Antonio Albanese, dal comico al drammatico: il più grande talento del cinema italiano moderno.

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Nato come attore comico, Antonio Albanese nel corso della sua carriera cinematografica, ha lastricato la sua vita professionale di caricature graffianti o ingenue, diventando un tutt’uno coi suoi personaggi comici, ma capace anche, di cesellare memorabili interpretazioni drammatiche e malinconiche, come nessun altro nel cinema italiano moderno. Le sue interpretazioni sono sempre saldamente ancorate alla realtà sociale dei tempi nostri: il volto “moderno” e “attuale” della commedia all’italiana.

Antonio Albanese, classe 1964, è ad oggi uno degli attori italiani più apprezzati della cinematografia italiana contemporanea. Vuoi per il suo indubbio talento poliedrico, capace di spaziare dal comico al drammatico, sempre con risultati memorabili; vuoi per la sua duttilità interpretativa, per la sua umanità e per la stima incondizionata che Albanese gode nell’ambiente cinematografico. Ha lavorato con i più importanti registi “impegnati” del cinema italiano attuale: Carlo Mazzacurati, Pupi Avati, Giovanni Veronesi, Silvio Soldini, Francesca Archibugi, Gianni Amelio. Molto apprezzato dalla critica, anche per aver sempre rifiutato di partecipare ai cosiddetti “cinepanettoni”, dimostrando di voler puntare ad un tipo di cinema più “alto” e personale, anche quando si immerge in pellicole spiccatamente comiche, e in cui fuoriesce il lato più surreale e paradossale della sua maschera. Attore dai mille volti, la luminosa carriera di Antonio Albanese, celebrata da televisione, cinema e teatro, è quanto di meglio un artista italiano potrebbe chiedere. Ma il merito va tutto allo straordinario sodalizio con la comicità che sembra aver scelto il suo volto per esprimersi in tutta la sua allegria. E’ stato inventore e interprete di personaggi strampalati e paradossali, spesso riproposti anche sul grande schermo: il gentile Epifanio nel film “Uomo d’acqua dolce”(1997), l’ingegner Ivo Perego nel film “La fame e la sete”(1999), il telecronista-ballerino pugliese Frengo, riproposto nel film “Tutto tutto niente niente”(2012); e soprattutto il paradossale politico calabrese corrotto, Cetto La Qualunque, protagonista della dissacrante pellicola “Qualunquemente”(2011) e del suo seguito “Tutto tutto niente niente”(2012). Alternando sempre la carriera teatrale a quella cinematografica, Antonio Albanese fa il suo esordio nel cinema nel 1993, in una piccola parte nel film di Silvio Soldini, “Un’anima divisa in due”, accanto a Fabrizio Bentivoglio e Renato Scarpa. Di saldi valori familiari, Albanese vive ormai da anni a Bologna con la moglie e la figlia, il suo “vero” debutto cinematografico è datato 1996, con “Vesna va veloce”, diretto da Carlo Mazzacurati, in una storia d’amore romantica tra un’ex prostituta e un operaio solo e malinconico. Un film di miraggi e solitudini raccontato sottotono, con rispetto e attenzione alle sfumature e ai volti. Straordinario e sorprendente Antonio Albanese,nel primo ruolo drammatico della sua carriera, in particolare la critica specializzata definisce così la sua interpretazione: “Albanese, poi, è tanto più sorprendente quanto più si era abituati a vederlo in ruoli comici sul piccolo schermo”. E’ dunque, l’inizio di una sfolgorante carriera cinematografica, che consta di 16 pellicole interpretate nell’arco di vent’anni, sempre in parti da protagonista o co-protagonista, eccetto “La sedia della felicità”(2013), in cui è nel film in regime di partecipazione straordinaria.

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Il sorprendente debutto cinematografico di Antonio Albanese, nella romantica storia d’amore del film “Vesna va veloce”(1996), di Carlo Mazzacurati. Qui, con l’attrice russa Teresa Zajikova.

1. I primi film: tra comico e drammatico (1996-1999)

Dopo la prima esperienza drammatica, che gli valse le nominations sia ai David che ai Nastri d’argento come miglior attore protagonista, i primi film di Albanese sono un campo nel quale dar vita a gag esilaranti delle quali i suoi personaggi sono i protagonisti principali. In seguito realizza un cinema più d’autore, senza ignorare le caratteristiche della sua comicità. Nel 1997 Albanese è nelle sale con il suo primo film da regista, “Uomo d’acqua dolce”, e ancora una volta sorprende pubblico e critica. E’ la storia di un uomo timido e gentile, che un giorno, andando a comprare un vasetto di funghi alla moglie, prende un colpo in testa, perde la memoria e torna dopo cinque anni. Naturalmente tutto è cambiato e tutto va recuperato, a cominciare dalla moglie che si è messa con un altro. Antonio Albanese dimostra di avere ironia e intelligenza percorrendo vie “stranamente nuove”, e proponendo una comicità surreale e grottesca. Costruisce un personaggio che ha la forza di “bucare” lo schermo, specie di Harry Langdon dei tempi nostri, poetico minimalista strapazzato dalla cattiveria del mondo. Questo ottimo debutto cinematografico, viene dunque notato dai fratelli Paolo e Vittorio Taviani, che hanno in mente di portare al cinema, un remake del loro successo di 14 anni prima, quel “Kaos”, ispirato alle novelle di Luigi Pirandello, che ottenne applausi scroscianti a Venezia. Il film è intitolato “Tu ridi”, diviso in due episodi, per il primo dei quali ( che peraltro porta il nome stesso del titolo del film ), i fratelli Taviani vogliono fortemente la presenza di Antonio Albanese.Il titolo pirandelliano “Tu ridi”, bello e strano, potrebbe suonare come un avvertimento all’Italia commediante, inguaiata e ridanciana, ed è liberamente tratta dalle novelle di Luigi Pirandello, come annunciano i titoli di testa. E andando a ripercorrere i sei volumi delle Novelle per un anno ci si renderà conto che quel “liberamente” è questa volta più che mai vero: impossibile identificare con precisione le novelle da cui sono tratte le storie che compongono Tu ridi, e che sono derivate piuttosto da un’ispirazione e da una problematica pirandelliana nutrita di centoni e di episodi diversi. La musica di Rossini, l’azzurro del mare, il volto di una donna (la solare Sabrina Ferilli): tre motivi per vivere, che appaiono insieme, come per miracolo, a Felice (Antonio Albanese), il protagonista del primo episodio (Felice, appunto). Ma, a dispetto del suo nome, l’uomo è il ritratto stesso dell’infelicità. Anzi, è al capolinea della sua esistenza, perché ha già deciso fermamente di togliersi la vita, proprio il giorno in cui il destino gli fa balenare davanti agli occhi gioie inedite. Questo ruolo così complesso, pieno di sfumature drammatiche e psicologiche, è disegnato deliziosamente da Antonio Albanese, che dimostra, una volta per tutte, la sua profondità di attore a tutto campo, capace di spaziare tra il comico e il drammatico sempre in maniera molto efficace, la cifra insomma su cui si basa e si baserà il suo lavoro di attore con la A maiuscola.

