discrete e, perché no, delle ottime pellicole, altre rasentano il capolavoro. E’ il caso della “Grande Guerra”, di Mario Monicelli, con Vittorio Gassman e Alberto Sordi. Riconosciuto come uno dei massimi capolavori del cinema italiano “La Grande Guerra”(1959) è ispirato ad un racconto di Guy de Maupassant (“I due amici”) e rielaborato per il cinema da Age, Scarpelli e dal regista Mario Monicelli. Questo film contamina la tragedia storica con i moduli della commedia all’italiana dissacrando un tema- gli inutili massacri della Grande Guerra- fino ad allora tabù per il cinema nazionale. Nonostante la presenza di due grandi mattatori della comicità ( Sordi e Gassman, assolutamente memorabili, faranno incetta di riconoscimenti nazionali ed internazionali), l’andamento collettivo della storia permette di sbozzare una quantità di figurine memorabili- l’umano tenente interpretato da Romolo Valli, il soldato Bordin ( Folco Lulli), il siciliano Tiberio Murgia, l’esaltato sottotenente Loquenzi (Piero Valdemarin), e soprattutto la prostituta Costantina interpretata in maniera favolosa dalla grande Silvana Mangano- che riempiono il film di umorismo sarcastico ed equilibrano la retorica un pò patriottarda del finale tragico, ma eroico. In questo modo il tema più politico della “sporca guerra” finisce col perdere gran parte della sua virulenza, ma resta- e non è poco- un approccio non eroico al soggetto e il rifiuto di molti miti militari e patriottici, che allora sembravano intoccabili ( il produttore De Laurentiis subì infatti molte pressioni perché abbandonasse la produzione del film). Si intenda, quello di Monicelli non è però un film antipatriottico, bensì antiretorico, che cancellando l’alone di eroismo promosso attorno al conflitto della propaganda ne denuncia l’assurdità e la violenza, senza nulla togliere al sacrificio dei soldati mandati al fronte di una guerra in cui forse non si riconoscevano, ma che hanno comunque combattuto con valore, e di cui il film ricorda la sventura e celebra il cameratismo. E’ il 1916 e Oreste Jacovacci (Alberto Sordi) e Giovanni Busacca ( Vittorio Gassman) vengono arruolati e poi inviati al fronte lungo la linea del Piave. Tra disagi e pericoli i due diventano grandi amici; Giovanni si lega inoltre alla prostituta Costantina ( Silvana Mangano). Distaccatisi dalla loro squadra per una missione, i due riparano in un casolare dove vengono sorpresi dal nemico. Di fronte alla possibilità di aver salva la vita in cambio di informazioni, gli sventurati tentennano, finché l’arroganza dell’ufficiale austriaco li spinge a un orgoglioso rifiuto, venendo così giustiziati. Finisce la guerra, e il malcontento dilagante, che porta all’ascesa del fascismo, è subito intercettato da Dino Risi, con la sua ricostruzione storicamente ineccepibile, della celeberrima “Marcia su Roma”. Diretto deliziosamente dalla sapiente mano di Dino Risi, il film ripercorre esaustivamente uno degli avvenimenti che più hanno segnato la storia d’Italia dal primo dopoguerra ad oggi: la “marcia su Roma” del 1922. La storia di due poveracci che partecipano, illusi da facili promesse, alla marcia su Roma, fa da sfondo ad una riuscita attendibilità storica del film: le prime violenze, i primi scontri con i “rossi bolscevici” e soprattutto le responsabilità storiche di chi era chiamato a fermare ciò che poteva ancora essere fermato. I protagonisti del film sono Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, grandissimi amici nella vita, ed esemplari interpreti di questa pellicola ambiziosa che ripercorre un pezzo importante di storia patria. Il film accenna poi anche alla responsabilità degli intellettuali per l’avvento del fascismo tratteggiati nella figura del poeta dannunziano fascista che accompagna tutta la spedizione illustrandola con i suoi versi strampalati e altisonanti. Infine è ben mostrata l’opposizione dell’esercito che minaccia di spazzare via i fascisti e la definitiva responsabilità del re che dà il via libera alla presa del potere di Mussolini, illudendosi, come mostra l’ultima scena del film, che dopo aver eliminato la minaccia dei “sovversivi”, il regime possa essere in breve tempo sostituito dal ritorno di un governo liberale moderato. E poi nel 1938, con