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Albanese recita per i fratelli Taviani in “Tu ridi” (1998), il suo primo film d’autore. Interpreta Felice, cantante fallito tutt’altro che felice che però nel sonno ride. Deciso al suicidio, nel suo ultimo giorno incontra l’amica corista Nora, interpretata da Sabrina Ferilli.

E in ossequio alla sua poliedricità di attore, Antonio Albanese, l’anno successivo, torna alla regia e torna anche ad un film dichiaratamente comico.“La fame e la sete”(1999), compie un altro step alla carriera cinematografica di Albanese. L’opera seconda di Antonio Albanese ( forse la più pazza e surreale del cinema italiano moderno ), ispirata alla commedia teatrale “Giù al nord”, che lo stesso Albanese ha portato al successo nei teatri di tutta Italia, narra di tre figli che si rincontrano, entrambi provenienti da tre realtà diverse. Alex vive in Sicilia ed è un nulla facente; Ivo (in realtà Salvatore) che vive e lavora al nord, tornerà al sud pieno di odio nei confronti dei “sudisti”; Pacifico insegna invece, latino e sembra il più ingenuo dei tre fratelli, in realtà è il personaggio più furbo, che riesce a scampare ai problemi di una famiglia che lo ha dimenticato. Albanese interpreta con un pizzico di stereotipismo, le tre mentalità italiane: dell’uomo del sud, del nord e dell’uomo colto. Una comicità intelligente che fà riflettere sul “dramma” della concezione dell’uomo nelle varie mentalità italiane. Per portare poi, il film sulla retta via, si serve della spiritosa sceneggiatura di Vincenzo Cerami, e di tre suoi personaggi, che aveva già portato al successo in tv e in teatro: il fotografo siciliano Alex Drastico, l’industriale trapiantato al nord Ivo Perego; e il timido Pacifico, intellettuale di sinistra. Nell’interpretare il film, al di là della riuscita o meno della pellicola, quello che è rilevante è la tripla interpretazione di Albanese, che in questo ha dei rari, ma illustri precedenti: il Totò di “Totò terzo uomo”(1951) e il Walter Chiari di “Walter e i suoi cugini”(1961). Il triplo ruolo in un solo film, aiutato magari soltanto da un neo ( come accade a Totò), o da un paio di occhiali ( come accade a Walter Chiari ), o da una capigliatura differente (  come accade ad Antonio Albanese ), è un esercizio interpretativo, prima che comico, di estrema difficoltà, che solo i veri grandi attori sanno sostenere senza perdere efficacia, o cadere nella macchietta. Peraltro Antonio Albanese, utilizzando sempre le sue maschere comiche, tornerà ad un triplo ruolo nel 2012, con il suo “Tutto tutto niente niente”, interpretando quì il politico calabrese Cetto La Qualunque, il ballerino pugliese Frengo e il leghista Rodolfo Favaretto. Ormai pronto al grande salto nel cinema d’autore, per Antonio Albanese, si aprono le porte degli anni 2000, con tante proposte cinematografiche interessanti e l’attenzione da parte dei migliori autori del nostro panorama cinematografico.

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Antonio Albanese dirige Antonio Albanese in “La fame e la sete” (1999) e lo divide in tre fratelli: il fannullone e ignorante Alex Drastico, l’industriale emigrato al nord avaro e razzista Ivo Perego, il docente di latino dimenticato da tutti Pacifico. One man show di un’ora e mezza con Albanese che si sdoppia in un triplo ruolo senza perdere efficacia comica: chapeau!

2. Il cinema d’autore di Antonio Albanese negli anni 2000 (2000-2009)

Dopo le prime sortite nel cinema italiano d’autore, con “Vesna va veloce”, di Carlo Mazzacurati e “Tu ridi”, dei fratelli Taviani, Albanese prende coscienza dunque, del suo talento di attore a tutto tondo, senza però tralasciare il genere comico. La sua cifra interpretativa è sempre basata su uno stile malinconico, surreale e grottesco, sia quando è impegnato in ruoli drammatici, sia quando si apre in squarci di devastante comicità. Alcune sue interpretazioni toccano le corde della poesia, ma sono anche saldamente ancorate alla realtà sociale degli anni 2000: è una sorta di “Charlot dei tempi moderni” nell’Intrepido; è un ingenuo saggio nell’affresco di Pupi Avati sull’Italia del secondo dopoguerra, La seconda notte di nozze; è interprete, con l’amico e collega Sergio Rubini, di una coppia omosessuale che deve combattere contro la diffidenza e l’ostracismo della gente del sud, perché vuole sposarsi in Spagna, nell’episodio Il matrimonio, del film Manuale d’amore 2; è splendido con Margherita Buy in Giorni e nuvole, alle prese con la crisi economica di una famiglia perbene; commuove al fianco di Kim Rossi Stuart nel film di Francesca Archibugi, Questione di cuore; e nel remake dichiarato di Ricomincio da capo, intitolato E’ già ieri…, addirittura rimane intrappolato in un paradosso spazio-temporale, nel ripetersi sempre dello stesso giorno. Con La lingua del santo(2000), ancora diretto da Carlo Mazzacurati, per Antonio Albanese si aprono le porte di un altro tipo di cinema, quello in cui la satira sociale si fonde al film d’autore, e ad una sceneggiatura più curata e più “alta” dei lavori precedenti. E La lingua del santo diventa veramente un film da ricordare. Un film che ci riporta indietro di anni, alla commedia all’italiana, un film che sa coniugare al meglio gli aspetti nobili della commedia italiana: far ridere e far riflettere. Con La Lingua del santo Mazzacurati ci dimostra come si possa fare cinema in Italia a partire dalla tradizione ma guardando in avanti. La commedia? C’è: sia nel ritratto della provincia veneta, che nei volti dei due protagonisti, Willy/Fabrizio Bentivoglio e Antonio/Antonio Albanese. La comicità amara di tanto cinema italiano passato? C’è pure quella: in Italia non siamo mai riusciti a riderci addosso senza (anche) piangerci addosso. Il tutto si fonde bene perchè ci sono due nuovi elementi, sempre più presenti nel (futuro del) cinema italiano d’oggi: il gusto del grottesco e la voglia di comunicare sentimenti autentici, senza più nascondersi dietro le maschere di tanti passati cliché. Ed allora il road-car&bike-movie che i due protagonisti effettuano a partire dalla città di Padova, per poi finire nella collina veneta, ed infine nella laguna veneziana ci racconta sia il contesto fuori che quello dentro. Che è condensato nei volti di due simpatici falliti che, fra un furtarello e l’altro, un giorno si trovano quasi per caso a rubare un’importante reliquia, la lingua del santo. Un film che sa scavare nell’animo dei protagonisti, specie di Soliti ignoti del duemila, Antonio e Willy (Antonio Albanese e Fabrizio Bentivogliio) hanno in comune la condizione di sconfitti e di ladruncoli di piccolo cabotaggio. Come ne I soliti ignoti del 1958 cercano un colpo che li sistemi per un po’, ma al solito il destino decide diversamente (invece della pasta e ceci del passato, il bottino, la reliquia di S. Antonio da Padova, si rivela ingombrante in tutti i sensi). Il parallelo con il film di Monicelli non è casuale, perché Mazzacurati ha tratto ispirazione dalla storica commedia all’italiana, per costruire un film agrodolce – un po’ avventura e un po’ favola – sempre mantenendo un perfetto equilibrio fra momenti leggeri e sottolineature drammatiche. Presentato in concorso al festival di Venezia, il film venne lodato e ottenne un quarto d’ora di applausi ininterrotti alla sua prima proiezione.

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“La lingua del santo”(2000): la storia di due ladruncoli che rubano la reliquia di Sant’Antonio. Non riusciranno a trattare il riscatto, ma ritroveranno se stessi, restituendo la refurtiva. Riuscita l’accoppiata Antonio Albanese/ Fabrizio Bentivoglio.

Due anni dopo Antonio Albanese torna nelle sale, con la sua terza creatura da regista, Il nostro matrimonio è in crisi, una commedia che sembra però più rigida dei precedenti. L’idea, per carità, è simpatica, una coppia di sposi va in crisi a poche ore dal matrimonio e la donna cerca di ritrovare una propria identità in una comune da ricchi. Lui la segue, decidendo di accettare tutte le follie di un posto assurdo in cui l’unico che trova l’identità è il farabutto che lo gestisce. Alla fine tutti vissero felici e contenti, tranne il santone che finisce in galera. Ciò che manca è lo spazio al brio surreale dell’Antonio Albanese-attore: il suo personaggio fa divertire, certo, ma è troppo costretto da una sceneggiatura rigida, che non gli dà modo di esprimere tutto il suo funambolico estro. Va meglio, anzi decisamente meglio, con il successivo E’ gia ieri(2004), che rimane ad oggi, uno dei migliori film con Antonio Albanese. Bislacco, surreale, originale, ma anche romantico al punto giusto, il film, opera seconda del regista Giulio Manfredonia è il rifacimento di un film americano di dieci anni prima: Ricomincio da capo con Bill Murray. Caso più unico che raro, di remake al contrario, ovvero una produzione italiana che rifà un classico americano, E’ già ieri, è la storia del viaggio nelle Canarie di un antipatico etologo tv( Antonio Albanese), accompagnato da un timido cameraman ( Fabio De Luigi ), che resta intrappolato nel tempo, e a ogni risveglio rivive sempre la stessa giornata, ovvero il 13 agosto. Grazie ad una riflessione interiore, che gli farà cambiare atteggiamento verso gli altri, e all’amore di un’etologa dell’isola ( Goya Toledo, l’unica che crederà alla sua storia ), l’incantesimo finalmente si romperà. Ma ciò che risalta maggiormente all’occhio è l’interpretazione di Antonio Albanese, quì davvero eccezionale, che passa con maestria unica da atteggiamenti severi a quelli comici per poi diventare drammatico o tremendamente sarcastico nel tempo di una sola battuta, come solo i grandi attori sanno fare. Il tunnel spazio-temporale nel quale rimane intrappolato Albanese, non c’è che dire, tiene desta l’attenzione di un film, che merita di essere visto, e che segna addirittura un punto di vantaggio rispetto all’originale americano, grazie anche alla mossa registica di incattivire la pellicola, estendendo un pò a tutti i personaggi quel cinismo che nel prototipo era appannaggio del solo protagonista.

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Un servizio sulle cicogne nelle Canarie dà il là al paradosso spazio-temporale che vive Antonio Albanese nel film “E’ già ieri”(2004), affascinante pellicola che rasenta il capolavoro. Fabio De Luigi ottima spalla, Goya Toledo bellissima.