la visita di Adolf Hitler, in Italia, arrivano le discriminazioni razziali, antipasto dell’imminente seconda guerra mondiale. In questo contesto storico si inserisce “Una giornata particolare”, capolavoro del Maestro Ettore Scola, un film sublime nella capacità di mordere la realtà e la Storia, come nessun altro. Pochi o nessuno sono i film che come questo, senza essere un film di politica militante, hanno espresso mediante le immagini l’inganno sotteso alla farsa mussoliniana. La storia di una casalinga e del suo vicino di casa omosessuale, ormai prossimo al confino. Mastroianni e la Loren, sfuggendo ai loro soliti cliché, sfoderano un’interpretazione da applausi, da Oscar, e infatti Mastroianni otterrà la sua seconda nominations ad Hollywood, come miglior attore protagonista. La guerra poi inizia nel 1939, e tra una marea di morti e di inutili spargimenti di sangue, giunge nel caos in quel famigerato 8 settembre 1943, con l’armistizio firmato dal Generale Badoglio con le forze alleate. E’ un giorno positivo o negativo per la Storia d’Italia? Ancora si dibatte, certo fu un giorno di assoluto caos, le truppe disorientate non sapevano se continuare a combattere contro le forze alleate, o cambiare obiettivo e cacciare l’invasore nazista. “Tutti a casa”, del 1959, di Luigi Comencini, inquadra perfettamente il caos di quei giorni, attraverso l’interpretazione memorabile di Alberto Sordi, che veste i panni del sottotenente Alberto Innocenzi, il quale vede squagliarsi la sua compagnia e si mette in marcia verso casa. Visto deportare un compagno dai nazisti, dopo la fuga dal padre ( Eduardo De Filippo) che lo vorrebbe arruolato nell’ R.S.I., giunge a Napoli col soldato Ceccarelli ( Reggiani) decidendo da che parte stare e cominciando a sparare contro i tedeschi: sono le quattro giornate di Napoli, quelle dal 24 settembre al 28 settembre 1943, quella ribellione del popolo napoletano che portò alla liberazione della città partenopea. Aiutato da un Alberto Sordi a dir poco sublime, conciliando felicemente il tono umoristico con quello drammatico, Comencini contribuisce a spezzare il muro di silenzio calato negli anni ’50 sulla Resistenza, affrontando con efficacia, e ottima precisione storica, un momento cruciale della nostra storia, accuratamente ignorato dal cinema italiano fino a quel momento. Arriva, dunque il periodo in cui tutta l’Italia è in attesa dell’arrivo delle truppe Alleate, che significa Liberazione dall’oppressore nazi-fascista e la fine della guerra. Il sud-Italia viene già liberato all’alba del fatidico 8 settembre 1943. A Napoli la Liberazione avviene il 28 settembre di quello stesso anno, al termine delle storiche “Quattro giornate di Napoli”. A Roma gli Alleati sarebbero entrati solamente il 4 giugno del 1944, dopo una strenua resistenza tedesca lungo la linea di Gurov, o definita anche Caesar, posta nella zona poco sopra Anzio, dove avvenne lo storico sbarco, che insieme a quello di Norimberga, ha deciso l’esito della seconda guerra mondiale. La Liberazione significava commozione, democrazia, libertà, fu una gioia per tutti. Film come “Napoli milionaria”(1950), nato dalla penna artistica di Eduardo De Filippo, descrivono alla perfezione il sentimento di rinascita del popolo italiano. La voglia di ricostruire, la voglia di raccontare gli scempi della guerra, per costruire un mondo migliore per i propri figli. L’alba di un giorno nuovo, la speranza di una ricchezza d’animo e di una stima reciproca ormai persa. La speranza, il senso della commedia stessa è un messaggio che Eduardo, dapprima rivolge alla sua Napoli ma che poi varca il confine, arriva al mondo, a tutti coloro che hanno subìto e che aspettano che passi la notte. E poi arriva la Liberazione, la gioia della Liberazione e della ritrovata libertà. Momenti di storia patria commoventi, destinati a rimanere nella storia. Il film che meglio riesce a cogliere gli attimi di attesa che culminano nella gioia della Liberazione è “Il cambio della guardia”, splendido film del 1962, interpretato da Fernandel e Gino Cervi, reduci dal successo della serie di “Don Camillo e Peppone”. La pellicola tratta dal romanzo “Avanti la musica” di Charles Exbrayat, narra la storia di due amici, Mario e Attilio ( Gino