Ormai saldamente protagonista del cinema d’autore, Antonio Albanese è contattato addirittura dal Maestro Pupi Avati, che ha l’intenzione di costruire una commedia agro-dolce, sulle sue doti interpretative, e lo scrittura per il suo amaro affresco dell’Italia meridionale del secondo dopoguerra, nel film La seconda notte di nozze(2005). Il film di Pupi Avati, presentato in concorso nel 2005 a Venezia, avrebbe meritato il Leone d’oro, per la sua delicatezza dei percorsi della memoria, e per quelle note sottili e ripiegate della malinconia, dosate al punto giusto. Avati, splendido direttore d’attori, mette insieme un trio di protagonisti tanto bizzarro, quanto sorprendentemente efficace: Neri Marcorè, che offre al suo personaggio tratti di luciferina cialtronaggine; Katia Ricciarelli, al suo debutto d’attrice, che colpisce per misura e naturalezza; ma soprattutto la commovente interpretazione di Antonio Albanese, nei panni del tenero personaggio di Giuliano, possidente del sud appena uscito dal manicomio. Un’idiota dai tratti quasi pirandelliani che nella sua ingenuità assume su di sé parte del senso della vita di un’Italia che usciva dalla Seconda Guerra Mondiale e cercava (con forza ma senza troppo illudersi) una “pulizia” interiore. Antonio Albanese regala al regista un’interpretazione tanto trattenuta quanto intensa, capace di toccare le corde della poesia e della commozione senza cadere nel patetico. La dimostrazione della grande sensibilità interpretativa dell’attore, nonchè della capacità più unica che rara di vestire una parte così difficile e intensa al tempo stesso. Un film avventuroso, elegiaco e bello che con delicatezza malinconica capovolge le idee convenzionali e dice cose dure, anche se non originali: che l’essere umano può diventare abietto, quando è affamato o alimentato da pregiudizi. Nomination ai David di Donatello per Antonio Albanese come miglior attore protagonista, il film ebbe anche un grande successo di pubblico e critica.

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Magistrale interpretazione di Antonio Albanese, per il Maestro Pupi Avati nel film “La seconda notte di nozze” (2005): è il fragile e ingenuo Giordano che aiuta i contadini disinnescando gli ordigni inesplosi della seconda Guerra Mondiale.

Arriva poi, il 2007, l’anno di altri due film e di altre due interpretazioni memorabili. Manuale d’amore 2 (capitoli successivi), di Giovanni Veronesi, è suddiviso in 4 episodi che hanno come argomento principale vari aspetti dell’amore. Un ragazzo semiparalizzato per un incidente (Riccardo Scamarcio) e la bella fisioterapista (Monica Bellucci), una giovane coppia (Barbora Bobulova e Fabio Volo) che si affida alla fecondazione assistita per avere un figlio, due gay (Sergio Rubini e Antonio Albanese) che decidono di sposarsi tra mille complicazioni, un uomo (Carlo Verdone) nel pieno della maturità che si innamora di una giovane spagnola (Elsa Pataky). Queste sono le quattro storie introdotte dal Dj Claudio Bisio che si limita a dare il la al fluire dell’amore.
Come tutti i successi cinematografici che si rispettano, Manuale d’amore era destinato ad avere un seguito (sembra che nella mente del regista siano 5 i capitoli complessivi), e come spesso accade ci si aspettava una fotocopia del precedente con qualche cambiamento nel cast per rinnovare l’interesse del pubblico. Giovanni Veronesi, in questo caso, ha sorpreso tutti, perchè se è vero che il primo episodio, il più debole, asserve il lancio pubblicitario per l’incontro d’amore fra Scamarcio e la Bellucci, gli altri tre episodi confermano una rinascita della commedia italiana che non si esprime solo attraverso macchiette e stereotipi. Le riflessioni sull’amore, sui modi di esprimerlo, sui modi di viverlo, sui modi di tradirlo, sono più profonde, i personaggi più dettagliati, creando un equilibrio fra comicità e vita vissuta. Terribilmente attuale l’episodio “Il matrimonio” con Albanese e Rubini, perfetti e profondi nelle vesti di due omosessuali, intenso e vero, sia nelle interpretazioni (non troppo caricate) che nei dialoghi, è il manifesto e la vera ragion d’essere di questo film che dimostra come sia ancora possibile far rivivere la nostra commedia con risate intelligenti, raccontando il sentimento che più ci appartiene, e che sfugge alle regole di ogni manuale. Strepitoso successo di pubblico, con quasi 20 milioni di euro incassati. L’anno memorabilis di Antonio Albanese, prosegue con Giorni e nuvole, diretto da Silvio Soldini ed interpretato in coppia con Margherita Buy. La storia di Elsa e Michele, una coppia colta e benestante. Dopo che Elsa lascia il lavoro per laurearsi in storia dell’arte, Michele confessa di non lavorare da due mesi e di essere stato estromesso dalla società che lui stesso aveva creato anni prima. Quando il Michele di Albanese perde il lavoro entra perciò in un tempo dell’attesa e dell’introspezione. Incapace di ri-organizzarsi la vita senza i ritmi dell’azienda, il protagonista vive una progressiva perdita di definizione. Michele appartiene alla borghesia alta e intellettuale, una classe che ha fatto del lavoro la misura di ogni cosa e la fonte della propria identità. Elsa, abituata a riflettersi nel lavoro del marito e a godere del prestigio sociale e delle opportunità (laurearsi e fare senza compenso la restauratrice) della loro condizione, trova uno, due, tre lavori per provare a rientrare nella “normalità” da cui sono usciti. I due protagonisti sono avvolti da un velo di sofferenza non detta, da una cortina impenetrabile che rende inutile qualsiasi contatto umano. Capiranno insieme, distesi a contemplare l’affresco del Boniforti, che è l’amore (e non il lavoro) a “produrre” valore e realizzazione personale. Giorni e nuvole è un’altra storia molto aderente alla realtà, che con pudore e senza furbizie va alla ricerca dell’anima profonda di una società, quella italiana, allo sbando, e lo fa servendosi di Antonio Albanese e di Margherita Buy, una coppia forte e intelligente che onora il cinema italiano, descritti come “eccellenti nel recitare con gli occhi e con tutto il corpo”. Il film di Soldini affronta due temi: l’amore coniugale, arduo da narrare anche in letteratura, e la perdita del lavoro in un sistema socioeconomico imperniato sul precariato. Con Giorni e nuvole il regista ha fatto un film bello che per la prima volta analizza nel profondo, negli effetti sulla personalità smarrita, nel dolore individuale, quella mancanza di lavoro divenuta per tanti una forma nominalistica, un problema che riguarda gli altri: e offre ad Antonio Albanese e a Margherita Buy la migliore occasione della loro vita di bravi attori, còlta benissimo. Presentato, quasi inspiegabilmente al festival del cinema di Roma, piuttosto che a quello, ben più importante, di Venezia, il film è stato accolto da scroscianti applausi.