Cervi e Fernandel) ai tempi dell’arrivo degli alleati a fine seconda guerra mondiale.Se nella saga di “Peppone e Don Camillo”, Cervi ha sempre fatto il comunista e Fernandel il prete cattolico, qui ad Ardea le cose si sono ribaltate. Cervi ha recitato la parte del gerarca fascista e Fernandel dell’antifacista. Nella coproduzione italo-francese – filmata sulla rocca della città – il podestà di Ardea, Mario Vinicio ( Cervi), dà i poteri a un antifascista, Attilio Cappellaro ( Fernandel),tanto i loro due figli stanno per sposarsi e tutto rimane dunque in famiglia. Ma sorgono degli inconvenienti, perché gli americani tardano ad arrivare e i gerarchi fascisti mettono loro i bastoni tra le ruote. A fine film, finalmente arrivano le truppe alleate e la commedia si chiude con la commozione della Liberazione tanto auspicata. La coppia Fernandel-Cervi dimostra di funzionare e di convincere, anche al di là dei loro personaggi più celebri, considerato che il film è una commedia popolare molto pungente, e riflette la moda dei film storici dell’epoca ambientati nella seconda guerra mondiale o poco dopo. “Il cambio della guardia” è una commedia spiritosa, ottimamente scritta e interpretata, ineccepibile storicamente e non priva di mordente; e certe piccole cadute nella farsa non bastano a comprometterne il tono medio, che è quello di una comicità seria e comunque dal fondo amaro. Per cui appare ingiusta la dimenticanza in cui il film è caduto, specie se confrontata all’esaltazione di certi contemporanei film seri d’argomento fascista, francamente inferiori. Ma si sa: prendere le cose serie sul ridere non è mai stata una peculiarità dell’intellighenzia italiana, molto più portata a prendere le cose ridicole sul serio. La scelta di ambientare e girare il film ad Ardea non è stata casuale, considerato che la cittadina è posta tra Anzio e Roma e attraverso di essa passava la linea Caesar, l’ultima linea difensiva tedesca prima della Capitale. Grande successo di pubblico, per un film da riscoprire ed una coppia da esaltare. La guerra poi finisce, ma c’è un’Italia tutta da ricostruire, che vede, faticosamente, la luce in fondo al tunnel. Per capire questo contesto storico, strepitoso è l’amaro affresco dell’Italia del secondo dopoguerra, del Maestro Pupi Avati, “La seconda notte di nozze”(2005). Avati, splendido direttore d’attori, mette insieme un trio di protagonisti tanto bizzarro, quanto sorprendentemente efficace: Neri Marcorè, che offre al suo personaggio tratti di luciferina cialtronaggine; Katia Ricciarelli, al suo debutto d’attrice, che colpisce per misura e naturalezza; ma soprattutto la commovente interpretazione di Antonio Albanese, nei panni del tenero personaggio di Giuliano, possidente del sud appena uscito dal manicomio. Un’idiota dai tratti quasi pirandelliani che nella sua ingenuità assume su di sé parte del senso della vita di un’Italia che usciva dalla Seconda Guerra Mondiale e cercava (con forza ma senza troppo illudersi) una “pulizia” interiore. Antonio Albanese regala al regista un’interpretazione tanto trattenuta quanto intensa, capace di toccare le corde della poesia e della commozione senza cadere nel patetico. La dimostrazione della grande sensibilità interpretativa dell’attore, nonchè della capacità più unica che rara di vestire una parte così difficile e intensa al tempo stesso. Un film avventuroso, elegiaco e bello che con delicatezza malinconica capovolge le idee convenzionali e dice cose dure, anche se non originali: che l’essere umano può diventare abietto, quando è affamato o alimentato da pregiudizi. Almeno un accenno meritano infine, “Mediterraneo”(1991) e “La vita è bella”(1997), rispettivamente di Gabriele Salvatores e Roberto Benigni, premi Oscar ad Hollywood. Due storie differenti, ma ugualmente struggenti degli scempi della seconda guerra mondiale. Se nel secondo a tirare le redini di tutto, c’è il Benigni attore, nel primo film c’è un intenso Diego Abatantuono, nel ruolo più importante della sua carriera. In particolare quello della “Vita è bella” è un ritratto meraviglioso di un padre e di un figlio piccolo, al quale cerca in tutti i modi di tener nascosto al figlio le assurde e terribili atrocità dei campi di concentramento e dei nazisti.