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Ruolo drammatico per Albanese in “Giorni e nuvole” (2007) di Silvio Soldini, accanto a Margherita Buy: è il marito di una famiglia benestante che perde lavoro e serenità. Alla fine ritroveranno il coraggio di ripartire, distesi a contemplare l’affresco del Boniforti, capiranno che è l’amore (e non il lavoro) a “produrre” valore e realizzazione personale. Una coppia d’attori eccezionale: chapeau!

Il decennio si chiude per Antonio Albanese, in grande spolvero, con uno dei film italiani più belli dell’ultimo decennio, Questione di cuore, di Francesca Archibugi. Interpretato in coppia con Kim Rossi Stuart, il film è una bellissima storia di amicizia maschile, tra due uomini molto diversi tra loro, per provenienza sociale, cultura e modo di vivere, che vengono colpiti da infarto nello stesso periodo e si ritrovano a condividere la stessa stanza. Dal quel momento tra i due inizia un’intensa amicizia, malgrado la malattia e le diversità, diventeranno indispensabili l’uno all’altro, condividendo le gioie e i dolori della vita di tutti i giorni. Esplorando la storia di due uomini di diversa estrazione culturale, attaccati ai reciproci pregiudizi di classe ma uniti dall’esperienza drammatica trascorsa nel reparto di terapia intensiva di un ospedale romano, la regista affronta le sue personali inquietudini riguardo alla crisi sociale e culturale del nostro paese. Storia e cronaca non entrano nel film se non attraverso “finestre aperte” sulla borgata e finiscono per riflettersi in maniera decisiva sulle esistenze e sui vincoli affettivi (e di classe) dei protagonisti. La vita colpita al cuore abbatte il rapporto di asimmetria sociale, determina un cambio o una liberazione nel modo in cui i “soggetti a rischio” si relazionano col mondo: l’aria da divo di Alberto, che consuma nel suo grande appartamento gli ultimi scampoli di un’ormai tramontata agiatezza, e il proletario senso pratico di Angelo, che ha cresciuto due figli e farà amorevolmente fronte all’inettitudine dell’amico. Nonostante la società abbia costruito fra di loro una barriera invalicabile, la necrosi del cuore li ha uniti, allentando i ruoli, aprendo la possibilità di guardarsi in modo diverso e progredendo verso una reciproca comprensione. Se l’Archibugi è indubbiamente abile a descrivere le sfumature del comportamento dei suoi personaggi, la raffinatezza di Questione di cuore si deve in grande misura all’interpretazione di Antonio Albanese e di Kim Rossi Stuart. Il primo mostrando la vulnerabilità che si cela sotto la superficie caustica, il secondo mantenendo una presenza più discreta e distaccata, ma non meno capace di suscitare venature di intenso sentimento. La storia di Alberto e Angelo invita lo spettatore a contemplare, nel contesto di due vite (stra)ordinarie, i paradossi dell’amicizia, il vincolo di necessità e di affetto sincero che la patologia cardiovascolare e la malattia esistenziale hanno stabilito. Dalla visione di questo film, si esce colpiti positivamente, commossi nello spirito, con la sensazione di aver visto una storia semplice, vera e profonda. Qualcuno perfino parlò di candidatura all’Oscar, e non fu avventata come proposta.

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La bellissima storia di amicizia maschile del film “Questione di cuore”, con Antonio Albanese e Kim Rossi Stuart. Due uomini molto diversi tra loro, per provenienza sociale, cultura e modo di vivere, che vengono colpiti da infarto nello stesso periodo e si ritrovano a condividere la stessa stanza. Ne nasce una storia che tocca le corde del cuore. Un film che sorprende, da vedere!

3. La terza fase, quella della sua piena maturità artistica: gli ultimi lavori, la sua poliedricità di attore, il successo de “L’intrepido”, l’accoppiata con Carlo Verdone. (2011-2016)

Raggiunta la sua piena maturità artistica, Antonio Albanese, nel nuovo decennio si conferma tra gli attori più importanti del panorama cinematografico italiano, ancora una volta oscillando tra il genere comico-paradossale e il cinema d’autore. Nel 2011 Antonio Albanese porta sul grande schermo le gesta di uno dei suoi personaggi più famosi, il politico calabrese corrotto Cetto La Qualunque, nel film Qualunquemente, il maggior successo italiano della stagione. Qui, Antonio Albanese, dopo anni di impegno nel cinema d’autore, torna ad una comicità spietata e paradossale, senza però tralasciare la “commedia all’italiana moderna” nella quale eccelle una spanna sopra gli altri. Stavolta si serve della satira, più che della tragedia, per raccontare l’Italia del nuovo millennio. Antonio Albanese ci regala un film esilarante capace di far ridere e far riflettere allo stesso tempo…L’umorismo pirandelliano è presente in ogni singola scena e tutto ciò fa sì che nello spettatore si generi un insieme di allegria e amarezza per il quale rimanga con un sorriso a metà durante tutto il film. Cetto La Qualunque è uno stronzo, ma sincero, fiero d’ esserlo. Uno dei tanti, insomma. Siamo nella satira pura, cattiva, sarcastica a tratti, in una storia dove si ride amaro e talvolta, per la vergogna, non si ride affatto. Perché c’ è il solito problema, amplificato in questi giorni. Che come provi a fare satira in Italia, alla fine ne esce un saggio di neorealismo. Antonio Albanese si muove per tutto il film lungo questo sottile confine fra surreale e cronaca, con alcuni squarci di sublime. È un film pieno di talento, sottolineato dal fatto che Albanese, per la sua creatura si serva della regia dell’amico e regista Giulio Manfredonia, un suo fedelissimo, che già lo aveva diretto nel riuscitissimo E’ già ieri, sette anni prima. Si mormora in giro che il film esca datato, svilito da uno sprint della realtà politica attuale, che si supera da sola, divenendo sur-realtà, al pari di quella immaginata in Qualunquemente. Eppure è proprio questa la forza del film, che si inserisce nella descrizione della realtà politica e sociale dei tempi odierni: è la forza della commedia all’italiana come specchio della società italiana. Così il film di Albanese e Manfredonia non va scambiato per un film d’intrattenimento, anche se il divertimento per fortuna non manca, e nemmeno per una tragicommedia alla Fantozzi, sebbene il regista lo citi tra le ispirazioni: piuttosto, è un film violento, che non fa sconti e regala al “cattivo” una vittoria su tutta la linea. Il qualunquismo di questo imprenditore prestato alla politica, sempre allegro e in movimento da un abuso di potere ad un altro, menefreghista in teoria e in pratica, dovrebbe essere qualcosa di cui ridere per esorcismo, per isteria dettata dalla paura, non per spasso o per il piacere di guardarci allo specchio. Se proprio occorre dargli un’etichetta, si dirà che è un film “di denuncia”, con i pregi e i limiti dei film “impegnati”, che ha scelto la via della satira anziché quella della tragedia.