foto 18- Cinema e storia
Da “La Grande Guerra”(1959), di Mario Monicelli, i soldati interpretati da Sordi e Gassman, che si renderanno protagonisti di un’impresa eroica.
La marcia su Roma (1962)
La locandina del capolavoro di Dino Risi, “La marcia su Roma”(1962), con Gassman e Tognazzi, camicie nere della prima ora.
foto 19- Cinema e storia
Sophia Loren e Marcello Mastroianni sublimi nel film “Una giornata particolare”(1978), strepitoso affresco del Maestro Ettore Scola, sull’Italia fascista alle soglie della seconda guerra mondiale.
foto 28- cinema e storia
“Tutti a casa”(1960): un Sordi d’eccezione per una delle più belle commedie all’italiana, che affronta con efficacia un momento cruciale della nostra storia, l’8 settembre 1943 e tutto ciò che ne venne immediatamente dopo.
napoli milionaria
Eduardo De Filippo e Leda Gloria nella versione cinematografica della commedia “Napoli milionaria”, datata 1950.
il cambio della guardia- film
Fernandel e Gino Cervi nel film “Il cambio della guardia”(1962), il secondo dei due film in coppia in cui non interpretano i ruoli di Don Camillo e di Peppone. Una commedia molto riuscita atta a dimostrare come la coppia funzionasse anche al di là dei loro personaggi più famosi.
la seconda notte di nozze
Magistrale interpretazione di Antonio Albanese, per il Maestro Pupi Avati nel film “La seconda notte di nozze” (2005): è il fragile e ingenuo Giordano che aiuta i contadini disinnescando gli ordigni inesplosi della seconda Guerra Mondiale.
meniter 21
Il cast del premio Oscar, “Mediterraneo”(1991), di Gabriele Salvatores. Vi si riconoscono Diego Abatantuono, Ugo Conti e Claudio Bisio.
foto 29- cinema e storia
Roberto Benigni e il suo capolavoro epocale, “La vita è bella”(1997), vincitore di tre premi Oscar. Il ritratto struggente di un padre e di un figlio piccolo, al quale cerca in tutti i modi di tener nascosto al figlio le assurde e terribili atrocità dei campi di concentramento e dei nazisti. Chapeau, capolavoro assoluto.