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Geniale pellicola di graffiante e realistica satira politica dei giorni nostri, “Qualunquemente” è il capolavoro comico di Antonio Albanese. L’attore brianzolo rispolvera la sua dilagante e paradossale verve comica, portando sullo schermo la maschera del politico corrotto Cetto La Qualunque, non tanto poi, distante ( purtroppo ) dai politici che bazzicano il panorama politico italiano. Un film più commedia all’italiana, che paradossale ( come nelle intenzioni ), ma che diverte e fa riflettere. Campione di incassi della stagione 2011.

E dato l’enorme successo di pubblico di Qualunquemente, Albanese si fa letteralmente in tre, nell’immediato seguito dell’anno successivo, Tutto tutto niente niente. Qui la denuncia degli scempi della politica italiana, si fa ancora più aspra e cattiva del precedente lavoro, la realtà che i grotteschi personaggi di Albanese incarnano è raccapricciante e sempre in bilico tra comicità e orrore. Ancora una volta, attraverso le tre maschere di Cetto La Qualunque, Frengo e il leghista secessionista Rodolfo Favaretto, il comico brianzolo ci ribadisce la ridondante indecenza di chi ci governa senza mai eguagliare i referenti reali. Perché la realtà è peggio della finzione che ci racconta Albanese, i tre delinquenti-politici non son cosi’fantasiosi e lontani da noi,anzi… e proprio questa fotografia del paese fa di Albanese un fine osservatore del momento attuale, ed è la vera forza di un film dove non c’è assolutamente nulla da ridere, ma piuttosto da riflettere su quello che è diventata l’Italia.Un ritratto folle ma non troppo dell’Italia di questi anni, in una girandola di situazioni paradossali e travolgenti. In realtà, forse, è semplicemente: neorealismo. Superbo è poi, l’odiosissimo e corrotto sottosegretario di Fabrizio Bentivoglio, che ritrova Antonio Albanese, dodici anni dopo La lingua del santo. Gli incassi sono ancora una volta altissimi, ben sopra gli 8 milioni di euro.

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Nel film “Tutto tutto niente niente” (2012), Albanese dà vita contemporaneamente a tre personaggi: Frengo, il leghista Favaretto e Cetto La Qualunque. Un esercizio di comicità di estrema difficoltà, svolto con la naturalezza e la classe del grande comico.

Nel 2013 arriva però il ruolo della vita, quello di Antonio Pane, nell’Intrepido, del Maestro Gianni Amelio, un uomo buono come il pane che per sbarcare il lunario fa il “riampazzo”, ovvero sostituisce persone assenti nel loro posto di lavoro. Qualcosa che richiama le sue origini, orgogliosamente proletarie:“Vengo da una famiglia operaia che ringrazierò a vita per i valori, perché mi ha fatto scoprire quei fondamentali che non sempre appartengono alle generazioni giovani di oggi”, ha detto. “Ho cominciato a lavorare a 15 anni, mi dovevo mantenere, ho fatto l’imbianchino, il cameriere, per concludere l’Accademia e abbracciare questo lavoro e lasciare il certo per l’incerto di questo mestiere. Quei lavori mi hanno reso indipendente”. Non è un film sul lavoro l’ultima opera del Maestro Gianni Amelio, ma è proprio il lavoro che crea una diga, che divide due generazioni. Quella di Antonio, il protagonista, magistralmente interpretato dal grande Antonio Albanese; e quella di suo figlio e di una giovane ragazza sua amica ( Gabriele Rendina e Livia Rossi ). Il regista coglie appieno l’atteggiamento di due diverse generazioni rispetto al mondo del lavoro, modellando sul protagonista un personaggio irreale, stralunato, candido, quasi sospeso in un limbo. Albanese sembra infatti, uno “Charlot dei tempi moderni”, mentre i due giovani vivono l’incapacità di comunicare, come un nemico invincibile.  La storia racconta la vita di Antonio, un 48enne che fa la professione di tappabuco, ovvero il “rimpiazzo”, sostituendo a lavoro quelli che, per qualche ora o qualche giorno, non possono andare a lavorare, ed allora il lavoro di Antonio diventa il lavoro di tutti: da operaio a guidatore di tram, da venditore di rose a muratore, in una Milano in cui viene esaltata l’impersonalità, grazie alla fotografia efficace di Luca Bigazzi. Questo film rende il tema del lavoro il suo personaggio principale a cui Antonio Albanese fa da spalla nella migliore interpretazione della sua carriera. Presentato alla 70esima edizione del festival di Venezia, il film non vince, ma viene profondamente e convintamente applaudito da pubblico e critica ( 11 minuti di applausi ); come peraltro, ne viene lodata la perfetta interpretazione di Antonio Albanese, per la quarta volta a Venezia, un record, definito “un personaggio chapliniano nell’Italia d’oggi”. Tutto ciò accentuato anche dal finale, in cui Albanese, camminando su una strada buia, va verso l’orizzonte, sempre con il suo immancabile sorriso sulle labbra, e la sua fiducia incondizionata verso il genere umano e verso il futuro. E in ciò è ravvisabile un altro illustre modello del passato cinematografico, quello di Miracolo a Milano, di De Sica e Zavattini. L’intrepido, insomma, non è un «film ingrugnito, di denuncia», e Albanese, nei panni del disoccupato-perennemente occupato Antonio Pane, è un frullato di Buster Keaton e Charlot: «L’eroe di Chaplin è una figura universale, fa parte dei diseredati, è l’uomo più solo del mondo, però riesce sempre a venir fuori sano da situazioni malsane». La realtà che lo circonda è fatta di gente ostile, che lo combatte in ogni modo, ma lui risponde «continuando a camminare a testa alta». La nostra realtà è quella che si sa, dice ancora l’autore, «l’importante è capire come si possa reagire. Con le armi, come fanno tutti? No, Antonio risponde con la forza della dignità, anche evitando di vedere quello che fa. La tenerezza è il suo carattere principale, volevo sottolineare che, nonostante tutto, anche nei momenti più duri, quella che vince è l’umanità delle persone». Dall’incontro tra un grande regista come Gianni Amelio, e un grande attore come Antonio Albanese, non poteva che nascerne un grande film, nonostante alcune incongruenze di sceneggiatura, che possono essere ampiamente perdonate. Antonio Albanese vince, meritatamente, il Globo d’oro ( prestigioso premio cinematografico assegnato dalla stampa estera accreditata in Italia), l’equivalente del Golden Globe americano, come miglior attore protagonista della stagione 2013/2014, issandosi definitivamente nell’olimpo dei grandi interpreti della storia del cinema italiano. Un film sublime, da vedere!

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Antonio Albanese è Antonio Pane, un uomo volenteroso che come lavoro fa il rimpiazzo (sostituisce gli altri lavoratori) ne “L’intrepido” (2013) di Gianni Amelio, il ruolo della vita. Sublime, eccezionale, un vero “Charlot dei tempi moderni”.

Nello stesso anno Albanese è nel cast dell’ultimo film dell’amico e regista Carlo Mazzacurati, dal titolo “La sedia della felicità”, ispirato alla pellicola Una su 13, del 1969 e interpretata da Vittorio Gassman. Si (sor)ride tanto con La sedia della felicità, che ‘esagera’ rimanendo fedele al reale. Divertito, lieve e personale, lo sguardo dell’autore veneto coglie ancora una volta le contraddizioni esistenziali, trasfigurandole e deformandole in una rapsodia dominata dal caso, per caso avvengono gli incontri, gli abbandoni, le rivelazioni, i ritrovamenti. Per intenzione, gioco e tanto amore avviene invece l’agnizione, la rivelazione dei personaggi e il riconoscimento degli attori che hanno fatto e frequentato il cinema di Mazzacurati. Giuseppe Battiston, Roberto Citran, Antonio Albanese, Fabrizio Bentivoglio, Silvio Orlando, Natalino Balasso ‘accarezzano’ con malinconica dolcezza una commedia che chiede a gran voce la sospensione dell’incredulità. Fuori dal gruppo, congedato con onore, debuttano Valerio Mastandrea, paladino gentile dai tempi comici perfetti, e Isabella Ragonese, piena di grazia e riservata bellezza. Il testamento artistico di un Maestro fine come Carlo Mazzacurati, al quale Antonio Albanese, suo grande amico, non poteva mancare. Infatti, inutile nasconderlo, quando ha girato il film Mazzacurati, l’ha girato con la consapevolezza di chi sa di avere ancora poco tempo, e dunque con la gratitudine per una vita trascorsa in pienezza e perciò l’ha voluto vivere con tutti i suoi “veri” amici. Da questo deriva la partecipazione di Albanese, di Bentivoglio, di Orlando e di altri musi ispiratori del regista, alla pellicola, quasi come se fossero figurine illustrate, ma sapientemente dosate.

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Alla 70esima edizione del festival di Venezia, Antonio Albanese e il regista Gianni Amelio, presentano il loro film “L’intrepido”(2013). Lodato al festival, dove ottenne anche 11 minuti di applausi ininterrotti, il film ottenne la nomination al Leone d’oro come miglior pellicola della kermesse; mentre Antonio Albanese, qualche mese dopo, vincerà il Globo d’oro ( l’equivalente dei Golden Globe americani ) come miglior attore protagonista.