C’eravamo tanto amati (1974): il testamento artistico di un’epoca

“C’eravamo tanto amati”(1974), rappresenta l’ultimo grande capitolo della commedia all’italiana, diretto dal Maestro Ettore Scola, qui al suo meglio, il film compone l’affresco agrodolce di trent’anni di storia italiana, dalla Seconda guerra mondiale agli anni ’70. Il capolavoro di Ettore Scola, a ragione ritenuto tra i dieci film italiani più belli di sempre, possiede un’amarezza di fondo e una forza evocativa ancora oggi di grandissimo effetto, con un impeccabile meccanismo a orologeria che intreccia le storie dei protagonisti a una serie di scene da antologia ( il portantino Manfredi che ritrova la Sandrelli sul set della “Dolce vita”; sempre Antonio che scambia Gianni per un posteggiatore a Piazza del Popolo). La pellicola possiede poi, un’amarezza di fondo e una forza evocativa ancora oggi di grande effetto. E in questo modo, mettendo al centro del film il tema del Tempo che scorre, l’intreccio narrativo permette di osservare con più emozione che amarezza i tanti ideali traditi che attraversano la storia d’Italia. Il cast è poi, eccezionale, dal quartetto di protagonisti formato da Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefania Sandrelli e Stefano Satta Flores; ad uno strepitoso Aldo Fabrizi, qui al suo ultimo film, e ad una malinconica Giovanna Ralli. Fascino e carisma da film d’autore, sorretto dai più grandi protagonisti della commedia all’italiana, “C’eravamo tanto amati”, è un film che parla al cuore degli italiani, che scava dentro la storia del nostro paese, tirandone fuori un ritratto sublime, impegnato, intelligente e commovente della società italiana degli anni ’70. Anni di crisi, di tramonto dei grandi ideali che hanno contraddistinto i decenni precedenti, propedeutico all’ubriacatura individualistica degli anni 80. Capolavoro assoluto del nostro cinema. Da custodire come un diamante prezioso. Dedicato a Vittorio De Sica, morto proprio mentre si stava girando il film. Lo sketch qui proposto, è quello della reunion, dopo vari anni dei quattro amici, di fronte ad un istituto scolastico, sulle note di “E io ero Sandokan”, patriottica musica del maestro Armando Trovajoli.

foto 20- Cinema e storia
Stefano Satta Flores, Vittorio Gassman e Nino Manfredi, nel testamento artistico di un’intera generazione, quella del boom economico, nel più bel film del Maestro Ettore Scola, “C’eravamo tanto amati”(1974).

Fantasy e Macchina del tempo: l’ibrido curioso di “E’ già ieri”(2004), con Antonio Albanese.

Ipotizziamo che la Macchina del tempo ci si rompa e rimanessimo intrappolati sempre nello stesso giorno. Che faremmo? Come ci comporteremmo? Ce lo spiegano il regista Giulio Manfredonia e l’attore Antonio Albanese nel film “E’ già ieri”. Bislacco, surreale, originale, ma anche romantico al punto giusto, il film, opera seconda del regista Giulio Manfredonia è il rifacimento di un film americano di dieci anni prima: Ricomincio da capo con Bill Murray. Caso più unico che raro, di remake al contrario, ovvero una produzione italiana che rifà un classico americano, E’ già ieri, è la storia del viaggio nelle Canarie di un antipatico etologo tv( Antonio Albanese), accompagnato da un timido cameraman ( Fabio De Luigi ), che resta intrappolato nel tempo, e a ogni risveglio rivive sempre la stessa giornata, ovvero il 13 agosto. Grazie ad una riflessione interiore, che gli farà cambiare atteggiamento verso gli altri, e all’amore di un’etologa dell’isola ( Goya Toledo, l’unica che crederà alla sua storia ), l’incantesimo finalmente si romperà. Ma ciò che risalta maggiormente all’occhio è l’interpretazione di Antonio Albanese, quì davvero eccezionale, che passa con maestria unica da atteggiamenti severi a quelli comici per poi diventare drammatico o tremendamente sarcastico nel tempo di una sola battuta, come solo i grandi attori sanno fare. Il tunnel spazio-temporale nel quale rimane intrappolato Albanese, non c’è che dire, tiene desta l’attenzione di un film, che merita di essere visto, e che segna addirittura un punto di vantaggio rispetto all’originale americano, grazie anche alla mossa registica di incattivire la pellicola, estendendo un pò a tutti i personaggi quel cinismo che nel prototipo era appannaggio del solo protagonista.

foto 22- Cinema e storia
Lo splendido “E’ già ieri”(2004), di Giulio Manfredonia. Una scena con Antonio Albanese, sensibile e geniale protagonista, mentre è alle prese con una curiosa cicogna nelle Canarie.