All’inizio del 2016, dopo tre anni di assenza, Albanese torna nelle sale, insolitamente in coppia con un altro asso della commedia italiana moderna, Carlo Verdone. L’abbiamo fatta grossa è dunque, una commedia malinconica, al passo coi tempi, tutta giocata sull’affiatamento del duo Verdone-Albanese, che non delude! Un film nuovo, di rottura, un’opera che si prende il rischio di voler rappresentare lo specchio dei tempi attuali e si inoltra fra le strade della Roma umbertina, storicamente quella meno frequentata dal cinema. Un cinema quello di Verdone, che nasce dall’osservazione comica della realtà e dalla costruzione puntuale, ironica e affettuosa di “caratteri”. Laddove però Verdone osa di più, è nella scelta di avere come coprotagonista del suo venticinquesimo film il grande Antonio Albanese, della commedia all’italiana moderna, l’attore più sensibile e più talentuoso. Carlo Verdone e Antonio Albanese, attori brillanti di “rango” superiore, per la prima volta insieme, pescano abbondantemente nel proprio repertorio personale fatto per entrambi di maschere tragicomiche che tanto ci hanno dato in passato, e costruiscono una commedia venata da uno stile malinconico che giova al film. Il lavoro registico imponente di Verdone, che lima pazientemente situazioni e battute alla ricerca dei ritmi, dei tempi, degli incastri giusti con il profilo e lo stile del coprotagonista, riesce a legare perfettamente la sua comicità “realista”, con quella funambolica, fisica e surreale di Albanese. E se entrambi, singolarmente, sono in grado di cogliere e riprodurre il ridicolo di una situazione o di un personaggio, il binomio diventa addirittura travolgente quando il ritmo del film tende a salire, per intenderci quando c’è da scappare o da restituire refurtive. La comune goffaggine, insieme alla furbizia e alla perizia nel riprodurre gli italici dialetti, produce infatti effetti portentosi. I due protagonisti, Carlo stesso e Antonio Albanese (new entry nella variopinta galleria di partner che sempre Verdone ha scelto con curiosità e disponibilità, e questa è una combinazione più audace di altre), si pongono come due ingrigiti ragazzi spaventati ed eccitati dall’averla, appunto, fatta grossa. Come in un’avventura per adolescenti un po’ antiquata. Astratta come un gioco senz’altro scopo che il gioco stesso, priva di qualsiasi aggancio a quanto accade realmente intorno. Carlo è un detective privato tanto malridotto da vivere con la vecchia zia un po’ picchiatella. Antonio (in realtà il personaggio si chiama Yuri Pelagatti, e l’altro Arturo Merlino) invece è un attore forse dotato ma tanto abbattuto dall’abbandono della moglie da non ricordare più una battuta e di conseguenza ridotto al lastrico. L’incontro avviene perché quest’ultimo pretende di far pedinare l’ex moglie per dimostrarne, inutilmente, l’infedeltà. La diversità di “gioco” e di provenienza, cesellata dal lungo lavoro sulla coppia effettuato da entrambi, tende a non sentirsi. Giustamente Verdone non vuole “domare” Albanese, che è un condensato di pura energia, ma lasciandolo immerso nella commedia, fa uscire quel suo lato poetico così mirabilmente “sfruttato” da Francesca Archibugi in “Questione di Cuore” o da Silvio Soldini in “Giorni e nuvole”. S’incontrano perché Yuri assume Arturo per avere prove dell’infedeltà della moglie e si trovano fra le mani una valigetta con un milione di euro, inanellando una serie di avventure a dir poco rocambolesche fra maldestri travestimenti e scambi di persona, fughe e inseguimenti. Ci sono momenti esilaranti (tutta la sequenza nel solarium) e si ride parecchio, anche se il film, per la verità, manca un po’ di ritmo. Riuscita appare invece, la vena malinconica che avvolge questa commedia vecchio stampo, tutta giocata sugli equivoci e sulla goffaggine dei due protagonisti. Si punta molto sulla coppia degli interpreti, che si compensano bene. Verdone e Albanese sono accomunati da una malinconia sottile – e umanissima – che è uno degli indubbi tratti distintivi del film, e i loro personaggi hanno la faccia onesta e sincera, oltre che l’ingenuità, di due perfetti antieroi. Negli ultimi venti minuti il film però, decolla: diventa una satira dolente e assai politica dell’Italia di oggi, in cui le brave persone si muovono con difficoltà sempre crescenti. Il film si conclude con un gesto liberatorio: sberleffo sonoro nei confronti del «sistema» cui i due protagonisti, Yuri e Arturo, non esitano a ricorrere. Una pernacchia nei confronti del politico-ladro che li ha fatti finire dietro le sbarre ma anche di tutto ciò che esso rappresenta. L’ alchimia tra questi due assi della nostra commedia moderna, è dunque scattata, e anche il pubblico ha dimostrato di gradire: 3 milioni e mezzo di euro incassati soltanto nel primo week-end. Un film da vedere, che si erge dalla mediocrità dilagante del cinema attuale.

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Antonio Albanese e Carlo Verdone, coppia insolita nel film “L’abbiamo fatta grossa”(2016), grande successo al botteghino. I due assi della commedia all’italiana moderna, finalmente insieme, in un film cucito dallo stesso Verdone, su misura per i due talenti.

4. Premi e riconoscimenti

Antonio Albanese ha sempre goduto del pieno supporto della critica specializzata, nonché dell’appoggio incondizionato del pubblico, che si è sempre divertito ai suoi film prettamente comici, e si è sempre commosso di fronte a interpretazioni sublimi, come nella Seconda notte di nozze, o in Giorni e nuvole. 4 volte presente al festival di Venezia come attore protagonista di pellicole d’autore: Tu ridi(1998), dei fratelli Taviani; La lingua del santo(2000), di Carlo Mazzacurati; La seconda notte di nozze(2005), di Pupi Avati; e L’intrepido(2013), di Gianni Amelio. 7 candidature ai David di Donatello e altrettanti ai Nastri d’argento, ha però vinto meritatamente un Globo d’oro, come miglior attore protagonista nel 2014, per il film L’intrepido. Il Globo d’oro è considerato fra i tre più importanti premi cinematografici d’Italia, con i David di Donatello e i Nastri d’Argento, soprattutto per il suo valore culturale e la validità promozionale. Il premio è infatti nato nel 1960, per contribuire alla migliore conoscenza del cinema italiano all’estero, inteso come componente insostituibile della realtà artistica, industriale e sociale del nostro Paese, essendo assegnato con cadenza annuale dai giornalisti della stampa estera accreditata in Italia. Proprio per questo vengono spesso premiati i film meno visibili e più difficili, con contenuti sociali e culturali di alto valore. Un riconoscimento meritato per Albanese, sempre più uno dei migliori autori e attori del cinema italiano moderno. Il suo è un patrimonio cinematografico di estremo valore, e ora che ha raggiunto la sua piena maturità artistica, sono sicuro, che nel proseguimento della carriera, Albanese riuscirà a trarre fuori dal cilindro altre perle interpretative, comiche o drammatiche che siano. Il tempo e l’esperienza sono dalla sua parte, ha ancora soltanto 52 anni, tutto il tempo dunque, per sorprenderci ancora. Positivamente.

Domenico Palattella

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