• Bibliografia

• Ulisse (1954), di Mario Camerini
• Maciste contro Ercole nella valle dei guai (1962), di Mario Mattoli
• Adamo ed Eva (1950), di Mario Mattoli
• Giove in doppiopetto (1955), di Daniele D’Anza e Carlo Dapporto
• Il Vangelo secondo Matteo (1964), di Pier Paolo Pasolini
• Satyricon (1968), di Gian Luigi Polidoro
• Fellini Satyricon (1969), di Federico Fellini
• Cleopatra (1963), di Joseph Mankiewicz
• Due notti con Cleopatra (1954), di Mario Mattoli
• Mio figlio Nerone (1956), di Steno
• O.K. Nerone (1951), di Mario Soldati
• I baccanali di Tiberio (1959), di Giorgio Simonelli
• Scipione detto anche l’Africano (1971), di Luigi Magni
• Secondo Ponzio Pilato (1988), di Luigi Magni
• Il pirata sono io!(1941), di Mario Mattoli
• Alvaro piuttosto corsaro (1954), di Camillo Mastrocinque
• Totò contro il Pirata Nero (1964), di Fernando Cerchio
• Don Chisciotte e Sancio Panza (1967), di Giovanni Grimaldi
• Decameron (1971), di Pier Paolo Pasolini
• Le piacevoli notti (1966), di Luciano Lucignani
• Non ci resta che piangere (1984), di Massimo Troisi e Roberto Benigni
• I due crociati (1968), di Marcello Ciorciolini
• L’Armata Brancaleone (1966), di Mario Monicelli

• Il soldato di ventura (1976), di Pasquale Festa Campanile

• Il prode Anselmo e il suo scudiero (1972), di Bruno Corbucci

• Io, Amleto (1952), di Giorgio Simonelli

Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno (1984), di Mario Monicelli

• Boccaccio (1972), di Bruno Corbucci
• Per un pugno di dollari (1964), di Sergio Leone
• Per qualche dollaro in piu (1965), di Sergio Leone
• Il buono, il brutto, il cretino (1966), di Sergio Leone
• C’era una volta il west (1968), di Sergio Leone
• Lo chiamavano Trinità(1969), di Enzo Barboni
• Continuavano a chiamarlo Trinità(1971), di Enzo Barboni
• Il marchese del Grillo (1981), di Mario Monicelli
• Nell’anno del Signore (1969), di Luigi Magni

• I tromboni di Fra Diavolo (1962), di Giorgio Simonelli
• Il gattopardo (1964), di Luchino Visconti
• Policarpo, ufficiale di scrittura (1959), di Mario Soldati

• La giara, da Kaos (1984), di Paolo e Vittorio Taviani
• La Grande Guerra (1959), di Mario Monicelli
• La marcia su Roma (1962), di Dino Risi
• Una giornata particolare (1977), di Ettore Scola
• Tutti a casa (1959), di Luigi Comencini

• Il cambio della guardia (1962), di Giorgio Bianchi

•Napoli milionaria (1950), di Eduardo De Filippo
• La seconda notte di nozze (2005), di Pupi Avati
• Mediterraneo (1991), di Gabriele Salvatores
• La vita è bella (1997), di Roberto Benigni
• C’eravamo tanto amati (1974), di Ettore Scola
• E’ già ieri! (2004), di Giulio Manfredonia

Domenico Palattella

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